Quali sono le ragioni del successo di Karl Polanyi nell’epoca del neoliberalismo trionfante? Alcuni trovano nell’opera di questo autore d’altri tempi, scomparso nel 1964, spunti per comprendere i nostri. Altri, prendendolo per profeta, gli rimproverano di aver sbagliato nell’auspicare tempi migliori. Lo scopo che qui mi propongo è di indagare sul contributo che egli ha dato alla conoscenza della storia della nostra società, in particolare riguardo alle origini lontane del neoliberalismo.
La grande trasformazione, l’opera di Polanyi pubblicata nel 1944, inizia constatando il “collasso” definitivo del capitalismo liberale, ottocentesco, vittoriano – come egli stesso talvolta lo designa, riferendosi all’egemonia britannica. Oggetto del libro sono via via la genesi di tale originario assetto istituzionale del capitalismo, la sua lunga crisi e la trasformazione da essa resa necessaria. L’ipotesi di un auspicabile futuro, discussa nell’ultimo capitolo, indirizza l’analisi che precede, rappresentando “l’interesse” che, secondo Max Weber, sollecita sempre la conoscenza.
A Vienna – dove si era trasferito da Budapest nel 1919 e dove rimase fino al 1933, quando si stabilì in Inghilterra – Polanyi approfondì la conoscenza delle teorie economiche, condividendo tuttavia le posizioni politiche e teoriche dell’austro-marxismo, di Otto Bauer e Max Adler in particolare. Un suo articolo (2018 [1925]) fu pubblicato nella rivista dei socialisti austriaci. Doveva esserne la continuazione il manoscritto “Sulla libertà” (Polanyi 2015 [1927]), in cui egli spiega la propria filosofia politica, quale traspare nell’ultimo capitolo della Grande trasformazione.
Polanyi riscrisse e ampliò la parte finale di quel capitolo subito dopo la prima edizione del volume[1], per ribadire la propria concezione della libertà e di un possibile futuro della società moderna, sulla base dell’analisi svolta nei venti capitoli precedenti. La contrapposizione con la tendenza neoliberale e specialmente, all’interno di essa, con i rappresentanti della Scuola austriaca di economia neoclassica caratterizza l’intero volume. L’urgenza di rivedere l’ultimo capitolo fu stimolata dai libri pubblicati nello stesso anno da Ludwig Mises e Friedrich Hayek, suoi eterni avversari (Hayek 1944; Mises 1944a, 1944b). Polanyi aveva intanto lasciato gli Stati Uniti, dove aveva scritto La grande trasformazione e dove ritornerà nel 1947 per insegnare alla Columbia University di New York. Gli premeva rientrare in Inghilterra, per riprendere in questo paese, in cui si delineava una nuova stagione politica, l’attività nell’ambito della Workers’ Educational Association (WEA). L’istruzione degli adulti, specialmente operai, era sempre stata l’attività politica che più gli si confaceva e che egli riteneva indispensabile per costruire la “libertà nella società” ovvero la “libertà socialista”: per far prevalere, insomma, la tendenza opposta rispetto a quella neoliberale[2].
1. Il “posto dell’economia” e la “scoperta della società”
Di società di mercato ovvero di capitalismo si può parlare, secondo Polanyi, solo in seguito al costituirsi di un nuovo assetto istituzionale, a cominciare dalla Gran Bretagna, nella prima metà del XIX secolo. Nei tre secoli precedenti, l’attività economica aveva bensì iniziato a liberarsi dai vincoli culturali e dai poteri politici e religiosi, che la mantenevano inserita – “embedded” è il termine usato da Polanyi – entro un insieme di istituzioni non economiche, che la organizzavano, determinandone la eticità[3]. Solo le riforme istituzionali successive alla Rivoluzione industriale, tuttavia, consentono la differenziazione dell’economia, la sua visibilità come tale, la sua autonoma, weberiana razionalità.
L’economia risulta allora istituita, cioè organizzata socialmente, mediante istituzioni specificamente ‘economiche’: il sistema di mercato, la produzione capitalistica finalizzata al profitto in una “situazione di mercato” (Max Weber). Mercato e capitale sono istituzioni logicamente interrelate, che si sviluppano parallelamente[4]. Insieme, esse caratterizzano in generale una data “forma di società” (la Gesellschaftsform, concetto centrale della “critica dell’economia politica” marxiana): ne sono la sostanza che deve riprodursi. Necessariamente, dunque, secondo Polanyi, i fattori della produzione – “lavoro” e “terra”, cioè gli esseri umani e la natura – diventano merci. Merci impiegate “in unità economiche dirette da privati impegnati principalmente a comprare e vendere a fini di profitto” (Polanyi 1983 [1977], 32).
