«Si possono bruciare i bambini senza che la notte si agiti. » Robert Antelme
Ciò che sta accadendo oggi a Gaza non è semplicemente un crimine di guerra, né tantomeno un massacro a scopo genocida. Si tratta di un evento strutturale, un momento in cui le categorie moderne del diritto, della storia, dell’immagine, della memoria e del soggetto vengono disattivate dall’interno.
Quando i bambini vengono presi di mira uno ad uno dai bombardamenti aerei, ridotti in cenere o in frammenti, quando esplodono nei loro letti o prendono fuoco tra le macerie, quando una donna muore con il suo bambino in un corridoio, quando un ferito che chiede aiuto viene colpito da un attacco mirato, non si tratta più di una semplice logica di dominio o di una politica del terrore. Ciò che viene preso di mira non è solo la distruzione di un individuo, ma la possibilità stessa che quella vita abbia contato, sia stata indirizzabile, trasmissibile, lutabile (Judith Butler, Didier Fassin, Gayatri Chakravorty Spivak).
La distruzione dei bambini palestinesi non è secondaria. È centrale nell’attuale configurazione coloniale. Essa compie una triplice operazione:
Una eradicazione fisica: riduzione in cenere, polverizzazione dei corpi, cancellazione dei registri civili, scomparsa di intere famiglie nei campi di distribuzione umanitaria;
Una cancellazione simbolica: scomparsa del nome, dissoluzione della singolarità, produzione di immagini senza destinatario;
Un’inibizione della memoria: saturazione delle rappresentazioni, dissociazione affettiva, soffocamento statistico, trasformando il dolore in uno spettacolo anestetizzante secondo la stessa logica dell’estetizzazione politica che Benjamin riconosceva nei regimi fascisti.
Questo gesto di bruciare, frammentare, cancellare condensa la forma contemporanea del potere letale. È composto da violenze che intrecciano la violenza mitico-religiosa, riattivando le logiche sacrificali, le eccezioni bibliche e la sacralizzazione della terra, e la violenza secolarizzata, fondata sulla gestione delle soglie, il diritto differito, la neutralizzazione algoritmica.
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La modalità micro-mirata del massacro è il suo nucleo teorico: colpire i bambini, uno dopo l’altro; uccidere le donne, una dopo l’altra; cancellare intere famiglie, non in un’astrazione strategica, ma in un’operazione visibile, ripetuta, metodica. Ogni missile lanciato per uccidere un solo essere, ogni nome cancellato dai registri civili, ogni corpo bruciato al punto da diventare irriconoscibile, non è un eccesso di potere, ma la forma stessa della biopolitica contemporanea. È qui che il pensiero deve esporsi. In questa scena in cui la razionalità tecnologica incontra la volontà sacrale di cancellare, dove ogni distruzione individuale è in realtà la disattivazione di un mondo intero, non un mondo generico, ma il mondo possibile che quell’essere portava dentro di sé.
Questi bambini sono allo stesso tempo:
Bambini-bersaglio: resi impossibili da iscrivere in una memoria comune, ogni colpo di precisione cancella ogni traccia di indirizzo o filiazione;
bambini interrotti: portatori di un futuro ridotto al silenzio prima ancora di poter realizzarsi, figure di un linguaggio e di una parola impediti prima ancora di essere pronunciati;
bambini cancellati: singolarità dissolte in una fabbrica di anonimato, senza un nome da trasmettere, senza un’immagine da riconoscere, senza una storia da raccontare.
Questi bambini presi di mira, colpiti, fatti esplodere, smembrati non sono figure ma corpi reali, distrutti, strappati al mondo, soggetti che superano ogni designazione biologica o compassionevole e producono una rottura con questi due tipi di inquadramento dominanti[1]. La loro uccisione ripetuta e sistematica mette a nudo ciò che è diventata Gaza. Non semplicemente un teatro di guerra, ma un luogo di cancellazione, dove non si uccide per conquistare, ma per annientare ogni possibile traccia. Ciò che rivela lo sterminio di questi bambini è la fusione contemporanea tra un messianismo religioso attivo (terra promessa, guerra santa, mito delle origini) e una razionalità secolarizzata dell’omicidio (calcolo tecnologico made in USA, soglia di proporzionalità convalidata dall’UE, neutralità giuridica dell’ONU). L’atto di uccidere si presenta qui ormai come un gesto legittimo, amministrato, profetico e algoritmico allo stesso tempo. Un’operazione fredda e fervida al tempo stesso.
