Archivi web: per partnership pubbliche pirata
Il 1° febbraio, pochi giorni dopo la cerimonia di insediamento di Trump, il mitico sito UbuWeb ha annunciato la ripresa delle sue attività dopo un periodo di sospensione. Per circa un anno, infatti, era stato interrotto l’aggiornamento del suo archivio di produzioni artistiche e teoriche d’avanguardia, attivo sin dagli albori del web.
Questo archivio informale di creazioni sperimentali era stato fondato nel 1996 dal poeta e teorico Kenneth Goldmisth e aveva continuato a crescere fino allo scorso anno: rigorosamente al di fuori del perimetro istituzionale e commerciale, sostenuto più da una rete internazionale di internauti complici che da mezzi economici.
All’inizio del 2024, un messaggio dichiarava che “UbuWeb non era più attivo”, anche se il suo “archivio rimane interamente e per sempre conservato». Molto era già stato fatto nel corso di una trentina d’anni. Entrare a far parte del patrimonio culturale internazionale attraverso la piccola porta del volontariato pirata era stato un successo sorprendente: poteva bastare, era giunto il momento di passare ad altro, forse qualcun altro altrove avrebbe preso il testimone… Ma no, alla fine no, marcia indietro: UbuWeb esce dal congelatore!
Perché questo cambiamento? Cosa è successo? Solo dopo un anno denso di eventi politici e condito dal piccante delle elezioni presidenziali statunitensi, l’interruzione si è rivelata temporanea. Non era quindi un punto finale, ma dei punti di sospensione che hanno portato a una ripresa improvvisa. Il breve testo che oggi accoglie i visitatori del sito non nasconde le ragioni contingenti che hanno giustificato la riapertura dell’attività dell’archivio, rimasto consultabile nel frattempo: «Oggi, con i cambiamenti politici in America e nel resto del mondo, abbiamo deciso di rilanciare l’archiviazione e di far rinascere Ubu. In un momento in cui la nostra memoria collettiva viene sistematicamente cancellata, l’archiviazione riappare come una forma forte di resistenza, un modo per preservare forme di espressione cruciali, sovversive e marginalizzate ».
In un momento in cui la trumpizzazione delle politiche pubbliche statunitensi è in grado di contagiare molti altri paesi, sembra esserci una nuova urgenza di creare spazi per la conservazione e la diffusione di opere intellettuali e creative, indipendenti dalla volontà governativa e dalle regole commerciali. Questa urgenza agita il campo di una «documentalità» contemporanea (concetto del filosofo transalpino Maurizio Ferraris) influenzata da fenomeni inquietanti come i nuovi governi di estrema destra o le mutazioni di un Internet sempre più platformizzato.
Sebbene il ritorno al potere di Trump non avesse ancora avuto il tempo di dispiegare ampiamente le operazioni di smantellamento e sottomissione delle strutture pubbliche osservate negli ultimi mesi, Ubuweb ha fiutato rapidamente il peggio. Uno dei volti di questo peggio – sottolineava giustamente il sito – riguardava gli spazi di archiviazione e di accesso alle produzioni intellettuali e artistiche nel quadro di una più generale «annientamento della memoria del mondo», che la politologa Nora El Qadim ha recentemente collegato in AOC a un «male degli archivi» analizzando il destino della National Archives and Record Administration (NARA). La formula «memoria del mondo», che concludeva il messaggio di riapertura pubblicato su UbuWeb, non era casuale. Non solo rimandava a un programma di conservazione istituzionale (patrimonializzazione) all’interno dell’agenzia delle Nazioni Unite UNESCO, ma anche e soprattutto al nome di un’iniziativa promossa da persone vicine al sito statunitense che da un decennio lottavano per la creazione di repertori digitali collaborativi di oggetti culturali (libri, in primo luogo) al di là della rarità imposta dalla proprietà intellettuale (patrimonializzazione).
L’approccio di Memory of the world era emblematico del movimento delle shadow libraries – formula inglese traducibile come «mediateca fantasma» o «dell’ombra» – che aveva lo scopo di difendere il più ampio diritto di accesso possibile alle produzioni culturali grazie all’abbondanza della riproduzione digitale (artificialmente limitata dallo sfruttamento commerciale). In sintesi, si trattava di rintracciare e rendere pubblici oggetti artistici e intellettuali altrimenti inaccessibili (libri, registrazioni sonore, film…), nel rispetto di un’etica della diffusione democratica che solo un giudizio affrettato e in malafede può qualificare come “pirateria” rapace.
