Immagine di copertina: L’Antico Caffè San Marco a Trieste
Trieste, ombelico del mondo?
La storia di Trieste è stata scritta con grande acribia da uno stuolo di storiche e di storici che vanno da Anna Millo a Marina Cattaruzza, da Diana De Rosa a Marta Verginella, da Tullia Catalan a Claudia Cernigoi, da Giulio Sapelli a Giovanni Miccoli, da Enzo Collotti a Elio Apih, da Teodoro Sala a Galliano Fogar, da Raoul Pupo a Patrick Karlsen e tante altre/altri. Poche città, pochi territori sono stati indagati con tanta attenzione. Non uno di questi autori è citato dai nostri azzeccagarbugli.
I quali iniziano mettendo in risalto la “riscoperta” di Trieste e del suo ruolo strategico da parte del governo Meloni. Allora sarà il caso di ricordare che la città adriatica, la sua classe dirigente – visto che di storia vogliamo parlare — hanno avuto sempre una profonda inclinazione verso ideologie che potrebbero definirsi prefasciste, basti considerare le vicende dell’irredentismo adriatico, particolarmente virulento negli ultimi due decenni dell’Ottocento e nel primo decennio del Novecento, quando la città era ancora sotto il dominio asburgico ma nel Consiglio Comunale dominavano i liberalnazionali e il sistema elettorale basato sul censo impediva un ricambio di classi dirigenti. L’odio antislavo con accenti di vero razzismo cresce in quegli anni e per reazione si consolida un nazionalisamo sloveno di eguale intolleranza. Il razzismo triestino non è mai stato antiebraico, anzi, la comunità ebraica ha condiviso molti valori dell’irredentismo. Il problema è sempre stato il rapporto con la minoranza slovena. L’odio etnico ha fortemente condizionato i modi di pensare della borghesia di lingua italiana, che vedeva nel suo corrispettivo sloveno un pericoloso concorrente. Tanto la borghesia di lingua italiana – già in epoca asburgica — era conservatrice, radicata nella rendita immobiliare e nella distribuzione dei posti nell’impiego pubblico, con forti componenti – avrebbe detto Sylos Labini – di tipo parassitario, tanto quella slovena era dinamica. Oggi, fortunatamente, divisioni e avversioni tra le due componenti linguistiche sono state ampiamente superate, ma per arrivare a tanto ci sono voluti decenni di sofferenze e di lacerazioni. Altro che idilliaca convivenza tra civiltà latina, civiltà slava e civiltà germanica, come ci vogliono far credere! L’irredentismo trovò il suo sbocco naturale nel fascismo. La nascita stessa dello squadrismo, che gli storici datano il 13 luglio 1920 con l’incendio del Narodni Dom, la casa degli sloveni, avviene a Trieste. Nulla di strano quindi se Fratelli d’Italia abbia voluto scegliere Trieste per lanciare il 2-3 dicembre 2017, al suo secondo congresso nazionale, “le Tesi di Trieste”, un documento programmatico che ha definito alcuni valori cui il partito si ispira.
