«Socialismo o barbarie». Rosa Luxemburg contro la Grande Guerra

 

1) La guerra fra stati capitalistici deriva dalla loro inevitabile competizione nel mercato mondiale, che comporta l’asservimento di altri popoli. 2) Le guerre sono inoltre il risultato della corsa agli armamenti e del militarismo quale strumento del dominio economico, politico e ideologico della classe borghese. 3) Nell’interesse di quest’ultima vengono sistematicamente coltivati pregiudizi nazionalistici per distogliere le masse proletarie dalla solidarietà internazionale. 4) La lotta contro il militarismo non può dunque essere separata dalla lotta di classe per il socialismo. La classe operaia e i suoi rappresentanti in parlamento devono opporsi agli armamenti e rifiutarsi di approvare il loro finanziamento.

Di fronte alla svolta storica segnata dalla guerra, Rosa Luxemburg riprende e approfondisce i temi principali della sua riflessione. L’analisi delle caratteristiche e delle dinamiche fondamentali della società capitalistica è necessaria per comprendere la contingenza concreta; questa, a sua volta, è occasione di verifiche e sviluppi di quell’analisi. La guerra pone in primo piano l’imperialismo e il conflitto di classe. L’«assassinio di massa», come ella lo definisce, conferma l’urgente alternativa fra socialismo e barbarie. La socialdemocrazia mostra i suoi limiti, anzi incorre in «una catastrofe che fa epoca nella storia mondiale»[1]. Luxemburg preme per una politica radicale perché la sua conoscenza va alla radice ed ella mai rinuncia al principio, non sempre comodo, che la verità è rivoluzionaria. È questo «metodo della totalità»[2] che rende la sua opera – scritti, atteggiamenti, lotte – illuminante anche per il nostro presente. Ella ha messo in rilievo, in effetti, vincoli e tendenze che caratterizzano in generale il nostro sistema sociale.

1. L’Internazionale e la guerra

In tutti i congressi, a partire dal primo (1889), la Seconda Associazione Internazionale dei Lavoratori si proclamò «partito della pace» e discusse sulla guerra. Il rapporto presentato da Rosa Luxemburg al Congresso di Parigi (1900) discute le conclusioni di due Commissioni – politica coloniale e militarismo[3]. Sono queste le due facce della politica mondiale, da lei costantemente spiegate e combattute. Si diffondeva in quegli anni l’analisi dell’imperialismo, nel movimento socialista in particolare.

Il Congresso di Stoccarda (1907) rivelò drammaticamente il contrasto, che in seguito non si riuscirà più a ricomporre, fra coloro che miravano al rovesciamento del capitalismo e gli ‘opportunisti’ che tendevano ad adattarsi all’ordine esistente. In particolare, la divisione riguardava la politica internazionale. La commissione sul colonialismo proponeva di non rifiutare in generale «qualsiasi politica coloniale», poiché la «civiltà», e anzitutto la prosperità europea, potevano giovarsene. Questa è «la base economica per infettare il proletariato con lo sciovinismo coloniale», scrive Lenin negli articoli in cui commenta il Congresso. Il proletariato, egli sostiene, deve invece contrapporsi alla violenza, alla schiavitù e al degrado sociale diffusi nel mondo dall’imperialismo. Il Congresso bocciò la mozione della Commissione con una maggioranza risicata. Lenin osserva poi che la risoluzione sull’antimilitarismo, preparata da un’altra commissione e approvata con rilevanti modifiche dal Congresso, «è forse la più importante». Sono decisivi in essa, egli ricorda, gli emendamenti suggeriti da Rosa Luxemburg assieme ai delegati russi, Lenin e Martov, in contrapposizione alle tendenze anarcoidi da una parte e opportuniste dall’altra[4].

Il tocco luxemburghiano si nota nei punti principali della risoluzione. Fra di essi: 1) La guerra fra stati capitalistici deriva dalla loro inevitabile competizione nel mercato mondiale, che comporta l’asservimento di altri popoli. 2) Le guerre sono inoltre il risultato della corsa agli armamenti e del militarismo quale strumento del dominio economico, politico e ideologico della classe borghese. 3) Nell’interesse di quest’ultima vengono sistematicamente coltivati pregiudizi nazionalistici per distogliere le masse proletarie dalla solidarietà internazionale. 4) La lotta contro il militarismo non può dunque essere separata dalla lotta di classe per il socialismo. La classe operaia e i suoi rappresentanti in parlamento devono opporsi agli armamenti e rifiutarsi di approvare il loro finanziamento[5]. (Tale rifiuto era stato auspicato fin dal Congresso di Zurigo, 1893, dato che rappresentanti socialisti avevano cominciato ad entrare nei parlamenti).

