Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte

 

Il 18 Brumaio è la prima opera classica sulla caduta dei regimi democratici e sull’insorgenza del fenomeno populista. Con uno stile avvincente, con qualità letterarie indiscutibili, Marx ricostruisce le basi sociali, le credenze, i simboli della soluzione carismatica alla crisi della rappresentanza.

Il 18 brumaio fu scritto dalla metà di dicembre 1851 al 25 marzo 1852. Il testo di circa 100 pagine, diviso in sette capitoli, apparve per la prima volta sotto il titolo “Il 18 brumaio di Luigi Napoleone” il 18 maggio 1852 nel primo numero della rivista mensile pubblicata a New York City. Un diario in numeri casuali di Joseph Weydemeyer con una tiratura di 500 copie. Una traduzione in inglese di Wilhelm Pieper, all’epoca segretario di Marx, non trovò editore. Solo un piccolo estratto del primo capitolo è apparso nel People’s Paper all’interno dell’articolo “A Review of the Literature on the Coup d’Etat” del 18 dicembre 1852, scritto da Johann Georg Eccarius con l’aiuto di Marx. Una seconda edizione rivista fu pubblicata ad Amburgo nel 1869 con una prefazione di Marx, la terza edizione dopo la morte di Marx sotto la direzione e con una prefazione di Friedrich Engels nel 1885. Entrambe le nuove edizioni apparvero con il titolo “Il diciottesimo brumaio di Luigi Bonaparte”. La prima edizione francese apparve tra gennaio e ottobre 1891 in una serie di articoli sulla rivista Socialiste, dopo che Engels aveva collaborato con Édouard Fautin.

Oggi pubblichiamo il primo capitolo. Nei prossimi giorni inseriremo anche gli altri.

Prefazione dell’autore alla seconda edizione

L’amico, Joseph Weydemeyer [*1], morto prematuramente, aveva l’intenzione di pubblicare a New York, a partire dal I gennaio 1852, una rassegna politica settimanale, per la quale mi chiese di scrivere la storia del Coup d’Etat [2]. A tale
scopo gli inviai settimanalmente sino alla metà di febbraio, degli articoli col titolo: Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte. Nel frattempo il piano originario di Weydemeyer era andato a monte. Nella primavera del 1852 egli pubblicò invece
una rivista mensile: Die Revolution, il cui secondo fascicolo contiene il mio 18 brumaio [3]. Alcune centinaia di copie trovarono allora la via della Germania, senza però esser poste in vendita. Un libraio tedesco che si faceva passare per
estremamente radicale e a cui ne proposi lo smercio, mi rispose manifestando un vero orrore morale per una “pretesa così contraria allo spirito dei tempi”. Da questi dati risulta che il presente scritto è nato sotto l’impressione diretta degli
avvenimenti e che il suo materiale storico non va più in là del mese di febbraio (1852) [4].
La sua presente ristampa è dovuta in parte alle richieste del commercio librario, in parte alla pressione dei miei amici in Germania.
Degli scritti che, quasi contemporaneamente al mio, si occuparono dello stessa argomento [5], solo due sono, degni di nota: Napoléon le Petit di Victor Hugo e il Coup d’Etat di Proudhon [6].

Victor Hugò si limita a un’invettiva amara e piena di sarcasmo, contro l’autore responsabile del colpo di stato. L’avvenimento in sé gli appare come un fulmine a ciel sereno. Egli non vede in esso altro che l’atto di violenza di un
individuo. Non si accorge che ingrandisce questo individuo invece di rimpicciolirlo, in quanto gli attribuisce una potenza di iniziativa personale che non avrebbe esempi nella storia del mondo. Proudhon, dal canto suo, cerca di rappresentare il colpo di stato come il risultato di una precedente evoluzione storica; ma la ricostruzione storica dei colpo di stato si trasforma in lui in una apologia storica dell’eroe del colpo di stato. Egli cade nell’errore dei nostri cosiddetti storici oggettivi. Io mostro, invece, come in Francia la lotta di classe creò delle circostanze e una situazione che resero possibile a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell’eroe.
Un rimaneggiamento di questo scritto gli avrebbe tolto il suo colore particolare. Perciò mi sono limitato alla pura e semplice correzione degli errori di stampa e a sopprimere le allusioni oggi non più comprensibili. Victor Hugò si limita a un’invettiva amara e piena di sarcasmo, contro l’autore responsabile del colpo di stato. L’avvenimento in sé gli appare come un fulmine a ciel sereno. Egli non vede in esso altro che l’atto di violenza di un individuo. Non si accorge che ingrandisce questo individuo invece di rimpicciolirlo, in quanto gli attribuisce una potenza di iniziativa personale che non avrebbe esempi nella storia del mondo.

Proudhon, dal canto suo, cerca di rappresentare il colpo di stato come il risultato di una precedente evoluzione storica; ma la ricostruzione storica dei colpo di stato si trasforma in lui in una apologia storica dell’eroe del colpo di stato. Egli
cade nell’errore dei nostri cosiddetti storici oggettivi. Io mostro, invece, come in Francia la lotta di classe creò delle circostanze e una situazione che resero possibile a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell’eroe.

Un rimaneggiamento di questo scritto gli avrebbe tolto il suo colore particolare. Perciò mi sono limitato alla pura e semplice correzione degli errori di stampa e a sopprimere le allusioni oggi non più comprensibili.

Ciò che dicevo nella frase finale del mio scritto: “Ma quando il mantello imperiale, cadrà finalmente sulle spalle di Luigi Bonaparte, la statua di bronzo di Napoleone precipiterà dall’alto della colonna Vendôme”, si e già avverato [7].

L’attacco al culto di Napoleone venne iniziato dal colonnello Charras, nella sua opera sulla campagna del 1815 [8] . In seguito, e particolarmente in questi ultimi anni, la letteratura francese, con le armi dell’indagine storica, della critica,
della satira e del motto di spirito, ha dato il colpo di grazia alla leggenda Napoleonica. Fuori della Francia, questa rottura violenta con le credenze popolari tradizionali, questa immensa rivoluzione spirituale, è stata poco osservata e
ancor meno compresa.

Io spero, infine, che il mio scritto contribuirà a liberarci della frase scolastica, ora così corrente specie in Germania, circa il cosiddetto cesarismo [9]. Con questa superficiale analogia storica si viene a dimenticare il fatto essenziale che,
specialmente nell’antica Roma, la lotta di classe si svolgeva soltanto all’interno di una minoranza privilegiata, tra i ricchi e i poveri che erano liberi cittadini, mentre la grande massa produttiva della popolazione, gli schiavi, costituiva soltanto
il piedistallo passivo dei combattenti. Si dimentica la profonda espressione di Sismondi:”il proletariato romano viveva a spese della società, mentre, la società moderna vive a spese del proletariato” [10]. Data una differenza così completa tra
le condizioni materiali ed economiche della lotta di classe nel mondo antico e nel mondo moderno, anche i prodotti politici di essa non possono avere in comune niente più di quello che l’arcivescovo di Canterbury non abbia in comune
con il gran sacerdote Samuele [11].

Karl Marx
Londra, 23 giugno 1869

 

