«Un pornografo mascherato» – su J’écris l’Iliade di Pierre Michon

 

Nel nuovo libro di Pierre Michon, J’écris l’Iliade, il desiderio non è più descritto come tensione, ossessione e mancanza di realizzazione concreta, ma viene affrontato in modo crudo. L’autore è oggi uno scrittore celebre, consapevole della sua posizione, dalla quale mina la figura dello scrittore classico e getta nel fuoco di Sant’Antonio Proust e Shakespeare. Bruciare tutto… per ricominciare da capo, partendo da Omero?


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Come nella Ricerca, ci sono due lati nell’opera di Pierre Michon. Uno che cammina, con i piedi nell’argilla del presente vicino, e ricostruisce le mille vite dello scrittore contemporaneo, come ha completato il suo primo libro,Vies minuscules, e tutte le piccole scenografie della condizione letteraria, le letture e gli incontri, ciò che fa girare la vita letteraria.

L’altro che traccia fughe nel passato, si veste a festa con una parrucca, assume le sembianze del racconto in costume e dipinge persino, in L’Empereur d’Occident, una letteratura all’antica. I due aspetti si ricongiungono nel romanzo proustiano; non è diverso in J’écris l’Iliade, che alterna la vita – inventata, rifatta – dello scrittore e immersioni nell’arcaico. Ciò che unisce l’uno all’altro è la questione ossessiva e centrale del desiderio. «Questo racconto è spesso erotico», scrive con un sorriso sulle labbra Pierre Michon nella quarta di copertina. Piuttosto pornografico, nella rappresentazione frontale dei corpi, dei loro spasmi e dei loro umori.

I lettori lo ricorderanno, in Maîtres et serviteurs c’è una scena significativa: Watteau, sentendo il fiato gelido della morte, decide di bruciare la sua opera, non quella delle feste galanti e malinconiche, ma quella più cupa, dove i corpi non solo si sfiorano, ma dove il fascino sessuale si esprime in modo crudo. Con questa scena inventata, Pierre Michon metteva in luce il desiderio di dominio sessuale che, secondo lui, è alla base della creazione artistica.

Questa parte maledetta e sotterranea che Watteau avrebbe bruciato per evitare che venisse alla luce, è presente in quasi tutte le pagine di J’écris l’Iliade. Il desiderio, naturalmente, era già ovunque, ma spesso ai margini del libro, come il punto di fuga della scrittura, ciò che tende la narrazione senza realizzarsi pienamente. La Petite Beune, che nel 2023, quasi trent’anni dopo, completava La Grande Beune, segnava già questa svolta nella scrittura: il desiderio per Yvonne, motore delle fantasmagorie del narratore, raggiungeva il culmine, descrivendo con dovizia di particolari le tensioni del godimento.

Questo cambiamento è al centro del racconto di Michon, che compone, in una sorta di cronologia alternata, una serie di scene di godimento: in poche pagine, la tensione sale, ma il più delle volte esplode in tutte le sue varianti, vittoriosa, pietosa o sacrificale. E se viene evocato l’antico, è per affermare l’alleanza epica tra amore e guerra. Questo intreccio tra violenza e sessualità ha qualcosa di Bataille, nel modo parossistico che, secondo lo scrittore, ha il gesto erotico di abolire le identità e confondere i regni.

C’è tutto un bestiario, un meravigliamento animale, un animismo letterario. E, ai margini della furia guerriera o della violenza erotica, è proprio l’attenzione alle silhouette minuscole che costituisce la linea di basso del racconto.

Si tratta certamente di una rappresentazione inattuale della sessualità, cosa che lo scrittore non ignora, definendo così l’erotizzazione del corpo femminile che disegna in tutte queste pagine: «Il male gaze in flagrante». Non lo ignora, e gioca con provocazione, rappresentando il corpo amoroso dello scrittore anziano come «Senex erectus, il vecchio che ha l’erezione», o descrivendo con ironia l’accoglienza riservata al suo libro precedente: «È vero che Michon, con la sua megalomania, dalla seconda parte della sua storia di Beune, sprofonda nell’osceno, e non vale un fico secco».

«Non vale un fico secco»: l’autoironia è un indizio. Quello di un gesto volutamente iconoclastico, che rompe i legami con le letture precedenti e sconcerta anche i sostenitori della sua scrittura erudita, da cui qui emerge più liberamente una vena arcaica e selvaggia.