Nel Partito socialdemocratico tedesco (SPD) andarono gradualmente emergendo idee e pratiche osteggiate dalla minoranza di sinistra. Le elezioni del 1907 si svolsero in un clima di euforia patriottica in seguito alla cruenta vittoria tedesca sulle ribellioni che, a partire dal 1904, erano scoppiate nelle colonie africane. L’SPD, che aveva votato contro i crediti per questa guerra, perse il 2,7% dei voti e i suoi seggi si ridussero da 81 a 43 per effetto del ballottaggio. Si rafforzò quindi nel Partito la tendenza ad aderire al nazionalismo e ad accettare il colonialismo. Nel congresso di Essen (settembre 1907) fu formulata la distinzione fra guerra difensiva e guerra d’aggressione e discussa la dichiarazione di Gustav Noske al Reichstag sull’interesse dell’intero popolo tedesco per le istituzioni militari in difesa della patria. Bebel prese le difese di Noske. Molti oppositori, Karl Kautsky compreso, si attenevano alla mozione approvata al Congresso dell’Internazionale sulla concorrenza capitalistica nel mondo quale causa generale della guerra e ritenevano quindi incongruo il concetto di guerra difensiva.


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Preoccupazioni nel Partito suscitò, nel 1909, il libro in cui Kautsky parla della prospettiva aperta dal nuovo secolo: maturità della rivoluzione, tensioni sociali, grandi lotte rivoluzionarie, il possibile innesto della rivoluzione su una guerra imperialistica. Egli si attiene, tuttavia, all’idea dell’imperialismo come espansione coloniale e sviluppo degli armamenti[6]. Sia Rudolf Hilferding che Rosa Luxemburg spiegano piuttosto l’imperialismo e le guerre come esito della concorrenza per l’investimento a livello mondiale fra grandi capitali industriali-finanziari, appoggiati dai rispettivi stati[7].

In un articolo del 1911, Luxemburg traccia una netta distinzione tra il «pacifismo borghese» e il punto di vista socialista. Solo quest’ultimo vede nel militarismo «il figlio legittimo e il logico risultato del capitalismo», come diviene evidente nell’epoca del conflitto di interessi fra potenze coloniali[8]. Anche Kautsky e Jean Jaurès avevano sostenuto, al Congresso di Stoccarda, che non si tratti più di guerre per la riunificazione e l’indipendenza delle nazioni, come nel XIX secolo, e tanto meno dei conflitti dinastici dei secoli precedenti, ma ormai esistano solo guerre imperialistiche. Procede in questo senso la teoria luxemburghiana, che ella tiene a considerare «scientifica», rifacendosi all’analisi marxiana della dinamica del capitalismo quale forma storica di società.

Dalla fine del XIX secolo, con l’intensificarsi della competizione imperialistica, le guerre si stanno moltiplicando, ella osserva: fra Giappone e Cina (1895); fra Spagna e Stati Uniti (1898); la guerra anglo-boera (1899-1902); la campagna di sei paesi europei, più il Giappone e gli Stati Uniti, contro la Cina (1900); la guerra fra Russia e Giappone (1904); la guerra tedesca in Africa (1904-1907); l’intervento russo in Persia (1908). Ogni volta la corsa agli armamenti accelera, creando nuove tensioni. Luxemburg ricorda il riarmo tedesco, in particolare le leggi navali, che, a partire dal 1898, portarono la flotta al secondo posto nel mondo dopo la Royal Navy, impensierendo la Gran Bretagna. Ed è notevole la lungimiranza con la quale ella scorge «i germi di un antagonismo fra Stati Uniti e Giappone nell’area del Pacifico»[9].

Limitare gli armamenti e mantenere la pace è dunque, ella osserva, «un’utopia piccoloborghese», un’illusione riguardo alla realtà della politica mondiale e agli antagonismi imperialistici, come lo è la pretesa di contrastare la tendenza alla crisi insita nello sviluppo dell’economia capitalistica. La piccola e media borghesia «si lamenta per il fardello del militarismo, così come […] per le crisi economiche, per l’assenza di scrupoli della speculazione finanziaria e per il terrorismo di cartelli e trust”[10]. Vengono allora auspicati accordi di disarmo e patti di alleanza. Mentre i primi non vengono attuati, i secondi non sono risolutivi: possono anzi rinfocolare vecchi conflitti e generarne nuovi, e comunque dipendono dai rapporti di forza più di quanto li regolino. L’Entente del 1907 fra Gran Bretagna, Francia e Russia

che Jaurès ha salutato quale garanzia della pace mondiale, ha reso più acuta la crisi nei Balcani, ha accelerato la rivoluzione in Turchia, ha incoraggiato l’azione militare russa contro la Persia e ha condotto a un riavvicinamento fra Turchia e Germania, che ha a sua volta reso più acuto l’antagonismo anglo-tedesco”[11].

