Innovazione (verde) e mercato

La tecnoinnovazione, a differenza della ricerca scientifica di laboratorio, è indissolubilmente legata (e diretta verso) il mercato non più controllabile.

L’aggravarsi della crisi ecoclimatica ed ecosociale degli ultimi decenni si confronta con due potenti e incontrollabili motori feticci di una mega-macchina/mostro multisettoriale che si “oliano a vicenda”:

a) economia-mercato/mercati (ora autonomi, internazionalizzati, finanziarizzati da decenni e oggi anche cyber-digitalizzati e platform), competizione-crescita, che porta ad un continuo aumento della produzione per la produzione (productization) e un continuo aumento del consumo per il consumo (over-consumerism – società del consumo) con conseguenze gravi, quasi totali, ecologiche, sociali e antropologiche.

Dai mercati iniziali diversi e tuttavia spaziali, siamo passati al meccanismo di mercato (“libero”, competitivo e incontrollato) degli economisti, come istituzione non umana ma anche non eco-sociale. È ormai chiaro che, contrariamente alla visione neoliberista, il mercato non è identico alla società, perché il mercato non sempre e necessariamente riflette i reali bisogni della società.

Il mercato (e in particolare il sistema dell’economia di mercato degli ultimi duecentocinquanta anni) è caratterizzato dalla costruzione o invenzione di bisogni e dall’intrinseca (e totale) tendenza ad espandere gradualmente la sua logica, soprattutto dopo gli anni Settanta, in tutti i campi del l’esistenza umana, anche il corpo umano.

Le persone e le cose sono consumate, come elementi sacrificabili, dal mega-“sistema” a misura di mercato (ammesso che sia una cosa del genere), nel processo della sua perpetuazione/riproduzione. La dipendenza diventa sempre più complessa e sprofonda l’uomo in una schiavitù sempre maggiore (I. Hodel, 2020). Infine, in questo mercato, oltre all’attore principale di oggi — nel “nuovo spirito del capitalismo” —, la mega-impresa privata a scopo di lucro in varie forme, semplici individui (finanziari) motivati ​​a massimizzare il beneficio/ricchezza , ma anche entità collettive — strutture (dell’economia solidale e cooperativa) il cui scopo primario — motivazione non è l’efficienza, cioè l’accumulazione e il profitto fine a se stesso (vedi infra b’). Infatti, il mercato non è l’unico mondo, ma ci sono altre relazioni di scambio (di solidarietà e cooperazione, reciprocità e anche gratuità, ecc.).

Questo modello di economia di mercato ha accompagnato il capitalismo (ma non solo) da un lato nell’accumulazione senza fine, con sconvolgimenti strutturali ecologici/planetari e autosufficienti — crisi (periodo “capitalista”), e dall’altro ha portato alla creazione di una molteplicità di autonomi e piuttosto incontrollabili ormai mega-“sistema”/mostro.

E questo con il supporto di pochi potenti fattori economici — e oggi soprattutto finanziari e digitali —, ma anche la spinta di megaimprese e stati, che in realtà costituiscono, secondo S. Sassen, mega-“meccanismi predatori” o invisibili o grigio/sfocato, strutture autoritarie — griglie. Questi, “separati”, e “sfruttatori” monopolistici, insieme a mercati, governi e tecnologie, soprattutto digitali, il multiforme “mega-sistema”, da un lato, girano completamente come una superclasse con principi neofeudali caratteristiche sempre più opache sempre più economiche, e non solo, autorità e potere, e dall’altro creano una iperrealtà globale autoreferenziale e in nome della quale agiscono e governano (governance globale).

b) il profitto (e la sua costante massimizzazione) attraverso oggi in primo luogo l’efficienza (accumulazione del profitto-unica responsabilità sociale delle mega-imprese private a scopo di lucro) e secondariamente l’efficienza (tecnica) (D. Cohen, 2013). Quest’ultima è associata alla tutt’altro che “neutrale” e innocua tecnoscienza/innovazione.

Riguarda la strumentalizzazione e la “commercializzazione” della conoscenza, non, come dice S.K. Pg, per soddisfare i bisogni umani ma per un ulteriore arricchimento. E questo, secondo lei, attraverso da un lato la massimizzazione del valore di borsa (quota) e la difesa monopolistica della proprietà intellettuale (brevetti) (“capitalismo della proprietà intellettuale”) e dall’altro la riduzione del lavoro/salario costi.

La tecno-innovazione è sempre stata l’argomento principale — strumento del capitalismo “progressista”, “creativo” e oggi “verde” e dei suoi seguaci, il cui carburante (verde) è il profitto. Ma è comune ammettere che le grandi ed essenziali innovazioni (fisica, comunicazione, medicina) soprattutto del secolo scorso (ma anche del presente, ad esempio i vaccini contro la pandemia di Covid-19) non sono state il prodotto di investimenti redditizi capitalisti ma, spesso, finanziamenti statali o pubblici, principalmente diretti alla ricerca universitaria (K. Kalloniatis, 2022).