Note

*1. Comandante del distretto militare di St. Louis durante la guerra civile americana.
2. Colpo di stato di Luigi Bonaparte. L’invito, propriamente, fu rivolto a Marx da Engels, il quale aveva ricevuto da Weydemeyer la richiesta di mandargli immediatamente un articolo per il nuovo
settimanale Die Revolution [La rivoluzione] (lettera di. Engels a Marx del 16 dicembre1851, in Carteggio Marx-Engels cit., vol. 1, pp. 349-350). Engels riteneva infatti che un articolo di Marx sulla
situazione francese avrebbe assicurato il successo dei settimanale fin dal primo numero. In seguito a tale invito, Marx, il 19 dicembre, scriveva a Weydemeyer, promettendogli la prima parte di un
articolo sul 18 brumaio, se egli avesse potuto ritardare la data di pubblicazione del settimanale.
3. Nel gennaio dei 1852 erano usciti due numeri del settimanale di Weydemeyer, il quale dovette però interrompere la pubblicazione a causa di difficoltà finanziarie Egli non poté perciò stampare gli
articoli di Marx, scritti dal dicembre 1851 al marzo 1852, i quali erano stati inviati dall’autore a Weydemeyer in più riprese, ma erano giunti troppo tardi. Anche il piano di Weyderneyer di far uscire
Die Revolution come rivista mensile non ebbe fortuna ma, all’ultimo momento, grazie alla generosità, di un ignoto operaio di Francoforte che mise a disposizione i suoi risparmi fu possibile pubblicare
il primo fascicolo della rivista, non più mensile, ma destinata ad uscire a “intervalli indeterminati”. Il fascicolo conteneva gli articoli di Marx che costituiscono Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte.
Weydemeyer li pubblicò però col titolo: Il 18 brumaio di Luigi Napoleone. E’dunque nel I fascicolo, e non nel secondo, come mal ricorda Marx, che apparve il 18 brumaio.
4. Marx tiene infatti conto anche degli atti di governo dì Luigi Napoleone, successivi al colpo di stato, fino alle elezioni truffaldine del Corpo legislativo avvenute il 29 febbraio 1852.
5. Si possono citare fra questi gli scritti di Mauduit, Schoelcher, de Cassagnac, ecc.
6. Oppositore di L. Napoleone, passò alcuni anni i carcere sotto il Secondo Impero. Per un certo tempo egli nutrì tuttavia l’illusione che l’imperatore potesse prendere le parti della rivoluzione sociale.
Marx allude qui allo scritto dei 1852 La révolution sociale démonstrée par le coup d’état du 2 décembre [La rivoluzione sociale dimostrata col colpo di stato del 2 dicembre].
7. Per celebrare le vittorie napoleoniche del 1805, nella Piazza Vendôme, a Parigi, fu costruita una colonna coi metallo dei cannoni strappati al nemico, che sorreggeva una statua di Napoleone I (1769-
1821) in tenuta militare da campo. Luigi Napoleone, divenuto anch’esso imperatore, tolse quella statua, nel 1863, per sostituirla con, un’altra in cui Napoleone veniva rappresentato nel fulgore della sua
maestà imperiale. Quindici mesi dopo che Marx ebbe scritto questa sua prefazione Napoleone III precipitava a sua volta dal trono e, il 16 maggio 1871, la colonna Vendôme venne abbattuta in base a
un decreto della Comune di Parigi, in quanto costituiva “un monumento di barbarie, un simbolo di forza bruta e di falsa gloria un’affermazione di militarismo, la negazione del diritto internazionale,
un’offesa continua che viene inflitta dai vincitori ai vinti, un attentato incessante ad uno dei tre grandi principi della repubblica francese: la fratellanza”.
8. Marx allude qui alla sua Histoire de la campagne de 1815: Waterloo, Bruxelles 1857.
9. S’intendeva con cesarismo la forma di potere realizzatasi in Francia con Napoleone I e Napoleone III, mediante la sostituzione del precedente regime repubblicano con la dittatura personale di un
uomo e la trasformazione successiva di questa in potere imperiale. Con tale parola si voleva istituire un’analogia coi processo storico che nella Roma antica portò alla sostituzione delle istituzioni
repubblicane col potere dittatoriale di Giulio Cesare, seguita dall’istituzione definitiva dell’impero.
10. Il passo si trova degli Etudes d’économie politique. Cfr. l’edizione di Bruxelles del 1836, vol. I, p. 24.
11. L’arcivescovo di Canterbury è il primate della Chiesa d’Inghilterra; il gran sacerdote Samuele è un personaggio biblico del sec. XI a. C.: egli fu l’ultimo della serie dei Giudici e l’istitutore della
monarchia in Israele.

*******

Prefazione di Engels alla terza edizione tedesca[1]

Il fatto che una nuova edizione del 18 brumaio sia diventata necessaria, trentatré anni dopo il suo primo apparire, prova che questo breve scritto non ha perduto nulla del suo valore, nemmeno oggi. Si tratta, in realtà, di un’opera geniale.
Immediatamente dopo l’avvenimento che sorprese tutto il mondo politico come un fulmine a ciel sereno, maledetto dagli uni con alte strida di indignazione morale, accolto dagli altri come scampo dalla rivoluzione e castigo per i suoi
traviamenti [2], per tutti, però, oggetto soltanto di meraviglia, e non compreso da nessuno, immediatamente dopo questo avvenimento, Marx ne fece una esposizione breve, epigrammatica, che dava un quadro di tutto il corso della storia di
Francia a partire dalle giornate di febbraio [3], e ne metteva in luce la logica interiore; che riduceva il miracolo del 2 dicembre al risultato naturale, necessario, di quello sviluppo logico, e nel far ciò non aveva bisogno di trattare l’eroe del
colpo di stato se non col disprezzo da lui giustamente meritato. E il quadro fu disegnato con tanta maestria, che ogni nuova rivelazione fatta in seguito non ha fatto che apportate nuove prove della fedeltà con cui esso riproduce la realtà.
Questa mirabile comprensione della storia quotidiana nel suo sviluppo, questa chiara penetrazione degli avvenimenti nel momento stesso in cui si compiono, è difatti senza esempio. Ma, a questo scopo, era anche necessaria la esatta
conoscenza che Marx aveva della storia di Francia. La Francia è il paese in cui le lotte di classe della storia vennero combattute sino alla soluzione decisiva più che in qualsiasi altro luogo; e in cui quindi anche le mutevoli forme
politiche, dentro alle quali quelle lotte si svolgono e in cui si riassumono i loro risultati [4], prendono i contorni più netti. Centro del feudalesimo nel medioevo, paese classico a partire dal Rinascimento, della monarchia unitaria a poteri
limitati [5], la Francia ha, con la sua Grande Rivoluzione, distrutto il feudalesimo e fondato il puro dominio della borghesia, in forma classica come nessun altro paese europeo. Anche la lotta del proletariato in ascesa contro la
borghesia dominante assume qui una forma acuta, che altrove è sconosciuta [6]. Questo è il motivo per cui Marx non aveva soltanto studiato con speciale predilezione la storia passata della Francia, ma aveva anche seguito in tutti i
particolari la sua storia attuale, aveva raccolto il materiale da utilizzare in seguito, e perciò non fu mai sorpreso dagli avvenimenti.

A ciò si aggiunge però anche un’altra circostanza. Fu proprio Marx ad aver scoperto per primo la grande legge dell’evoluzione storica, la legge secondo la quale tutte le lotte della storia, si svolgano sul terreno politico, religioso,
filosofico, o su un altro terreno ideologico, in realtà non sono altro che l’espressione più o meno chiara di lotte fra classi sociali; secondo la quale l’esistenza, e quindi anche le collisioni, di queste classi sono a loro volta condizionate dal
grado di sviluppo della loro situazione economica, dal modo della loro produzione e dal modo di scambio che ne deriva [7]. Questa legge, che ha per la storia la stessa importanza che per le scienze naturali la legge della trasformazione
dell’energia, gli fornì anche la chiave per comprendere la storia della seconda repubblica francese. In questa storia egli ha messo alla prova la sua legge, e ancora oggi, dopo trentatré anni, dobbiamo riconoscere che questa prova è stata
superata in modo brillante.

Friedrich Engels

Note

1. Questa edizione, curata da Engels, uscì ad Amburgo, presso l’editore Meissner, nel 1885. In essa il testo corrisponde all’edizione dei 1869, salvo qualche trascurabile modifica di carattere stilistico.
2. La prima fu la posizione sia dei democratici della Montagna e di scrittori a loro vicini, come V. Hugo, sia dei capi del “partito dell’ordine”. La seconda fu la posizione della maggioranza della
borghesia (cfr. qui le pp. 176 e sg.).
3. Le giornate insurrezionali del 22-24 febbraio 1848.
4. ” … tutte le lotte nell’ambito dello Stato, la lotta fra democrazia, aristocrazia e monarchia, la lotta per il diritto di voto, ecc., altro non sono che le forme illusorie -nelle quali vengono condotte le lotte
reali delle diverse classi… ” (K. Marx – F. Engels, L’ideologia tedesca, Roma, Editori Riuniti, 1967, p. 23).
5. Allusione alla lotta vittoriosa per la creazione di uno Stato nazionale centralizzato, amministrato mediante un apparato di pubblici funzionari, condotta dalla monarchia francese contro le tendenze
centrifughe e i privilegi dei feudatari e delle antiche organizzazioni cittadine. Iniziata nel secolo XII con Luigi VI, essa giunse a compimento nel secolo XV, durante il regno di Luigi XI. I poteri della
monarchia rimasero tuttavia limitati (anche se questi limiti a partire dal secolo XVII vennero progressivamente ridotti in seguito alla politica accentratrice dell’assolutismo regio) dalle attribuzioni in
materia fiscale, legislativa e giudiziaria degli stati generali e provinciali, dei parlamenti e delle amministrazioni autonome delle città.
6. Dappertutto la rivoluzione del 1848 “fu l’opera della classe operaia”, però “solo gli operai di Parigi, rovesciando il governo, avevano l’intenzione ben determinata di rovesciare il regime della
borghesia” (Prefazione di Engels all’edizione italiana del Manifesto; cfr. ed cit. pp. 49-50). Ciò apparve chiaro con l’insurrezione del giugno 1848. Ancora più acuta divenne la lotta nel 1871 con
l’insurrezione proletaria della Comune.
7. Cfr. K. Marx, Per la critica dell’economia politica, Roma, Editori Riuniti, 1969 3, pp. 4-6. Cfr. anche l’Introduzione di Engels alla prima ristampa delle Lotte di classe, ed. cit, pp. 39-42.

 

 

I

Hegel [1] nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa. Caussidière [2] invece di Danton [3], Louis Blanc [4] invece di Robespierre [5], la Montagna del 1848-1851 invece della Montagna del 1793-1795, il nipote invece dello zio. È la stessa caricatura nelle circostanze che accompagnano la seconda edizione del 18 brumaio [6].

Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia. Così Lutero si travestì da apostolo Paolo [7]; la rivoluzione del 1789-1814 indossò successivamente i panni della Repubblica romana e dell’Impero romano [8]; e la rivoluzione del 1848 non seppe fare di meglio che la parodia, ora del 1789, ora della tradizione rivoluzionaria del 1793-1795. Così il principiante che ha imparato una lingua nuova la ritraduce continuamente nella sua lingua materna ma non riesce a possederne lo spirito e ad esprimersi liberamente se non quando si muove in essa senza reminiscenze, e dimenticando in essa la propria lingua d’origine.

Al solo considerare queste evocazioni storiche di morti, si palesa tosto una spiccata differenza. Camille Desmoulins [9], Danton, Robespierre, Saint-Just [10], Napoleone, tanto gli eroi quanto i partiti e la massa della vecchia Rivoluzione
francese adempirono, in costume romano e con frasi romane, il compito dei tempi loro, quello di liberare dalle catene e di instaurare la moderna società borghese. Gli uni spezzarono le terre feudali, e falciarono le teste feudali cresciute
sopra di esse. L’altro creò nell’interno della Francia le condizioni per cui poté cominciare a svilupparsi la libera concorrenza, poté essere sfruttata la proprietà fondiaria suddivisa, e poté essere impiegata la forza produttiva industriale, della nazione liberata dalle sue catene; e al di là dei confini della Francia spazzò dappertutto le istituzioni feudali, nella misura in cui ciò era necessario per creare alla società borghese in Francia un ambiente corrispondente sul continente europeo [11]. Una volta instaurata la nuova formazione sociale disparvero i mostri antidiluviani; e con essi disparve la romanità risuscitata: i Bruti, i Gracchi, i Publicola, i tribuni, i senatori e lo stesso Cesare [12]. La società borghese, nella sua fredda realtà, si era creati i suoi veri interpreti e portavoce nei Say, nei Cousin, nei Royer-Collard, nei Benjamin Constant e nei Guizot [13]. I suoi veri generali sedevano al banco del commerciante, e la testa di lardo di Luigi XVIII [14] era la sua testa politica. Completamente assorbita nella produzione della ricchezza nella lotta pacifica della concorrenza, essa finì col dimenticare che i fantasmi dell’epoca romana avevano vegliato attorno alla sua culla. Ma per quanto poco eroica sia la società borghese, per metterla al mondo erano però stati necessari l’eroismo, l’abnegazione, il terrore, la guerra civile e le guerre tra i popoli. E i suoi gladiatori avevano trovato nelle austere tradizioni classiche della repubblica romana gli ideali e le forme artistiche, le illusioni di cui avevano bisogno per dissimulare a se stessi il contenuto grettamente borghese delle loro lotte e per mantenere la loro passione all’altezza della grande tragedia storica. Così, in un’altra tappa dell’evoluzione, un secolo prima, Cromwell e il popolo inglese avevano preso a prestito dal Vecchio Testamento le parole, le passioni e le illusioni per la loro rivoluzione borghese [15]. Raggiunto lo scopo reale, condotta a termine la trasformazione borghese della società inglese, Locke dette lo sfratto ad Abacuc [16].

La resurrezione dei morti servì, dunque, in quelle rivoluzioni a magnificare le nuove lotte, non a parodiare le antiche; a esaltare nella fantasia i compiti che si ponevano, non a sfuggire alla loro realizzazione; a ritrovare lo spirito della
rivoluzione, non a rimetterne in circolazione il fantasma.

Dal 1848 al 1851, della vecchia rivoluzione non circolò altro che lo spettro, a partire da Marrast, il républicain en gants jaunes, che si camuffò con la maschera del vecchio Bailly [17], sino all’avventuriero che nasconde le sue fattezze
ripugnanti e triviali sotto la mortuaria maschera di ferro di Napoleone. Un popolo intiero, il quale credeva di aver dato a se stesso, con la rivoluzione, la capacità di un progresso più rapido, si vede bruscamente ricacciato in un’epoca
scomparsa, e affinché non sia possibile nessuna illusione circa il ritorno passato, ricompaiono le vecchie date, il vecchio calendario, i vecchi nomi, i vecchi editti, caduti da tempo nel regno degli eruditi di antiquaria, e i vecchi sbirri, che da
tempo sembravano andati in decomposizione. La nazione sente di trovarsi nella situazione di quell’inglese pazzo a Bedlam [18], che crede di vivere al tempo degli antichi Faraoni, e ogni giorno si lagna delle improbe fatiche cui deve
sobbarcarsi come minatore nelle miniere d’oro dell’Etiopia, sepolto vivo in quelle prigioni sotterranee, con una fioca lanterna fissata sul capo, il guardiano di schiavi alle calcagne con una lunga frusta, e all’uscita della galleria
un’accozzaglia di schiavi barbari, i quali né comprendono i forzati. che lavorano nelle miniere, né si comprendono tra di loro, perché non parlano una lingua comune. “E tutto questo – geme l’inglese maniaco – viene fatto a me, libero
cittadino della Gran Bretagna, per estrarre oro per gli antichi Faraoni.” “Per pagare i debiti della famiglia Bonaparte” — geme la nazione francese [19]. L’inglese, fino a che ebbe l’uso della ragione, non poté liberarsi dall’idea fissa della
estrazione dell’oro. I francesi, fino a che furono in rivoluzione, non poterono sbarazzarsi dei ricordi napoleonici, come ha provato l’elezione del 10 dicembre [20]. Essi volevano sfuggire ai pericoli della rivoluzione e ritornare alle “pignatte
delle carni” egiziane [21], e la risposta fu il 2 dicembre 1851. Non hanno soltanto la caricatura del vecchio Napoleone; hanno Napoleone in persona, nelle fattezze caricaturali che gli si addicono alla metà del secolo decimonono.
La rivoluzione sociale del secolo decimonono [22] non può trarre la propria poesia dal passato, ma solo dall’avvenire. Non può cominciare a essere se stessa prima di aver liquidato ogni fede superstiziosa nel passato. Le precedenti
rivoluzioni avevano bisogno di reminiscenze storiche per farsi delle illusioni sul proprio contenuto. Per prendere coscienza del proprio contenuto, la rivoluzione. dei secolo decimonono deve lasciare che i morti seppelliscano i loro
morti. Prima la frase sopraffaceva il contenuto; ora il contenuto trionfa sulla frase.

La rivoluzione del febbraio fu per la vecchia società un colpo di sorpresa, e il popolo fece di questo colpo di mano riuscito un avvenimento di importanza storica mondiale, che apriva un’epoca nuova [23]. Il 2 dicembre la rivoluzione di
febbraio viene fatta sparire col trucco d’un baro, e ciò che appare rovesciato non è più la monarchia, ma le concessioni liberali che le erano state strappate con un secolo di lotte. Invece della conquista di un nuovo contenuto da parte della
società stessa, sembra soltanto che lo Stato sia tornato alla sua forma più antica, al dominio puro e insolente della spada e della tonaca [24]. E’ così che al coup de main del febbraio 1848 risponde il coup de téte [25] del dicembre 1851. La
farina del diavolo va in crusca. Ma frattanto il tempo non è passato invano. Negli anni dal 1848 al 1851 la società francese ha ricuperato — e con un metodo più rapido, perché rivoluzionario — gli studi e le esperienze che, se la
rivoluzione si fosse compiuta in modo regolare e, per così dire, scolastico, avrebbero dovuto precedere la rivoluzione di febbraio, affinché essa fosse qualcosa di più di un sommovimento superficiale. La società sembra ora esser tornata più
indietro del suo punto di partenza; in realtà è soltanto ora ch’essa deve crearsi il punto di partenza rivoluzionario, la situazione, i rapporti, le condizioni nelle quali soltanto la rivoluzione moderna diventa una cosa seria.
Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo decimottavo, passano tempestosamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l’un l’altro, gli uomini e le cose sembrano illuminati da fuochi di bengala l’estasi è lo
stato d’animo d’ogni giorno. Ma hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto culminante: e allora una nausea si impadronisce della società, prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta [26]. Le rivoluzioni proletarie invece, quelle del secolo decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompono ad ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava cosa compiuta per ricominciare
daccapo, si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di
nuovo più formidabile di fronte ad esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall’infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano:

Hie Rhodus, hic salta!
Qui è la rosa, qui devi ballare! [27].