La parte centrale e più ampia della Grande trasformazione analizza le vicende e le conseguenze della mercificazione del lavoro, della terra e della moneta, e, d’altra parte, “l’autodifesa” messa in moto dalla società riguardo a queste tre “merci fittizie”. Tale autodifesa era inevitabile, ma inevitabilmente fu un fattore determinante della crisi del capitalismo liberale. Polanyi dedica particolare attenzione alla creazione del mercato del lavoro, sancita nel 1834 dal Poor Law Amendment Act. L’istituzione del mercato del lavoro implicava la distruzione delle forme precedenti di esistenza sociale “per estrarne l’elemento lavoro” (Polanyi 1974 [1944], 211). “La paura della fame” da una parte, dall’altra “l’allettamento del guadagno” – cioè di un reddito monetario – diventavano, così, istituzionalmente i motivi essenziali dell’attività economica, e la “trasformazione economicistica” poteva dirsi compiuta (Polanyi 1983 [1977], 34 e 33)[5].
L’autonomizzarsi dell’economia comporta la tendenza alla differenziazione e a uno sviluppo relativamente autonomo sia dei diversi aspetti della vita sociale sia dei soggetti sociali, che divengono individui. Scaturisce da qui la grande promessa della libertà moderna. L’autonomia dello sviluppo dei diversi settori e la libertà individuale rimangono però relative, in quanto vincolate alla riproduzione della forma economica – di mercato e capitalistica – della società. L’organizzazione autonomamente ‘economica’ dell’economia conferisce ad essa un “posto” non solo separato nel sistema sociale complessivo, ma anche dominante. Data “l’importanza vitale del fattore economico per l’esistenza”, afferma Polanyi (1974 [1944], 74), la conduzione della società diventa “accessoria rispetto al mercato. Non è più l’economia ad essere incorporata (embedded) in rapporti sociali, ma sono i rapporti sociali ad essere incorporati nel sistema economico”. Si viene, insomma, ad avere “una società ‘economica’ fino a un punto che non era mai stato neppure approssimato” (Polanyi 1947a, 234)[6]. “Non è questione di grado, ma di qualità”, sottolinea Polanyi (1947b, 320-321): prima del XIX secolo, “i mercati occupano solo spazi isolati”, “non danno quindi forma a un sistema economico”. Si ha qui la distinzione fondamentale fra mercati, quali elementi più o meno marginali di economie organizzate mediante istituzioni sociali non economiche, e il mercato generalizzato, quale sistema “autoregolato”, divenuto esso stesso forma organizzativa dell’economia.
A sostegno della propria teoria, Polanyi fa riferimento non solo a documenti e ricerche storiche, ma anche a studi archeologici e antropologici, ai quali egli stesso si dedicò dopo il suo incarico alla Columbia University. Il carattere comparativo, olistico e storico-istituzionale del suo metodo viene, così, ribadito. Compito prioritario della teoria sociale – e preliminare rispetto a indagini su questioni particolari, in qualsiasi modo circoscritte – è di definire l’organizzazione sociale nel suo complesso e nella sua specificità storica. Questo è per Polanyi “l’approccio basato sulla società”, in contrapposizione con quello “economicistico” (1980, 120). Egli osserva che quest’ultimo comincia a essere adottato alla fine del XVIII secolo, per trionfare nei primi decenni del XIX, grazie agli economisti ‘classici’ britannici, le opere dei quali rispecchiano e convalidano l’esigenza di riforme adeguate all’espandersi del mercato capitalistico. Un netto “cambio di atmosfera” si verifica rispetto ad Adam Smith, per il quale la ricchezza era “semplicemente un aspetto della vita della comunità, ai cui scopi essa rimaneva subordinata” (Polanyi 1974 [1944], 141). Con la Dissertation on the Poor Laws, pubblicata da William Townsend nel 1786, un nuovo concetto di legge viene introdotto: “le leggi della natura”, che determinano il funzionamento dell’economia e della società stessa (Polanyi 1974 [1944], 144). Lo stato, in generale la politica, devono limitarsi ad assecondare tali leggi, agendo eventualmente solo per eliminare istituzioni sociali sfavorevoli ad esse e per promuovere quelle più favorevoli. Malthus con la legge della popolazione, Ricardo con quella dei rendimenti decrescenti, osserva Polanyi (1974 [1944], 146), non si allontanano molto dall’inclinazione, diremmo oggi, sociobiologica di Townsend.
La nuova società emerge liberandosi dalla tradizione culturale e dai legami politici premoderni: che cosa può costituire, a questo punto, l’ordine sociale? Dall’esigenza di affrontare tale problema deriva quella che Polanyi chiama “la scoperta della società”. Si scopre – o almeno è possibile e sarebbe necessario scoprire – che la natura umana è sociale e reciprocamente la società è frutto storico della creatività culturale; ne consegue che gli individui umani sono responsabili del funzionamento e del cambiamento della società[7]. Proprio le caratteristiche della società ‘economica’ e individualistica, che portano a scoprire la società, avviano però, paradossalmente, tale scoperta sul binario del naturalismo. “L’approccio economicistico” diventa senso comune. Questo binario epistemico implica che la politica prenda la scorciatoia utilitaristica per risolvere il problema della società: l’ordine e il benessere vanno perseguiti nel modo migliore e più ‘economico’, con minore fatica, come risultato della ricerca del proprio utile da parte di ogni individuo. L’organizzazione complessiva dell’economia viene affidata a rapporti di scambio, l’insieme dei quali costituisce, nella formulazione di Polanyi, “il mercato in cui si formano i prezzi”[8].
