C’è qualcosa di così profondamente inquietante nello spettacolo geopolitico offerto oggi da Israele da renderlo quasi insostenibile. Nato dall’esilio, dal vagabondaggio e dal rifiuto dell’umiliazione, questo Stato sta ora moltiplicando le alleanze con i regimi più reazionari del pianeta.
Il rifugio dei sopravvissuti alla storia ora stringe patti con coloro che la falsificano e, troppo spesso, si nutrono di un antisemitismo reinventato. Viktor Orbán in Ungheria, cantore della «democrazia illiberale»; Narendra Modi in India, istigatore di una cittadinanza a due velocità; Jair Bolsonaro in Brasile, nostalgico dichiarato della dittatura militare; Donald Trump negli Stati Uniti, distruttore delle garanzie istituzionali: tutte figure di un autoritarismo globalizzato che credevamo agli antipodi dell’esperienza ebraica moderna. Eppure è proprio con loro che Israele si schiera, trovando copertura strategica, sostegno diplomatico e riconoscimento simbolico. Ed è forse qui che si nasconde un altro scandalo: non solo nelle violenze perpetrate, ma nella celebrazione di queste complicità, nei rinnegamenti accettati, nella creazione di uno specchio in cui la memoria tradisce se stessa.
C’è qualcosa di vertiginoso nelle attuali alleanze di Israele. Quando un Viktor Orbán, che celebra i regimi autoritari e attacca gli ebrei liberali attraverso il mito Soros, viene accolto con solennità a Gerusalemme; quando Narendra Modi, artefice dell’emarginazione dei musulmani indiani, riceve il sostegno strategico di Israele; quando Jair Bolsonaro o Donald Trump, entrambi portatori di un progetto di disgregazione democratica, sono trattati come partner naturali, non si tratta più solo di diplomazia cinica, ma di un capovolgimento dei punti di riferimento.




Questi leader non sostengono Israele perché amano gli ebrei; lo sostengono perché vedono in esso un modello di Stato-sicurezza, una potenza etnico-nazionale efficiente, tecnologicamente avanzata e indifferente alle pressioni del diritto internazionale.
Israele diventa così, suo malgrado o per calcolo, un laboratorio delle democrazie illiberali, non più testimone di una storia ferita, ma complice di una politica brutale. Yeshayahou Leibowitz, grande pensatore ortodosso, aveva diagnosticato questo pericolo già negli anni ’70: «Lo Stato diventa un idolo».
Egli metteva in guardia contro la fusione tra sacro, militare e nazionale, rifiutava la sacralizzazione della sovranità e invocava il ritorno del giudaismo alla sua esigenza di responsabilità critica. Chi lo ascolta oggi?
L’ipoteca originaria: dal rifugio alla fortezza
Il progetto sionista, nella sua versione più difensiva – quella di Herzl – nasce da un’impotenza politica e da una constatazione di fallimento: le promesse di assimilazione sono crollate sotto i colpi di un antisemitismo tenace. Joseph Roth, in I giudei erranti (1927), mostra come, alla vigilia del 1914, nella Vienna imperiale si diffonda una «febbre patriottica» che travolge molti ebrei dell’Europa centrale, alla ricerca di un’appartenenza indiscutibile. Affascinati dalla forza centrifuga del nazionalismo austro-ungarico, molti si rivolgono all’idea di una terra dove il vagabondaggio avrebbe avuto fine. Herzl, figura emblematica di questa svolta, propone non un impero né un regno, ma uno Stato di diritto dove l’ebreo europeo potrebbe finalmente essere cittadino tra i cittadini. Il suo progetto, eminentemente moderno, non intendeva riprodurre lo Stato-nazione europeo, ma voleva deviarne la logica, modificarla, trascenderla. Tuttavia, appoggiandosi a questa spinta nazionale nata in Austria, inseriva già la promessa sionista in una dialettica pericolosa: quella di un rifugio che, a forza di proteggersi, avrebbe potuto trasformarsi in una fortezza.
