I vicoli ciechi del conservatorismo radicale

 

Al di là del dibattito sullo “Stato profondo” in America e in tutto il mondo occidentale, il problema della prevalenza elettorale dei populisti liberali negli Stati Uniti, così come in Paesi come l’Italia o, a breve, la Germania e la Francia, non è più tanto il pericolo di un ritorno al totalitarismo nazionalista e “paleo fascista”.

È la difficoltà del conservatorismo di stampo liberale e del suo populismo etnocentrico-statale a dare un nuovo contenuto ideologico socio-politico al malcontento sociale e alla rabbia popolare sempre più intensi e circostanti. In altre parole, un nuovo significato politico all’ansia sociale generalizzata che, a volte, viene disinnescata da reazioni violente contro la minacciosa disintegrazione sociale, senza un chiaro obiettivo politico.

Il quale spesso si esprime in reazioni cutanee “allergiche” e manifestazioni politiche di “talebanismo” culturale che, per quanto comprensibili, hanno poco a che fare con le tradizioni familiari del mondo occidentale moderno (di solito le società occidentali più recenti, per stigmatizzare gli eccessi blasfemi, erano più disposte a ricorrere al sarcasmo e all’ironia che agli anatemi religiosi).

Tali reazioni sociali, tuttavia, sono facilmente, e forse a volte giustamente, classificate dai propagandisti dell’establishment come “anti-scozzesi” illuminati, vicini ai familiari spaventapasseri dell’estrema destra tradizionale. In altre parole, le reazioni riflessivamente violente dell’opinione pubblica occidentale contro la minaccia dell’imminente disgregazione sociale sono, potremmo dire, il “burro sul pane” dell’antisecolarismo del regime. Alimentano la teologia politica del giustizialismo e dell ‘“emancipazione dagli stereotipi e dalle ostilità del passato storico”.

Offrono, per così dire, i “cattivi esempi” di cui ha bisogno il catechismo quotidiano della correttezza politica del regime. Facilitano gli inveterati plasmatori dell’opinione pubblica, quando nelle scuole e nei vari “morning show” propongono a questa opinione pubblica, che si sta formando in modo permanente, come forma radicale di “democratizzazione”, il sistema di valori neoclassico della tolleranza illimitata, della “diversità” antisociale e dell’“inclusione globale”.

Nonostante, quindi, la corrente ideologicamente nazionalista e liberale che più o meno ovunque rafforza il “conservatorismo antiglobalista”, è forse necessario ricordare che è lo stesso capitalismo liberale che, operando esclusivamente in termini di interessi individuali, riproduce inevitabilmente disuguaglianze politicamente intollerabili che erodono inesorabilmente il tessuto sociale.

Sono le ideologie liberali che tendono a non considerare la dimensione collettiva della libertà politica come quasi inesistente. Sono quelle che accettano come fatale la dissoluzione delle tradizioni e delle culture individuali, l’individualizzazione delle società, la loro subordinazione alle priorità del profitto privato nel contesto dell’economia di mercato.

Cosa non capiscono i conservatori liberali?

Gli ambienti più conservatori dello spazio liberale, soprattutto quelli etnocentrici, che nella “geometria” politica lineare si posizionano volentieri “a destra della destra” (mentre nella realtà politica, anche se inconsapevolmente, almeno nelle circostanze attuali, è probabile che si muovano piuttosto “a sinistra” di essa), non intendono in altre parole comprendere che il liberalismo economico in cui credono conduce inevitabilmente al liberalismo culturale e di costume che questi conservatori professano di aborrire: entrambi si fondano sullo stesso retroterra ideologico e antropologico. Sugli stessi valori pragmatici di progresso perpetuo. Sugli stessi modelli di anti-coerenza sociale. Sullo stesso individualismo metodologico.

Alcuni conservatori liberali invocano una certa borghesia patriottica del recente passato storico (le cui sopravvivenze sono sparse nell’attuale panorama socio-economico occidentale internazionalizzato), ma senza vedere che nel complesso, al di là dei periodi storici del loro dominio a livello di mercati e confini nazionali, le classi sociali borghesi e lo stesso capitalismo come sistema di relazioni sociali non possono esistere per sostenersi, se non in un contesto espansivo, possibilmente imperialista, in continua innovazione, cioè non conservativamente, ma radicalmente, con l’espansione degli antagonismi e delle merci in tutte le sfere della vita, in tutte le latitudini e longitudini del mondo.

D’altra parte, e parallelamente al populismo liberale, almeno a livello di elettorato occidentale, un vasto pubblico di creduloni “radicali progressisti”, oppositori ideologici di ogni conservatorismo, viene rifornito in massa al sistema del capitalismo internazionalizzato dalla deplorevole e antipatriottica “sinistra” “democratica” post-stalinista di oggi.

Ma, proprio per il suo radicalismo quasi liberatorio, la parte pretenziosamente elitaria di questa massa di popolazione di “cittadini del mondo” (non più religiosa o analfabeta come in passato, ma istruita, istruiti, colti, “atei”, socialmente distinti, ecc.), cioè il vertice sociale del “progressismo” ideologico post-evolutivo rappresentato in parlamento da amministratori politici locali come Macron, Starmer o Kamala Harris (e che, a quanto pare, si dichiara a favore di società “aperte” e senza confini, culturalmente eterogenee, con “cittadini uguali e ineluttabilmente diversi”, minoranze identitarie, razzismo unilaterale e compassionevole, solitamente chiamato “antirazzismo”, e “diritti individuali” legali), è per i conservatori statalisti liberali, per i populisti etnocentrici di destra, qualcosa di “sinistra”.

Autore: Yannis Papamichail è professore emerito di psicologia. Inizialmente all’Università di Patrasso (1985-2003) e poi all’Università Panteion. Direttore della Cattedra UNESCO in Scienze dell’Educazione presso l’Università di Patrasso. Ricercatore presso il CNRS (1978-1982); autore di libri, saggi, monografie e numerosi articoli di psicologia sociale, politica ed educativa.

Fonte:SLPress


https://www.asterios.it/catalogo/la-grande-rapina