La neutralizzazione della Resistenza al nazifascismo
La neutralizzazione dei contenuti profondi, morali, di giustizia ma anche sentimentali di generosità, che sono riconducibili, in senso lato, alla “Resistenza al nazifascismo” si avvale non solo dell’ipocrisia ghignante dell’anti-antifascismo parental-reducista, ovviamente sostenuta dal giornalismo interessato e schierato, inintaccabile monoblocco, ma anche delle celebrazioni amorfe, direi “gagliardettistiche”, che quest’anno avranno dalla loro parte la “rotondità” dell’ottantesimo anniversario, con la relativa banalità di comodo. Si tratta dell’anti-antifascismo che rappresenta il fiore all’occhiello della destra governativa, volendo apparire quasi profondo, quasi comprensivo di realtà non considerate o almeno sottovalutate, ma che in realtà rimane soltanto ammiccante, niente di più.
Vista questa breve introduzione, ecco l’esempio di un programma straniante di celebrazioni locali del 25 aprile, che sembra fatto per non significare (esempio reale, salvo che non specifico la località):
Ma le guerre siano tutte tutte, ma proprio tutte, non ne manchi nessuna, perché tutti i caduti devono essere commemorati in ugual modo, in special modo il 25 aprile. Non vorremmo mai che siano maggiormente ricordati quelli che hanno combattuto per la libertà, non per sopprimerla. Ma si sa, chi la pensava in un modo, chi in un altro. E chi prendeva la paghetta di repubblichino e chi no!
Ci sono falsità che anche quest’anno non ci saranno risparmiate, semmai saranno amplificate, come quella per cui, all’indomani della liberazione, tutti erano antifascisti. Si, perché l’assolutismo si attaglia alla destra (strano) anche nelle espressioni formali delle sue semplificazioni banali, che devono per forza affascinare chi non legge, chi non partecipa, chi vede il brandello di storia che gli fa comodo o che gli ha suggerito il padre o il nonno o lo zio.
“E sapessi quante bugie sull’iprite, e l’olio di ricino in fondo educava e poi faceva bene alla digestione, e i tedeschi avevano un cuore d’oro ma poverini, cosa potevano fare …” e compagnia bella.
A parte il fatto che l’antifascismo di comodo, della prima ora dopo la liberazione, andrebbe a disdoro, non occasionalmente, dell’opportunismo interessato di chi prima inneggiava al duce, rimane incontrovertibile il fatto che certamente in molti, nel dopoguerra, rimangono fascisti e se ne fregiano.
“Io me ne fregio”,
avrebbero potuto dire, con relativo e non ininfluente tornaconto, nell’Italia repubblicana. Ma avremmo preteso troppo dalla loro educazione!
Fa sorridere amaramente, visti recenti episodi pittoreschi, la lettura della domanda di autorizzazione a procedere contro il deputato Roberto Mieville, annunciata il 25 settembre 1950, per apologia del fascismo durante una messa, svoltasi il 28 aprile 1950 nella chiesa di Sant’Agostino a Roma, “in suffragio dell’anima di Benito Mussolini”.
Roberto Mieville fu uno dei fondatori del Movimento Sociale Italiano. Morto nel 1955, scrisse Fascists’ criminal camp, per la cui nuova edizione, pubblicata da Corso (Roma) nel 1967, Giorgio Almirante così scrisse nell’introduzione:
“…le grandi frasi di Roberto Mieville: «boia chi molla», «a colpi di mitra risponderemo
con colpi di mitra», «il peggio del peggior fascismo è meglio del migliore antifascismo».”
(Gianni Flamini, Il Partito del Golpe, !964/68, Volume primo, Italo Bovolenta Editore, 1981).
E allora, di cosa vogliamo lamentarci!? Ma c’è di più: il primo dopoguerra “operoso” degli sconfitti dalla storia. I giovani del disciolto esercito della Repubblica Sociale, con un
«… disperato costume di comportamento…» (Angelo Varni, Il Neofascismo e l’estrema destra, (in Milano, anni cinquanta), F. Angeli, Milano, 1986, pag. 510),
furono i terroristi che piazzarono una bomba alla sede del P.C.I. di Porta Genova a Milano il 9 ottobre 1946, esplosione che causò la morte di un bambino, figlio del custode della sezione comunista. Così in un articolo di Pierpaolo Cetera. E per tutto il 1947, nella sola Lombardia, ci furono molti attentati: l’escalation raggiunse il culmine con la bomba del 25 settembre 1947, esplosa nella sede della federazione comunista milanese, con l’esplosione, il 3 ottobre dello stesso anno, nella sede del P.C.I. di via Andrea del Sarto e con l’uccisione, il 10 ottobre, sempre nel 1947, dell’ex partigiano Luigi Gaiot, durante una manifestazione contro i raids fascisti del giorno prima. Si trattava del livore ridondante, da frustrazione, degli ex militanti “repubblichini” della “repubblichetta” (come dispregiativamente era chiamata nei quotidiani antifascisti). E così troviamo, ad esempio, fin dall’estate del 1946, i “Fasci di Azione Rivoluzionaria”, fondati ufficialmente da Pino Nettuno Romualdi, Giorgio Almirante e Roberto Mieville.
Ma queste cose e simili cose certo non saranno ricordate!
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