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Ma la storia è meno sottile delle idee. Quando lo Stato di Israele nasce nel 1948, è in un clima di urgenza e di fuoco: la guerra d’indipendenza segna immediatamente la storia di un popolo assediato che si difende. In quel momento decisivo, la promessa di un sionismo di condivisione – quella che Herzl formulava in Altneuland, dove ebrei e arabi avrebbero convissuto in una repubblica esemplare – viene relegata dietro l’imperativo della sopravvivenza. Il desiderio di uno Stato-nazione completo – con esercito, frontiere, bandiera, miti fondatori – diventa allora la condizione sine qua non della sicurezza. Ma non appena occupa il centro, questo desiderio modifica l’ideale: la difesa si trasforma in conquista, l’apertura in controllo, la patria supposta inclusiva in uno spazio gerarchizzato. Questo ribaltamento non è solo strategico: sancisce il trionfo del paradigma nazionale sull’aspirazione universalista. Man mano che la sovranità si rafforza, finisce per riprodurre i gesti dei regimi che pretendeva di superare. La memoria non protegge più, giustifica. L’esilio non rende più sensibile, diventa argomento di chiusura.
Ciò che ci insegna Arendt: la memoria non è un brevetto di impunità
Hannah Arendt lo aveva intuito già negli anni ’50. Analizzando la messa in scena del processo Eichmann, non cerca di sminuire la colpevolezza del criminale, ma rivela la deriva di un uso esclusivamente nazionale della memoria. Per Arendt, la verità morale non è mai un privilegio etnico: essa richiede criteri universali in grado di giudicare alla pari, anche il proprio campo. In altre parole, i criteri morali veramente universali devono poter essere applicati senza eccezioni, anche a coloro con cui ci si identifica: la propria comunità, la propria nazione, il proprio popolo. Rifiutare questo principio equivarrebbe a confondere la morale con la lealtà di gruppo; Arendt sostiene invece che una giustizia che risparmia i propri non è più giustizia, ma un privilegio tribale.
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Questa esigenza fa eco alla lunga storia ebraica, in cui l’etica precede l’appartenenza. I profeti denunciavano già un culto senza giustizia; il Talmud afferma che la compassione attraversa la Legge; Levinas pone il volto dell’Altro prima della rivelazione del Sinai. In altre parole, l’identità ebraica non è un semplice stato civile: si confonde con un dovere incondizionato verso lo straniero vulnerabile.
Tuttavia, dalla guerra del 1948 alla legge fondamentale del 2018 che definisce Israele come «Stato-nazione del popolo ebraico», assistiamo a un costante slittamento: la sovranità prevale ormai sull’etica. Man mano che l’appartenenza si irrigidisce, lo slancio morale si riduce, fino a far credere che la sofferenza subita esoneri in anticipo dalla sofferenza inflitta. È questa inversione che Arendt già denunciava: non si possiede un brevetto di innocenza per nascita o per storia; lo si merita solo rimanendo fedeli a un’esigenza di giustizia che trascende i confini.
Ora, questo legame tra memoria e appartenenza è proprio ciò che divide l’Israele contemporaneo. La Shoah, che dovrebbe rimanere un focolaio di vigilanza – ciò che Primo Levi chiamava il «dovere di lucidità» – si trasforma troppo spesso in un muro simbolico contro ogni critica. Quando la sofferenza storica si cristallizza nell’identità, osserva Paul Ricœur, cessa di essere viva: diventa «memoria chiusa», strumento di giustificazione piuttosto che leva di giustizia. La storia si santifica, si pietrifica, e la sacralizzazione impedisce l’esame. Ma, come ha dimostrato Aleida Assmann, una memoria che rifiuta il dialogo si trasforma in dogma: non illumina più, acceca. Rompendo la circolazione tra passato e presente, Israele rischia così di sostituire all’etica della memoria una politica di immunità – uno scudo morale che, paradossalmente, disgrega l’eredità che pretende di proteggere.
L’ombra dei nuovi alleati: la normalizzazione dell’abiezione
Il 4 novembre 1995, sotto i riflettori di una manifestazione pacifista a Tel Aviv, Yitzhak Rabin, artefice degli accordi di Oslo, cade sotto i colpi di un ultranazionalista ebreo. L’assassinio non solo congela uno slancio di pace, ma delegittima istantaneamente qualsiasi alternativa politica basata sul compromesso. La sera del funerale, un giovane deputato del Likud, Benjamin Netanyahu, intuisce la breccia: la paura può parlare più forte della speranza.