Del resto, pur senza aver seguito a passo a passo il corso degli avvenimenti in Francia, anche un osservatore mediocre doveva avere, il presentimento che la rivoluzione andava incontro a un fallimento inaudito. Era sufficiente ascoltare i presuntuosi latrati di trionfo coi quali i signori democratici si felicitavano reciprocamente per gli effetti miracolosi della seconda [domenica] di maggio del 1852 [28]. La seconda [domenica] di maggio era diventata per loro un’idea fissa, un dogma, come pei chiliasti il giorno in cui Cristo avrebbe dovuto risorgere un’altra volta e dar principio al regno millenario [29]. La debolezza aveva trovato un rifugio, come sempre, nella fede nei miracoli; credeva di aver battuto il nemico perché lo aveva esorcizzato nella propria fantasia; perdeva ogni comprensione del presente, rapita nell’inerte esaltazione dell’avvenire e delle azioni ch’essa aveva in animo di compiere e non voleva ancora tradurre in atto. Gli eroi, che si sforzavano di smentire la propria manifesta incapacità inviandosi in vicenda le loro condoglianze e accozzandosi in un sol mucchio, avevano già fatto le loro valigie, si erano cinte in anticipo corone d’alloro ed erano occupati a scontare in Borsa le repubbliche in partibus [30] per le quali, nel silenzio delle loro anime modeste, avevano già avuto la previdenza di organizzare il personale governativo. Il 2 dicembre li colpì come un fulmine a ciel sereno; e i popoli, che nei periodi di depressione e di scoraggiamento lasciano volentieri stordire la loro paura segreta da coloro che gridano più forte, si saranno forse convinti che sono passati i tempi in cui lo schiamazzo delle oche poteva salvare il Campidoglio [31].
La Costituzione, l’Assemblea nazionale, i partiti dinastici, i repubblicani azzurri e rossi, gli eroi dell’Africa, i fulmini della tribuna, i lampi della stampa quotidiana; tutta la letteratura, le celebrità politiche e le nomee intellettuali, il diritto
civile e quello penale, la liberté, l’égalité, fraternité [32] e la seconda [domenica] di maggio del 1852, tutto è svanito come una fantasmagoria davanti alla formula magica lanciata da un uomo che i suoi avversari stessi riconoscono essere
tutt’altro che un mago [33]. Il suffragio universale sembra sopravvissuto un momento soltanto per fare in faccia a tutto il mondo il proprio testamento olografo e dichiarare in nome del popolo stesso: “Tutto ciò che esiste merita di andare alla malora” [34].

Non basta dire come fanno i francesi che la loro nazione è stata colta alla sprovvista. Non si perdona a una nazione, come non si perdona a una donna, il momento di debolezza in cui il primo avventuriero ha potuto farle violenza. Con
queste spiegazioni l’enigma non viene risolto, ma soltanto formulato in modo diverso. Rimane da spiegare come una azione dì 36 milioni di abitanti abbia potuto essere colta alla sprovvista da tre cavalieri di industria e ridotta in schiavitù
senza far resistenza.

Ricapitoliamo a grandi tratti le fasi percorse dalla rivoluzione francese dal 24 febbraio 1848 sino al dicembre 1851. Tre sono i periodi principali che è impossibile confondere: periodo di febbraio; dal 4 maggio 1848 sino al 29 maggio
1849; il periodo della costituzione della repubblica o dell’Assemblea nazionale costituente; dal 29 maggio 1849 sino al 21 dicembre 1851; il periodo della repubblica costituzionale o dell’Assemblea nazionale legislativa.
Il primo periodo, dal 24 febbraio o dalla caduta di Luigi Filippo [35] sino al 4 maggio 1848, quando si riunì l’Assemblea costituente, cioè il periodo di febbraio propriamente detto, può essere considerato come il prologo della
rivoluzione [36]. Il suo carattere si espresse ufficialmente nel fatto che il governo da essa improvvisato si dichiarò da sé provvisorio, e al pari del governo tutto ciò che in questo periodo venne proposto, tentato, dichiarato, non lo fu che
provvisoriamente. Nessuno e nulla osò reclamate per sé il diritto all’esistenza e all’azione reale [37]. Tutti gli elementi che avevano preparato o determinato la rivoluzione, l’opposizione dinastica, la borghesia repubblicana, la piccola
borghesia repubblicana democratica, i lavoratori socialdemocratici, trovarono posto provvisoriamente nel governo di febbraio [38].

Né poteva essere altrimenti. Le giornate di febbraio miravano in origine a una riforma elettorale, per cui la cerchia dei privilegiati politici in seno alla classe abbiente stessa doveva essere allargata, e il dominio esclusivo dell’aristocrazia
finanziaria doveva essere rovesciato [39]. Ma quando il conflitto scoppiò per davvero, quando il popolo salì sulle barricate, quando la Guardia nazionale rimase passiva [40], l’esercito non oppose nessuna resistenza seria e la monarchia prese la fuga, allora la repubblica sembrò imporsi da sé; ogni partito la interpretò a modo suo. Poiché essa era stata conquistata dal proletariato con le armi in pugno, questi le impresse il suo suggello e la proclamò repubblica sociale. Così venne additato il contenuto generale della rivoluzione moderna, contrastante nel modo più singolare con tutto ciò che, dato il grado di educazione raggiunto dalla massa, date le circostanze e le condizioni del tempo, poteva essere messo in opera lì per lì col materiale esistente. D’altro lato, le pretese di tutti gli altri elementi che avevano cooperato alla rivoluzione di febbraio trovarono un riconoscimento nella parte leonina ch’essi ricevettero nel governo.
In nessun periodo troviamo quindi una miscela più eterogenea di frasi alate e di indecisione e goffaggine reali, delle più entusiastiche aspirazioni di rinnovamento e del dominio più solido del vecchio trantran, della più apparente armonia di
tutta la società e dell’antagonismo più profondo fra i suoi elementi. Mentre il proletariato di Parigi si inebriava ancora nella visione della grande prospettiva che gli si apriva dinanzi e si abbandonava a gravi discussioni sui problemi sociali,
le vecchie potenze della società si erano raggruppate, riunite e messe d’accordo, e trovarono un appoggio inatteso nella massa della nazione, nei contadini e nei piccoli borghesi, i quali, cadute le barriere della monarchia di luglio, si precipitavano tutti ad un tempo sulla scena politica [41].

Il secondo periodo, che va dal 4 maggio 1848 sino alla fine del maggio 1849, è il periodo della costituzione, della fondazione della repubblica borghese. Immediatamente dopo le giornate di febbraio non soltanto l’opposizione dinastica era stata presa alla sprovvista dai repubblicani, e questi dai socialisti, ma tutta la Francia era stata presa alla sprovvista da Parigi [42]. L’Assemblea nazionale, che si riunì il 4 maggio 1848, essendo uscita dal suffragio della nazione, rappresentava la nazione. Era una protesta vivente contro le pretese delle giornate di febbraio e doveva ridurre i risultati della rivoluzione a misura borghese [43]. Invano il proletariato parigino, il quale comprese immediatamente il carattere di quest’Assemblea nazionale, tentò alcuni giorni dopo la sua riunione, il 15 maggio, di negarne con la violenza l’esistenza, di scioglierla, di scomporre di nuovo nei suoi singoli elementi costitutivi l’organismo attraverso il quale lo spirito reazionario della nazione lo minacciava [44]. Com’è noto, il 15 maggio non ebbe nessun altro risultato all’infuori di quello di allontanare dalla pubblica scena, per tutta la durata del periodo che stiamo considerando, Blanqui e i suoi compagni, cioè i veri capi del partito proletario [45].

Alla monarchia borghese di Luigi Filippo può succedere soltanto la repubblica borghese, il che vuol dire che se prima una parte limitata della borghesia regnava in nome dei re, ora deve dominare in nome del popolo la totalità della
borghesia. Le rivendicazioni del proletariato parigino sono fandonie utopistiche, con le quali si deve farla finita. A questa dichiarazione dell’Assemblea nazionale costituente, il proletariato parigino rispose con l’insurrezione di giugno,
l’avvenimento più grandioso nella storia delle guerre civili europee. La repubblica borghese trionfò [46]. Essa aveva per sé l’aristocrazia finanziaria, la borghesia industriale, il ceto medio, i piccoli borghesi, l’esercito, la canaglia organizzata
in Guardia mobile [47], gli intellettuali, i preti e la popolazione rurale. Il proletariato non aveva al suo fianco altro che se stesso. Più di 3.000 insorti vennero massacrati dopo la vittoria; 15.000 deportati senza processo. Con questa disfatta
il proletariato si ritira tra le quinte della scena rivoluzionaria. Esso cerca di farsi nuovamente avanti ogni volta che il movimento sembra prendere un nuovo slancio, ma con un’energia sempre più ridotta e con un risultato sempre più
piccolo. Non appena uno degli strati sociali a lui sovrastanti entra in fermento rivoluzionario, il proletariato stabilisce con esso un collegamento, e in questo modo condivide tutte le sconfitte che i vari partiti subiscono l’uno dopo l’altro
[48]. Ma questi colpi successivi diventano via via tanto più deboli quanto più si ripartiscono su tutta la superficie della società. I rappresentanti più cospicui del proletariato nell’Assemblea e nella stampa sono vittime, l’uno dopo l’altro, dei
tribunali [49], e figure sempre più equivoche prendono il loro posto. In parte, esso sì abbandona a esperimenti dottrinari, banche di scambio e associazioni operaie, cioè a un movimento in cui rinuncia a trasformare il vecchio mondo coi grandi mezzi collettivi che gli sono propri, e cerca piuttosto di conseguire la propria emancipazione alle spalle della società, in via privata, entro i limiti delle sue meschine condizioni d’esistenza, e in questo modo va necessariamente al fallimento [50]. Sembra ch’esso non possa più ritrovare in se stesso la grandezza rivoluzionaria né attingere nuova energia dalle alleanze nuovamente contratte, sino a che tutte le classi contro le quali ha lottato in giugno non giacciono al suolo al suo fianco. Ma, per lo meno, esso soccombe con gli onori di una grande battaglia storica. Non soltanto la Francia, ma tutta l’Europa trema davanti al terremoto di giugno [51], mentre le successive disfatte delle classi più elevate vengono ottenute cosi a buon mercato, che è necessaria l’insolente esagerazione del partito vittorioso per poterle far passare come avvenimenti di importanza, ed esse diventano tanto più vergognose quanto più il partito che soccombe è lontano dal partito proletario [52].