Questa etica si basava, tra l’altro, sulla volontà di colmare le lacune prodotte dal funzionamento dei sistemi di diffusione dominanti e legittimi, quello statale e quello mercantile, la cui universalità risulta ben radicata in una prospettiva occidentale accecante e generalizzata. Quando i canali pubblici e commerciali non sono in grado di garantire un accesso democratico all’«informazione», l’auto-organizzazione indipendente può intervenire archiviando e distribuendo varie fonti di ricerca, apprendimento, indagine e svago.
È per una preoccupazione (care) dei mezzi comuni della nostra cultura collettiva che agiscono le shadow libraries: se c’è pirateria, non è nel senso di un accaparramento di risorse di cui altri sarebbero privati, ma piuttosto in quello di una pirate care di disobbedienza organizzata in nome di una complicità con una comunità in posizione di vulnerabilità. In un recente manifesto dedicato a questo concetto, l’associazione delle tattiche di pirateria all’etica della cura è difesa in nome di «gesti intransigenti di solidarietà popolare che sfidano leggi e norme ingiuste»: iniziative che si prendono cura dei migranti (Sea Watch), delle donne private dei loro diritti riproduttivi (Women on Waves) o del popolo palestinese sotto embargo (Freedom Flottilla) rispondono a una negligenza mortale da parte delle istituzioni pubbliche e private, senza preoccuparsi della criminalizzazione di cui sono oggetto i loro soccorsi.
I limiti del termine «pirata» sono stati sottolineati da numerose analisi (connotazione violenta e maschile, appropriazione aggressiva…) che hanno portato alla creazione di formule apparentemente paradossali come il carepirate o alla sua sostituzione con espressioni alternative: è il caso del concetto di “hacker” proposto dalla teorica dei media McKenzie Wark. Risalendo al rapporto etimologico tra hack e il bidouillage creativo, Wark invita a pensare all’hacking meno come un’azione di effrazione e appropriazione in un confronto binario con il regime proprietario e più come un lavoro produttivo – e riproduttivo – basato sull’ingegno e la condivisione.
Per poter conservare il concetto di «pirateria», tanto controverso quanto potente nel campo dell’archiviazione e della diffusione, è probabilmente necessario riconoscere in anticipo una forma “minore” di pirateria che si avvicina al perimetro di agenzia dell’hacker concepito da Mckenzie Wark. A questo proposito, si può distinguere una pirateria degli archivi – o archivi pirata – da altre pratiche di PIRATERIA degli archivi che si collocano in un campo di dominio maggiore, di cui forniremo alcuni esempi attuali.
Al centro del controllo presidenziale sulla sfera intellettuale statunitense, si può riconoscere, da un lato, il tentativo di imporre un controllo sui luoghi di produzione come le infrastrutture universitarie e, dall’altro, la cancellazione delle conoscenze e dei dati già disponibili, nonostante l’impossibilità di separare i campi della creazione di conoscenza da quello della conservazione delle conoscenze prodotte che possono alimentare nuove ricerche. Questa doppia operazione produce una cancellazione delle risorse scientifiche e culturali in cui i critici spaventati della cancel culture progressista si dimostrano molto più radicali e voraci degli avversari che denunciavano in nome di una presunta «libertà di espressione».
Si potrebbe definire questa situazione un infocidio, così come si parla di ecocidio o etnocidio, senza dimenticare che questi diversi tipi di sterminio possono essere interdipendenti, come possiamo osservare a Gaza, dove l’impedimento della copertura giornalistica sostiene le operazioni mortali dell’esercito israeliano. L’inquietante efficacia dell’assalto al patrimonio informativo e culturale condotto dai PIRATI trumpisti si basa, ovviamente, sulla posizione di potere da cui proviene un simile attacco. Questa altra cancel culture viene dall’alto ed è al comando delle istituzioni statali e di alcune aziende dominanti (in particolare quelle tecnologiche). La cancel culture proveniente da comunità militanti e intellettuali situate, al contrario, conduce una pirateria del patrimonio da una posizione critica delle ingiustizie che hanno presieduto alla sua costituzione autoritaria: vale a dire, la sua fondazione operata da e per «i Padri» al vertice della gerarchia sociale e geopolitica. L’obiettivo di questa pirateria e della rimessa in discussione della patrimonializzazione acquisita è quello di arricchire lo spazio culturale attraverso l’inclusione di aspetti trascurati dell’esperienza storica e sociale oggetto di una negazione colpevole e ingombrante orchestrata da alcuni vincitori.
