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Questo testo è la prima e la seconda parte di uno studio su cui sto lavorando da un po’ di tempo. Fornisce una critica globale del modello di integrazione sovranazionale dell’UE, analizzandone le carenze strutturali, economiche e geopolitiche. Sottolinea il modo in cui l’UE e la moneta unica, lungi dal rendere l’Europa più forti, più competitive e più resilienti, hanno aperto la strada alla crisi economica e alla stagnazione, hanno peggiorato le disparità economiche e hanno contribuito alla perdita di competitività, all’emarginazione geopolitica e al decadimento democratico.
Fondamentalmente, lo studio sostiene che il fallimento del progetto dell’UE non è radicato in una mancanza di integrazione – e sicuramente non può essere risolto ricorrendo a “più Europa” – ma piuttosto risiede nell’integrazione sovranazionale stessa. Conclude che le carenze strutturali dell’UE sono irreparabili entro i limiti del suo modello esistente e mettono in discussione la fattibilità del sovranazionalismo come un approccio di governance sostenibile in un ordine globale multipolare e guidato dallo Stato.
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Punti chiave
Il sovranazionalismo come paradigma fallito:
♦ Il modello sovranazionale dell’UE si basava sull’idea che “mettere in comune” la sovranità nazionale in un’istituzione sovranazionale avrebbe dato potere agli Stati membri individualmente e collettivamente. Ma l’ipotesi che un’integrazione più profonda produrrebbe intrinsecamente migliori risultati economici e sociali si sia dimostrata falsa. Al contrario, ha ostacolato la crescita e il dinamismo economico. Ciò è dovuto alle intrinseche carenze economiche e (geo)politiche del sovranazionalismo.
Il fallimento dell’integrazione economica:
♦ L’integrazione dell’UE non è riuscita a fornire benefici economici promessi.
♦ L’UE è rimasta indietro rispetto a economie comparabili come gli Stati Uniti, in particolare in termini di innovazione, produttività e dinamismo economico. Lo studio identifica i principali vincoli strutturali imposti dal modello sovranazionale come ragioni chiave di questa stagnazione.
♦ Ciò è in gran parte dovuto alle carenze strutturali della moneta unica, che ha eroso la capacità delle singole nazioni di rispondere in modo flessibile alle sfide interne ed esterne basate sulle loro esigenze economiche e politiche, nonché sulle aspirazioni democratiche dei loro cittadini, pur non riuscendo a compensare adeguatamente questo a livello europeo.
Pregiudizio politico anti-industriale:
♦ Il paradigma sovranazionale dell’UE è fondamentalmente disallineato con l’attuale ordine globale, sempre più modellato da strategie industriali guidate dallo Stato e dalla concorrenza geopolitica. Il quadro neoliberista dell’UE e le rigorose norme in materia di aiuti di Stato scoraggiano le politiche industriali guidate dallo Stato, essenziali per promuovere l’innovazione e la competitività. Questo pregiudizio, codificato nei trattati e nei quadri normativi dell’UE, lascia l’Europa mal preparata a competere con paesi come gli Stati Uniti e la Cina, che si impegnano attivamente in politiche industriali strategiche.
Questioni di governance:
♦ La complessa governance dell’UE, caratterizzata da un processo decisionale frammentato e burocratico, ostacola ulteriormente la sua capacità di rispondere alle crisi o di attuare politiche coerenti. I tentativi di centralizzare gli investimenti e la politica industriale spesso si traducono in inefficienza, minando ulteriormente la capacità dell’UE di agire come entità unificata.
La tecnocrazia porta a cattivi risultati politici:
♦ Il quadro sovranazionale dell’UE, che dà la priorità al processo decisionale tecnocratico rispetto alla rappresentanza democratica, riduce il controllo democratico nazionale, concentrando il potere in istituzioni irresponsabili come la Banca centrale europea e la Commissione europea. Ciò ha portato a politiche che danno priorità agli interessi dell’élite e dell’oligarchia rispetto a quelli dei cittadini.
♦ L’allineamento dell’UE con le politiche statunitensi, in particolare su Ucraina e Cina, ha esacerbato la sua crisi energetica e il declino industriale. Gli elevati costi dell’energia e le tariffe inefficaci hanno ulteriormente indebolito la competitività industriale. Ciò ha esacerbato l’emarginazione economica e geopolitica dell’UE.