Certo, la disfatta degli insorti di giugno aveva preparato, spianato, il terreno su cui poteva essere fondata, stabilita, la repubblica borghese [53]; però, aveva allo stesso tempo mostrato che si ponevano in Europa ben altri problemi che di
“repubblica o monarchia”; aveva rivelato che repubblica borghese significa dispotismo assoluto di una classe su altre classi; aveva provato che in paesi di vecchia civiltà e con una avanzata struttura di classe, con condizioni di produzione
moderne e una coscienza spirituale in cui tutte le idee tradizionali sono state dissolte da un lavoro secolare, la repubblica non è altro, in generale, che la forma politica del rovesciamento della società borghese, ma non la forma della sua conservazione, come avviene, per esempio, negli Stati Uniti d’America, dove classi sociali esistono già, senza dubbio, ma non si sono ancora fissate, e in un flusso continuo modificano continuamente le loro parti costitutive e se le cedono; dove i moderni mezzi di produzione, invece di coincidere con un eccesso di popolazione stagnante, compensano piuttosto la relativa scarsezza di teste e di braccia; e dove infine lo slancio giovanilmente febbrile della produzione materiale, che deve conquistarsi un mondo nuovo, non ha ancora lasciato né il tempo né l’opportunità di far piazza pulita del vecchio mondo spirituale.

Tutte le classi e tutti i partiti si erano uniti durante le giornate di giugno nel partito dell’ordine per fronteggiare la classe proletaria, considerata come il partito dell’anarchia, del socialismo, del comunismo. Essi avevano “salvato” la società
dai “nemici della società”. Essi avevano dato alle loro truppe le parole d’ordine della vecchia società: “Proprietà, famiglia, religione, ordine”, e gridato alla crociata controrivoluzionaria: “In questo segno vincerai!” [54]. A partire da questo momento, non appena uno dei numerosi partiti che sotto questa insegna si erano schierati contro gli insorti di giugno cerca, nel suo proprio interesse di classe, di tenere il campo della rivoluzione, viene schiacciato al grido di “proprietà, famiglia, religione, ordine” [55]. La società viene salvata tanto più spesso, quanto più si restringe la cerchia dei suoi dominatori, quanto più un interesse più ristretto prevale sugli interessi più larghi [56]. Ogni rivendicazione della più semplice riforma finanziaria borghese, del liberalismo più ordinario, del repubblicanesimo più formale, della democrazia più volgare, viene ad un tempo colpita come “attentato contro la società” e bollata come “socialismo” [57].
E alla fine gli stessi grandi sacerdoti della “religione e dell’ordine” vengono cacciati a pedate dai loro tripodi pitici [58], strappati in piena notte dai loro letti, stivati nelle vetture cellulari, gettati in carcere o spediti in esilio. Il loro tempio [59]
viene raso al suolo, la loro bocca suggellata, la loro penna spezzata, la loro legge infranta, in nome della religione, della proprietà, della famiglia, dell’ordine. Borghesi fanatici dell’ordine vengono fucilati ai loro balconi da bande di soldati
ubriachi, il sacrario della loro famiglia viene profanato, le loro case vengono bombardate per passatempo in nome della proprietà, della famiglia, della religione e dell’ordine [60]. La feccia della società borghese forma, in ultima istanza, la
falange sacra dell’ordine e Crapülinski, l’eroe [61], fa il suo ingresso alle Tuileries [62] come “salvatore della società”.

 

