It’s the Corporations, Stupid

 

In questo quadro, il cosiddetto populismo è una specie di farsa truffaldina, con la quale il piccolo business con interessi e sfera di azione prevalentemente nazionali, cerca di sfruttare i contrasti fra lavoratori (soprattutto fra nazionali e immigrati) per costituirsi una base politica, ma senza volere né potere offrire nulla ai propri pseudoalleati, come ad es. le elezioni nei paesi occidentali hanno spettacolarmente dimostrato. Oltre agli immigrati (il nemico esterno), lo pseudopopulismo contemporaneo cerca di concentrare il malcontento e l’intima rabbia dei lavoratori sul potere politico corrotto (il nemico interno), facendo talvolta finta di difendere il welfare state e di condannare il deterioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Fatto è che la fonte primigenia del “populismo” sono personaggi sociali molto interessati a ridurre la tassazione (e/o a difendere l’evasione fiscale) come il piccolo business in buona parte con l’acqua alla gola e/o con minime possibilità di entrare sull’arena della concorrenza, sia personaggi (ad es. i più giovani, precari, marginali o disoccupati tout court) ugualmente desiderosi di vedere ridotta la tassazione sui profitti (ad es. i contributi sociali) per ridurre il proprio prezzo di vendita e battere i concorrenti più anziani. Va da sé che in questo contesto è immondo ma non illogico osservare i lavoratori che aderiscono all’attacco verso i politicanti come corrotti per difendere i capitalisti presso cui hanno bisogno di ritagliarsi uno spazio, allorquando i politicanti sono corrotti proprio perché sono servi dei capitalisti e ne mettono in pratica gli interessi contro i lavoratori. E la corruzione è eccezionalmente aumentata proprio perché negli ultimi trent’anni hanno completamente dominato il campo le politiche dettate direttamente dai capitalisti, massimamente le privatizzazioni, le agevolazioni al boom speculativo più grande e duraturo della storia, l’eliminazione progressiva delle regolamentazioni del mercato del lavoro, e così via. Tutte politiche che hanno ricevuto, talvolta, l’appoggio aperto dei lavoratori (es. privatizzazioni), e per il resto una benevola assenza di opposizione, per non dire di peggio.


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Sarà per me benvenuto ogni giudizio di critica scientifica. Per quanto riguarda i pregiudizi della cosiddetta opinione pubblica, alla quale non ho fatto mai concessioni, per me vale sempre il motto del grande fiorentino: Segui il tuo corso, e lascia dir le genti! Karl Marx

 

Michael Roberts in un suo articolo ha affermato che “Trump considera gli Stati Uniti solo come una grande corporation capitalista di cui è amministratore delegato” ma ciò che può trarre in inganno è che un amministratore delegato è subordinato alle decisioni dei suoi azionisti e questi sono rappresentati dalle Corporation e non viceversa, e le corporation, a loro volta, sono condizionate dai loro azionisti ed hanno come unico obiettivo i profitti e i dividendi, non le esigenze della società in generale, né salari più alti per i dipendenti della “corporation” di Trump. Ogni corporation che agisce a livello globale vuole pagare meno tasse sui propri redditi e profitti, quindi è indispensabile che i governanti, di ogni nazione, si impegnino non solo a tagliare ulteriormente la Spesa Pubblica ma anche a smantellare definitivamente tutta la legislazione e la regolazione dell’attività economica garantendo mani libere per la realizzazione di profitti in ogni parte del mondo dove sia possibile. Ma come è potuto accadere un fenomeno così devastante che spinge gli osservatori manistream e non a dichiarare la “fine della democrazia liberale”? Purtroppo occorre andare a fondo e non soffermarci come fanno in molti ad osservare gli epifenomeni superficiali per poter fare affermazioni drammatiche che dovrebbero terrorizzare la gente comune.