Raccomandazioni politiche :
♦ I fallimenti dell’UE sono intrinseci al paradigma sovranazionale stesso. I tentativi di affrontare queste carenze nell’ambito dell’attuale quadro spesso aggravano i problemi.
♦ Lo studio suggerisce di andare oltre l’attuale modello sovranazionale e di responsabilizzare gli stati-nazione con flessibilità per politiche economiche e industriali su misura, consentendo investimenti pubblici strategici e riducendo la dipendenza dal processo decisionale centralizzato e burocratico.
♦ Raccomanda inoltre di prendere in considerazione modelli di cooperazione alternativi e flessibili che preservano la sovranità nazionale, promuovendo al contempo la collaborazione economica e politica.
Introduzione
Negli ultimi tre decenni o più, una narrazione dominante ha plasmato il discorso europeo: in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, le singole nazioni sono diventate progressivamente limitate nella loro autonomia economica e hanno perso la capacità di determinare autonomamente la loro traiettoria economica. Ciò è attribuito alla loro debolezza rispetto alle potenti forze esterne – sia entità private come la finanza internazionale che le multinazionali, nonché le superpotenze straniere, in particolare la Cina. Secondo questa visione, il concetto stesso di sovranità nazionale è diventato sempre più obsoleto nel mondo di oggi.
La soluzione, secondo questa narrazione, era che le nazioni europee “spostassero” la loro sovranità e la trasferissero a un’istituzione sovranazionale grande e abbastanza potente da far sentire la sua voce nell’arena internazionale: l’Unione europea (UE). L’argomento sosteneva che solo a questo livello sovranazionale e continentale i singoli Stati avrebbero potuto raggiungere un potere collettivo sufficiente per attuare politiche economiche efficaci in relazione a queste forze globali. In altre parole, rinunciare a certi elementi della sovranità nazionale – già ritenuto praticamente diminuito – consentirebbe ai paesi di rivendicare una forma di sovranità “reale” attraverso la forza collettiva. Questo costituisce il nucleo dell’argomentazione sovranazionalista pro-UE.
Al centro di questo argomento c’è la convinzione che un’integrazione più profonda porti a maggiori benefici. Sono state quindi utilizzate forme limitate di integrazione per giustificare le successive fasi del processo di integrazione. La creazione del mercato unico, ad esempio, era giustificata dalla motivazione che avrebbe rafforzato il commercio intraeuropeo; ciò, a sua volta, ha portato a richieste di invocazioni all’unione monetaria come modo per migliorare il funzionamento del mercato unico, nonché a stimolare la crescita economica, l’occupazione e la stabilità.
Questa narrazione è stata una pietra angolare della giustificazione economica per il progetto dell’Unione Europea, alla base del trasferimento sistematico di poteri sovrani dai governi nazionali alle istituzioni dell’UE a Bruxelles e Francoforte. Sebbene esistano altre giustificazioni per l’integrazione europea, questa logica economica è stata particolarmente influente nel plasmare il sostegno pubblico e politico all’UE.
La sua persuasività deriva dal suo forte appello al buon senso: l’idea che in un contesto globale impegnativo un’azione collettiva di un ambiente globale fornisca maggiore forza – economicamente e politicamente – risuona come intuitiva e pragmatica. Tuttavia, questo argomento contiene un difetto fondamentale: se fosse valido, i paesi che si sono aggiunti al mercato unico, e poi l’UE, avrebbero dimostrato un miglioramento dei risultati economici rispetto alla loro tendenza pre-UE; gli Stati membri che hanno abbracciato un’integrazione più profonda — come quelli che hanno adottato l’euro — avrebbero costantemente superato quelli che non lo hanno fatto; e l’UE avrebbe rivaleggiato o sovraperformato economie comparabili. Le prove empiriche, tuttavia, mostrano che nessuno di questi risultati si è materializzato.
Al contrario, l’integrazione europea — attraverso le sue fasi successive, tra cui il mercato unico, l’Unione europea post-Maastricht e l’introduzione della moneta unica — non è in gran parte riuscita a migliorare i risultati economici degli Stati membri da parte della maggior parte delle metriche, sia collettivamente che, per molti paesi, individualmente, rispetto alle loro tendenze di pre-integrazione. Diversi paesi dell’eurozona hanno sperimentato risultati economici più deboli rispetto agli Stati membri dell’UE che hanno scelto di rimanere al di fuori dell’unione monetaria, mentre l’UE nel suo complesso ha costantemente sottoperformato rispetto agli Stati Uniti, un’entità economica comparabile.