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J’écris l’Iliade gioca volentieri sul contrappunto sarcastico. Ricordiamo l’inizio di Vies minuscules, che metteva in primo piano il senso di impostura dello scrittore della Creuse alle prese con il suo desiderio di irrompere nel campo letterario. Ma dimentichiamo questa apertura – «Avanziamo nella genesi delle mie pretese» – per una formula più ironica: «Avanziamo nella genesi delle mie perversioni»; dalle pretese alle perversioni, c’è poca distanza, ma in quel poco tutta la distanza tra colui che era tenuto ai margini del campo letterario (parigino) e colui che, «considerato uno dei più grandi scrittori francesi», come recita la quarta di copertina di Gallimard, si ingegna a minare la figura dello scrittore riconosciuto e classicizzato, a sgonfiare la nevrosi del grande scrittore, direbbe Johan Faerber.

Il volume si chiude con una scena sconcertante di autodafé in cui lo scrittore brucia uno dopo l’altro i libri della sua biblioteca: bruciare le navi, come in Maîtres et serviteurs, gettare nel fuoco Saint-Simon, Proust e Shakespeare; tutto viene bruciato, da un numero speciale di Paris Match a L’ontologia della fatticità di Heidegger. Bruciare tutto, per stanchezza, per ingombro, per desiderio di liberazione, come in una ricerca frenetica di autorità. «Li guardavo bruciare. Ero il loro padrone. Stavo bene. Per una volta, tutte le sciocchezze che avevo letto mi servivano a qualcosa. Li dominavo, altero di fronte al loro ardore servile che mi incensava di fiamme come se fossi il loro capitano».

E tutte quelle fiamme, per liberarsi dal peso dei Grandi Autori, tornare alla pagina bianca, ai tempi primordiali, e ricominciare tutto da capo, per scrivere l’Iliade. Leggendo l’ultima sequenza, si capisce meglio che il gesto di demolizione del «monumento Michon» è anche il segno di una vita nova, di un desiderio di ricominciare, di un ritorno a Omero. C’era già qualcosa di questo in La Petite Beune, quando immaginava che la grotta con le pitture rupestri fosse stata cancellata con un idropulitrice: un gesto di tabula rasa, di desacralizzazione artistica, ma per un ritorno all’anno zero e ricominciare tutto da capo. «Rifarò tutto a mano, come uno scriba sumero. Riporterò tutto alla memoria. Ci saranno delle varianti e delle lacune enormi. Ma che opera! Mi terrà occupato fino alla morte. E se vivrò cento anni, scriverò il seguito. Tornerò al Niagara della produzione letteraria». E l’anno zero, qui, è Omero.

È in questo ritorno all’antico che Pierre Michon è senza dubbio il più inventivo: non tanto per il lato Salammbô, che ama particolarmente e che cita qui, quanto per il modo di rendere conto della selvaggietà dell’antichità, come aveva fatto Jean-Pierre Vernant, facendo di quei tempi primitivi non il luogo di una fondazione della cultura occidentale, ma quelli di una radicale stranezza.

Cogliere la Grecia, insomma, con uno sguardo antropologico, e la dedica di uno dei racconti a Philippe Descola non inganna: Pierre Michon mette piede nel mondo greco da una prospettiva lontana e lo coglie a monte della grande divisione tra natura e cultura. È un universo metamorfico dove i regni si confondono, le identità si scambiano e l’uomo non è più un’eccezione nel mondo vivente, basti pensare ai racconti dedicati a Pasifae o ad Atteone. È Omero, naturalmente, ma anche Ovidio.

E in queste metamorfosi perpetue, che strappano gli esseri umani dai loro binari, emerge una particolare attenzione alle molteplici forme del vivente: forze elementari, potenze rimbombanti dell’arcaico e, più certamente, discrete presenze animali: cavalletta, corvo, raganella, silvia, fringuello o il culbianco, c’è tutto un bestiario disegnato lì, un meraviglioso mondo animale, un animismo letterario. E, ai margini della furia guerriera o della violenza erotica, è proprio questa attenzione alle silhouette minuscole che costituisce la linea di fondo del racconto: «Amo toccare gli animali, l’ho già detto. […] Da buon poeta, ho a cuore gli animali stessi».

Laurent Demanze è stato docente presso l’ENS di Lione prima di diventare professore di letteratura all’Università di Grenoble.


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