La moderna tecno-innovazione capitalista si basa principalmente sulla rivoluzione digitale e biotecnologica (e in particolare, dall’inizio degli anni 2000, sulla biologia sintetica, come nuova dimensione della moderna biotecnologia).

La biologia sintetica, in particolare, include un insieme di tecniche e pratiche volte a creare nuove funzioni biologiche che non sono mai esistite in natura manipolando i genomi di microrganismi, piante, animali e umani. Si tratta piuttosto di “bio-alchimia” nel contesto di un nuovo “totalitarismo biotecnologico” attraverso un insieme di tecniche per manipolare e ridisegnare la vita e i processi viventi con l’obiettivo nascosto di maggiori prestazioni ed efficienza, rispetto alla singola scienza (Hélène Tordjman, 2021).

La biologia sintetica riguarda principalmente le start-up a cui partecipano accademici o ricercatori di vari istituti pubblici o privati. Allo stesso tempo, essi stessi consigliano gli Stati in qualità di esperti, aderendo così al sistema delle “porte girevoli”. Questi scienziati che “giocano con tutti”, contribuiscono all’erosione dei confini di scienza, stato e industria, facendo parlare alcuni di “tradimento degli scienziati”, “collusione mortale” e “scienza schiava” (Hélène Tordjman, 2021).

La tecnoinnovazione a differenza della ricerca scientifica di laboratorio è indissolubilmente legata (e diretta verso) il mercato non più controllabile. Non tutte le scoperte della ricerca sono “vendibili”. Da anni ormai la scienza è al servizio (delle finalità) della tecnologia umano-autonoma, spinta come tecno-innovazione ora in direzioni specifiche (invece che in altre).

E questo, insieme al mercato internazionalizzato (e al suo servizio) organizza come un mega-“sistema” ormai “depoliticizzato” nel suo insieme e completamente, la società e, attraverso di essa, la natura. In altre parole, la società oggi opera — e quasi esclusivamente — con tecniche “innovative” (per lo più digitali) e meccanismi complessi, controllando anche la vita e gli stessi corpi e con un discorso strumentale che manipola il pensiero delle persone e ne indirizza le scelte. E questo nell’orizzonte scientifico della cosiddetta convergenza NBIC (nanotecnologie, biotecnologie, scienze dell’informazione e della conoscenza).

È un programma scientifico nato negli Stati Uniti alla fine del 2001 durante una conferenza sul tema delle interazioni tra queste nuove scienze e tecnologie che dovrebbero risolvere tutti i problemi dell’umanità (H.Tordjman, 2021). È un capitalismo totalitario intrinsecamente tecno-digitale con una completa alterazione della politica e della democrazia.

Infatti, l’innovazione tecnico-scientifica con caratteristiche sacrosante e degenerate della democrazia è indifferente alla politica e alla volontà dei cittadini. Non si preoccupa del bene ecologico e sociale. Benefico è ciò che è tecnologicamente fattibile e, come accennato in precedenza, da “commercializzare”: il profitto. Da qui la richiesta di democratizzazione della tecnoscienza come “scienza sociale” e “scienza dei cittadini” come abbiamo sottolineato in articoli precedenti.

D’altra parte, per gli ambientalisti (verdi) e i cosiddetti ecomodernizzatori ed ecoefficienti, la tecnoscienza (verde) e la tecnoinnovazione sono la soluzione alla crisi ecoclimatica e al problema ecosociale. Non sono però solo il supporto tecnico ma anche ideologico della crescita, ora anche verde, e del “capitalismo verde”. E questo senza ignorare che molte innovazioni tecnologiche green vengono “neutralizzate” dall’aumento del loro uso/consumo (effetto rimbalzo o paradosso di Jevons).

Occorrono quindi forme di organizzazione radicalmente nuove, un modo di produrre e distribuire la ricchezza e nuovi indicatori della stessa. Forme che si baseranno su logiche economiche e politiche radicalmente diverse: da un lato, cioè su un’economia simbiotica (relazioni) e biotica (bisogni, non dimensioni) basata sul beneficio sociale ed ecologico e sui beni comuni, e dall’altro parallelamente a un’organizzazione decentralizzata e decentralizzata/antigerarchica della vita politica e sociale, su base partecipativa e biospaziale (o, secondo altri, bioregionale J. Rifkin, 2022).

Takis Nikolopoulos è professore all’Università di Patrasso.

Fonte: efsyn.gr, 22-01-2023

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