Nei venticinque anni successivi, l’uomo intreccia tre narrazioni in una sola: una narrazione di assedio («vogliono la nostra morte»), una narrazione messianica («questa terra è nostra») e una narrazione tecno-liberale («siamo l’avamposto dell’innovazione»). Ogni razzo, ogni Intifada, ogni attentato serve a cementare il primo; ogni avanzata dei coloni oltre la linea verde alimenta il secondo; ogni trionfo a Davos o discorso sulla start-up nation suggella il terzo. A poco a poco, la società si abitua alla seguente equazione: più insicurezza richiede più controllo, e più controllo promette, se non la pace, almeno l’illusione di una sicurezza invincibile.
Quando Netanyahu torna al potere nel 2009, il terreno è fertile. Ferita dal fallimento di Camp David II, provata dalla seconda Intifada, sedotta dalla prosperità high-tech, la maggioranza teme l’ignoto più di quanto condanni lo status quo. Il primo ministro gioca quindi su tre fronti. In primo luogo, delegittimare la critica interna, definendo ogni dissenso «sinistra irresponsabile» o «complice del terrorismo». In secondo luogo, corteggiare gli «uomini forti» – Orbán, Modi, Bolsonaro, Trump –, per i quali Israele dimostra che è possibile coniugare elezioni periodiche ed egemonia etnica. Infine, convertire l’economia di esportazione in economia di sicurezza: droni, firewall e recinzioni digitali diventano il segno distintivo di una nazione che vende la propria paura come un know-how.
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La coalizione insediata alla fine del 2022, che assegna la Sicurezza nazionale a Itamar Ben Gvir e le Finanze a Bezalel Smotrich, non è quindi un’aberrazione: corona una lenta acclimatazione dell’estrema destra religiosa. E la riforma giudiziaria del 2023 – volta a neutralizzare la Corte Suprema, ultimo baluardo contro la colonizzazione – non è uno slittamento, ma il completamento di una lunga aggressione contro lo Stato di diritto.
Mentre la colonizzazione si espande e la violenza diventa banale, l’abiezione smette di scandalizzare: organizza la vita quotidiana. L’eccezione si trasforma in procedura di routine, la colpa scompare nella norma. Il Paese esporta ormai questa competenza, vendendo droni e software spia a Riyadh o Abu Dhabi, come si venderebbe un brevetto di resilienza.
Così avviene la normalizzazione dell’abiezione: la memoria si ripiega fino a diventare un’armatura, l’etica si dissolve nella sovranità e un popolo un tempo segnato dall’esilio avanza, senza sempre rendersene conto, verso la catastrofe che la sua storia lo aveva proprio avvertito di evitare.
Per un post-nazionalismo ebraico: riabilitare l’esilio, riaprire la promessa
Non si tratta né di resuscitare un’utopia fuori dal mondo, né di cancellare l’esistenza di Israele, né di negare la realtà dei suoi avversari. Si tratta di riaprire l’orizzonte del possibile: di interrompere lo scivolamento del giudaismo verso un’identità corazzata e provocatoria. Perché l’esilio, nella tradizione ebraica, non è una maledizione, ma una lezione: imparare a vivere tra gli altri, a difendere la giustizia anche senza potere. La dispersione, lungi dall’essere una debolezza, si è rivelata per secoli una scuola di pluralità, inventiva e dialogo. Quanto alla memoria, essa rimane fedele a se stessa solo se rimane viva; trasformata in semplice baluardo, si fossilizza e si trasforma in dogma, cioè in negazione del futuro che avrebbe dovuto preservare.
C’è ancora tempo per ritrovare un soffio: quello di un giudaismo della relazione, non della chiusura. Quello di Martin Buber, di Levinas, di Tony Judt, che tutti, ciascuno a modo suo, hanno saputo tenere insieme memoria e giustizia, identità e alterità, storia e ospitalità.



Tony Judt, storico britannico di origini ebraiche e autore di Postwar, aveva scatenato una tempesta nel The New York Review of Books nel 2003 con il suo saggio «Israel: The Alternative». Egli sosteneva che la questione non era la legittimità di Israele come rifugio, ma il suo rinchiudersi in un modello di Stato-nazione etnico proprio nel momento in cui tale modello vacillava ovunque sotto la pressione della globalizzazione, delle identità plurali e dell’integrazione regionale. «Se Israele vuole rimanere uno Stato ebraico, dovrà rinunciare alla democrazia; e se vuole rimanere una democrazia, dovrà rinunciare al monopolio ebraico sullo Stato», sintetizzava.