La PIRATERIA di Trump, innanzitutto, si impadronisce degli archivi dalle posizioni governative per distruggere le banche dati che investono in settori ostili alla loro posizione ideologica al fine di ridurre la (bio)diversità socio-politica e le fonti di contraddizione. Dopo l’inizio del secondo mandato è stata rapidamente individuata una cancellazione di informazioni pubbliche relative a realtà di genere, razziali o ambientali: questa manipolazione serve a privare della possibilità di utilizzare questi dati a tutti gli attori che potrebbero mobilitarli in modo critico (funzionari, scienziati, attivisti, artisti, giornalisti). Questo PIRATAGGIO non si limita a spazzare via alcuni dati o parametri informativi. Se ne appropria con l’obiettivo di arricchire una posizione personale e imprenditoriale, come nel caso estremamente problematico dell’azione di Elon Musk attraverso il DOGE.
Se la tattica dei pirati all’origine delle shadow libraries porta dal privato al comune, la strategia del PIRATA Musk tende a trasformare i dati pubblici in beni privati in un movimento di sfruttamento commerciale delle informazioni sensibili dello Stato, dove le fughe di notizie – per riprendere e ribaltare il termine reso famoso dagli informatori – finiscono meno nei media d’inchiesta che nelle tasche di temibili imprenditori. Questo movimento è stato constatato, tra l’altro, dallo scandalo dei guadagni colossali intascati da alcuni esponenti dell’amministrazione statunitense nelle recenti decisioni sui dazi doganali.
Certo, questo meccanismo non risale al nuovo governo Trump: le situazioni di pantouflage e di sfruttamento commerciale dei dati pubblici ad accesso libero, così come gli strumenti liberi, sono attestati da tempo. Gli eventi recenti non hanno fatto altro che ampliare in modo piuttosto spudorato la portata del fenomeno. Del resto, come sottolineato dallo studio di Mathieu Corteel, la dinamica di funzionamento dell’IA alimentata dai dati disponibili online non si discosta da questa logica in cui la ricchezza informativa collettiva viene privatizzata ai margini della legalità. Anche questo è PIRATAGGIO. L’IA non fa altro che ripetere ciò che il “capitalismo delle piattaforme” ha continuato a fare metodicamente negli ultimi anni: catturare i dati delle nostre attività online senza che noi ne siamo consapevoli, per poi monetizzare senza scrupoli i loro archivi di informazioni.
In questo contesto, la conservazione e l’accessibilità di numerosi settori documentari diventa un campo di battaglia cruciale. La mobilitazione di strumenti autonomi e collaborativi di catalogazione e diffusione costituisce un gesto non trascurabile su questo fronte. Di fronte alla constatazione della cancellazione di insiemi di dati dal sito istituzionale statunitense data.gov – resa possibile da strumenti come la Wayback Machine dell’Internet Archive – alcuni ricercatori dell’Università di Harvard hanno avviato un archivio parallelo per colmare le lacune recenti e future. Tra le informazioni scomparse dall’archivio – principalmente relative a organismi come la NASA, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente o il Dipartimento degli interni – alcune possono sembrare attualmente inaccessibili, mentre altre rimangono a portata di mano su siti terzi che hanno acquisito e archiviato i documenti in questione. La pulizia delle informazioni di dominio pubblico sui siti federali è una pratica che precede il ciclone trumpiano, che è stata contrastata da altri archivi alternativi, come quello dell’End of Term Archive, che cerca di preservare i dati presenti alla fine di un mandato avvalendosi dell’archiviazione di Internet Archive.
Tuttavia, l’importanza della purga effettuata dal ritorno di Trump sembra straordinaria, non solo per la portata del suo raggio d’azione, ma anche per il suo targeting di conoscenze vitali per affrontare questioni socio-politiche urgenti come il riscaldamento globale. Il suo spirito di vendetta non ha fatto altro che aggravare una tendenza già evidente durante il suo primo mandato, come identificato nel rapporto del 2019 “The New Digital Landscape: How Trump Administration Has Undermined Federal Web Infrastructure for Climate Information“ prodotto dall’organizzazione indipendente Environmental Data and Goverance Initiative.