Ma torniamo un attimo indietro all’epoca asburgica, perché molti dei miti che conferiscono una determinata “aura” alla città (e che ci vengono riproposti nell’articolo in questione) si sono creati proprio sull’immagine dell’epoca asburgica e sono quasi tutti dei falsi miti, sono delle narrazioni fortemente distorte. Quella, per esempio, di una città multietnica e tollerante, melting pot di lingue e di religioni, città di commercianti pieni d’iniziativa e di relazioni internazionali, di broker, di uomini di finanza, vera città “globale”, come l’aveva già tratteggiata Karl Marx nei suoi articoli per la ‘New York Daily Tribune’ (peraltro citato dai nostri, almeno lui….). Questo è vero per il periodo che va suppergiù dall’Editto di Tolleranza di Giuseppe II (1781) alla morte di Pasquale Revoltella (1869) – uomo di finanza che ebbe un ruolo decisivo nel taglio dell’istmo di Suez e che seppe anticipare di quasi un secolo la disciplina della logistica (chiedendo non a caso l’abolizione del porto franco perché la gestione emporiale delle merci causava l’aumento del loro prezzo sui mercati di consumo dell’Impero). La città della tolleranza e della civiltà multietnica cessa di esistere quando la classe dirigente triestina cade preda dell’estremismo irredentista. A salvaguardare il carattere multietnico della città fu il proletariato, la classe operaia che era andata formandosi con l’industrializzazione, quando Trieste da città di porti e di commerci diventa città industriale di prima grandezza. Lo diventa attorno al ciclo integrale della cantieristica in un primo tempo (dunque siderurgia, meccanica pesante) e poi in altri settori, alimentare, tessile-abbigliamento ecc.. Nasce alla metà dell’Ottocento una seconda città, quella di cui le guide turistiche mai parlano, quella che è cancellata dai miti e dalla memoria, la città operaia dei rioni di San Giacomo, Ponziana, Servola, Rozzol — quella dove sono nato. E lì si parlano varie lingue, perché l’esercito industriale di riserva è arrivato dai Balcani, dalla Carniola, dalla Carinzia, dal Friuli. Lì la parola “tolleranza” ha un significato, nella città dei “siori”, quella dei miti da strapazzo, l’irredentismo dei liberalnazionali provoca vari effetti perversi (preziose le ricerche di Anna Millo su questi aspetti). Uno di questi è l’insofferenza verso tutto quello che viene da Vienna, proprio nel momento in cui Vienna diventa l’antesignana della modernità, la Vienna della pianificazione urbana (mentre a Trieste impera la speculazione edilizia), la Vienna dell’acqua pubblica (mentre a Trieste è privata), la Vienna dei servizi pubblici, la Vienna dell’austromarxismo, la Vienna dei Loos, dei Schiele, dei Karl Kraus, di Schönberg, di Schumpeter. Un po’ di psicanalisi è tutto quello che Trieste importa dalla capitale asburgica, ma quando ormai l’irredentismo si sarà fatto fascismo, che penetra anche nell’ambiente ebraico. Il regime di Mussolini farà di tutto per cancellare la memoria del passato asburgico, un passato con 500 anni di storia. Quelli che appaiono come interventi urbanistici del regime fascista sono in realtà operazioni di riorganizzazione della memoria storica e dunque dell’identità culturale della città. Trieste doveva essere riportata al suo passato romano e per riportarne alla luce le vestigia fu demolito tra il 1934 e il 1938 il ghetto ebraico. Il coordinatore di questa operazione fu un ebreo, Enrico Paolo Salem, convinto forse che fosse necessaria la demolizione per ragioni d’igiene. Poi Mussolini sceglie Trieste come palco da cui annunciare l’emanazione delle leggi razziali (1938), tributo concesso a Hitler per accreditarsi come alleato militare. Ma la città non è mai stata antisemita. Nell’articolo di Arha e Roha, che fa sfoggio di nozioni storiche, manca la vera storia di Trieste. Ed è assente anche il seguito.
Troppo complesso e troppo doloroso ricordare il seguito di questa vicenda, il ruolo di Trieste nella guerra, il periodo dell’occupazione nazista, quando Trieste non è più Repubblica Sociale Italiana ma è Operationszone Adriatisches Küstenland. Sul territorio comanda un Gauleiter, non il prefetto, vi trovano rifugio alcuni dei più efferati criminali nazisti. Vi installano un forno crematorio, la Risiera di San Sabba. Ci finiscono soprattutto militanti e combattenti antinazisti sloveni, croati ma anche italiani. Ho otto anni quando assisto dal balcone della casa in cui sono nato alle ultime scaramucce tra i partigiani di Tito e la guarnigione tedesca asseragliata nel Castello di San Giusto. Nel mio quartiere, San Giacomo, dove tanti sono i lavoratori dei cantieri navali e i partigiani yugoslavi sono stati accolti come liberatori, i bombardamenti alleati avevano fatto strage.