Judt non invocava la scomparsa di Israele, ma la sua metamorfosi in uno «Stato di tutti i suoi cittadini» o in una federazione binazionale, in grado di accogliere entrambi i popoli senza gerarchie civiche. Lungi dall’essere un manifesto antisemita, il suo testo poneva una questione di sostenibilità: per quanto tempo una maggioranza demografica relativa può mantenersi senza ricorrere alla coercizione permanente?
Vent’anni dopo, la Legge fondamentale del 2018 che proclama Israele «Stato-nazione del popolo ebraico» e la riforma giudiziaria del 2023 sembrano confermare l’allarme: volendo coniugare sovranità esclusiva e regime parlamentare, il Paese sprofonda nella contraddizione che Judt definiva tragicamente lucida.
Più recentemente, la scrittrice e giornalista viennese Eva Menasse ha pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (5 ottobre 2023) un audace editoriale intitolato «Flugverbot für Drohnen» («Divieto di sorvolo per i droni»). Proveniente da una famiglia ebrea sradicata dall’Anschluss, Menasse si interroga sull’enigma morale che vede oggi tanti ebrei, plasmati dalla memoria della Shoah, difendere uno Stato che, proprio in nome di quella memoria, esercita una violenza indiscriminata e talvolta disumanizzante.
Diagnosi che definisce «perversione del trauma»: un meccanismo psichico collettivo in cui il ricordo del male subito neutralizza la percezione del male inflitto. Questa deformazione, scrive, non si limita ad accecare la coscienza, ma si trasforma in un desiderio di Stato onnipotente, che dovrebbe garantire che nessuna vulnerabilità si ripeta. In altre parole, più la ferita rimane viva, più richiede una corazza.
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In un contesto geopolitico saturo di nazionalismi offensivi – dalle «democrazie illiberali» di Orbán e Modi ai populismi autoritari di Bolsonaro e Trump – questa ricerca della sovranità assoluta trova alleati naturali. Tutti condividono la stessa matrice: diffidenza verso il diritto internazionale, esaltazione dell’identità maggioritaria, culto della potenza tecnologica. Israele diventa così un punto di convergenza per conquistatori in cerca di legittimità: ognuno vede nel suo laboratorio di sicurezza la conferma delle proprie derive.
Menasse si interroga quindi sull’effetto valanga: la memoria dolorosa genera il riflesso difensivo, che alimenta l’alleanza con regimi predatori, che a sua volta convalida la narrazione di una cittadella assediata. E l’autrice pone una domanda che dovrebbe tormentare ogni coscienza ebraica: «Che ne è della memoria quando serve a legittimare proprio ciò che avrebbe dovuto impedire?».
Per una fedeltà inquieta
Questo testo non intende delegittimare Israele, né negare il dolore dei suoi cittadini, né, tanto meno, relativizzare o minimizzare i massacri terroristici del 7 ottobre 2023 perpetrati da Hamas – atrocità che condanniamo senza riserve – né sottovalutare le minacce reali. Intende invece mettere in luce la perversione del trauma – quel meccanismo attraverso il quale il ricordo sacralizzato genera un desiderio di Stato onnipotente, galvanizzato dai nazionalismi illiberali circostanti – e invocare un’altra fedeltà: una fedeltà inquieta, fedele al passato proprio perché rifiuta la deriva predatoria del presente.
Israele non è solo un territorio né tantomeno una sovranità: è diventato una prova decisiva per la coscienza ebraica contemporanea. La prova di sapere se un popolo, ferito dalla Shoah e nuovamente in lutto per le atrocità terroristiche del 7 ottobre 2023, possa ancora proporre un progetto che non sia il riflesso speculare della barbarie subita. La prova, infine, di sapere se la memoria delle persecuzioni può generare accoglienza, giustizia e solidarietà, piuttosto che eccezione, chiusura e dominio.
C’è ancora tempo per abbandonare il linguaggio dell’isolamento, rompere con le alleanze infami, riallacciarsi alla tradizione critica dell’ebraismo, quella delle voci che dubitano, che discutono, che si aprono. Il ruolo dell’ebraismo non è mai stato quello di erigere muri. È sempre stato quello di porre domande.
La nostra è chiara: vogliamo essere gli eredi di una memoria che libera o i gestori di una memoria che imprigiona?
Bernard Kalaora è un socio-antropologo, ricercatore all’HAC (CNRS, EHESS), ed ex Presidente dell’associazione Littocean.
Fonte: AOCmedia
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