Che in questo modo il problema si risolva è, per Polanyi, “un’utopia”. L’espansione del mercato e “l’organizzazione dell’intera società sul principio del guadagno [cioè dell’esigenza di un reddito monetario per sopravvivere] e del profitto” (1974 [1944], 163) hanno provocato “una catastrofe sociale e culturale” (1974 [1944], 208). Le “forme di esistenza” precedenti sono state distrutte per “assoggettare il lavoro alle leggi del mercato”; ciò continua ad accadere – come egli osserva, e anche noi, oggi, possiamo osservare – “nelle regioni coloniali” (Polanyi 1974 [1944], 210)[9]. D’altra parte, il “progresso”, quale esito della Rivoluzione industriale combinata con il mercato (cfr. Polanyi 1974 [1944], cap. 3), è costato grandi sofferenze ed è stato dubbio e iniquo. Logicamente, i sostenitori del neoliberalismo dovevano cercare di dimostrare la falsità di questa lettura; Hayek stesso (1954) cura una raccolta di saggi storici ‘revisionisti’ sullo sviluppo capitalistico fra la Rivoluzione industriale e la prima metà del XIX secolo. L’importanza della questione spiega il rilievo che ad essa dà La grande trasformazione. Con quest’opera, Polanyi, intendeva contrapporsi all’affermarsi della tendenza neoliberista dopo la guerra. Egli cerca di dimostrare a tal fine, anche mediante l’evidenza del corso disastroso dello sviluppo del capitalismo, che è il sistema in quanto tale che ostacola la ricerca di un buon adattamento della vita umana sulla Terra, non qualche suo assetto contingente, non sopravvivenze del passato, non trame dei suoi avversari.
Nel saggio sulla “Contabilità socialista” (1922), Polanyi intende dimostrare la possibilità del “calcolo economico” in un’economia socialista, contro la tesi opposta, che Mises aveva sostenuto nella stessa rivista[10]. Polanyi parte dall’affermazione che è piuttosto l’economia capitalistica, “per sua natura”, a non poter essere orientata “in senso utile alla comunità”. Essendo finalizzata al profitto, essa appare priva di “un organo di senso” atto a percepire adeguatamente le valutazioni sociali, la penosità del lavoro e “l’effetto retroattivo del processo di produzione sulla vita della comunità” e sugli stessi bisogni degli individui, che vengono “fuorviati” (Polanyi 1922, 18-19).
Il 1922 è anche l’anno della pubblicazione postuma di Economia e società di Max Weber. Corrisponde all’atteggiamento critico di Polanyi – ma anche di Veblen[11] e dell’economia istituzionalista che, all’epoca, faceva a lui riferimento – il significato della distinzione di Weber fra “razionalità materiale” e “razionalità formale” dell’economia. Mentre la prima riguarda la scelta dei fini in base a “determinati postulati valutativi”, la seconda riguarda la scelta dei mezzi e del modo di impiegarli in vista della massima efficienza. Contrariamente a Weber e Polanyi, le teorie neoclassiche restringono il concetto di economia alla razionalità formale, cioè all’economizzare. Tale concetto – acriticamente dedotto da una specifica situazione storica, in cui l’obiettivo dell’attività economica diventa in generale il reddito monetario, che di per sé non è mai abbastanza, che è sempre ‘scarso’ – viene fallacemente generalizzato. Ne conseguono una comprensione superficiale della nostra società e un tentativo fuorviante di analizzare economie diverse dalla nostra come se anche in esse si trattasse sempre, essenzialmente, di economizzare. Questa è la “fallacia economicistica” secondo Polanyi. Egli poteva trovare al riguardo un punto di riferimento nell’analisi di Weber sulla particolare rilevanza che la razionalità formale acquista in un dato contesto storico: nella “situazione di mercato”, in cui la produzione avviene mediante l’investimento di capitale e quindi il “calcolo del capitale”, ovviamente in termini monetari. La razionalità formale si separa allora non solo nel concetto, ma anche nella realtà da quella materiale, riguardo alla quale essa diviene “indifferente”. Ciò costituisce una “fondamentale […] irrazionalità dell’economia” (Weber 1980, 80, 104 e 107). Sembra lecito intendere la “indifferenza” come autoreferenzialità e attribuire l’irrazionalità al fatto che la finalità del profitto tenda a definire essa stessa i fini, in base alla razionalità formale che la connota, impedendo o condizionando altri “postulati valutativi”.
Il dibattito sulla “contabilità socialista” riguardava, in fondo, il problema della determinazione dei fini. Polanyi critica il principio liberale – sempreverde, dal liberalismo classico al neoliberalismo – che il sistema di mercato sia la soluzione. La sua argomentazione chiama in causa il rapporto fra il sistema economico e il suo ambiente umano e naturale, in termini che sembrano anticipare lo sviluppo successivo della teoria dei sistemi. In questa direzione va cercata, a mio avviso, la ragione fondamentale della rilevanza del suo pensiero ai giorni nostri, segnati dalla preoccupazione per la deriva entropica, a cui tende la nostra società a causa dell’autoreferenzialità del proprio sistema economico. Il nostro sistema sociale è aperto in quanto trae materia ed energia dal suo ambiente, ma anche chiuso, nella misura in cui il modo in cui è organizzato non gli consente di riconoscere o gli impone di rimuovere determinate informazioni provenienti dall’ambiente, benché esse siano vitali per la sua stessa sopravvivenza.
