Giorno del ricordo mancato
Italijanski palikuci (italiani brucia case): così venivano chiamati, nella migliore delle ipotesi, gli invasori italiani della Jugoslavia. Era la primavera del 1941 e costoro cercavano, evidentemente, di accattivarsi la simpatia della popolazione slovena e croata, che parlava la propria lingua ed in quelle terre era nata. Operazione, peraltro, quella di parlare la propria lingua, slovena o croata o serba che fosse, che appariva pericolosa visto che come minimo, già prima dell’avvento del fascismo, si rischiava una bastonatura.
Così scrive, ad esempio, James Burgwyn nel suo libro “L’impero sull’Adriatico”, Libreria Editrice Goriziana, 2006:
“Quello stesso giorno [18 maggio 1941, N.d.R.] il famigerato fascista Temistocle Testa fu nominato prefetto della provincia di Fiume, che era stata ampliata oltre le più sfrenate fantasie di Gabriele D’Annunzio. La Dalmazia fu divisa in tre province guidate da prefetti fascisti… ”.
Ne seguirà, quindi, un nutrito elenco di (presunti, ma non tanto) criminali di guerra italiani, nessuno dei quali risulta sia stato condannato. Alcuni reduci si vantavano, forse esagerando, di non poter varcare il confine orientale nel dopoguerra, portatori malati del morbo dell’odio antislavo che sempre, a Trieste, ha consentito facili rendite di posizione, almeno a certi livelli. D’altra parte, non per nulla c’era il Movimento Sociale Italiano, che sembrava fatto apposta allo scopo. L’articolazione dei crimini italiani è ormai di dominio pubblico, studiata come è stata ed è da storici degni di questo nome, ai quali, secondo me, dobbiamo essere davvero grati. Sono fatti che anche quest’anno cadranno nell’oblio, soverchiati dalla rievocazione della “tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. Questa è la legenda istitutiva del “Giorno del ricordo”, celebrato il 10 febbraio, lo stesso giorno della firma del Trattato di Parigi, [10 febbraio 1947], che confermava, tra l’altro, l’annessione alla Jugoslavia di buona parte della Venezia Giulia. Sempre nello stesso giorno Maria Pasquinelli, assassina fascista celebrata come eroina da molti nell’ambito dell’associazionismo istriano, ammazzava con tre colpi di pistola il generale Robert de Winton, comandante della guarnigione alleata di Pola.
La complessità abbacinante della rievocazione della destra reducista e post-fascista, diramata nelle locali associazioni e quant’altro, si articolerà invariabilmente, anche quest’anno, in due punti fondamentali, capisaldi irrinunciabili di enorme significato simbolico:
1. Foibe; 2. Esodo istriano ecc..
Sempre quelli, insomma. Delle foibe si è parlato moltissimo: rimangono iconiche, prototipo della persecuzione e della ferocia titina e solo di quelle, ipostatizzate come se la Seconda guerra mondiale fosse iniziata l’otto settembre 1943, congelate nello stereotipo che vuole gli italiani ad ogni costo “perseguitati solo per il fatto di essere italiani” [cit.], anche se magari partecipavano vilmente alle operazioni speciali con le SS, per esempio. E di questi ce n’erano tanti. Perché sembra che si sia dimenticato il fatto che c’erano i tedeschi e c’erano i fascisti (nonché, magari, Ustàscia e Cetnici e quant’altri della congrega). E poi rimane il fatto che nelle foibe venivano gettate anche persone che italiani non erano, mentre, nello stesso tempo, tedeschi e fascisti continuavano ad ammazzare, magari anche in altro modo. Delle cifre, poi, degli infoibati …
L’esodo, poi, sembra essere cagionato da Tito e solo da lui. Si scappava per paura. Peccato che l’esodo si sviluppa anche dopo il 1956, e ha spessissimo motivazioni di carattere economico/familiare. Ancora, non si parla mai di famiglie “miste”, italiane e slovene, per esempio, e del fatto che l’esodo riguardi anche sloveni italianizzati. Perché sì, c’era l’italianizzazione forzata, ma sloveni e croati, magari di nascosto, continuavano a parlare la loro lingua, cosa che in tanti non avrebbero continuato a fare una volta arrivati a Trieste, per paura. Ci sono, insomma, vari aspetti che certamente nemmeno quest’anno verranno sottolineati. Attenzione che si potrebbe essere tacciati di essere “comunisti”, modo sbrigativo e ancora usato per tappare la bocca.
Gianni Bosi è un matematico e Professore ordinario all’Università di Trieste nel Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali, Matematiche e Statistiche.
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