Il MAGA di Trump e la deregulation

Innanzitutto occorre necessariamente prendere in considerazione un concetto marxiano fondamentale per comprendere la dinamica del modo di produzione capitalistico ossia l’accumulazione e le condizioni in cui si realizza. In un lavoro di Daniel Campos, di prossima pubblicazione[2], l’autore ribadisce in maniera efficace i concetti marxiani della Legge del valore e dell’accumulazione tenendo presente allo stesso tempo le dinamiche della produzione e della circolazione delle merci passando in rassegna ciò che egli stesso definisce Forme di Accumulazione, Regimi di Accumulazione, Poli di Accumulazione e Assi di Accumulazione che permettono di analizzare ad ogni livello, globale o regionale, gli stadi ed i periodi dello sviluppo capitalistico nel corso del tempo rispettando la tradizione marxista.

Marx nel I Libro del Capitale afferma che l’accumulazione consiste nell’aumento di capitale ma: “La composizione del capitale è da considerarsi in duplice senso.

Dal lato del valore essa si determina mediante la proporzione in cui il capitale si suddivide in capitale costante ossia valore dei mezzi di produzione e in capitale variabile ossia valore della forza-lavoro, somma complessiva dei salari.

Dal lato della materia, quale essa opera nel processo di produzione, ogni capitale si suddivide in mezzi di produzione e in forza-lavoro vivente; questa composizione si determina mediante il rapporto fra la massa dei mezzi di produzione usati da una parte e della quantità di lavoro necessaria per il loro uso dall’altra”.

In tali condizioni il modo di produzione capitalistico in tutte le fasi del suo sviluppo dovrebbe garantire la riproduzione sociale e quindi tutti quei fattori che ne permettano la realizzazione.

Fatte queste premesse generali ciò che deve interessare è che nel secondo dopo guerra si assiste ad un boom economico senza precedenti (il famoso Golden Age) in cui l’accumulazione viene realizzata grazie al predominio delle Multinazionali con quelle americane che esercitano la loro egemonia in un Regime basato sul sistema keynesiano che si manifesta non solo nell’economia interna ma soprattutto a livello mondiale. In realtà il keynesismo non rappresenta un regime particolare dell’accumulazione ma, a mio avviso, e secondo altri analisti marxisti, si tratta di una illusione ottica determinata dal Welfare State in quanto non si è mai realizzato, se non eccezionalmente, uno spostamento della ricchezza sociale verso i lavoratori che hanno pagato coi loro salari ogni servizio sociale garantito dallo Stato[3] ma hanno pesato sulle loro spalle anche le avventure belliche che si sono succedute in questo periodo. Tra l’altro si possono individuare forme di welfare anche in alcune Forme di accumulazione del passato.

Con la crisi dei primi anni 70 del secolo scorso assistiamo al declino del cosiddetto “sistema keynesiano” e allo sviluppo delle corporation come forma di accumulazione superiore in un Regime di globalizzazione che comporta uno sfruttamento eccezionale della classe lavoratrice a livello mondiale e una trasformazione del commercio in condizioni di mercato mondiale.

Già Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista affermavano: “Intrecciando ogni giorno di più i processi economici su scala internazionale, la borghesia dà loro un carattere ‘cosmopolita’ che, con disperazione dei reazionari, ha rimosso la base nazionale dell’industria”, per cui tale tendenza verso la “globalizzazione” e la centralizzazione del capitale non è un fenomeno nuovi ma era insita nel capitalismo sin dalla sua fase di maturazione.

Le corporation si sono consolidate grazie all’emergere negli ultimi decenni del secolo scorso di un eccesso di liquidità, garantito da un massiccio aumento dei profitti e dal ruolo sempre maggiore del sistema bancario e del credito, che continua a crescere sin dalla crisi dei primi anni ‘70 del 900. Questi capitali in eccesso hanno aperto la strada al fenomeno del capitale speculativo cui si associa la progressiva crescita dell’indebitamento prodotto dalla trasformazione delle imprese in società a capitale sociale dove gli azionisti divengono protagonisti per il fatto che impongono al management le scelte più disparate funzionali all’aumento del valore azionario (il famoso shareholder value)[4].