Poi viene il dopoguerra, per nove anni, dal 1945 al 1954, la città è amministrata dal GMA, Governo Militare Alleato, ed è lì che affondano le loro radici gli avvenimenti che scorrono oggi sotto i nostri occhi, quel rinnovato interesse geopolitico per Trieste di cui si fanno portavoce i sedicenti think thank. Trieste allora è come appoggiata sulla cortina di ferro, la si può toccare con mano andando in gita sul Carso. Sedici servizi segreti inviano le loro spie in città, sedici (!), secondo la testimonianza di Diego De Castro, rappresentante del governo italiano presso il GMA. Se ne vanno quando finisce l’amministrazione alleata, ma nemmeno due anni dopo, 1956, nasce Gladio “organizzazione paramilitare frutto dell’intesa tra la CIA e i Servizi Segreti Italiani”, si legge in Wikipedia. Ho degli amici che scopersero di essere iscritti a Gladio a loro insaputa. E’ qui che si alimenta quel “lato oscuro” della città, un po’ inquietante, che rimane a lungo sottotraccia e che emerge ogni tanto sotto diversi travestimenti (per esempio sotto spoglie massoniche e oggi coi colori del governo di turno), che è capace di staccarsi da compromissioni eversive e diventa lobby, normale rete di relazioni che offre di volta in volta il suo endorsement per i posti chiave del potere locale. Che legame c’è, se c’è, tra queste lobby e i think thank da cui provengono i profeti delle diverse “vie auree”?
Fortunatamente arrivano a Trieste ogni tanto delle personalità che riescono a strappare i poteri locali alla vischiosità di relazioni di vicinato e proiettano le potenzialità della collocazione geografica di Trieste in uno scenario internazionale. Sono questi gli uomini che hanno riportato Trieste e il suo porto sullo scacchiere internazionale dei commerci. Non a caso i loro nomi non compaiono nell’articolo in questione. Nomi come Michele Lacalamita e Zeno D’Agostino, due uomini venuti da fuori, pugliese il primo, veronese il secondo. Lacalamita, Amministratore Delegato del Lloyd Triestino, è l’uomo al quale dobbiamo se il nostro paese è entrato precocemente nel business globale della containerizzazione, grazie alla sua presenza nei vertici dello shipping mondiale a Londra e in qualità di capo del Comitato Esecutivo della NATO per la difesa del Mediterraneo. Zeno d’Agostino è stato per due mandati Presidente dell’Autorità Portuale, a lui dobbiamo il recente rilancio del porto di Trieste, la sua presenza nell’area mitteleuropea, la sua attrattiva per i grandi players internazionali, la sua nuova capillare rete di rapporti ferroviari. Questa capacità di “visione” gli ha consentito di diventare Presidente dell’Associazione Europea delle Autorità portuali, ESPO (European Seaport Organisation). Ed è appunto ricordando qualche episodio del ruolo di D’Agostino che possiamo meglio giudicare la validità o meno di certi immaginari geostrategici che ci vengono propinati. Se ne parla anche, sullo stesso numero di Limes, nell’intervista all’ex consigliere diplomatico di Conte, Paolo Benassi.
Nel marzo 2019 il governo italiano sottoscrive con il governo della Repubblica Popolare Cinese un documento intitolato (è bene essere precisi) “Memorandum of Understanding between the Government of the Italian Republic and the Government of the People’s Republic of China on Cooperation within the Framework of the Silk and Road Economic Belt and the 21st Century Maritime Silk Road Initiative”. Toccò proprio a Zeno D’Agostino essere tra i firmatari di quel documento. Pochi giorni dopo iniziò una campagna orchestrata dalle lobby, di cui abbiamo or ora parlato, con manifesti affissi in tutta la città, secondo la quale il porto di Trieste come infrastruttura strategica, sarebbe stato ceduto a una potenza straniera. Persino l’allora ambasciatore USA in Italia s’inquietò e si precipitò a Trieste per scoprire che il grande allarme sollevato dal Memorandum non aveva nessuna ragione di esistere. Ma in quella circostanza nessuno ebbe il coraggio di ricordare un piccolo particolare, un particolare che avrebbe fatto cadere nel ridicolo certe campagne allarmistiche e che noi soli del’AIOM (Agenzia Imprenditoriale Operatori Marittimi di Trieste) denunciammo nella nostra Newsletter mensile. Qual era questo particolare? Che Trieste non solo non è e non è mai stata un presidio della Cina Popolare in Europa, ma è — e continua ad esserlo – uno dei presidi più importanri della Cina di Taiwan in Europa, per la presenza della compagnia di bandiera di Taiwan, la Evergreen, che nel lontano 1994 acquisì il glorioso Lloyd Triestino, lo ribattezzò nel 2006 Italia Marittima, ed ha contribuito in questi anni al rilancio della cultura marinara e del know how marittimo-portuale dell’Istituo Nautico e dell’Accademia Nautica dell’Adriatico.