L’uccisione di questi bambini non sospende semplicemente una vita, ma smantella ciò che permetterebbe a questa vita di entrare in una narrazione, in un diritto, in una memoria, in un indirizzo. È il punto cieco dell’ordine mondiale. Essa nomina ciò che l’Occidente, nella sua complicità attiva o nel suo silenzio strategico, rifiuta di guardare: non più solo il crollo del diritto, ma la produzione industriale di un’assenza. Laddove il potere coloniale non può tollerare ciò che Frantz Fanon chiamava un eccesso di umanità, cioè l’affermazione di un’esistenza pienamente umana laddove l’ordine coloniale riconosce solo oggetti da dominare, negare o cancellare, mette in atto un’operazione di neutralizzazione sistematica: la scomparsa dei nomi, la cancellazione degli archivi, l’elusione delle immagini, la disattivazione della memoria.

Ecco alcune scene di disattivazione: intere famiglie massacrate nei campi dopo essere state trasferite innumerevoli volte; bambini orfani, a volte di quattro o cinque anni, che vagano ormai soli tra le rovine; bambini uccisi mentre trasportano taniche d’acqua; centinaia di persone affamate uccise mentre aspettano la distribuzione di un po’ di cibo; feriti finiti mentre chiedono aiuto; migliaia di cadaveri sepolti sotto le macerie…
E si arriva a questo: cani randii, affamati tra le macerie, abbandonati al degrado delle rovine, che riesumano e divorano i morti sepolti. Una scena estrema, non di un crollo simbolico, ma di un insieme di disintegrazione attiva, dove i confini tra vivo e morto, umano e non umano, sono assorbiti in una logica di divoramento organizzato. Questi stessi cani, che Michaux indicava come il nostro ultimo rifugio, diventano gli agenti involontari di un rovesciamento programmato. Questa profanazione non ha nulla di casuale. È l’effetto di una politica di desoggettivazione portata alle sue estreme conseguenze, che riprende, in forme secolarizzate, le tecniche naziste di dislocazione e cancellazione, oggi integrate nella gestione militare e giuridica israeliana. Fino a questo punto, tutto è organizzato per rendere impossibile la fiducia, l’immagine, l’indirizzo. Questa scena, che in un racconto sulla Shoah susciterebbe orrore, qui si svolge in diretta, senza che la storia vacilli.
Gaza non è semplicemente un luogo, è il laboratorio visibile di un nuovo regime di scomparsa, una macchina per disattivare il vivente, per incorporare la distruzione nel linguaggio del diritto, per elevare la saturazione a principio di neutralizzazione.
Tuttavia, qualcosa rimane, non come traccia, ma come tensione irriducibile. È ciò che chiamiamo: l’Inalterabile vulnerabile.
L’inalterabile vulnerabile non designa qui un soggetto, un’essenza, una soggettività assegnabile o ripristinabile, ma un residuo irriducibile, un “operatore” di disgiunzione, nella linea degli undercommons di Stefano Harney e Fred Moten[2]; ciò che, anche se annientato, disattiva la chiusura simbolica del crimine; ciò che impedisce che tutto sia riparato, classificato, archiviato, dimenticato. Non si tratta qui di ritrovare un soggetto. Si tratta di pensare a partire da una disgiunzione vivente, un luogo dove la soggettivazione è impedita ma irriducibilmente persistente. Questo luogo è senza fondamento, senza riconciliazione, senza ontologia, è un punto di resistenza immanente.
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Non si tratta di documentare la violenza secondo i suoi stessi termini, il suo regime di intelligibilità, e di produrre immagini compatibili con l’economia umanitaria o l’indignazione spettacolare. Si tratta di documentare contro la cancellazione, di fissare ciò che il potere vuole rendere inaccettabile, cioè i nomi cancellati, i corpi senza sepoltura. Documentare diventa allora un atto di disobbedienza epistemica, o come sottrarre prove al regime scopico dominante per trasformarle in armi di disarticolazione concettuale. Si tratta di pensare Gaza non come un disastro localizzato, ma come operatore critico di un mondo in cui l’archivio non ripara più, dove il diritto legittima la cancellazione, dove l’immagine non fa più rottura.