Si può aggiungere che, nonostante l’accordo di Potsdam, concluso fra Germania e Russia nello stesso agosto 1911 in cui usciva l’articolo di Luxemburg, le relazioni fra i due paesi andarono guastandosi, in particolare perché la Germania aveva interessi economici nell’impero turco e forniva ad esso consulenza e aiuti militari. La guerra fra Italia e Turchia fu un ulteriore fattore di crisi, anche per i suoi riflessi sui conflitti balcanici. Luxemburg sollecita i socialdemocratici a spiegare in questi termini alle masse la questione della pace e della guerra,

distruggendo infaticabilmente ogni illusione riguardo ai tentativi di pace da parte della borghesia e proclamando che solo la rivoluzione proletaria può essere il primo passo verso la pace mondiale. […] Dire la pura verità a se stessi e agli altri è sempre la migliore pratica politica[12].

L’articolo continua criticando la vana propensione di Georg Ledebour e Kautsky ad appoggiare iniziative di pace all’interno del capitalismo, a prefigurare persino gli Stati Uniti d’Europa, senza mettere il capitalismo in questione. «Oggi – ribadisce Luxemburg – l’Europa è solo un anello della catena di connessioni e contraddizioni internazionali»[13].

Poco dopo ella commenta la crisi in Marocco. La Germania aveva inviato una nave da guerra ad Agadir, sfidando la Francia, che mirava a rafforzare la propria influenza, svuotando i diritti commerciali e di controllo garantiti in Marocco alle altre potenze, alla Germania in particolare, dall’Atto di Algeciras (1906). Anche Spagna e Gran Bretagna avevano i loro interessi in quell’area ed erano dunque implicate nella crisi.

La questione del Marocco rivela il divario crescente tra il centro e la sinistra dell’SPD. Luxemburg mette in ridicolo la fiducia di Eduard Bernstein nella diplomazia e il suo appello contro «l’immoralità» degli stati che tengono ai propri interessi più che agli accordi internazionali. Non si può sostenere che «l’imperialismo capitalistico dovrebbe essere ‹morale›», ella esclama: occorre piuttosto approfondire «la comprensione dei fatti sociali». Si rivelano allora norme infrante e atti di violenza «trasformati in principi». I trattati poggiano su rapporti di potere, e sono come questi mutevoli. Inoltre, ella osserva, Bernstein ritiene «onorevole e umano» difendere i diritti degli imprenditori tedeschi in base agli accordi di Algeciras, senza badare al fatto che tali accordi «hanno calpestato i diritti dei popoli indigeni». Il «‹diritto› che resta ai popoli africani è di essere spinti a morire nelle miniere e nelle piantagioni in nome del profitto capitalistico»[14]. Tutto ciò non è che «l’altra faccia dello sviluppo interno del capitalismo», ella conclude, esprimendo la convinzione che approfondirà in L’accumulazione del capitale (1913)[15]: è necessario sfruttare aree esterne e includerle poi nel mondo capitalistico; l’espansione imperialista è inevitabile, crescente, conflittuale e contraddittoria.

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La crisi marocchina è istruttiva, secondo Luxemburg, riguardo alla questione della guerra e della pace. Ella ridicolizza – quale espressione, in realtà, della competizione fra capitalismi europei – l’appello al disarmo lanciato dai parlamenti di Francia e Inghilterra in febbraio 1911. I «progressisti» tedeschi ne sembrano entusiasti, ma a loro volta, adesso, «appoggiano un’avventura politica coloniale che porta i popoli sull’orlo dell’abisso di una guerra mondiale»[16]. Risulta chiaro che la corsa agli armamenti non serve a garantire la pace, ma induce alla guerra; inoltre, il liberalismo borghese sta cadendo sotto i colpi del militarismo, «il quale calpesta e schiaccia la democrazia, il parlamentarismo e la riforma sociale»[17].