Circa quarant’anni dopo il saggio sulla “contabilità socialista”, intorno al 1960, rimane costante il motivo della ricerca di Polanyi, rivolta allora allo studio comparato di sistemi economici anche lontanissimi dal nostro. La conoscenza sociale, e in particolare la critica del concetto stesso di economia – egli afferma (1983 [1977], 7) – occorrono “per accrescere la nostra libertà di adattamento creativo, e in tal modo aumentare le nostre possibilità di sopravvivenza”. Altri sessant’anni sono passati, e questo sembra più che mai il nostro problema.
2. Ascesa e caduta del capitalismo liberale
Nella Grande trasformazione s’intrecciano diversi livelli analitici. Quello più generale riguarda, come abbiamo visto, la definizione della forma di mercato-capitalistica di società, da un punto di vista che potremmo dire ‘etnologico’, mediante la comparazione con altri tipi di società. I concetti elaborati a questo livello non scompaiono nelle analisi più specifiche, ma restano lo sfondo teorico della spiegazione, che, nella Grande trasformazione, riguarda principalmente il particolare assetto istituzionale assunto inizialmente dalla società capitalistica, concentrandosi, inoltre, sul caso paradigmatico della Gran Bretagna.
Il capitalismo liberale ottocentesco era fondato sulle quattro istituzioni menzionate nella prima pagina del libro: l’equilibrio del potere fra le potenze europee, la base aurea, il mercato autoregolantesi e lo stato liberale. Ognuna di queste istituzioni condusse un’esistenza contraddittoria fino alla catastrofe finale. Rivalità economiche, politiche e imperialistiche portarono alla Prima guerra mondiale. Interventi delle banche centrali, protezionismo doganale e controlli sui prezzi, della forza lavoro anzitutto, impedirono alla base aurea di espletare la sua funzione di meccanismo generale di equilibrio. Gli stessi interventi intaccarono, in generale, l’autoregolazione del mercato, intralciata anche dai cartelli industriali, dalle concentrazioni monopolistiche e dalle conquiste salariali e normative ottenute, con fatica, dalle classi lavoratrici. Vennero gradualmente meno, infine, i presupposti dello stato liberale: oltre all’autoregolazione del mercato, anche la limitazione del suffragio, che garantiva il controllo del potere politico alla stessa classe che possedeva quello economico.
L’analisi di Polanyi si addentra nelle vicende concrete dello sviluppo e della crisi del capitalismo liberale, partendo da una contraddizione generale, che permane nell’epoca neoliberale, dopo la lunga, catastrofica e definitiva fine del liberalismo ottocentesco. “The trading classes”, egli scrive, cioè i detentori del potere economico, adempievano la loro funzione sviluppando, da una parte, “un credo quasi religioso nell’universale efficacia benefica dei profitti”; essendo prive, d’altra parte, “di organi per avvertire i danni implicati nello sfruttamento” delle risorse umane e naturali (Polanyi 1974 [1944], 170-171; traduzione modificata). Oltre alla ripresa dell’espressione “organo di senso”, usata nel saggio del 1922 sopra citato, importa, qui, il riferimento a Robert Owen di poche pagine prima. Owen, secondo Polanyi, cercava di temperare le “forze devastatrici” dell’industrializzazione capitalistica mediante forme sociali alternative. “L’organizzazione dell’intera società in base al principio del guadagno e del profitto” era, secondo Owen, “completamente sfavorevole alla felicità individuale e generale”, che la società moderna avrebbe potuto, invece, garantire (Polanyi 1974 [1944], 163).
Di là da questa contraddizione, inerente in generale all’organizzazione di mercato ovvero capitalistica della società, c’è quella del particolare assetto della società liberale ottocentesca, basato sulle quattro istituzioni qui sopra ricordate. Era una società sul cui sviluppo gravava, secondo Polanyi, una contraddizione congenita: da una parte, il tentativo di realizzare l’utopia dell’autoregolazione del mercato; dall’altra, la vitale necessità di intervenire, intralciando, così, l’autoregolazione. L’intervento era inevitabile, anzitutto come conseguenza dell’enorme aumento delle funzioni politiche e amministrative richieste dallo stesso sviluppo economico. C’era, poi, la necessità di “difendere”, “proteggere” la società dalle conseguenze negative, anche esiziali, di tale sviluppo, data la forma da esso assunta in nome del “credo liberale”.
L’originario utilitarismo di Jeremy Bentham (2001 [1780], 154) indicava la promozione della “felicità della società” quale “compito del governo”. La scorciatoia utilitaristica si affidò all’autoregolazione del mercato, cioè, in pratica, alla concorrenza perfetta e completa, postulato di base delle teorie economiche e modello normativo dell’organizzazione della società. Si configura in tal modo, secondo Polanyi, la “separazione funzionale” tra economia e politica, con il conforto della svolta naturalistica della teoria economica. L’opportunità di combinare le due funzioni era presente in Bentham come in Smith. Essi delineavano ancora una combinazione di “mano invisibile” e mano pubblica, di iniziativa privata e interesse collettivo. Il Panopticon, immaginato da Bentham nel 1791, rivela inoltre, di là dagli automatismi del mercato e dalla provvidenza governativa, la preoccupazione della sorveglianza, rimossa in seguito dalla teoria liberale – non dalla pratica.