Rendere oggi Gaza una «causa universale», tardiva e sospetta, dopo mesi di negazione, diffamazione, criminalizzazione di coloro che cercavano di dare un nome, appare spesso come un propedeutico al voltafaccia, un consenso tardivo prodotto sulle macerie di un silenzio iniziale, mentre l’Unione Europea finanzia i bulldozer, gli Stati Uniti forniscono le bombe a frammentazione e il diritto internazionale tace. Ma il pensiero non può seguire questa curva. Deve rifiutare il consenso retrospettivo. Deve designare lo sterminio per quello che è, cioè non come fatto, ma come dispositivo, come operazione di disattivazione del dicibile, sotto gli occhi di tutti.
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Non basta attestare. Bisogna nominare, senza alcun dubbio. Non per rinchiudere il reale in un quadro di senso, ma per disattivarne le coordinate istituite. Solo a questo prezzo un pensiero può mantenersi nell’intervallo stesso della catastrofe. Un pensiero della disgiunzione, dell’interruzione, del resto.
È importante rifiutare l’ontologizzazione della violenza. Pensare Gaza non è né una mistica del disastro, né un’invocazione dell’indicibile o dell’irrappresentabile. Ciò che è in gioco non è un non-mondo astratto, né una falla ontologica nell’Essere, ma un processo storico, situato, organizzato; un assetto politico, tecnologico, giuridico, teologico-coloniale. Lontano da ogni pensiero essenzialista, si tratta di disattivare i quadri che sacralizzano la devastazione, che essa assuma la forma di un silenzio sacro, di una sofferenza intrasmissibile o di un crollo dell’umano in generale. La disobbedienza teorica consiste qui nel mantenere il disastro nell’ordine della condivisione, anche se sfigurato, nel renderlo un operatore critico, non un orizzonte ontologico. All’ontologia dell’inumano bisogna opporre un pensiero profano dell’annullamento, una cartografia dei dispositivi di delegittimazione e una politica del resto, del nome, dell’indirizzo. Gaza non è l’altro nome del nulla, ma il luogo di una battaglia materiale contro la stessa divisione del mondo.

Ciò che è stato distrutto a Gaza non può essere riparato. Non bisogna riparare. Bisogna impedire che venga richiuso ciò che deve rimanere aperto, non come pura negatività, ma come potenza critica. Una potenza critica non fondatrice, senza trascendenza, ma profana; una lacerazione situata, irriducibile, che sfida i quadri stabiliti del visibile, del dicibile, della divisione. Pensare da questa lacerazione, mantenere questo punto non come una verità rivelata, ma come luogo di destabilizzazione, come tensione viva all’interno di ciò che si pretende stabile, come faglia attiva in ogni verità costituita, nel cuore di ogni legittimazione: questo è il compito. Ciò che persiste, irreparabile, imprescrittibile, non reclama né debiti né promesse. Rende illusoria ogni riparazione e criminale ogni chiusura.
I bambini bruciano senza che la notte si muova, se non per la veglia profana che sfida l’oblio.
Antelme aveva ragione.
Note
[1) La designazione biologica: quella che riduce il bambino a una categoria di età o di stato biologico (minore, vulnerabile, non adulto), come se si trattasse di un fatto neutro dello sviluppo umano. Ma il «bambino» in questo contesto non è uno stato naturale, bensì una posizione costruita nella e dalla violenza coloniale. Non è il bambino come bambino ad essere preso di mira, bensì il bambino come impossibilità di archiviazione, come soglia di indirizzo inassegnabile, come eccesso di umanità (nel senso di Fanon e Fassin). 2) La designazione compassionevole: che tende a rinchiudere la figura del bambino in un registro affettivo, sentimentale o umanitario (la pietà, l’indignazione morale, le lacrime mediatiche). Questo registro depoliticizza. Trasforma la distruzione in pathos, il massacro in immagine, l’evento in causa piangibile. Ma ciò che questo testo cerca di dire è che questi bambini non devono essere affrontati con l’emozione, ma con il pensiero…
[2] Gli Undercommons, concetto sviluppato da Stefano Harney e Fred Moten nel loro libro The Undercommons: Fugitive Planning and Black Study (2013), designano uno spazio critico, sotterraneo, ribelle, dove forme di conoscenza, di vita, di comunità e di resistenza si costruiscono al di fuori delle istituzioni dominanti, in particolare lo Stato e il capitalismo razzia
Autore: Sylvain George è regista.
Fonte: AOCMedia