Le corporation hanno progressivamente subito una metamorfosi trasformandosi in società mastodontiche a partecipazione azionaria perdendo definitivamente la loro identità nazionale muovendosi sulla scena mondiale come capitali in eterna concorrenza tra loro su un mercato che non ha limiti geografici. Le grandi corporation mondiali manifestano le loro influenze sul mercato mondiale in una sorta di intreccio di interessi abbinato a contrasti derivati dalla concorrenza sui vari rami della produzione. Intanto, come mostra la figura 1, esse continuano ad accumulare profitti sin dal 2000 con una impennata nel 2020, come risulta dal grafico 1 sottostante, fino a raggiungere attualmente i 2418 miliardi di dollari.

 

Fig 1 Andamento dei profitti netti delle corporation USA dal dopoguerra ad oggi in miliardi di dollari

Fonte BEA. Le parti in grigio indicano le recessioni

Allo stesso tempo occorre notare dal grafico di figura 2 che l’indebitamento delle corporation non finanziarie sia cresciuto sempre di più a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, raggiungendo attualmente il picco dei 14 mila miliardi di dollari.

 

Fig 2 Andamento del debito delle corporation USA dal dopoguerra ad oggi in miliardi di dollari

Fonte Federal Reserve. Le linee grigie indicano le recessioni

 

I sintomi del declino del capitalismo delle corporation, mostrato dal rapporto profitti-indebitamento, vengono evidenziati dallo scoppio delle bolle finanziarie nel periodo a cavallo tra la fine del secolo scorso ed il nuovo millennio. Inoltre è indicativo il declino del saggio di profitto delle corporation non finanziarie a partire dalla metà degli anni ‘60 del secolo scorso, come evidenzia la figura 3, e che non riprende la sua corsa nell’arco di tutto il periodo successivo fino ai nostri giorni.

 

Fig 3 Saggio del profitto in % delle corporation non finanziarie USA 1951-2023

Fonte Federal Reserve

 

Vorrei aggiungere che dopo il crash finanziario del 2007, emerso con le insolvenze relative ai mutui subprime, sono seguite una serie di bolle finanziarie che hanno provocato numerose crisi bancarie e degli istituti di credito. Più recentemente al fallimento della Sylicon Valley Bank del 2023 è seguito un panico generalizzato in tutto il sistema bancario mondiale fino a coinvolgere la finanza cinese. A nulla è valso l’intervento delle banche centrali per sostenere le corporation indebitate attraverso continue iniezioni di liquidità derivate dal Quantitative Easing, vero e proprio specchietto per le allodole keynesiane. Infatti la liquidità non viene garantita dalla mera stampa di moneta[5] (meccanismo utopistico cui credono gli osservatori più superficiali) ma dall’acquisto di titoli pubblici e privati che garantiscono un flusso di capitale che abbiamo pagato tutti noi appesantendoci ulteriormente l’aggravio di un debito perennemente insolvibile.

Le trasformazioni del capitalismo vengono determinate nel corso del tempo dall’azione delle forze produttive e distruttive che, contrariamente a quanto pensano erroneamente osservatori ancora legati agli schemi del passato, non agiscono alternatamente nei processi storici, ma si intrecciano sempre più agendo a volte simultaneamente. Il riferimento agli attentati dell’11 settembre 2001[6] a New York ne è un esempio poiché l’emergere immediato delle forze distruttive, che si sono espresse nelle guerre dell’Afghanistan e dell’Iraq e non solo, ha mostrato poi il loro totale fallimento nel riportare l’economia ad una nuova fase di crescita; anzi sono state sicuramente uno dei fattori che hanno contribuito con le loro spese, pari a 21 mila miliardi di dollari, a peggiorare il debito pubblico USA, che ha superato a Marzo 2025 i 36,56 mila miliardi di dollari, e compromesso definitivamente il ruolo imperialistico degli Stati Uniti come riferimento dell’economia globale.

Per confutare le chincaglierie delle tesi novecentesche sull’imperialismo e sull’egemonia possiamo notare che il Regno Unito e gli Stati Uniti, le due grandi economie occidentali che hanno dominato nel corso della storia del capitalismo, erano i maggiori possessori di asset[7] esteri ma in seguito hanno progressivamente manifestato un declino vistoso come risulta evidente dal grafico di figura 4.