Note
1.Georg Wilhelm Friedrich Hegel(1770-1831). Per una breve sintesi della filosofia hegeliana è per l’influenza che essa ha esercitato sulla formazione di Marx e di Engels, nonché per là critica da essi
compiuta al nucleo metafisico del pensiero hegeliano nei loro anni giovanili. cfr. la breve introduzione di F. Codino a K. Marx – F. Engels, La concezione materialistica della storia, Roma, Editori
Riuniti, 1969. Per notizie più ampie cfr. A. Cornu, Marx ed Engels. Dal liberalesimo al comunismo, Milano, Feltrinelli, 1971.
2. Marc Caussidière (1808-1861), repubblicano piccolo-borghese. Aveva partecipato all’insurrezione operaia di Lione, del 1834. Nel 1848 sotto il Governo provvisorio, fu prefetto di polizia a Parigi.
Fu costretto a dare le dimissioni dopo l’invasione popolare del parlamento, avvenuta il 15 maggio 1848, sotto l’accusa di averla favorita. Dopo l’insurrezione di giugno, dichiarato complice dei fatti del
15 maggio, dovette riparare in Inghilterra.
3.Georges Jacques-Danton (1759-1794), giacobino francese, ebbe una parte preminente negli avvenimenti rivoluzionari dell’agosto 1792, che portarono alla proclamazione della repubblica e alla
convocazione della Convenzione per l’elaborazione di una nuova costituzione democratica. Ministro della giustizia, dall’agosto all’ottobre 1792, poi deputato alla Convenzione. Fallito il suo tentativo
di riconciliarsi coi girondini si avvicinò alla Montagna, ma caldeggiò una politica più moderata, finché, sotto l’accusa di cospirazione, fu ghigliottinato nel marzo del 1794.
4. Louis Blanc (1811-1882), “socialista dottrinario”, autore di opere storiche sul recente passato della Francia. Pubblicò nel 1840 il celebre scritto L’Organisation du travail [L’organizzazione dei
lavoro]. In esso, al fine di evitare i danni provocati dalla concorrenza (generatrice di monopolio) sia agli operai sia ai borghesi, egli proponeva di organizzare il lavoro mediante laboratori sociali,
attrezzati dal governo nei settori principali dell’industria e dell’agricoltura. Al fine di evitare lo Stato tiranno, questi dovevano poi divenire indipendenti ed avere direzioni elettive. Anche i capitalisti
avrebbero potuto fornire capitale (a interesse normale) ai laboratori. Si sarebbe verificato, in tal modo, “l’assorbimento progressivo e pacifico dei laboratori privati da parte dei laboratori nazionali” e la
sostituzione dell’associazione alla concorrenza, “senza brutalità, senza scosse”. Membro dei Governo provvisorio, poi deputato alla Costituente, fu accusato di complicità per i fatti del 15 maggio, e
dovette riparare all’estero dopo i fatti di giugno, nei quali però non ebbe alcuna parte. Sulle illusioni di cui egli nutrì gli operai sotto il Governo provvisorio cfr. K. Marx. Le lotte di classe, cit., pp. 110-
114.
5. Maximilien Marie Robespierre (1758-1794), deputato alla Costituente e poi alla Convenzione, fu nel periodo del Terrore la personalità più influente della Montagna e del Comitato di salute
pubblica. – Fu messo in minoranza dalla Convenzione e successivamente ghigliottinato insieme al Saint-Just nel luglio del 1794. Con la sua morte finì il periodo del Terrore, s’iniziò il governo dei
Termidoriani e il potere passò alla borghesia moderata.
6. Il 18 brumaio (9 novembre) 1799, Napoleone Bonaparte abbatté con un colpo di stato il regime dei Direttorio ed instaurò in Francia la sua tirannide personale, da cui doveva nascere, qualche anno
dopo, l’Impero. Il 2 dicembre 1851, Luigi Napoleone ripeté il gesto dello zio, distruggendo la repubblica del 1848 come questi aveva distrutto la repubblica del 1793. Di qui il titolo dell’opera di Marx.
L’accostamento fra il 2 dicembre e il 18 brumaio è assai diffuso nella letteratura antibonapartistica dell’epoca.
7. Martin Lutero (1483-1546) fu, l’iniziatore della Riforma protestante, che staccò dalla Chiesa di Roma la maggioranza del popolo tedesco. Alla tesi cattolica della giustificazione mediante la fede e le
opere, egli contrappose la tesi della giustificazione mediante la sola fede, di cui trovò l’ispirazione in un versetto di S. Paolo: “Nel Vangelo è rivelata una giustizia di Dio che si ha mediante la fede”.
Come già aveva affermato Engels nel 1850, le guerre di religione del secolo XVI “furono lotte di classi precisamente come le successive collisioni interne in Inghilterra e in Francia. Se queste lotte di
classi portarono allora parole d’ordine religiose, se gli interessi, i bisogni, le aspirazioni delle singole classi, si nascosero sotto una maschera religiosa”, ciò fu dovuto alle condizioni di un’epoca in cui
la Chiesa aveva subordinato alla teologia tutta l’attività intellettuale ed era talmente compenetrata coi mondo feudale che un attacco contro quest’ultimo, connesso con nuove dottrine sociali, non
poteva che esprimersi in un attacco contro la Chiesa e la sua teologia (F. Engels, La guerra dei contadini in Germania, Roma, Edizioni Rinascita, 1949, pp. 47-48.
8. Marx riprende qui un motivo assai diffuso fra gli scrittori della prima metà del secolo XIX. Cfr., ad esempio, G. W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Firenze, La Nuova Italia, 1947, voi.
I, p. 202.
9. Camille Desmoulins (1760-1794), celebre giornalista della Grande Rivoluzione, membro della Convenzione e seguace di Danton. Ghigliottinato nel periodo del Terrore.
10. Louis Antoine Saint-Just (1767-1794), uno dei capi della Montagna di cui rappresentò le tendenze sociali più avanzate. Fu membro dei Comitato di salute pubblica e stretto collaboratore di
Robespierre, insieme al quale subì la ghigliottina nel luglio 1794, dopo il rovesciamento del predominio montagnardo.
11. La politica di Napoleone I sviluppò al massimo l’attività della borghesia francese. A tale scopo egli garantì da ogni ritorno dei vecchi padroni feudali i proprietari che avevano acquistato durante la
rivoluzione i beni della Chiesa e degli emigrati; operò per superare, mediante un’accentuata centralizzazione statale, il particolarismo regionale e municipale che ostacolava l’espansione economica;
fondò un nuovo sistema fiscale fondato sull’esclusione di ogni privilegio, sull’uguaglianza tributaria, sull’eliminazione degli antichi arbitri nella riscossione delle imposte, sulla formazione di un
catasto dì beni fondiari destinato a stabilizzare le contribuzioni. In particolare Napoleone promulgò un codice civile che consentiva lo sviluppo senza inceppi dei capitale mobile. Esso prevedeva la
piena tutela della proprietà borghese ad opera dello Stato e dei tribunali, liberava la proprietà da ogni vincolo feudale e ne sanciva la piena disponibilità, divisibilità e trasmissibilità. Mediante
l’introduzione del nuovo codice civile nei territori europei conquistati con una lunga serie di guerre e amministrati secondo le esigenze economiche della borghesia francese (Belgio, Olanda, Italia,
paesi renani, ecc.), mediante l’abolizione in essi degli istituti feudali, dei fidecommessi, degli usi civici ecc., Napoleone contribuì in pari tempo allo sviluppo borghese di questi paesi e al rafforzamento
della borghesia francese, che trovò in tale politica una condizione favorevole per l’allargamento dei propri mercati.
12.A L. Giunio Bruto e a Valerio Publicola, protagonisti dell’abbattimento della monarchia a Roma e insieme consoli nel 509 a. C., si richiamarono spesso i rivoluzionari francesi dei secolo XVIII, in
connessione con l’abbattimento della monarchia e la fondazione della Prima Repubblica. Ai due fratelli Tiberio e Caio Gracco (tribuni della plebe rispettivamente nel 133 e nel 123 a. C. e fautori di
una riforma agraria a favore della plebe) si richiamarono durante la rivoluzione le correnti socialmente più avanzate che rivendicavano una “legge agraria” (come avvenne ad esempio col Babeuf, che
spesso firmò i suoi articoli col nome di Gracco). Alla politica, seguita da Caio Giulio Cesare (100-44 a. C.) per l’instaurazione della propria dittatura fu spesso paragonata l’ascesa di Napoleone I al
consolato e all’impero.
13. Jean Baptiste Say (1767-1832), autore di opere considerate classiche dagli economisti borghesi, e molto in voga sotto la Restaurazione. Fu considerato da Marx il padre dell’”economia volgare”. –
Victor Cousin considerato capo della cosiddetta scuola filosofica eclettica; esercitò una notevole influenza culturale sotto la Monarchia di luglio; fu ministro dell’istruzione nel governo Thiers. – Pierre
Paul Royer-Collard (1763-1845) filosofo spiritualista, deputato e presidente della Camera sotto la Restaurazione fu uno dei “dottrinari monarchici” che propugnarono una monarchia costituzionale di
tipo inglese. Di orientamento cattolico, ma contrario al clericalismo. La sua attività perdette ogni rilievo dopo il 1830. – Benjamin Constant (1767-1830), liberale moderato, avversario di Napoleone e,
sotto la Restaurazione, esponente dell’opposizione borghese insieme a Thiers, Cousin e Guizot. Presidente del Consiglio di Stato dopo la rivoluzione dei luglio 1830. – François Guizot (1787-1874),
importante storico di origine protestante, consigliere di Stato e membro dell’opposizione borghese sotto la Restaurazione. Fu uno dei capi della Rivoluzione di luglio del 1830, dopodiché fu più volte
ministro dell’istruzione e degli interni. Dal 1840 al 1848 ministro degli esteri nel gabinetto Soult, di cui fu però il capo. Nel 1847 presidente del consiglio. Assertore di un liberalismo moderato, il
cosiddetto “giusto mezzo”, rappresentò alla camera le posizioni dell’aristocrazia finanziaria. La rivoluzione di febbraio lo allontanò dalla vita politica attiva.
14. Luigi XVIII (1755-1824), re di Francia dal 1814.
15. Oliver Cromwell (1599-1658) capo delle forze parlamentari e della borghesia rivoluzionaria inglese che, nel 1649, sconfissero re Carlo I e istituirono la Repubblica. Nell’ambito di questa, sotto la
dittatura di Cromwell, furono realizzate le principali rivendicazioni economico-sociali della borghesia inglese. Marx allude qui al peso che ebbero durante la rivoluzione borghese, in Inghilterra, gli
ideali religiosi calvinistici e puritani (i cui seguaci si richiamavano frequentemente al Vecchio Testamento), abbracciati dalla borghesia rivoluzionaria in lotta contro l’assolutismo degli Stuarts,