Il neoliberalismo sarà più realisticamente consapevole al riguardo. Il controllo, anzi la produzione dell’opinione pubblica caratterizza il XX secolo. E non per caso Michel Foucault, nelle lezioni sulla “biopolitica” (2004), finisce per parlare del neoliberalismo, per il quale l’obiettivo non è più la dissociazione dell’economia dalla politica, il laissez faire, ma l’inverso: “mercatizzare” la società e la politica. Occorrono “interventi ordinatori” sul contesto dell’attività economica, cioè il controllo sul suo ambiente. Anche in questo senso si può parlare di “privatizzazione della politica” (cfr. Cangiani 2012a, 281), oltre che in riferimento al fatto che ci vuole denaro per fare politica e ci vuole la politica per fare denaro. La sorveglianza diventa un problema che riguarda la società complessiva, a salvaguardia degli interessi del business. Anzi, la sorveglianza entra direttamente a far parte del business. I nostri comportamenti vengono a conoscenza di poche grandi società[12]; non solo quest’enorme massa di informazioni può essere fonte di profitto, ma può esserlo ancora più efficacemente perché i “processi automatizzati” di cui tali società dispongono “non solo conoscono i nostri comportamenti, ma li formano” (Zuboff 2019, 18). Possiamo parlare, a questo punto, di privatizzazione della biopolitica.
Si sente tutta la distanza di due secoli da quando il laissez faire divenne, scrive Polanyi, “un credo militante”. Principi essenziali e interdipendenti di esso erano un mercato del lavoro perfettamente libero, il gold standard come meccanismo automatico di equilibrio mediante le variazioni della quantità di moneta in circolazione, e il libero scambio internazionale (cfr. Polanyi 1974 [1944], 173 e 175).
L’evolversi contraddittorio del capitalismo liberale viene analizzato da Polanyi come “doppio movimento” (espansione del sistema di mercato – “autodifesa della società”). Egli ne esamina concretamente aspetti e vicende. Controlli sulla qualità degli alimenti o sul lavoro minorile nelle miniere e fra gli spazzacamini vennero spontaneamente ritenuti indispensabili, benché limitassero la libertà di mercato. Salari e occupazione non potevano essere perfettamente elastici, e “anche l’attività capitalistica doveva essere protetta dal meccanismo incontrollato del mercato” (Polanyi 1974 [1944], 245). Venne quindi introdotta la moneta-segno per mettere l’attività economica al riparo, almeno in parte, dalla deflazione: ma ciò ostacolava la stabilità dei cambi e, conseguentemente, il commercio internazionale, che invece la moneta-merce garantiva.
La contraddizione fra l’attività delle banche centrali e la base aurea non era, poi, la sola. Come poteva funzionare la teoria ricardiana dello scambio internazionale e della moneta, dato che essa prescindeva dalla diversità sistematica fra i diversi paesi? Il vantaggio reciproco esisteva in generale nella teoria, ma di fatto aveva limiti e non era equamente distribuito. Nella realtà, avevano un ruolo anche le navi da guerra: contro il rischio che un paese debitore facesse bancarotta, osserva Polanyi (1974 [1944], 264), o “per indurre i popoli coloniali a riconoscere i vantaggi del commercio” – s’intende, i vantaggi dei colonizzatori. Ma si continuò a credere nell’internazionalismo e a confidare nel gold standard anche quando, dopo il 1870, andavano affermandosi il nazionalismo, il protezionismo e i conflitti imperialistici. Si continuò a credere nel libero mercato nonostante l’evidenza del potere monopolistico e degl’interventi politici con cui le grandi imprese ‘si difendevano’ dalla concorrenza.
La depressione del 1873-1886 rafforzò il contro-movimento, scuotendo la fiducia nell’autoregolazione, ma senza eliminarla. Reazioni protezionistiche – come nel caso della crisi agricola in Europa, dovuta alla conveniente importazione di derrate dal Nord America – apparivano come l’inevitabile, paradossale frutto dell’allargarsi del commercio internazionale. All’interno dei singoli paesi, poi, sotto l’ombrello del libero mercato crescevano tendenze monopolistiche e cartelli industriali. Gl’imprenditori contrattavano protezioni e vantaggi, e stipulavano contratti vantaggiosi, con i governi. Anche gli operai ottennero, dopo decenni di lotte, il diritto di associarsi per difendere le proprie ragioni. Le associazioni si sostituivano agl’individui, osserva Polanyi (1974 [1944], 277), cosa che non era prevista in un mercato perfettamente autoregolantesi.