Questa situazione non può che preoccupare e interrogare le reti di indagine e ricerca che si occupano dei settori interessati da queste operazioni di ”infocidio”. Il risultato di tali operazioni, ad esempio, rischia di ridurre in modo significativo la portata e la varietà delle informazioni liberamente accessibili sulle reti che alimentano le capacità di indagine a distanza, tramite schermi intermedi, comunemente riunite sotto l’acronimo OSINT (Open Source Intelligence). Queste informazioni “open source” si basano su contenuti accessibili pubblicamente sia in spazi di proprietà privata (come i numerosi social media) che sui siti delle istituzioni statali (registri di dati, strumenti di visualizzazione, documenti amministrativi, ecc.). Mentre assistiamo a un notevole entusiasmo per questi metodi di ricerca, giustificato dal lavoro straordinario svolto in territori sensibili come l’Ucraina o Gaza, ci troviamo di fronte a una riduzione dell’accesso alle informazioni connesse, non solo a causa di un certo blocco dei dati disponibili attraverso le reti delle multinazionali private, ma anche a causa del rischio di una riduzione dei dispositivi pubblici di intelligence digitale.
Alcuni strumenti informativi messi a punto da strutture statali, infatti, si rivelano utili per ricerche e indagini indipendenti: il loro utilizzo va ben oltre i servizi istituzionali che li hanno creati. Ad esempio, Giovanni, l’applicazione online della NASA dedicata alla visualizzazione dei dati climatici e atmosferici, può fornire informazioni interessanti per ricerche che cercano di comprendere realtà geopolitiche e territori di conflitto, come suggerisce Cornelia Scholz nel media Bellingcat. Le immagini satellitari fornite dal dispositivo Sentinel dell’Agenzia Spaziale Europea possono aiutare il collettivo Mémoire Vive a monitorare le conseguenze negative del progetto EACOP di Total sui territori africani che attraversa. I registri pubblici di proprietà degli aerei (disponibili online in alcuni paesi) consentono pratiche di riconoscimento dei voli denominate in inglese flight tracking. Ma cosa succede se i responsabili politici decidono di interrompere la condivisione di queste informazioni o addirittura di sopprimere il dispositivo?
Acuta grazie all’attualità trumpiana, la questione dell’accessibilità più indipendente e stabile possibile dei contenuti e delle informazioni online riguarda anche il settore privato e commerciale, che può alimentare in modo significativo le indagini digitali attraverso l’acquisto di informazioni o di strumenti in grado di catalogarle e organizzarle. Certo, è possibile sostituire le immagini satellitari pubbliche con quelle di fornitori commerciali, ma chi può pagare questo prezzo e chi garantisce la governance di questi servizi imprenditoriali? Senza dubbio, l’astuzia e l’intelligenza collettiva dei gruppi che indagano rimangono la forza principale dei metodi OSINT, al di là di ogni tecnicismo che possa influenzare questo ambiente. Tuttavia, la modifica del panorama informativo online da parte di forze ostili alle controindagini e all’approccio scientifico rimane un problema significativo.
Eyal Weizman ha proposto il concetto di “soglia di rilevabilità” per descrivere i limiti dell’identificazione di una prova in una determinata situazione di indagine assistita da strumenti tecnologici. Tale criterio può essere applicato, ad esempio, alle dimensioni di un evento rispetto alla definizione delle immagini satellitari che coprono un determinato territorio: la scomparsa di un edificio o di una zona boschiva potrebbe essere facilmente attestata, mentre un evento di portata molto più ridotta sfuggirebbe al riconoscimento. Queste condizioni tecniche e percettive di verifica di un fatto non riguardano solo le tecnologie di visualizzazione, ma anche gli archivi di dati accessibili (o meno) su Internet.
In questo senso, occorre riconoscere una soglia “archivistica” i cui confini si spostano in funzione di diversi fattori, tra cui le politiche pubbliche soggette a poteri diversi (potenzialmente fascisti). Questo spostamento modifica la “documentalità” dei nostri ambienti di vita collettiva poiché trasforma il perimetro di ciò che può esistere socialmente (attraverso la mediazione delle indagini, non solo attraverso l’immediata disponibilità dei documenti). Riformula le soglie della nostra ontologia documentaria – per tornare a Ferraris – che si basa politicamente su deontologie legali, tecnologiche e mediatiche.
