Ripetuta costantemente come una formula magica, la “soluzione a due Stati” al conflitto che lacera la Palestina storica dal 1948 ha, in realtà, l’unica funzione di nascondere e giustificare l’inerzia dei governi occidentali e di far scomparire l’unica via d’uscita possibile da questo conflitto che sia conforme non solo alla ragione, ma anche alle convinzioni e ai principi che questi stessi governi dicono di sostenere.
La cosiddetta «soluzione dei due Stati» è al tempo stesso irrealistica, impossibile e ingiusta. È quindi incapace di porre fine al conflitto.
È irrealistica perché Israele non la accetterà mai, se non in una forma che ne stravolgerebbe completamente la natura[1]. Si tratterebbe infatti, come dimostra Gilbert Achcar in un recente libro, di una nuova versione del piano Allon del 1967: lo Stato ebraico manterrebbe il controllo dei confini, in particolare quello lungo il Giordano, mentre la popolazione palestinese sarebbe «raggruppata» in due zone densamente popolate a nord e a sud della Cisgiordania, separate l’una dall’altra da un corridoio annesso che prolunga la grande Gerusalemme[2]. Naturalmente, il cosiddetto Stato palestinese così creato non sarebbe uno Stato nel senso proprio del termine, ma una nuova prigione a cielo aperto, come lo è stata la Striscia di Gaza dal 2007: nessuna sovranità, nessuna forza di difesa, un’economia asfissiata, prospettive di sviluppo inesistenti, una capitale nominale fuori da Gerusalemme. Insomma, nient’altro che un paio di bantustan sotto tutela, senza continuità territoriale tra loro né con la Striscia di Gaza.
È impossibile perché oggi quasi 700.000 coloni sono insediati, in spregio al diritto internazionale, nei territori occupati. Chi li espellerà, con la forza o in altro modo?
Infine, è ingiusta: per quale motivo i 7 milioni di palestinesi che vivono oggi sul territorio della Palestina mandatoria dovrebbero accettare la concessione del 22% del territorio palestinese, quando il piano di spartizione del 1948, da loro unanimemente rifiutato, ne concedeva loro quasi il 40%, nonostante costituissero i due terzi della popolazione totale a quella data[3].
Ma soprattutto, questa presunta soluzione al conflitto nasconde la vergognosa approvazione che Stati che si dicono democratici e amanti della libertà e della tolleranza accordano a quella che oggi è una mostruosità politica: un’entità statale che si definisce attraverso il sangue e la presunta appartenenza etnica comune. Dal 2018, lo Stato di Israele si definisce lo Stato degli ebrei, in modo tale che, in potenza, ogni persona ebrea nel mondo – definita tale dai suoi ascendenti – ha accesso alla cittadinanza israeliana, mentre i suoi cittadini non ebrei non vi hanno accesso.




Molti storici molto seri hanno messo in dubbio l’idea che gli ebrei di oggi siano i discendenti diretti del popolo ebraico del tempo della dispersione e che, di conseguenza, possano costituire un popolo nel senso etnico del termine. La travagliata storia delle conversioni e delle riconversioni nel bacino del Mediterraneo e nella penisola iberica nel corso dei secoli rende infatti questa idea molto improbabile, come ha dimostrato Maxime Rodinson già negli anni ’80[4].
Ma, senza prendere posizione su questa questione, come possono Stati i cui governanti rifiutano costantemente qualsiasi idea di definizione etnica della nazione, di un universalismo che non tiene conto né dell’appartenenza etnica né di quella religiosa, di perseguire con estrema severità le varie forme di comunitarismo, possono difendere e proteggere uno Stato che, nella sua forma attuale, commette i peccati che essi condannano con tanta veemenza?
Il conflitto tra i due avversari non ha altra via d’uscita che la rinuncia totale all’idea stessa di uno Stato etnico e religioso.