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Democrazia o guerra
Provvedimenti di “difesa” erano indispensabili e “spontanei”, sostiene Polanyi. Essi arginavano effetti inaccettabili del laisser faire. È un dato di fatto, d’altronde, la necessità di un consapevole intervento politico per instaurare il sistema di mercato. Le principali riforme legislative furono quelle del Parlamento nel 1832 e della Poor Law due anni dopo, quella bancaria del 1844 e la liberalizzazione del commercio estero nel 1846 – dopo che l’industria cotoniera inglese si era affermata “con l’aiuto di tariffe protettive, premi all’esportazione e sussidi salariali indiretti”. Insomma, “non vi era nulla di naturale nel laissez faire”; esso fu imposto e aiutato dallo stato, ma la sua realizzazione non poteva che rimanere una tendenza, data “l’inerente assurdità” di una perfetta autoregolazione, che avrebbe finito per distruggere la società (Polanyi 1974 [1944], 178 e 185). Naturale e inevitabile era, dunque, non il laissez faire, ma il contro-movimento protettivo. Esso precedette l’affermarsi del nazionalismo e del socialismo, che lo presero a cuore ognuno a suo modo, lo resero politicamente rilevante, ma non lo inventarono.
I liberali, secondo Polanyi (1974 [1944], 186), rovesciano questa interpretazione dei fatti, sostenendo la tesi o meglio il mito “non confutabile” della “cospirazione antiliberale”: tutto avrebbe funzionato a puntino, nessuna crisi ci sarebbe stata, se il contro-movimento non avesse impedito che il mercato funzionasse. Polanyi si sofferma sulla questione, che tocca il significato e lo scopo del suo libro: controbattere il neoliberalismo, cioè l’ideologia che, acconciando a nuovo il liberalismo, intendeva riprodurne le ragioni teoriche e politiche di fondo – anche dopo la Prima guerra mondiale, la crisi economica, il fascismo e la Seconda guerra mondiale.
Non si potevano ignorare, del resto, le reali trasformazioni del sistema di mercato capitalistico. L’acrobazia neoliberista sta nel giustificarle sulla base stessa del “credo liberale”: si sostiene, dunque, che l’intervento serva per creare le migliori condizioni di funzionamento del mercato, che la concentrazione finanziaria e industriale favorisca la produttività e l’innovazione, che ci siano metodi di mercato per rimediare dove il mercato sembra fallire. Hayek (1948 [1935], 125-127) cerca un fondamento neonaturalistico del “metodo razionale della teoria economica” nei “fatti essenziali” riscontrabili immediatamente nel comportamento individuale. Egli precisa che tale metodo va difeso contro quello istituzionale e socialistico. In generale, la svolta formalista, che implica l’individualismo metodologico, è il modo in cui la teoria economica rimuove il problema della propria corrispondenza con la realtà storico-istituzionale, dopo che la crisi del liberalismo ottocentesco aveva dimostrato l’irrealtà delle condizioni necessarie – la concorrenza perfetta anzitutto – per garantire i vantaggi promessi dal sistema di mercato. Non per nulla, come abbiamo visto, Polanyi non smise mai di sostenere “l’approccio basato sulla società”, in contrapposizione con quello “economicistico”. Egli sapeva bene che cosa c’era, in realtà, dietro la retorica della libertà individuale, della scelta razionale e della – imperscrutabile – capacità del mercato di percepire e coordinare le scelte individuali: c’erano la fede “nelle élites e nelle aristocrazie, nel managerialismo e nella grande impresa” e l’esigenza correlativa che “la società nel suo complesso debba essere adattata più intimamente al sistema economico” (Polanyi 1947a, 247). La grande trasformazione, nelle sue pagine conclusive, sottolinea che “nel pensiero liberale l’idea della libertà degenera nella mera difesa della libera impresa – la quale oggi è ridotta a una finzione dalla dura realtà dei trust giganteschi e degli imponenti monopoli” (Polanyi 2018, 225).
Polanyi dedica diversi, densi capitoli del suo libro all’analisi, ridotta in due pillole qui sopra, delle vicende del sistema liberale, nelle sue diverse fasi, fino alla crisi definitiva. Il suo insegnamento metodologico sta nel riferimento costante all’evidenza storica. Il “doppio movimento”, ad esempio, non è una categoria generica, passe-partout, di per sé esplicativa: ma un concetto, il cui significato risulta dall’analisi di un determinato contesto, che varia nelle diverse fasi, crisi e trasformazioni, mediante le quali la nostra società riproduce se stessa con le proprie caratteristiche fondamentali.
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Abbiamo appena considerato casi diversi e diverse circostanze storiche in cui diverse forme di contro-movimento sono sorte. Molto importante è la forma messa in atto dal conflitto di classe. Anche in questo caso, d’altra parte, l’analisi, per essere significativa, dev’essere specifica. Finché durò la Poor Law, protagonisti della “difesa” contro il mercato furono gli aristocratici che impersonavano gl’interessi dei proprietari terrieri, insieme a gruppi che agivano per motivi morali tradizionali. In seguito, dopo che i Whigs, che rappresentavano la nuova classe industriale e commerciale, ottennero la Riforma del 1834, le classi del nuovo sistema sociale erano i capitalisti e i lavoratori. Anche i capitalisti chiedevano protezione, ma soprattutto i lavoratori, ai quali il meccanismo del mercato imponeva “una pressione deflazionistica sui salari” al fine di superare le crisi (Polanyi 1974 [1944], 267). Facendo riferimento, in particolare, alla sua esperienza nella Vienna del primo dopoguerra, Polanyi sottolinea che, nella “fase finale” del sistema liberale ottocentesco, “entrò decisivamente il conflitto delle forze di classe” (1974 [1944], 278). Il contro-movimento dei lavoratori metteva addirittura in questione, in nome degli interessi sociali, il sistema economico dominante, nella sua stessa struttura capitalistica e di mercato. Essi erano in grado di farlo, forti del potere conquistato con l’allargamento del suffragio e con le proprie organizzazioni politiche. Il “doppio movimento” era andato oltre se stesso.