Anche Kautsky interviene sulla crisi marocchina e più in generale sul contrasto fra Germania e Inghilterra e sulla corsa agli armamenti. Non solo i lavoratori di tutti i paesi sono contro la guerra, a suo avviso, ma anche la «massa delle classi proprietarie», ad eccezione dei «guerrafondai che fabbricano corazzate e cannoni, concedono prestiti, speculano sui territori coloniali e sono fornitori del governo»[18]. Luxemburg, commentando il documento di Kautsky, sottolinea che in esso non viene adeguatamente analizzata «la connessione fra politica mondiale e sviluppo capitalistico»[19]. L’origine del riarmo e della brama di potere globale rimane quindi un mistero, e «non resta che l’indignazione etica per la disumanità della guerra». Ella sottolinea invece il significato di classe del militarismo quale strumento di potere e del riarmo quale occasione di profitto. Il Partito non può limitarsi a denunciare il militarismo «come un’idiozia anche dal punto di vista della società capitalistica» e il colonialismo «come un gravame anche per le classi proprietarie», «mettendosi nella comica situazione di pretendere di conoscere gli interessi delle classi borghesi meglio di esse stesse». Infine, ella rimprovera a Kautsky di non dire nulla «sui popoli nativi delle colonie, sui loro diritti, interessi e sofferenze» e «neanche sul socialismo e i suoi scopi!».

L’SPD, diversamente da Luxemburg, tendeva a sottovalutare il rincorrersi di crisi e di segnali di guerra. Non era così per i socialisti francesi, Jaurès ed Édouard Vaillant in particolare. La diversità fra i due partiti riguardava anche il ruolo dell’Internazionale: non semplice somma dei partiti secondo i francesi, ma capace di coordinamento e d’iniziativa. Secondo Madelaine Reberioux, l’Internazionale assumeva ancora «atteggiamenti vigorosamente contrari alla guerra», nonostante lo scetticismo dei tedeschi e degli austriaci. Ella menziona in proposito le dimostrazioni in tutte le capitali d’Europa il 5 novembre 1911 in occasione dell’annessione italiana di Tripoli. Il Congresso di Basilea del 24-25 novembre 1912, inoltre, «afferma solennemente la capacità dell’Internazionale – e della sola Internazionale – di combattere la guerra». Non mancano tuttavia, specialmente in Germania, coloro «che Kautsky definirà ‹realpolitischen Sozialisten›»; essi non ritengono più possibile la rivoluzione e tendono a «far proprio il sistema di valori nazionalistici e gli obiettivi espansionistici delle classi dominanti», fino ad ammettere la necessità di una politica coloniale[20].

L’opposta posizione di Luxemburg è radicata in un’eccezionale capacità di approfondimento teorico, la cui massima espressione è L’accumulazione del capitale, ma che ella applicava giorno per giorno, concretamente, alla spiegazione dei fatti e all’indirizzo dell’azione. Per la pace, a suo avviso, occorre lottare con piena conoscenza di causa, senza illusioni, senza compromessi e senza tregua.

In due discorsi tenuti il 25 e il 26 settembre 1913 ella invitava i lavoratori tedeschi a non sparare contro i francesi o «altri fratelli stranieri» in caso di guerra. Venne quindi accusata di «incitamento alla disobbedienza pubblica» e processata a Francoforte nel febbraio 1914. La pena di un anno di prigione, rimandata per le sue condizioni di salute, venne scontata a Berlino fra il 18 febbraio 1915 e il 18 febbraio 1916.

2. Infine, la Grande Guerra

Nonostante la condanna, Rosa Luxemburg continuò a battersi contro il militarismo, anche partecipando a manifestazioni e comizi. Il 29 e il 30 luglio 1914, quattro giorni dopo la dichiarazione di guerra alla Serbia da parte dell’Austria-Ungheria con l’avallo del governo tedesco, si tenne a Bruxelles una riunione della direzione dell’Internazionale socialista. Luxemburg rappresentava la Polonia. Emerse un insanabile conflitto fra gli austriaci Victor e Friedrich Adler, padre e figlio: il primo sosteneva che, ora che centinaia di migliaia di uomini marciavano verso i confini e vigeva la legge marziale, non era più possibile alcuna azione. Sembra che gli altri – il figlio anzitutto, e Jaurès (che verrà assassinato al suo ritorno a Parigi la sera del 31 luglio) – non fossero d’accordo. La riunione si chiuse senza decisioni. Nel suo applaudito discorso a una manifestazione popolare contro la guerra che si tenne subito dopo, sempre a Bruxelles, Jaurès elogiò Luxemburg quale «intrepida donna che riempie il cuore del proletariato tedesco con la fiamma delle sue idee». Le fu data la parola, ma ella rifiutò. Rimase seduta, riferisce Paul Frölich, con un’espressione di profondo dispiacere dipinta in faccia. Ella assunse tale insolito atteggiamento, secondo Frölich, perché era consapevole degli effetti «accecanti e sconcertanti» che il nazionalismo aveva sulle masse popolari, e quindi della difficoltà di attenersi alla risoluzione contro il militarismo approvata al Congresso di Stoccarda (1907). Ella scorgeva nell’atteggiamento di Victor Adler e dei Socialdemocratici austriaci la tendenza dell’Internazionale a procedere nel verso opposto, rinunciando così a ogni resistenza o aderendo addirittura alla guerra. Rosa tacque, scrive Frölich, probabilmente perché non si sentiva né di mentire, alimentando «futili speranze nelle masse», né di rivelare la scoraggiante verità [21].