La risposta standard da una prospettiva interistituzionale è che la questione deriva dagli Stati membri dell’UE che non trasferiscono un’autorità sufficiente alle istituzioni sovranazionali dell’Unione. In questa prospettiva, il problema è costantemente inquadrato come una mancanza di integrazione, con la soluzione invariabilmente “più Europa”. L’ultimo esempio è Mario Draghi, che in un recente discorso, dopo aver denunciato la scivolata dell’Europa nell’irrilevanza geopolitica, ha concluso che “l’Unione Europea dovrà muoversi verso nuove forme di integrazione” – cioè più profonda centralizzazione politica, fiscale, militare e tecnologica. In altre parole, i problemi dell’Europa, a suo avviso, possono essere risolti solo trasferendo ancora più autorità a Bruxelles e mettendo ulteriormente in disparte i governi e i parlamenti nazionali.
Tuttavia, questo argomento è confutato da prove storiche – così come dalla logica di base. Come sostenuto in questo studio, i problemi dell’UE non risiedono in una mancanza di integrazione, ma nella stessa integrazione sovranazionale.
Questo è il motivo per cui il costante aumento del potere e della portata delle istituzioni sovranazionali dell’UE, come la Banca centrale europea (BCE) e la Commissione europea, non ha prodotto risultati migliori, ma ha solo teso a peggiorare le cose. Lo studio sostiene che, in ultima analisi, i problemi creati dal quadro istituzionale imperfetto dell’UE sono irrisolvibili nel quadro della stessa UE, sia dal punto di vista politico che economico.
Una critica così radicale all’Unione europea può apparire irragionevole o politicamente scomoda in un contesto in cui il dibattito sull’UE, e anche la moneta unica, sembrerebbe essere stato risolto una volta per tutte: contrariamente a pochi anni fa, non esiste praticamente alcuna forza politica importante in Europa oggi che sfidi la fattibilità dell’UE o sostenga la fattibilità dell’UE o sostenga che gli Stati membri escano dall’eurozona. Ciò riflette in parte una maggiore consapevolezza delle complessità e dei costi dello smantellamento o del disinvestimento dall’Unione, ma anche un fallimento dell’immaginazione politica. Di conseguenza, anche i cosiddetti partiti “populisti” ora sostengono la riforma di queste istituzioni dall’interno.
Tali tentativi dovrebbero essere accolti con favore e possono anche ottenere risultati limitati. Tuttavia, alla luce dell’invero valere anche l’ingenti danni causati dall’UE/euro, non solo in termini economici – che è in gran parte al centro di questo studio – ma anche in termini (geo) politici e democratici-rappresentanti, non possiamo evitare di sfidare il consenso e porre domande difficili: ci sono prove che il sovranazionalismo è una risposta praticabile alle sfide globali di oggi? Quali prospettive realistiche ci sono per riformare radicalmente l’UE? E, se no, cosa significa questo per il futuro dell’Europa?
Lo studio è strutturato come segue:
1. I risultati economici dell’UE finora
Questa sezione analizza i dati empirici sull’integrazione economica dell’UE, che mostrano una stagnazione o un calo dei risultati economici post-integrazione rispetto alla tendenza pre-integrazione. Evidenzia come il mercato unico non sia riuscito a stimolare la crescita del commercio intra-UE o del PIL; come l’eurozona abbia sottoperformato rispetto ai membri non appartenenti all’euro dell’UE e ad altre economie avanzate; e come la divergenza nei risultati economici tra gli Stati membri si sia intensificata, contraddicendo le promesse di convergenza.
2. L’euro come camicia di forza economica e politica
Questa sezione fornisce un’accurata critica del fallimento della moneta unica, descrivendo in dettaglio il modo in cui spoglia gli Stati membri della sovranità monetaria senza adeguati meccanismi compensatori. Evidenzia questioni strutturali, come l’incapacità di gestire gli shock economici e le crisi del debito sovrano, nonché le implicazioni politiche dell’euro, in cui la Banca centrale europea esercita un potere sproporzionato sui governi nazionali.