Questa colossale “gaffe” di coloro che all’epoca della sottoscrizione del Memorandum gridarono “al fuoco! al fuoco!” ci dice molto sulla serietà e sull’attendibilità di certe analisi geostrategiche che vorrebbero assegnare a Trieste ruoli importanti per tutto l’Occidente. Tanto per citarne una tra le più cervellotiche, quella che vorrebbe Trieste asse portante del cosiddetto Trimarium, ovvero il sistema dei tre mari, Baltico, Mar Nero, Adriatico innestato sui tre porti di Danzica, Costanza e Trieste. Per valutarne l’attendibilità basterà dire che oggi non c’è una sola linea marittima né una sola linea ferroviaria che collega Trieste a Costanza. C’è un solo elemento per il quale potremmo classificare il ruolo del porto di Trieste come “strategico”: il terminale dell’oleodotto che fornisce energia a Germania, Austria e Cechia. Anche il tanto decantato ruolo del porto franco, anzi dei “punti franchi” per essere precisi, è ben poca cosa rispetto ai vantaggi che offre un altro “privilegio” di cui non si parla, quello dell’esezione dal rispetto dei contingenti bilaterali nel traffico camionistico, ragione per la quale arrivano dalla Turchia quasi due navi al giorno piene di semirimorchi. Oleodotto e Ro Ro, queste sono le due uniche “rendite di posizione” di Trieste. Ma per il resto, si pensi al container, altri porti dello stesso range nordadriatico marciano più spediti.
Come si è detto all’inizio, Trieste è un avamposto della deterrenza nucleare della NATO da più di mezzo secolo, ma non per la sua posizione particolare, bensì perché fa parte di quell’area dove si trovano da sempre importantissime basi americane. Per il resto non si capisce per quale ragione invece di Trieste non possano essere il porto sloveno di Koper (Capodistria) o quello croato di Rijeka (Fiume) a fungere da terminali di certi corridoi strategici. Per ora Trieste ha un vantaggio in termini di infrastrutture ferroviarie, ma per quanto?
E’ innegabile però che l’ultimo governo ha qualcosa in testa su Trieste. Sul terreno militare i giochi sono già fatti da un pezzo, su quelli degli scambi commerciali idem, non resta che il terreno mediatico, al giorno d’oggi assurto però a un livello d’importanza pari al militare e all’economico. Non occorre essere nostalgici del Ventennio fascista per riconoscere la bravura diplomatica di Giorgia Meloni sullo scacchiere internazionale. Un’abilità, la sua, che la distingue, per ora, nettamente da quella delle sue colleghe, la francese Marine Le Pen e la tedesca Alice Weidel, che pure hanno saputo ridurre a malpartito rispettivamente Macron e Scholz. A parte l’idillio con Trump&Musk, anche il gioco su diversi tavoli a Bruxelles ha dimostrato che Giorgia Meloni è un cavallo di razza della politica, come si diceva una volta, malgrado si circondi anche di personaggi impresentabili. Se questi successi potranno riverberarsi sulla “città prediletta” Trieste, è tutto da vedere. Se questi successi andranno a vantaggio delle lobby triestine di cui abbiamo parlato, è probabile, ma non è affatto scontato. Lo vedremo quando sapremo il nome del prossimo Presidente dell’Autorità Portuale.
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