Per ampliare il perimetro dell’accesso all’informazione digitale, sembrano fondamentali operazioni di indicizzazione e archiviazione autonome, come quella recentemente inaugurata da Disclose Data. Mentre l’amministrazione americana ostacola le capacità di intelligence in materia ambientale e lo Stato francese si dimostra poco affidabile (se non addirittura ostile) sullo stesso terreno, questo strumento costituisce un esempio di risposta documentaria, poiché crea una piattaforma che cataloga e rende consultabili migliaia di documenti emessi dalle autorità pubbliche su progetti controversi. L’obiettivo dichiarato di questo strumento è esplicitamente quello di “armare” molteplici tentativi (civili, giornalistici, militanti, associativi…) volti a “disarmare” il degrado dei nostri ambienti di vita, in atto e potenziale. I meriti di questo lavoro non riguardano solo il volume dei documenti raccolti e strutturati, ma anche la protezione di queste informazioni da eventuali decisioni future (a partire dal 2027?) di eliminarle o occultarle.
Al di là di questo esempio recente, il contesto attuale sottolinea l’interesse di coltivare un “archiviazione aperta” – per riprendere il concetto di open verification sostenuto da Eyal Weizman – nella prospettiva di alimentare repertori di contenuti e informazioni autonomi e collaborativi secondo il modello perseguito dalle shadow libraries nel mondo culturale e artistico. Una condizione fertile per la possibilità di qualsiasi verifica aperta riguarda la disponibilità di tali spazi di archiviazione collettiva. Il fondatore di UbuWeb Kenneth Goldsmith ha parlato a questo proposito di “archiviazione popolare” (folk archiving) per descrivere operazioni centrifughe e informali di ricerca e organizzazione di informazioni e oggetti culturali al di fuori del perimetro istituzionale e ufficiale.
Questo tipo di operazioni si svolge da tempo al di fuori del web in comunità storicamente trascurate dalle istituzioni (ad esempio la comunità LGBT) che non si occupano della conservazione della loro memoria. È in questa logica autonoma, ad esempio, che in Italia è stato possibile conservare l’archivio degli eventi di Genova 2001 – attualmente ospitato a Bologna –, che ha permesso di condurre numerose ricerche documentarie contrarie alle verità di Stato , in particolare in occasione del ventesimo anniversario: la sua indipendenza lo dissocia oggi dalle ingombranti volontà politiche del governo Fratelli d’Italia attualmente al potere, di cui un ex membro era ministro dell’Interno italiano all’epoca del G8 di Genova.
Lo spazio Internet Archive – aperto precocemente, a metà degli anni ’90 – può rappresentare uno strumento emblematico di questi gesti di archiviazione e condivisione di contenuti digitali destinati a una forte precarietà potenziale. Con servizi accessori come Wayback Machine, Archive-IT o il Progetto Gutenberg, questa iniziativa offre una prospettiva di archiviazione più fondata sul comune che sullo statale o sul commerciale. Lo spazio IA incarna una politica dell’informazione digitale molto diversa da quella delle IA (nel senso di Intelligenza Artificiale) che ci viene imposta da alcuni anni come destino ineluttabile dell’ecosistema della ricerca e della produzione di informazioni online. L’ideale di Internet di cui Internet Archive è l’espressione (imperfetto), costituisce un modello diverso e opposto a quello incarnato dalle Intelligenze Artificiali all’interno dei giganti della Tech o delle startup della piattaformizzazione.
In atto da tempo, il rinnovato tentativo di rendere obsolete – o addirittura di attaccare frontalmente nei tribunali e sui media – iniziative come Internet Archive, Wikipedia o gli ecosistemi peer-to-peer, sta cercando di seppellire un ideale di sviluppo delle reti basato sull’accessibilità, la collaborazione e l’autogestione, che si oppone all’Internet delle piattaforme e dell’IA. Le leve di questi attacchi sono varie: la proprietà intellettuale nel caso delle ultime azioni legali contro Internet Archive o la mancanza di «neutralità» come nel caso del preoccupante episodio che ha visto Le Point prendere di mira Wikipedia. Dietro questi attacchi si nasconde una tendenza più generale ad alimentare una forma di Internet sempre meno compatibile con gli ideali di produzione e condivisione dei contenuti che hanno caratterizzato la fase precedente alla piattaformizzazione degli ultimi quindici anni. Del resto, diverse voci autorevoli della cultura digitale internazionale hanno espresso una visione molto pessimistica di questa inerzia, rimettendo in discussione l’idea stessa che gli ecosistemi informativi oggi egemonici possano essere definiti Internet. Geert Lovinck, fondatore del famoso Institute of Network Culture nei Paesi Bassi, parla di “estinzione”, mentre Tiziana Terranova descrive un’era “post-Internet”.