3. Il pregiudizio dell’UE contro la politica industriale
Questa sezione spiega come le norme restrittive dell’UE in materia di bilancio e di aiuto statale inibiscono la politica industriale. Ciò contrasta con il successo delle strategie industriali guidate dallo Stato in altre economie come gli Stati Uniti e la Cina, sottolineando come la posizione anti-interventista dell’UE ostacoli la competitività e l’innovazione.
4. Al di là delle cause strutturali: l’auto-sabotaggio dell’UE
Questa sezione esplora il modo in cui le politiche errate amplificano le sfide strutturali dell’UE. Ad esempio, la risposta dell’UE alla guerra Russia-Ucraina, incluso il disaccoppiamento dall’energia russa, ha esacerbato il declino industriale. Nel frattempo, l’allineamento con le strategie guidate dagli Stati Uniti contro la Cina rischia di indebolire ulteriormente la competitività dell’UE.
5. Le conclusioni
Lo studio conclude che la sottoperformance economica e le sfide politiche dell’UE derivano dal suo modello sovranazionale imperfetto, piuttosto che dalla mancanza di integrazione. Contrasta il quadro rigido dell’UE con accordi più sciolti e multipolari come i BRICS e l’ASEAN, sostenendo un approccio decentrato e flessibile alla cooperazione intraeuropea.
1. I risultati economici dell’UE finora
Le prove empiriche relative al processo di integrazione economica dell’UE — a partire dall’introduzione del mercato unico nel 1992 — presentano un quadro che fa riflettere. Se confrontiamo il PIL pro capite dei paesi che hanno aderito all’UE, prima e dopo l’introduzione del mercato unico, vediamo che non solo il mercato unico non è riuscito a migliorare le economie dell’UE rispetto agli Stati Uniti, ma sembrerebbe in realtà aver peggiorato la loro posizione.
Fonte: elaborazione dell’autore
Ancora più interessante, i dati mostrano che la creazione del mercato unico non ha nemmeno stimolato gli scambi all’interno dell’UE, il che è particolarmente evidente dato che questo era l’obiettivo principale dichiarato del mercato unico. Invece, la percentuale del commercio totale dei paesi dell’UE condotta con altri membri dell’UE, che era aumentata costantemente nel corso degli anni ’80, ha iniziato a stagnare in seguito all’introduzione del mercato unico.
Fonte: elaborazione dell’autore
Secondo la narrativa integrazionista, le cose dovrebbero essere notevolmente migliorate dopo il lancio dell’euro nel 2000. Invece, nonostante le previsioni secondo cui una moneta comune aumenterebbe sostanzialmente il commercio tra gli Stati membri, eliminando l’incertezza dei tassi di cambio e riducendo i costi di transazione transfrontalieri, il commercio nell’area intra-euro, in percentuale del commercio totale, è in realtà in costante diminuzione da allora.
Questo calo è accelerato a seguito della crisi finanziaria globale del 2008, suggerendo che il quadro istituzionale dell’UE è particolarmente adatto per affrontare i principali shock economici. Come ha osservato uno studio del Fondo Monetario Internazionale (FMI): “Contrariamente alle aspettative, ci sono poche prove che [l’euro] abbia stimolato il commercio. In percentuale del commercio totale, il commercio intra-euro è passato da circa il 40% nel 1960 a circa il 55% al momento del Trattato di Maastricht nel 1992, ma è sceso al 40% nel 2013”.
Ciò ha portato diversistudi a concludere che l’influenza dell’euro sul commercio tra i paesi membri è stata “zero” – o negativa. Questo risultato mette fondamentalmente in discussione la logica economica che ha sostenuto questi sforzi di integrazione.
La divergenza tra le aspettative economiche e la realtà diventa particolarmente netta quando si esaminano le prestazioni del PIL. La promessa del trattato di Maastricht del 1992 era che rinunciando all’autonomia monetaria, i paesi dell’area dell’euro avrebbero acquisito una maggiore stabilità economica e una maggiore crescita, poiché l’eliminazione dell’incertezza dei tassi di cambio e dei minori prestiti e dei costi delle transazioni, nonché una maggiore disciplina di bilancio, avrebbe portato a più flussi commerciali, di lavoro e di capitale. Invece, dall’introduzione dell’euro, l’eurozona ha registrato un netto declino della sua posizione economica rispetto ad altre economie avanzate. La crescita del PIL reale nella zona euro, secondo i dati della Banca Mondiale, è stata solo del 23% rispetto al 50% degli Stati Uniti, con una significativa riduzione della quota del PIL della zona euro rispetto agli Stati Uniti – dal 73 al 60%.