Figura 4: Andamento disaggregato dei due paesi con il maggior numero di asset stranieri: Gran Bretagna e Stati Uniti[8]

Fonte: Maurice Obstfeld and Alan. M. Taylor, Global Capital Markets: Integration, Crisis and Growth (Cambridge: Cambridge University Press, 2004), Table 2-1, pp. 52-53

 

Gli asset esteri in possesso della Gran Bretagna raggiungono il picco nel 1850 poi declinano continuamente (linea grigia) mentre gli asset esteri nelle mani degli USA (non di una nazione, come si crede erroneamente, ma di imprese pubbliche e private) crescono fino al 1960 (gli USA prendono il posto del Regno Unito dopo la IIGM) per poi declinare continuamente salvo qualche debole picco, fino ai giorni nostri. Questo vuol dire che gli investimenti in asset degli USA si rivolgono all’interno dell’area OCSE e sempre meno nei paesi del cosiddetto terzo mondo o in via di sviluppo[9]. Notare la linea in basso che rappresenta il possesso di asset esteri da parte della Cina, una ridicolaggine.

Occorre sottolineare poi che gli Stati Uniti presentano difficoltà nella capacità del governo americano di pagare il servizio del suo debito, come evidenzia il grafico di figura 5, mostrando così il rischio di default, impensabile fino a poco tempo fa. Notare che il pagamento del servizio sul debito pubblico cresce a partire dal 2024 e quest’anno rischia di superare le spese militari.  In tali condizioni vengono a mancare sempre più le possibilità di investimento e l’acquisto di titoli del tesoro USA si va raffreddando condizionando il tasso di interesse che dovrebbe aumentare facendo rallentare a sua volta gli investimenti e così via.

 

Figura 5 Andamento della spesa del debito USA (linea blu) e spese militari (linea rossa) in miliardi di dollari.

Fonte Congressional Budget Office. La banda grigia sono le proiezioni

 

La cosa sconvolgente è che nel frattempo le spese militari americane, il cui andamento è rappresentato nella figura 6, stanno declinando in maniera evidente e dopo il picco della IIGM e, a parte i picchi della guerra di Corea e del Vietnam, dopo il 1972 sono passate dal 6,5% del PIL al 3% del 2022 a parte il picco degli anni 80 con le “guerre stellari” dell’amministrazione Reagan. Come ha rilevato paolo Giussani nel suo paper Le spese militari americane del 2005 “L’inarrestabile tendenza al calo instauratasi dopo la guerra di Corea ha ridotto la spesa militare relativa del 68%, dal picco del 14.73% del 1953 al 4.73% del 2005. In questo cinquantennio gli unici periodi di risalita temporanea della spesa militare in relazione al Pil si sono avuti durante l’era del Vietnam, la fase finale della guerra fredda (Reagan) e il periodo aperto dall’11 settembre 2001” poi sono continuamente declinate. Dobbiamo poi sottolineare come fa Giussani nel suo paper che se andiamo a scorporare le voci della spesa militare scopriamo che il maggior incremento è andato nelle cosiddette Consumption Expenditures, vale a dire spese per salari, beni di consumo immediato e acquisizione di servizi, inoltre gli incrementi più recenti della spesa militare americana in rapporto al prodotto lordo della nazione coincide in pratica con l’incremento della spesa militare per acquisire servizi esterni. Come si fa a parlare di economia di guerra o di keynesismo militare con un’evidenza empirica di questo genere?

 

Figura 6 Andamento delle Spese per la difesa USA dal 1972 con le previsioni fino al 2032

Fonte. Congressional Budget Office

 

Bisogna inoltre sottolineare che le forze distruttive in questo caso non sono state un fattore scatenante per un’ulteriore centralizzazione del capitale come lo sviluppo delle Multinazionali nel secondo dopoguerra per cui non si riesce ad intravvedere una nuova forma di accumulazione superiore a quella espressa dallo sviluppo delle corporation dopo gli anni 80[10] del secolo scorso, che sono ormai in fase declinante.