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Con il precipitare degli eventi il 31 luglio e 1° agosto – fra ultimatum e mobilitazioni generali – si intensificò la discussione nelle direzioni dei partiti socialisti, principalmente riguardo alla votazione dei crediti di guerra. In un incontro fra dirigenti francesi e tedeschi il 1° agosto, i primi sembravano orientati ad approvarli, poiché ritenevano che la Francia dovesse difendersi. I socialdemocratici tedeschi ribatterono che non era facile distinguere chi attaccava e chi si difendeva, dopo anni di espansione imperialista e di riarmo. Nel corso di una riunione, solo 15 su 111 deputati socialdemocratici si dichiararono contrari all’approvazione dei crediti. E il giorno seguente – il famigerato 4 agosto – l’approvazione fu unanime. La Germania aveva dichiarato guerra alla Russia il 1° agosto, il 2 aveva occupato il Lussemburgo, il 3 aveva dichiarato guerra alla Francia e invaso il Belgio.

Karl Liebknecht, da sempre attivo antimilitarista – uno dei suoi scritti, Militarismus und Antimilitarismus, gli era già costata nel 1907 la condanna a un anno e mezzo di prigione – sarà l’unico a votare contro la seconda tranche dei crediti di guerra il 2 dicembre. Nella votazione di un anno dopo, dicembre 1915, si aggiunsero a lui 19 deputati[22]. La breve dichiarazione da lui resa in questa occasione collima con il punto di vista che Luxemburg aveva sviluppato in precedenza e approfondirà poco dopo in La crisi della socialdemocrazia. Si tratta di una guerra imperialista, afferma Liebknecht. Essa ha anche lo scopo di «distruggere il movimento operaio in crescita». ‹Contro lo zarismo› in Germania o anche, in Francia e Inghilterra, ‹contro il militarismo› sono parole d’ordine che servono «come mezzo per attivare gli istinti più nobili, le tradizioni e le speranze rivoluzionarie del popolo a vantaggio dell’odio contro i popoli»; in effetti, la Germania è stata complice dello zarismo: e poi, i popoli si possono liberare solo da sé. Occorre, invece, chiedere una pace «rapida» e «senza conquiste»:

Solo la pace basata sulla solidarietà internazionale della classe operaia e sulla libertà di tutti i popoli può essere una pace duratura. È in questo senso che il proletariato di tutti i paesi deve compiere, anche durante la guerra, uno sforzo socialista per la pace. […] La mia protesta è diretta contro i fini capitalistici che la guerra persegue, contro i piani di annessione, contro la violazione della neutralità del Belgio e del Lussemburgo, contro la dittatura militare.[23]

Il voto del 4 agosto fu accolto con costernazione dal movimento operaio internazionale; si pensò addirittura che la notizia fosse falsa. Non si trattava solo del fallimento del principale partito socialista, ma della vittoria del nazionalismo e del collasso dell’Internazionale. Luxemburg, nonostante lo sgomento, la disperazione, rimase contraria a reagire con uno sciopero generale, dimostrandosi, in questo, vicina a Kautsky. La stessa sera un piccolo gruppo di compagni, fra i quali Franz Mehring, si riunì in casa sua. Decisero di continuare la lotta contro la guerra, ponendosi così in contrasto con il Partito. Poco dopo Clara Zetkin e Karl Liebknecht aderirono al gruppo, che rimase un punto di riferimento per le minoranze che in tutta la Germania si opponevano alla guerra. Con Mehring, Luxemburg fondò e diresse la rivista Die Internationale, il cui primo e unico numero – uscito in aprile 1915, quando ella si trovava in carcere – fu importante come punto di riferimento del lavoro politico, in buona parte illegale, del gruppo, denominatosi appunto Internationale. Era suo l’articolo principale, in cui ella scrive che, di fronte all’alternativa «socialismo o imperialismo», la socialdemocrazia «senza combattere cedette la vittoria all’imperialismo», divenendone «lo scudiero»[24].

Con il 4 agosto, fu come se una diga fosse crollata e tutto diventasse possibile. I sindacati hanno rinunciato a ogni lotta, osserva Luxemburg; la stampa socialdemocratica propaganda «la guerra come causa nazionale e causa del proletariato», prendendosela con «gli orrori dello zarismo» e «la perfida Albione», e incitando la gioventù proletaria all’eroismo di guerra. I diritti costituzionali sono stati soppressi[25]. Insomma, ella conclude, «il primo passo verso la pace e verso l’Internazionale consiste nel voltar le spalle al social-imperialismo», restando fedeli «alla politica di classe del proletariato e alla sua solidarietà internazionale»[26].