tendente a restaurare il cattolicesimo. Sui rapporti fra protestantesimo, lotta antifeudale e spirito del capitalismo cfr. Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, Roma, Editori Riuniti,
1971, p. 47-50, K. Marx, Il capitale, Roma, Editori Riuniti, 1970, I, 1, pp. 92-93 e 301.
16. John Locke (1632-1704) è il filosofo empirista inglese che, nei suoi scritti economici e politici, teorizzò in senso borghese il diritto di proprietà, l’uguaglianza nella vita politica, la divisione dei
poteri e la tolleranza religiosa. Quando ebbe raggiunto i suoi fini, la borghesia inglese abbandonò i miti religiosi che avevano dissimulato i suoi interessi e sorretto nel momento della lotta la sua
tensione rivoluzionaria, (miti che Marx, ironicamente, fa impersonare da Abacuc, uno dei profeti minori del Vecchio Testamento), per rivolgersi a teorie che, come quella di Locke, esprimevano senza
veli la sua concezione del mondo.
17. Repubblicano in guanti gialli è chiamato da Marx il repubblicano borghese Armand Marrast (1801-1852), redattore del National fino al 1848, poi membro dei Governo provvisorio e sindaco di
Parigi, per l’ostentata signorilità con cui egli, allora soprannominato il marchese della repubblica, si sforzò di adempiere all’ufficio di presidente della Costituente dal giugno 1848 allo scioglimento
dell’Assemblea. Marx lo paragona all’astronomo francese Jean Sylvain Bailly (1736-1793), deputato nel 1789 agli Stati generali (poi trasformatisi in Costituente), poiché durante la Rivoluzione
francese il Bailly fu come il Marrast un moderato e ricoprì le cariche di presidente della Costituente e di sindaco di Parigi. Inoltre così come il Marrast aveva partecipato alla repressione
dell’insurrezione operaia di giugno, il Bailly era stato corresponsabile della sanguinosa repressione del luglio 1791 contro i cittadini riunitisi al Campo di Marte, dopo il tentativo di fuga del re per
firmare una petizione repubblicana.
18. Famoso manicomio inglese.
19. Quello dei grandi debiti di Luigi Napoleone è uno dei motivi più diffusi della polemica antibonapartistica contemporanea. Tali debiti erano divenuti immensi a causa delle spese necessarie per
finanziare gli agenti bonapartisti.
20. Sul 10 dicembre 1848, in cui L. Napoleone fu eletto presidente della repubblica, cfr. qui p. 76 e, in K. Marx, Le lotte di classe cit., le pp, 169-173.
21. Secondo, una storia biblica (Esodo, 16, 3), fra gli ebrei che fuggivano dall’Egitto, dove erano stati lungamente schiavi, si manifestò un grande scoraggiamento a causa della difficoltà del viaggio,
per cui molti avrebbero preferito, ad una libertà riacquistata a prezzo di tanti sacrifici, la sazia schiavitù fino ad allora sopportata. Nello stesso modo i francesi preferirono, alla libertà densa di pericoli
rivoluzionari, la tranquilla schiavitù sotto un nuovo Napoleone che fungesse da sentinella dell’ordine.
22. Cioè la rivoluzione proletaria.
23. Sullo svolgimento della rivoluzione di febbraio cfr. K. Marx, Le lotte di classe cit., pp. 101 e sg.
24. Con gli intrighi e la dittatura di un avventuriero come L. Napoleone, ciò che appare rovesciato non è cioè, come nel febbraio dei 1848; la monarchia (che anzi essa si va ricostituendo nel quadro di
una restaurazione imperiale napoleonica), bensì appaiono e sono rovesciate non solo le libertà democratiche sancite dalla costituzione dei 1848, ma le stesse libertà più limitate (divisione dei poteri,
esistenza di un parlamento effettivo anche se eletto a suffragio ristretto ecc.) che, perfino nel periodo della Restaurazione, la monarchia era stata costretta a concedere sotto l’influsso delle lotte svoltesi
in Francia dal 1789 in poi. Anziché una trasformazione sociale in senso più avanzato, sembra dunque che le lotte dei 1848 in tale direzione abbiano invece provocato un ritorno dello Stato dalla fase
delle concessioni liberali alla fase più antica dell’assolutismo, caratterizzata dal predominio dell’esercito (di cui L. Napoleone si era servito per realizzare il colpo di stato) e dei preti (che a partire dal
10 dicembre 1848 gli avevano garantito l’appoggio dei contadini).
25. Colpo di mano… colpo di testa.
26. Cfr. nella Introduzione di Engels a K. Marx, Le lotte di classe cit., le pp. 56-57. Marx allude alla rapida disintegrazione, al termine della fase ascendente delle passate rivoluzioni borghesi, della
base sociale delle forze più avanzate. Così i livellatori, durante la rivoluzione inglese del secolo XVII, dopo la proclamazione della repubblica, e la loro sconfitta dei maggio 1649, si disintegrarono
rapidamente. Lo stesso accadde in Francia ai giacobini i quali, dopo la vittoria della reazione termidoriana e il fallimento dei due tentativi insurrezionali dell’aprile e del giugno 1705, perdettero
rapidamente la loro base popolare.
27. Questa parodia della battuta di una nota favola esopiana (sullo smargiasso che si vantava di aver saltato perfino il colosso di Rodi, e a cui fu detto: “Ecco Rodi, ora puoi saltare”) si trova già in
Hegel. Nella sua Prefazione alla Filosofia del diritto, dopo aver citato lo stesso verso, Hegel così continuava: “Con. una piccola variante quella tal frase suonerebbe: Qui è la rosa, qui devi ballare” (In
greco i nomi di “Rodi” e “rosa” sono quasi uguali). La trasformazione non s’intende se non si tiene presente che qualche rigo dopo Hegel polemizza contro la rosa nella croce del presente simbolo
della società dei Rosacroce, setta di illuminati del secolo XVII che avevano precorso la massoneria e si erano diffusi particolarmente in Italia (dove ebbero fra i loro affiliati anche Cagliostro)
28. Secondo l’art. 45 della Costituzione del 1848, la seconda domenica di maggio del 1852, sarebbe scaduto il mandato quadriennale del presidente della repubblica e sarebbe stato eletto il nuovo
presidente. I democratici della Montagna, specialmente gli esuli, speravano che tale elezione avrebbe portato il loro partito al potere. Perciò essi anche dopo la soppressione universale, orientarono la
loro attività in quella prospettiva.
29. Furono chiamati chiliasti i seguaci del millenarismo, una credenza nella realizzazione di un regno glorioso e temporale di Cristo prima del giudizio finale. Secondo un computo desunto
dall’Apocalisse tale regno era destinato a durare mille anni. I chiliasti furono numerosi fra i cristiani i primi secoli. Vi fu una ripresa della loro credenza in alcuni ambienti entusiasti al tempo della
Riforma. Come i chiliasti attendevano il regno millenario di Cristo, i piccoli borghesi attendevano, dalle elezioni del 1852, il regno millenario della repubblica democratica.
30. Cioè in partibus infidelium, nelle terre degli infedeli. Si usava aggiungere questa espressione al titolo dei vescovi cattolici il cui ufficio era pura mente nominale, in quanto la loro diocesi era situata
in terre occupate dagli infedeli. Tale espressione fu frequentemente usata da Marx e da Engels a proposito dei governi costituiti all’estero da emigrati politici, spesso incapaci di tener conto della
situazione politica reale dei loro paese. Tali erano i democratici piccolo-borghesi che, nel febbraio del 1851, avevano costituito a Londra una specie di governo centrale della democrazia europea, con
lo scopo di dirigere le lotte dei partiti democratici nei vari paesi. Ad esso parteciparono Mazzini, Ruge, Ledru-Rollin ecc. In concomitanza con esso sorsero a Londra comitati o “governi provvisori”
per i singoli paesi. Su ciò cfr. la corrispondenza fra Marx ed Engels dei primi mesi del 1851 in Carteggio Marx-Engels, cit., voi. I.
31. Intorno al 390 a.C. i Galli occuparono Roma, ad eccezione del Campidoglio, i cui difensori, secondo la tradizione, furono svegliati dallo schiamazzo delle oche del tempio di Giunone e così salvati
da un attacco di sorpresa degli invasori.
32. Libertà, uguaglianza, fraternità. E’ la parola d’ordine che il 25 febbraio accompagnò la proclamazione della repubblica e fu inserita nella costituzione del 1848. In essa, ma in particolare nella
fraternité, Marx individuò l’illusione dei democratici di aver dissolto, nella fratellanza universale, le contraddizioni di classe. Ciò fu presto smentito dall’insurrezione operaia di giugno e dalla crudeltà
della successiva repressione. Cfr. K. Marx, Le lotte di classe cit., pp. 117 e 139.
33. Il 2 dicembre 1851 la costituzione del 1848 fu soppressa insieme al parlamento. Furono in tal modo dispersi i due gruppi monarchici del partito dell’ordine, orleanisti e legittimisti, i repubblicani
puri o azzurri del National e i repubblicani piccolo-borghesi della Montagna. In pari tempo il colpo di Stato respinse nell’ombra gli eroi d’Africa (cioè i generali che avevano partecipato alle operazioni
militari svoltesi in Algeria tra il 1829 e il 1848, presenti in tutti i partiti borghesi, dal repubblicano Cavaignac, a Bedeau, a Lamoricière, al monarchico Changarnier), gli oratori politici più noti della
tribuna parlamentare (alla quale guardavano con nostalgia tutti gli scrittori antibonapartisti), i creatori di teorie sociali come Considérant e Proudhon, i letterati più noti dell’opposizione, da E. Sue a V.
Hugo.
34. Goethe, Faust, parte prima, “Stanza da studio”, parole di Mefistofele.
35. Su Luigi Filippo (1773-1850), re dei francesi dalla rivoluzione del luglio 1830 al febbraio 1848, e sui caratteri generali del periodo in cui fu sul trono cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 90-
102.
36. Su tale periodo cfr. ibidem le pp. 102-133. Marx lo chiama il prologo della rivoluzione, in quanto egli considera come vera rivoluzione solo quella proletaria, culminata nei fatti del giugno 1848.
37. In attesa della convocazione dell’Assemblea Costituente, il Governo provvisorio cercò di rinviare a questa ogni decisione sostanziale (compresa la proclamazione definitiva della repubblica,
imposta dalle masse nel febbraio), al fine di sottrarsi alla preponderanza del proletariato parigino e di rimettere ogni decisione definitiva alla “sobria Francia contro l’ebbra Parigi”.