Alla luce della mancanza di una nuova forma di accumulazione con il declino delle corporation mi  sento di ribadire quanto emerso dalle discussioni e dalle ricerche operate da Countdown, ossia che col nuovo millennio prende piede e si stabilizza il fenomeno della finanza speculativa[11] che non corrisponde assolutamente ad una forma di accumulazione superiore, anzi rappresenta la malattia terminale dell’economia capitalista poiché il capitale speculativo con le sue metastasi si propaga ovunque a discapito dell’accumulazione che declina sempre più. Stockhammer (2004), sottolinea che nella nostra epoca si verifica un aumento progressivo degli investimenti nel settore finanziario non solo da parte dei grandi Fondi di Investimento e delle corporation finanziarie ma anche da parte di quelle non finanziarie che vanno via via indebitandosi a causa della richiesta sempre maggiore di credito per garantire anche dividendi agli azionisti. L’accumulazione, pur riprendendo dopo il 2000, come si nota dal grafico n 7, grazie ad una intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro, non è mai tornata ai livelli del periodo precedente e le società non finanziarie hanno continuato ad investire massicciamente in strumenti finanziari sia grazie alla deregulation ma soprattutto per l’aumento del tasso di interesse, che scoraggia il credito destinato agli investimenti in capitale fisso, come si nota dal grafico di figura 7, ma anche per una redditività immediata e maggiore garantita dagli investimenti finanziari a breve termine.

Figura 7 US. Massa dei Profitti Reali Netti e Quota di Accumulazione del Settore Produttivo. 1946-2017.

Nota. La linea continua rappresenta il trend della massa dei profitti reali delle corporation in miliardi di dollari (asse di sinistra). La linea tratteggiata rappresenta l’andamento della quota degli investimenti (asse di destra). Notare la discesa verso valori negativi dopo il 2000.

 

Alla barbarie economica sorta durante il Regime di “globalizzazione”, corrisponde in campo sociale lo sviluppo delle megalopoli in cui convive una massa di lavoratori in eccesso, un esercito industriale di riserva che ormai ha travalicato abbondantemente i confini della produzione, con la maggioranza degli strati sociali che diventa sempre più povera[12]. A questa si associa la massa degli immigrati di varia natura (sia interna che estera), vera e propria bomba demografica che non si limita a concorrere per il lavoro (naturalmente a basso costo) nelle metropoli ma trasforma urbanisticamente e nei rapporti sociali la comunità umana nei paesi maggiormente industrializzati del passato e di nuova formazione.

Il grafico di figura 8 rappresenta in maniera efficace la quota delle entrate delle corporate americane destinata ai lavoratori che è declinato mediamente negli ultimi decenni

 

Figura 8 Quota delle entrate delle corporate americane destinata ai lavoratori 1979-2024

Nota. Le aree grigie rappresentano le recessioni.

Fonte: EPI analysis of Bureau of Economic Analysis National Income and Product Accounts (Tables 1.14 and 6.16D).

 

Questo è un aspetto determinato dal processo di trasformazione del sistema capitalistico e non il risultato di una sorta di pianificazione degli “imperialisti” per intensificare lo sfruttamento, fattore questo che oggettivamente indebolisce il movimento dei lavoratori e la loro possibile reazione alla crisi messi in evidenza dall’andamento dei salari dei lavoratori delle corporation che sono in declino in maniera piuttosto evidente a partire dal nuovo millennio.

Per comprendere questo processo occorre fare riferimento ad un fenomeno cruciale nello svolgimento della seconda parte del dopoguerra: la fine dell’Urss, il crollo del blocco dell’est e la crisi dei vari tipi di capitalismo di stato in quello che un tempo era chiamato il terzo mondo. L’esercito industriale di riserva (forza lavoro disponibile/occupati) potenziale aumenta di colpo a dismisura, e assieme alla stagnazione delle economie dell’area Ocse (le nazioni del cosiddetto capitalismo avanzato), crea i presupposti per la disgregazione della forza contrattuale organizzata dei lavoratori dell’area Ocse.

Il grafico di Figura 9 è illuminante in quanto mostra il declino vertiginoso degli scioperi nei paesi occidentali a partire dalla crisi dei primi anni ‘70 del 900 cui segue una percentuale di sindacalizzazione tra i lavoratori che presenta pressoché lo stesso andamento.