La rivista fu, naturalmente, attaccata da ogni lato – come ricorda Lelio Basso: «da parte della Procura di Stato che promosse un procedimento per alto tradimento contro Luxemburg, Mehring e Zetkin, nonché contro l’editore e il tipografo, e da parte della direzione della socialdemocrazia». Infine, le autorità militari decisero la sua chiusura[27].

La frenesia patriottica si diffondeva fra i dirigenti socialdemocratici, che si avvicinarono sempre più al governo e concordarono la Burgfrieden (tregua civile). Giornalisti come Heinrich Cunow, con il quale Luxemburg aveva condiviso la direzione del Vorwärts[28] dal 1905, o Paul Lensch, che era sempre stato suo seguace, ora trovavano buone ragioni per la guerra: per esempio, che l’economia di guerra e la guerra contro la Gran Bretagna, «despota del mercato mondiale», erano segni di vittoria per le idee socialiste[29].

Kautsky elaborava intanto la sua teoria dell’«ultraimperialismo», per cui il capitale finanziario internazionale avrebbe avuto interesse piuttosto a coalizzarsi nello sfruttamento del mondo che a fare la guerra[30]. Luxemburg, come Lenin in L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1917), considera illusoria questa speranza di pace. Ella denuncia inoltre il tentativo di Kautsky di mascherare la disfatta – cioè l’abbandono dei principi che avevano fino ad allora rappresentato la prospettiva socialista del partito – sostenendo che l’Internazionale «non è un’arma efficace in tempo di guerra, poiché è essenzialmente uno strumento di pace. Precisamente, pace nel doppio senso di lotta per la pace e di lotta di classe in tempo di pace»[31]. In realtà, diveniva esplicita la linea opportunista, trionfando su quella rivoluzionaria, la quale, almeno nella teoria se non nella pratica, riusciva in precedenza a resistere e anche a prevalere. Ora Luxemburg constatava con angoscia che in Germania come in Austria i socialdemocratici sembravano passati nel campo imperialista. Il dilemma che le si presentava, osserva Frölich, è che l’enorme lavoro di formazione delle masse che ella aveva in mente poteva riuscire all’interno del partito meglio che fuori: ma la direzione opponeva una resistenza crescente, «sopprimendo la democrazia nel partito»[32]. Inoltre, molti compagni erano al fronte, come Liebknecht, altri in carcere, come lei.

Durante la sua prigionia, la Conferenza di Zimmerwald (settembre 1915) fece rinascere la speranza in un movimento contro la guerra. Il mese seguente ci fu a Berlino una dimostrazione di donne contro l’aumento del costo della vita. A Capodanno 1916 nacque, intorno al giornale Spartakusbriefe, l’organizzazione Spartakus. Luxemburg, rimasta segretamente in contatto con Liebknecht, l’aveva auspicata, indicandone alcuni «principi guida», fatti uscire segretamente dal carcere.

Per il 1° maggio 1916 fu organizzata una grande manifestazione nella Potsdamer Platz. Liebknecht, che gridava «Abbasso la guerra! Abbasso il governo!» fu circondato dalla polizia. Luxemburg – uscita dal carcere, come sopra ricordato, il 18 febbraio – cercò di difenderlo, ma fu rudemente messa da parte. Dopo l’arresto di Liebknecht lo Spartakusbund proseguì un’intensa propaganda. Opuscoli e volantini, molti scritti da Rosa, circolarono per tutto il Paese. Quando il 18 giugno 1916 Liebknecht subì una condanna, 55.000 lavoratori delle industrie belliche scioperarono. «Lo sciopero politico – commenta Frölich – ritenuto impossibile in tempo di pace […] divenne realtà in tempo di guerra, nonostante che gli scioperanti rischiassero di essere spediti al fronte o almeno adibiti a lavori pesanti»[33]. Molti operai vennero puniti o processati. Centinaia di militanti di Spartakus furono arrestati. Liebknecht fu condannato a quattro anni di lavori forzati da un tribunale militare. Il suo commento – «Nessun generale ha mai portato la sua uniforme con tanto onore quanto io la mia di carcerato» – divenne famoso. Il 10 luglio anche Rosa Luxemburg fu obbligata a una «custodia protettiva», rinnovata ogni tre mesi. Entrambi furono liberati solo alla fine della guerra. Rimasero loro poche settimane, prima di venire assassinati il 15 gennaio 1919.