38. Sulla composizione del governo provvisorio cfr. K. Marx, Le lotte di classe cit. pp. 103-105. Si chiamò opposizione dinastica il gruppo diretto da Odilon Barrot il quale, sotto la Monarchia di
luglio, rappresentava alla camera i circoli liberali della borghesia industriale e commerciale. Esso voleva una riforma elettorale che, allargando moderatamente il suffragio, permettesse alla borghesia
industriale e commerciale di ottenere la maggioranza, ma, in pari tempo, di conservare la dinastia orleanista e l’esclusione delle masse lavoratrici dalla vita politica. L’agitazione si estese, però, fra le
masse sorpassando queste modeste rivendicazioni e imponendo, con l’insurrezione, la repubblica e il suffragio universale.
39. Marx intende, con aristocrazia finanziaria, “i banchieri, i re della Borsa, i re delle ferrovie, i proprietari delle miniere di carbone e di ferro e delle foreste, e una parte della proprietà fondiaria venuta
con essi a un accordo”. Si tratta cioè di una “frazione” della borghesia (K. Marx, Le lotte di classe cit., p. 91).
40. La Guardia nazionale era una milizia di cittadini armati, destinata a presidiare le conquiste rivoluzionarie. Essa aveva fatto la sua comparsa durante la Rivoluzione francese ed era composta. da
elementi della borghesia nelle sue varie gradazioni. L’atteggiamento della Guardia nazionale fu decisivo per il risultato di ogni insurrezione scoppiata in Francia nel secolo XIX.
41. Cfr. K. Marx, Le lotte di classe cit., pp. 120-126, in cui vengono indicati i motivi economici che spinsero la piccola borghesia e i contadini a lottare a fianco della borghesia contro il proletariato: in
special modo il divieto di convertire in denaro, per un importo superiore a 100 franchi, le somme depositate sui libretti delle casse di risparmio (particolarmente dannosa per la prima) e l’imposta dei
45 centesimi (particolarmente dannosa per i secondi).
42. “Se Parigi, grazie all’accentramento politico, domina la Francia, nei momenti di convulsioni rivoluzionarie gli operai dominano Parigi” (K. Marx, Le lotte di classe, cit., p. 106).
43. La maggioranza dei novecento membri dell’Assemblea erano repubblicani borghesi, legati al National. Un quarto dell’Assemblea era composto da monarchici legittimisti e orleanisti, per il
momento favorevoli alla repubblica. Vi erano inoltre i democratici piccolo-borghesi e qualche rappresentante degli operai (come Blanc), i quali subirono un evidente insuccesso.
44. Sui fatti del 15 maggio cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 136-137. Il proletariato, che chiedeva l’intervento francese a favore della Polonia, penetrò nell’Assemblea, ma fu respinto dalla
Guardia nazionale e dalla Guardia mobile.
45. Louis Auguste Blanqui (1805-1881), comunista francese. Partecipò all’insurrezione del 1830 e capeggiò la fallita insurrezione parigina del 1839. Animatore di club proletari, organizzò i movimenti
degli operai parigini del marzo e del maggio 1848. Nel 1870-1871 fu fra i promotori della Comune. Subì circa 37 anni di carcere. Marx ed Engels, pur ravvisando in lui la mancanza di un vero
programma economico-sociale e respingendo la tesi che un piccolo numero di cospiratori disciplinati e risoluti sarebbe stato in grado di impadronirsi del potere e di mantenerlo, lo considerarono
l’unico capo veramente rivoluzionario del proletariato francese. Nel maggio 1848 furono arrestati insieme a lui Barbès, Albert, Raspail ecc.
46. Cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 136-145. Il proletariato rispose con l’insurrezione al tentativo della borghesia e del governo di liquidare i laboratori nazionali istituiti nel febbraio, come
rimedio contro la disoccupazione, e forti di 100.000 operai. Sui laboratori nazionali cfr. ibidem pp. 128-130.
47. La Guardia mobile fu creata, con un decreto del Governo provvisorio, per la lotta contro il proletariato rivoluzionario. Essa fu composta specialmente di sottoproletari e impiegata contro il
proletariato il 16 aprile, il 15 maggio e durante l’insurrezione di giugno. Fu sciolta nel gennaio 1849.
48. Così accadde il 29 gennaio e il 13 giugno 1849, così accadde nella primavera del 1850 e il 2 dicembre 1851.
49. Dopo gli arresti del 15 maggio e la repressione di giugno, si ebbero le incriminazioni di Blanc e Caussidière, che ripararono in Inghilterra. Fu poi la volta di numerosi esponenti socialdemocratici,
implicati nel fallito tentativo insurrezionale del 13 giugno 1849.
50. Marx allude qui ai tentativi di tradurre in pratica le idee di “socialisti dottrinari” come Considérant, Vidal, Leroux, Blanc, Proudhon. Noti fra questi tentativi sono: l’istituzione della “Commissione
del Lussemburgo” (cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit pp. 110-111), ispirata alle concezioni di Blanc sulla “organizzazione del lavoro”, la quale funzionò nel periodo del Governo provvisorio; la
fondazione, nel gennaio 1849, di una “Banca del popolo”, promossa dal Proudhon, in armonia con la sua teoria del “credito gratuito”. In questo passo Marx ribadisce la tesi, più volte enunciata, che la
liberazione della classe operaia dipende unicamente dai “grandi mezzi collettivi”, cioè dalla lotta di classe collettiva per la conquista del potere mediante le organizzazioni rivoluzionarie del
proletariato. Tale lotta aveva costituito il motivo predominante dell’insurrezione di giugno. In pari tempo Marx esclude l’utilità di ogni altro mezzo con cui si pretenda di sostituire la lotta di classe.
Egli respinge le illusioni, spesso ripresentatesi nella successiva storia del movimento operaio, sulla possibile pacifica integrazione del socialismo nel capitalismo mediante lo sviluppo di associazioni
economiche, cooperative ecc., indipendentemente dalla lotta di classe, dalla conquista del potere politico da parte del proletariato e dalla conseguente espropriazione dei capitalisti.
51. Tutta la borghesia europea, presa dal terrore per la rivoluzione proletaria suscitato in essa dall’insurrezione di giugno, era stata spinta di nuovo “nelle braccia della reazione feudale monarchica
poco prima rovesciata”. (Introduzione di Engels a K. Marx, Le lotte di classe, ed. cit., p. 50).
52. Marx allude alle esagerazioni, diffuse dal “partito dell’ordine”, sulla vittoria riportata da Changarnier, il 13 giugno 1849, nei confronti della “manifestazione pacifica” della Montagna (cfr. qui p.
107); egli allude inoltre allo scarso rilievo della vittoria, riportata successivamente da L. Napoleone, sulla debolissima resistenza del “partito dell’ordine” al colpo di stato del 2 dicembre.
53. Cioè la repubblica borghese pura e semplice, senza i limiti e gli equivoci di una “repubblica accompagnata da istituzioni sociali” (come l’aveva concepita il proletariato); una repubblica che
esprimesse pienamente la “dittatura della borghesia” (come avvenne dopo giugno, col terrorismo, con lo stato d’assedio, con le leggi liberticide ai danni del proletariato).
54. Allusione alla leggenda secondo cui l’imperatore romano Costantino (244-337), nel 312, prima della battaglia contro Massenzio, avrebbe visto in cielo una croce con sopra scritto: “In questo segno
vincerai”.
55. Marx allude all’allontanamento dal potere dei democratici, avvenuto nel giugno 1848 con l’eliminazione della Commissione esecutiva di cui faceva parte anche Ledru-Rollin; dei repubblicani
borghesi, con le elezioni presidenziali, la formazione di un ministero del partito dell’ordine e lo scioglimento anticipato della Costituente; del “partito dell’ordine”, con la sua esclusione dal governo
nel novembre 1849.
56. Salvatori della società furono detti rispettivamente: il Cavaignac, per aver diretto la repressione di giugno; Changarnier, per aver violentato la Costituente, nel gennaio del 1849, e aver represso la
“manifestazione pacifica” organizzata dalla Montagna il 13 giugno 1849; infine Luigi Bonaparte, per avere eliminato l’anarchia del regime parlamentare.
57. Come afferma Engels, nella Prefazione all’edizione tedesca del Manifesto (ed cit., p. 43), sotto la categoria “socialismo” venivano allora sussunte due specie di persone: Da un lato i seguaci dei
vari sistemi utopistici, specialmente gli owenisti in Inghilterra e i fourieristi in Francia. Dall’altro lato i molteplici dulcamara sociali, che con le loro varie panacee e con ogni sorta di rattoppi volevano
guarire le miserie sociali, senza fare alcun male al capitale e al profitto. In entrambi i casi gente che stava al di fuori dei movimento operaio e cercava piuttosto un appoggio tra le classi “colte”. Fu per
distinguersi da questi indirizzi che Marx ed Engels si chiamarono comunisti. Ma, in modo ancora più vago, giunsero a chiamarsi socialisti, o furono accusati di esserlo, anche alcuni repubblicani
borghesi, come J. Favre, il quale dichiarò il 24 maggio 1850: “Il socialismo non è altro che lo spirito umano in azione e in esercizio; è il razionalismo, è la ragione umana nella sua libertà e nella sua
indipendenza”. Cfr. anche in K. Marx, Le lotte di classe, cit., le pp. 265-268.
58. Sul coperchio di un recipiente di bronzo, poggiato su un tripode, sedeva a Delfi la Pizia, la sacerdotessa di Apollo che emetteva gli oracoli in nome dei dio.
59. Cioè il Parlamento.
60. Marx si riferisce alla repressione del 3-4 dicembre 1851 contro alcuni deboli tentativi di resistenza al colpo di stato e, in particolare, al massacro indiscriminato di uomini e donne compiuto dai
soldati di Bonaparte in alcuni quartieri borghesi del centro di Parigi, col pretesto di eliminare alcune barricate, ma in effetti con l’intento di scoraggiare gli avversari.
61. Crapülinski, come Marx chiama L. Bonaparte, è il ridicolo eroe della nobiltà corrotta nella poesia di Heine: I due cavalieri. Tale nome è formato dalla parola francese crapule (in italiano: crapula).
62. Les Tuileries: palazzo parigino, sulla riva destra della Senna. Appartenne ai re di Francia. Vi risiedettero temporaneamente Luigi XV e Luigi XVI. Fu poi sede della Convenzione. Divenne la sede
ufficiale di Napoleone I, dei re della Restaurazione, di L. Filippo e, infine, di L. Napoleone divenuto imperatore.


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