Figura 9. Indice degli scioperi nei 16 paesi occidentali come media settennale 1953-2012

Nota: I 16 Paesi sono USA, Canada, Australia, Nuova Zealand, Belgio, Germania, Danimarca, Francia, UK, Italia, Norvegia, Austria, Spagna, Svezia, Svizzera, Giappone.

Fonte:  Sjaak van der Velden “Strikes, Lockouts and Informal Resistance’, in: Karin Hofmeester and Marcel van der Linden (eds), Handbook Global History of Work, De Gruyter Oldenbourg 2017, pp. 521-550.

La grande concentrazione della classe operaia e di tutti questi strati sociali nelle metropoli moderne, alla faccia di quegli osservatori divenuti ormai miopi nelle loro osservazioni, più che altro nelle periferie degradate, sarà di certo un fattore determinante per un futuro “nuovo movimento”, ma per ora dobbiamo rassegnarci a considerare le loro agitazioni come reazioni momentanee, seguite nella maggior parte dei casi da sconfitte, in una società dove la politica e le istituzioni non rappresentano alcuna possibilità di soluzione dei problemi relegate ormai a mero spettacolo mediatico. Ecco la mastodontica sfiducia che si manifesta alle scadenze elettorali con un astensionismo che cresce sempre più specie nelle società “liberal democratiche” più moderne. Ormai le proposte politiche più gettonate vengono avanzate da una sorta di destra radicale, che non rappresenta certo una minaccia come il nazionalsocialismo del passato, fenomeno estremamente più serio[13]. Ciò che emerge dallo stato delle cose determinatosi con il Trumpismo negli USA e con l’ascesa dell’estrema destra in Europa (per non parlare dei sistemi verticisti in Russia, in Cina in India ecc.) è la totale subordinazione di ciò che resta della politica alla necessità di totale deregulation che possa permettere alle corporation di continuare a sopravvivere in un sistema economico incancrenito e totalmente anarchico, con la beata ingenuità dei soliti beoti che votando credono ancora in un salvatore.

Possiamo di conseguenza affermare che coloro che si sono prodigati nel favorire il processo di integrazione, vale a dire i fondatori e leader delle associazioni e dei partiti operai (dall’inizio del XIX secolo)[14], con i quali si sono creati una funzione e una carriera pubbliche, hanno ora mutato ruolo – sempre nel meritorio quadro del servizio ai rappresentanti del capitale. Sono diventati gli intermediari della deintegrazione, pur continuando a cercare di mantenere l’integrazione formale, per metà con slogan laidamente fraudolenti e per il resto con la forza, fatto da cui viene la loro conversione in racket fascistoidi che tutti quanti possono quotidianamente osservare.

In questo quadro, il cosiddetto populismo[15] è una specie di farsa truffaldina, con la quale il piccolo business con interessi e sfera di azione prevalentemente nazionali, cerca di sfruttare i contrasti fra lavoratori (soprattutto fra nazionali e immigrati) per costituirsi una base politica, ma senza volere né potere offrire nulla ai propri pseudoalleati, come ad es. le elezioni nei paesi occidentali hanno spettacolarmente dimostrato. Oltre agli immigrati (il nemico esterno), lo pseudopopulismo contemporaneo cerca di concentrare il malcontento e l’intima rabbia dei lavoratori sul potere politico corrotto (il nemico interno), facendo talvolta finta di difendere il welfare state e di condannare il deterioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Fatto è che la fonte primigenia del “populismo” sono personaggi sociali molto interessati a ridurre la tassazione (e/o a difendere l’evasione fiscale) come il piccolo business in buona parte con l’acqua alla gola e/o con minime possibilità di entrare sull’arena della concorrenza, sia personaggi (ad es. i più giovani, precari, marginali o disoccupati tout court) ugualmente desiderosi di vedere ridotta la tassazione sui profitti (ad es. i contributi sociali) per ridurre il proprio prezzo di vendita e battere i concorrenti più anziani. Va da sé che in questo contesto è immondo ma non illogico osservare i lavoratori che aderiscono all’attacco verso i politicanti come corrotti per difendere i capitalisti presso cui hanno bisogno di ritagliarsi uno spazio, allorquando i politicanti sono corrotti proprio perché sono servi dei capitalisti e ne mettono in pratica gli interessi contro i lavoratori. E la corruzione è eccezionalmente aumentata proprio perché negli ultimi trent’anni hanno completamente dominato il campo le politiche dettate direttamente dai capitalisti, massimamente le privatizzazioni, le agevolazioni al boom speculativo più grande e duraturo della storia, l’eliminazione progressiva delle regolamentazioni del mercato del lavoro, e così via. Tutte politiche che hanno ricevuto, talvolta, l’appoggio aperto dei lavoratori (es. privatizzazioni), e per il resto una benevola assenza di opposizione, per non dire di peggio.