Si trattava, per i socialisti, di “integrare” l’economia nella società, superandone la “separazione funzionale”, tipica dell’epoca liberale, mediante il pieno sviluppo della democrazia socialista. Va precisato, a questo punto, il senso di tale “separazione”. Essa non significa né che la politica non debba in nessun caso occuparsi dell’economia né che l’intervento legislativo e amministrativo sia sempre sfavorevole al funzionamento del mercato. Si può dunque dire che, secondo Polanyi, la “separazione” consista nel ritenere che le leggi dell’economia, cioè le istituzioni economiche diventate storicamente fondamentali e dominanti, costituiscano un ordine naturale, a cui la società deve adeguarsi e che la politica deve garantire e far funzionare. La “separazione” implica dunque la permanente difficoltà di una politica diversa – della politica in senso proprio secondo Polanyi, cioè democratica e senza limiti ‘naturali’ – fino ad arrivare all’impossibilità della politica così intesa, come nei regimi fascisti. In questi, osserva Polanyi (1987 [1935], 115), avviene “la completa abolizione della ‘sfera politica’ democratica”, mentre il potere economico permane incontrastato. E anche senza arrivare al fascismo – che è comunque un “virus” congenito della società capitalistica (cfr. Polanyi s. d.) – tutti i liberali, “da Macaulay a Mises”, sono stati convinti che “la democrazia popolare era un pericolo per il capitalismo” (Polanyi 1974 [1944], 285). Il “liberalismo autoritario” è ormai comunemente considerato inerente al neoliberalismo[13]; e basta anche poter dire, come Margareth Thatcher, “non c’è alternativa”.
La sconfitta epocale delle classi lavoratrici intorno alla Prima guerra mondiale coincide con la crisi definitiva del capitalismo liberale. La “trasformazione” consiste, secondo Polanyi, nell’inevitabile ricerca di un nuovo assetto istituzionale. Non si tratta più del “doppio movimento” ottocentesco, della contraddizione fra “autoregolazione” e “protezione sociale”, ma del conflitto sul governo del sistema sociale complessivo, su progetti istituzionali diversi. Il neoliberalismo trionfa, dopo la crisi degli anni Settanta del Novecento, ingabbiando, con la democrazia, ogni alternativa. Mettere in questione, se non superficialmente, il “posto dell’economia” diventa molto difficile, perfino impensabile.
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3. Per concludere
Nei “conservatori anni Venti”, come Polanyi li chiama, non solo i tentativi di socialismo furono vanificati, ma si cercò di restaurare l’assetto istituzionale ottocentesco, a cominciare dalla base aurea. Questa politica regressiva, che contribuì a determinare la crisi iniziata alla fine del 1929 e il diffondersi del fascismo, aveva tra i suoi protagonisti Mises e Hayek, promotori in seguito dell’ideologia neoliberale. La realtà del neoliberalismo, tuttavia, aveva già preso piede, come altri si erano accorti. John Hobson, per esempio, aveva messo in rilievo il controllo che le “grandi organizzazioni affaristiche” avevano acquisito sui governi. L’alternativa sarebbe stata un governo realmente democratico, ma sembrava probabile a Hobson che il capitalismo si sarebbe riprodotto in una nuova veste corporativa, in cui l’intervento statale e il “management” dell’opinione pubblica si sarebbero combinati con successo con “la massima libertà e le più vaste possibilità di far privatamente profitto” (Hobson 1919, 75 e 200). Poco prima, Antonio Gramsci aveva criticato la proposta dei nazionalisti di formare un governo di tecnici – in pratica, uomini d’affari: un regime corporativo, che negava le conquiste della modernità liberale (cfr. Gramsci 1994, 19-20). L’anno seguente egli osservava che la guerra aveva distrutto l’ideologia liberale; la politica non era più separata dall’economia, il capitalismo monopolistico si rafforzava, insieme con la burocrazia e il militarismo (cfr. Gramsci 1994, 21). Ancora un esempio fra i tanti: la critica al laissez faire di John M. Keynes (1968 [1926]), che includeva indicazioni per un’organizzazione diversa dell’economia e della politica.