E bisogna misurare le conseguenze di questo nazionalismo etnico e dell’approvazione implicita che gli viene accordata dagli Stati che oggi si richiamano alla democrazia e ai diritti umani. Esso è intrinsecamente legato al supremacismo, al disprezzo di tutti coloro che non fanno parte della «nazione»[5]. Ogni nazionalismo etnico di questo tipo è quindi portatore di razzismo, di inferiorizzazione di tutti coloro che rifiutano l’oppressione e la discriminazione che esso genera e di cui sono vittime. Quale pace, quale convivenza pacifica può esserci con chiunque rifiuti di mescolarsi e rifiuti questa mescolanza come una contaminazione?
Non si può quindi nascondere la realtà. Il genocidio che si sta consumando sotto i nostri occhi a Gaza – perché nessuno dubita più che si tratti effettivamente di un tentativo di eliminazione – è la conseguenza logica e inevitabile della ridefinizione dello Stato di Israele come Stato basato sulla razza e sulla religione. Come ha dimostrato Omer Bartov, la storia dello Stato di Israele è strutturata attorno alla volontà di cancellare, dal Giordano al mare, ogni traccia della presenza di un popolo palestinese sulla terra che esso stesso rivendica, una forma di negazionismo e di riscrittura della storia che, anche in questo caso, gli Stati che si definiscono democratici condannano ovunque altrove.[6]
Il conflitto tra i due avversari non ha quindi altra via d’uscita che la rinuncia totale all’idea stessa di uno Stato etnico e religioso, perché è questa idea che è alla radice della violenza e dell’odio. Lungi dal sostenere l’illusione dei due Stati, la comunità internazionale deve quindi impegnarsi a isolare con tutti i mezzi — sanzioni economiche, rifiuto degli scambi, isolamento intellettuale, rottura dei partenariati universitari, esecuzione dei mandati di arresto contro i criminali di guerra emessi dalla Corte penale internazionale – uno Stato che tradisce tutte le idee di pace, progresso, diritto, tolleranza e umanità che dovrebbero costituire il patrimonio della nostra cultura politica contemporanea.

È l’unico modo per convincere gli israeliani a liberarsi di un governo razzista che è una minaccia per loro, per porre fine alla fuga in avanti suicida nella violenza e nel massacro che è per loro la minaccia più immediata, e per rompere finalmente con quello che oggi è il principale fermento dell’antisemitismo. È l’unico modo per indurli a rifiutare l’eresia di uno Stato etnicamente definito, fondato su una mitologia delirante basata sulla negazione della storia e dei diritti di un altro popolo a vivere in pace sulla terra che è sempre stata la sua, e di rifondare sul suolo della Palestina uno Stato laico e democratico che sarà quello di tutti coloro che vi abitano e di cui saranno cittadini a pieno titolo, con pari diritti[7].
Sostenere l’illusoria e ingiusta soluzione dei due Stati significa rifiutare di agire concretamente per ottenere la rinuncia a un supremacismo che oggi è sia una vergogna per gli ebrei che un pericolo per loro, e significa anche rifiutare la soluzione del conflitto a vantaggio esclusivo del più forte.
Note
[1] M. Chemillier-Gendreau, Rendre impossible un État palestinien. L’objectif d’Israël depuis sa création, Textuel 2025
[2] G. Achcar, Gaza, génocide annoncé. Un tournant dans l’histoire mondiale, La Dispute, 2025.
[3] Cf. I. Pappe, Ten Myths about Israel, ch. 8 The Oslo Mythologies, Verso, 2017.
[4] M. Rodinson, Peuple juif ou problème juif, Maspero/ La Découverte, 1981
[5] Cf. S. Cypel, L’Etat d’Israël contre les juifs, La Découverte 2020, p. 113-124
[6] O. Bartov, Genocide, The Holocaust and Israel-Palestine. First Person History in Times of Crisis, Bloomsbury Academic, 2023.
[7] J. Halper, Decolonizing Israel, Liberating Palestine. Zionism, Settler colonialism and the Case for One Democratic State, Pluto Press, 2021
Autore: Jean-Fabien Spitz è un Filosofo, professore emerito alla Sorbonna.
Fonte: AOCmedia