Autore: Antonio Pagliarone[1]

[1] Antonio.pagliarone@fastwebnet.it Maggio 2025

[2] Daniel Campos Verso una teoria della crisi Asterios Trieste (di prossima uscita).

[3] A tale proposito proporrei la lettura di Countdown studi sulla crisi n 5/6 Il mito del Welfare State: la vera natura del salario sociale nell’economia capitalista Asterios editore Trieste 2021.

[4] A tale proposito vedi William Lazonick “Profitti senza prosperità” in Countdown studi sulla crisi n 2 Colibri edizioni 2016. Inoltre Paolo Giussani “Il vestito nuovo del capitalismo” in Capitalism is dead Colibri edizioni 2022.

[5] A questo riguardo una poderosa critica a tali stramberie è presente nel volumetto di Michael Roberts La Teoria della Moneta Moderna Asterios Trieste 2020.

[6] Vedi Antonio Pagliarone Contractors Speculazioni economiche in un clima di distruzione creativa: l’11 settembre e la lobby del Pentagono Sedizioni 2007

[7] Gli asset esteri lordi sono costituiti da contanti, prestiti, obbligazioni e azioni di proprietà di non residenti.

[8] “The External Wealth of Nations Revisited: International Financial Integration in the Aftermath of the Global Financial Crisis” IMF Economic Review volume 66 al sito https://link.springer.com/article/10.1057/s41308-017-0048-y

[9] Peter Nolan “La Cina si sta comprando il mondo?” presente nel volume Il mistero del dragone Asterios 2019.

[10] Così fusioni, acquisizioni, ristrutturazioni, downsizing ed outsourcing, taglio dei costi, riacquisto di titoli ed una contabilità “allegra” sono diventate le strategie più adottate dai manager per favorire l’ “espansione” delle corporation. Negli anni 90 si è verificato un aumento vertiginoso del valore degli asset finanziari culminati con il boom di Wall Street. Una montagna di ricchezza è stata assorbita dal mercato azionario prima e dai derivati successivamente.

[11] Vedi Paolo Giussani “Il capitale speculativo” nella raccolta Capitalism is dead Colibrì Milano 2022. Antonio Pagliarone Mad Max Economy Sedizioni Milano 2008.

[12] Una indagine sulla trasformazione di quello che in passato veniva definito “ceto medio” negli Stati Uniti è presente nel volumetto La lotta di classe nell’epoca della finanza moderna a cura di Antonio Pagliarone Asterios editore Trieste 2022.

[13] Utile per sfatare i luoghi comuni di certa sociologia mainstream sarebbe utile uno studio approfondito del sistema economico della Germania di Hitler come abbiamo tentato di fare nella raccolta di Countdown studi sulla crisi La politica economica del nazionalsocialismo pubblicata da Asterios (a parte la pagliacciata del fascismo italiano).

[14] Molto raramente i rappresentanti eletti dei partiti “di sinistra” sono stati lavoratori salariati e ancor meno operai industriali. Inizialmente erano in gran parte avvocati, poi si sono aggiunti insegnanti, scrittori, giornalisti e professionisti vari, e infine siamo arrivati alla forma finale, quella del politicante di professione.

[15] Etichettatura del tutto arbitraria, poiché il populismo contemporaneo non ha assolutamente nulla a che vedere con i suoi maggiori presunti antecedenti storici, il populismo americano e i narodniki russi della fine del secolo XIX.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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