Questi sono esempi di tempestiva consapevolezza della svolta storica dal liberalismo ottocentesco a nuovi assetti istituzionali. I neoliberali solo tardivamente e ambiguamente cercheranno di fare i conti con una realtà che non corrispondeva più alla vecchia “utopia del mercato autoregolato”, che però essi hanno continuato a utilizzare, con qualche aggiustamento e molta ipocrisia, come arma ideologica. Philip Mirowski (2013, 83) è drastico in proposito: il neoliberalismo sopravvive perché mantiene il favore dell’opinione pubblica, seminando ignoranza nella popolazione, con una politica della ‘doppia verità’. Da una parte, c’è la propaganda essoterica contro lo stato paternalista, esoso, inefficiente, corrotto; dall’altra parte, la dottrina esoterica del ruolo dello stato nel favorire le grandi corporations, finanziarie in primo luogo, e dell’esigenza di tenere accuratamente a bada la democrazia[14].
Polanyi, dopo aver constatato la sconfitta del suo ideale radicalmente democratico, secondo il quale la libertà degli individui si sarebbe realizzata ‘positivamente’, mediante la partecipazione consapevole e responsabile alla gestione della società[15], analizzò la “trasformazione” neoliberista-corporativa in numerosi saggi e articoli, pubblicati soprattutto nel settimanale viennese Der Österreichische Volkswirt dal 1924 al 1938[16]. Essi riguardano l’economia e la politica internazionali e le trasformazioni interne, specialmente in Gran Bretagna, ma anche in altri paesi, dagli Stati Uniti del New Deal all’URSS dei Piani Quinquennali[17].
Note
[1] Alla quale si attiene la traduzione italiana (1974, ristampata nel 2000). Una traduzione della versione definitiva del capitolo si trova in Polanyi 2018, 214-229, con una nota iniziale sulla vicenda della sua travagliata redazione.
[2] Fra i suoi scritti sull’argomento, due articoli e un manoscritto sono stati pubblicati in italiano (Polanyi 2015, 346-375).
[3] Cfr. su tale processo secolare lo studio di Richard Tawney (1967 [1926]). Polanyi fu a lungo in rapporto con lo storico inglese, che era anche Presidente della WEA, e ne fu influenzato.
[4] Oltre a Weber, cfr. Marx (1968, 38): “La produzione di merci appare come carattere normale, dominante della produzione soltanto sulla base della produzione capitalistica.” E Thorstein Veblen (1901, 286; 1909, 245): il “sistema dei prezzi” va considerato quale “situazione in cui domina il business” con le sue “esigenze pecuniarie”.
[5] Polanyi riprende da Max Weber il tema dei motivi dell’agire economico “nelle condizioni di un’economia di mercato”: la fame “per i non possidenti” e il profitto a cui può mirare l’imprenditore, grazie al suo capitale, alla sua “disposizione ‘professionale’ all’acquisizione razionale” e al suo potere sui lavoratori, garantito anzitutto dal rischio che essi corrono di “una mancanza totale di approvvigionamento” (Weber 1980 [1922], 106).
[6] Il diventare dominanti delle leggi ‘economiche’ sull’intero sistema sociale – osserva Wolfgang Sachs (2008, 22), chiaramente ispirandosi a Polanyi – fa sì che la società non abbia, ma sia un’economia.
[7] Un manoscritto di Polanyi (1937) inizia citando le Tesi su Feuerbach di Marx e contiene un’interpretazione complessiva della sua teoria, in particolare del feticismo. La naturalizzazione di rapporti sociali storicamente determinati rientra senz’altro nel concetto di feticismo.
[8] C’è una significativa corrispondenza fra questa concezione polanyiana della “società di mercato” e l’analisi della “forma valore” nel Primo capitolo del Capitale di Marx.
[9] Nella sezione sulle “Forme che precedono la produzione capitalistica” dei Grundrisse, Marx (1976, 452) parla in termini simili della rottura rispetto alle culture precedenti e della novità che ne risulta: “il lavoratore in forma così nuda”.
[10] L. von Mises, “Die Wirtschaftsrechnung im sozialistischen Gemeinwesen”, Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik, 47, 1920, 86-121. Friedrich Hayek inserì questo saggio in un’antologia da lui curata sull’argomento (1935).
[11] Cfr. Veblen (1901, 298-299): le strategie del capitale rispondono alla necessità della sua riproduzione; per cui, quel che conta “nella competizione pecuniaria […] è il suo essere adeguato al guadagno pecuniario, non all’utilità in generale”, non “alla convenienza della comunità in generale”.
[12] Viene fatto riferimento, al riguardo, alle ‘Big Five’ – Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft – e alla loro posizione dominante nella costruzione e nell’utilizzo del World Wide Web.
[13] Cfr. Wilkinson 2019. Renato Cristi (1998) dedica un interessante capitolo (pp. 146-168) al confronto fra la concezione politica di Hayek e quella di Carl Schmitt; di quest’ultimo egli pubblica in appendice la conferenza del 1932 intitolata “Stato forte ed economia sana”.
[14] La democrazia come problema – precisamente, l’eccesso di democrazia – è un tema centrale nel Rapporto alla Commissione Trilaterale (Crozier et al. 1975).
[15] Cfr., sulla filosofia politica di Polanyi, Cangiani 2012b.
[16] Una scelta si trova in italiano in Polanyi 1993.
[17] Non è possibile considerare in questa sede le analisi di Polanyi sul sistema economico e politico internazionale, la cui importanza per i neoliberisti è stata messa in rilievo da Quinn Slobodian (2018).
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