Nonostante la forza di queste analisi, è importante evitare un catastrofismo troppo radicale sullo stato delle reti e osservare il tessuto delle esperienze che cercano di costruire ambienti digitali più desiderabili, anche se meno scintillanti. Queste proposte attingono alle storie minoritarie dell’Internet del passato – non proprio passato, ma diventato sotterraneo e marginale – per proiettarsi in futuri digitali alternativi alla configurazione contemporanea, indesiderabile sotto molti punti di vista (governance politica, costo ecologico, igiene psichica).
L’installazione di server intermittenti alimentati da energia rinnovabile, che rendono accessibili i contenuti in base alle condizioni meteorologiche (in contrapposizione alla connessione totale, immediata e ubiquitaria promossa da tecnologie come il 5G); l’organizzazione di reti di distribuzione offline delle informazioni acquisite online attraverso la condivisione di memorie esterne, che passano di mano in mano in reti di complicità situate; la migrazione da sistemi di socialità digitale privati e governati da una redditività commerciale verso altri strumenti collettivi e decentralizzati (come Mastodon): ognuno di questi fenomeni contemporanei – di massa o di nicchia – propone tentativi di sviluppo di una concezione e di una pratica alternativa di Internet, meno inedita che radicata nella sua storia più politicizzata. Lo sviluppo di repertori autonomi di documenti e informazioni – istituzionali, culturali, politici, artistici – di cui abbiamo già parlato con il progetto delle shadow libraries, rappresenta un altro esempio di questo processo.
La sua fragilità di fronte alle macchine della big tech è certa, anche se da relativizzare rispetto a fattori quali i limiti ecologici (la difficoltà di approvvigionamento di energia e materiali di produzione) e quelli delle politiche pubbliche (come nel caso dei tentativi europei di governare questo settore). Anche nel digitale, secondo una logica neoliberista, gli Stati o le federazioni di Stati si sono lanciati nel sostegno a gruppi privati commerciali con molti mezzi, dalla delega cieca di servizi agli investimenti finanziari. Il protocollo di partenariato tra pubblico e privato (PPP) – in genere più redditizio per il secondo che per il primo – ha regolarmente orientato le strategie istituzionali negli ultimi decenni, creando frequenti opportunità di PIRATAGGIO.
A questa fatalità dovremmo sostituire una logica che favorisca l’interazione tra pubblico e comune, al fine di alimentare piuttosto che combattere le iniziative che favoriscono la condivisione e l’autogestione localizzata. In settori diversi come quello digitale o quello ecologico, si potrebbe ribaltare l’acronimo PPP in «partenariati pubblici pirata», che sosterrebbero, con mezzi diversi – dalla produzione di leggi adeguate all’introduzione di un reddito universale – lo sviluppo di iniziative alternative all’estrazione di valore capitalista.
Sebbene le teorie anarchiche più influenzate dal decentralismo di Internet possano diffidare delle istituzioni pubbliche (non senza ragione), l’abolizione dei servizi statali in molti settori, come quello sociale o culturale, promossa da Milei o Trump non sembra affatto auspicabile o feconda: in assenza di un’ampia e solida rete di auto-organizzazione, il ritiro del pubblico rischia di tradursi non in un aumento delle comunità indipendenti e solidali, ma piuttosto in una maggiore competizione e ingiustizia.
La sfida dei «partenariati pubblici pirata» cerca di costruire una sinergia (fragile, sperimentale) tra strutture pubbliche e autonomia hacker, vedendo in quest’ultima una risorsa complice piuttosto che un avversario da reprimere: sebbene le istituzioni statali abbiano spesso scelto la repressione (dalle ZAD alla proprietà intellettuale), non è impossibile immaginare una convergenza laddove si riconoscono valori comuni, come la protezione degli ambienti viventi o l’accesso democratico all’informazione secondo un diritto universale all’apprendimento e all’indagine. Lo Stato preferirà lasciarsi PIRATARE o sceglierà di accogliere la pirateria?
Jacopo Rasmi è un ricercatore e docente di arti visivi e studi italiani all’Università Jean Monnet (Saint Etienne).
Fonte: AOCMedia
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