3. Certezze e dilemmi

La crisi della socialdemocrazia – il saggio conosciuto anche come Junius brochure – fu scritto da Rosa Luxemburg nei primi mesi della sua reclusione, fra febbraio e aprile 1915. Ella riuscì a passarlo ai compagni, ma lo pubblicò solo un anno più tardi, dopo la scarcerazione, con lo pseudonimo di Junius[34]. La critica del Partito socialdemocratico – tema principale del saggio – poggia, da una parte, sulla spiegazione della guerra, in base alla teoria dell’imperialismo e all’analisi politica e geopolitica della storia recente; d’altra parte, sulla strenua fiducia nella capacità del proletariato di adempiere la propria missione rivoluzionaria, dettata da necessità storica.

La barbarie della guerra, afferma Luxemburg, svela che

la società borghese si trova davanti a un dilemma: o progresso verso il socialismo o regresso nella barbarie. […] Il socialismo è il primo movimento popolare nella storia del mondo che si ponga come scopo e sia chiamato dalla storia a portare nell’agire sociale degli uomini un senso cosciente, un pensiero pianificato e con ciò il libero volere. [Ma occorrerà] una lunga serie di prove di forza, [in cui] il proletariato internazionale, sotto la guida della socialdemocrazia, impari a prendere nelle proprie mani i suoi destini, a impadronirsi del timone della vita sociale, a trasformarsi […] in un reggitore della propria storia, dotato di una chiara visione dei propri scopi.[35]

Il socialismo solleva il problema della società e, correlativamente, della partecipazione di tutti, delle masse, alla costruzione e alla gestione di essa. Anche qui è evidente il legame fra Luxemburg e Marx, il quale, secondo lei, definendo in questo senso la svolta moderna nella storia dell’umanità, rinnova la scienza sociale e la filosofia politica. Accanto a questa certezza teorica, Luxemburg mantenne sempre viva la fede nel protagonismo storico del proletariato, il quale raggiunse effettivamente in quell’epoca il culmine di potenzialità rivoluzionaria. Ella era consapevole, d’altronde, della forza della reazione, capace di avvalersi anche dell’industria dell’opinione pubblica al fine di ‹massificare› le masse.

La guerra porta la disperata conferma di un altro dilemma, per uscire dal quale ella aveva sempre riflettuto e lottato: «la guida della socialdemocrazia» è necessaria, ma la socialdemocrazia tende a conformarsi all’ordine esistente. Mentre l’obiettivo dell’azione costante e cosciente del proletariato internazionale «contro l’imperialismo e il suo metodo, la guerra» (448) resta saldo in lei, le tocca constatare l’insipienza e i cedimenti della politica socialdemocratica, fino al drammatico finale. Ancora il 25 luglio il Vorwärts (poco prima che Hilferding cessasse di esserne redattore capo) definiva «spudorato» l’ultimatum austriaco alla Serbia. Altri giornali, rammenta Luxemburg, condannavano il «criminale sciovinismo nazionale-militare» austriaco e tedesco (453). Ma il 4 agosto il Partito passò dalla parte del Governo con armi e bagagli. Mentre

gli eserciti tedeschi stavano già marciando in territorio belga […] il gruppo socialdemocratico concluse che si trattava di una guerra di difesa della Germania contro un’invasione straniera, per l’esistenza della patria e per la civiltà, di una guerra di liberazione contro il dispotismo russo. (457)

Da quando «la cosiddetta opinione pubblica» è diventata importante, osserva Luxemburg, si dichiara di volere la pace, ma di essere costretti alla guerra «per la difesa della patria e della propria giusta causa». «Il gioco è vecchio. Ma è una novità che a questo gioco abbia preso parte un partito socialdemocratico» (458-459). Ora che «milioni di proletari di tutte le lingue cadono sul campo della vergogna, del fratricidio», se la socialdemocrazia «non saprà imparare, dovrà scomparire» (448). Persa la speranza di ritrovare le tracce della socialdemocrazia che aveva in mente e a cuore, Luxemburg fonderà con Liebknecht alla fine della guerra il Partito comunista.

Nel suo saggio, ella indaga lo sviluppo storico che ha portato alla guerra e trascinato la socialdemocrazia verso il «socialimperialismo». La guerra scoppia quando, con «la comparsa dell’imperialismo tedesco […] gli antagonismi parziali e mutevoli tra gli Stati imperialistici trovano un asse centrale» (462). Negli ultimi decenni dell’Ottocento sono cresciuti in Germania i cartelli e l’accentramento finanziario. La fame di profitti e la conseguente esigenza di espandersi del grande capitale si giovano di un’energia «impersonale e perciò enorme, audace e priva di ogni scrupolo, internazionale di sua natura», in una situazione in cui si hanno «un debolissimo parlamento» e «un fortissimo regime personale» (463). Si arriva così alla svolta decisiva «dalla politica continentale di Bismarck alla politica mondiale, dalla difesa all’attacco», verso «la più grande Germania» (464). In relazione a ciò, Luxemburg ricorda fra l’altro i casi della grande industria che fornisce allo Stato armi e ferrovie, la tariffa doganale del 1902, gli affari della Deutsche Bank in Turchia, la guerra coloniale in Africa.

L’accettazione della ‹tregua civile› da parte dell’SPD implica la rinuncia unilaterale alla lotta di classe e l’impegno patriottico per la vittoria. Viene in tal modo compromessa la speranza di un futuro di democrazia e di pace, che potrebbe fondarsi solo sulla lotta contro «la fitta rete della politica mondiale imperialistica», che «è il prodotto di un determinato grado di maturazione nello sviluppo mondiale del capitale, un fenomeno mondiale per definizione […] al quale nessuno Stato singolo può sottrarsi» (519). Questo è il senso della tesi luxemburghiana che, in generale, «nessuna guerra difensiva nazionale» può esistere al giorno d’oggi (518). Lenin commenta il saggio di Junius, apprezzandone l’importanza. Egli condivide l’esigenza di mettere lo sviluppo imperialistico al centro dell’analisi, ma sottolinea che ogni situazione va considerata nella sua specificità e complessità. Il nazionalismo è bensì, in genere, maschera e testa di ponte dell’imperialismo, ma possono anche darsi guerre nazionali antiimperialiste e anticolonialiste[36], e Junius sbaglia a non riconoscerne il valore. In realtà, quel che Luxemburg-Junius critica è l’uso strumentale e illusorio del principio dell’«autodecisione», nel contesto del dominio mondiale del capitale. Quel che ella sostiene, e non potrebbe trovare Lenin in disaccordo, è che solo «il socialismo internazionale […] può realizzare il diritto di autodecisione dei popoli» (517-518).

Tanto è vero che il suo giudizio sulla pace sarà drastico: la wilsoniana «armonia tra le nazioni» presuppone gli interessi della grande industria e della finanza. Restano dunque l’imperialismo e la prospettiva della guerra: per cominciare, contro la Russia rivoluzionaria[37].

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Bibliografia

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Reberioux, Madeleine, 1979 «Il dibattito sulla guerra». Storia del marxismo. Torino

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Note

[1] Luxemburg 1916: 439.

[2] Se ne trova un’ottima illustrazione in Basso 1970a.

[3] Reberioux 1979: 915.

[4] Lenin 1965: 68-83.

[5] Internationaler Sozialisten-Kongress zu Stuttgart 1907: 64-66.

[6] Kautsky 1909.

[7] Hilferding 1910.

[8] Luxemburg 1911a: 447.

[9] Ibid.: 450.

[10] Ibid.: 451.

[11] Ibid.: 450.

[12] Ibid.: 451-452.

[13] Ibid.: 455.

[14] Luxemburg 1911c: 468 e 469. Nel 1912 la Francia assume il protettorato del Marocco. Nel 1919, con il Trattato di Versailles, la Germania rinuncerà formalmente ai diritti previsti nei protocolli di Algeciras.

[15] Luxemburg 1972.

[16] Luxemburg 1911b: 461.

[17] Ibid.: 462.

[18] Kautsky 1911.

[19] Luxemburg 1911d: 481-483.

[20] Reberioux 1979: 929 e 930.

[21] Frölich 1972: 203.

[22] Confronta gli scritti del 1915 in Liebknecht [1919?].

[23] Liebknecht 1952.

[24] Luxemburg 1915: 416.

[25] Ibid.: 418.

[26] Ibid.: 425 e 424.

[27] Basso 1970b: 413.

[28] Organo settimanale dell’SPD fondato nel 1876, divenuto quotidiano nel 1891, soppresso nel 1933.

[29] Frölich 1972 [1939]: 207.

[30] Kautsky 1914a.

[31] Kautsky 1914b. Cit. in Frölich 1972 [1939]: 207.

[32] Frölich 1972 [1939]: 213.

[33] Ibid.: 226.

[34] Benché destinato a una diffusione quasi clandestina, il saggio ebbe diverse ristampe e divenne, scrive Frölich (p. 217 e 222), «l’arma intellettuale di migliaia di militanti», «il più potente documento contro la guerra e la politica di guerra».

[35] Luxemburg 1916: 447. N. B.: qui di seguito, le citazioni di questo saggio vengono indicate solo con il numero della pagina, fra parentesi nel testo.

[36] Lenin 1966.

[37] Luxemburg 1975 [1918]: 611.

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