Questo divario di prestazioni si è notevolmente ampliato durante i periodi di stress economico. La ripresa post-crisi finanziaria nella zona euro è stata notevolmente più lenta rispetto agli Stati Uniti, e questo modello si è ripetuto durante la pandemia di Covid-19. Mentre gli Stati Uniti hanno dimostrato una notevole resilienza e adattabilità, attuando rapide risposte fiscali e monetarie, la ripresa dell’UE, in entrambe le occasioni, è stata ostacolata da rigidità istituzionali e vincoli politici inerenti alla sua struttura.
Si potrebbe sostenere che le cose sarebbero state ancora peggiori senza l’euro. Mentre ciò è possibile, questa affermazione diventa difficile da difendere quando si considera che i paesi europei al di fuori della zona euro, come la Polonia e la Svezia, o anche paesi non UE come la Norvegia, hanno attraversato entrambe le crisi con molto più successo di molti membri della zona euro. In effetti, mentre esploreremo, ci sono prove sostanziali che suggeriscono che le scarse prestazioni dell’UE non erano a dispetto dell’euro, ma a causa di ciò.
I risultati economici dell’UE rispetto agli Stati Uniti sono peggiorati drammaticamente dallo scoppio della guerra in Ucraina. La crescita economica nell’UE è stata più lenta a causa della crisi energetica (in gran parte autoimposta, come vedremo), dell’elevata inflazione e dell’indebolimento della competitività industriale. Alcune economie dell’UE hanno dovuto affrontare condizioni di quasi recessione, con paesi come la Germania che hanno subito un rallentamento significativo, o addirittura una vera deindustrializzazione, a causa della dipendenza dai settori manifatturieri ad alta intensità energetica.
Le implicazioni di questa divergenza si estendono oltre le prestazioni economiche relative. La quota dell’UE del PIL globale si è contratta dal 27 al 16% negli ultimi trent’anni, mentre gli Stati Uniti sono rimasti stabili a circa il 25%, riflettendo non solo la sottoperformance rispetto agli Stati Uniti, ma anche una più ampia perdita di influenza economica nell’economia globale. Come ha osservato l’editorialista di Bloomberg Adrian Wooldridge: “La quota americana di produzione globale si aggira ancora non lontano da quello che era nel 1980. L’Europa piuttosto che gli Stati Uniti stanno pagando per l’ascesa dell’Asia in termini di una quota decrescente del PIL globale”.
Questo declino solleva questioni fondamentali circa l’efficacia del modello di governance economica dell’UE e la sua capacità di mantenere la competitività europea in un ordine mondiale sempre più multipolare.
L’impatto dell’euro sulla convergenza economica tra gli Stati membri rivela un altro significativo fallimento dell’unione monetaria. I sostenitori hanno detto che una moneta unica porterebbe naturalmente all’armonizzazione economica e a una maggiore convergenza dei risultati economici e degli standard di vita. La realtà, tuttavia, si è dimostrata molto diversa. La divergenza dei livelli di prosperità tra gli Stati membri si è effettivamente ampliata dall’introduzione dell’euro, con paesi come la Germania e l’Italia che sperimentano traiettorie economiche notevolmente diverse.
Questa divergenza si manifesta in diverse metriche chiave. Mentre c’è stata una certa convergenza nominale in aree come i tassi di inflazione e i tassi di interesse – bruscamente interrotti quando la crisi dell’euro è scoppiata nel 2011 – gli indicatori economici reali raccontano una storia diversa. Le differenze di PIL pro capite reale tra gli Stati membri si sono espanse piuttosto che contrattate. Come osserva lo studio del FMI:
La crisi dell’area dell’euro ha messo alla prova la stabilità dell’area dell’euro e ha messo in luce le tendenze di divergenza economica. Inoltre, gli effetti positivi sul commercio, sulla mobilità del lavoro e sulla produttività sono stati più deboli del previsto, mentre i flussi di capitali transfrontalieri si sono materializzati, ma sono serviti da forza destabilizzante.
Uno studio del 2017 del Centro per la politica europea di Friburgo ha cercato di quantificare i benefici (e le perdite) per le singole nazioni. Ha concluso che, al di fuori dei paesi esaminati della zona euro, solo la Germania e i Paesi Bassi hanno guadagnato dall’euro. La Germania è di gran lunga il paese che ha guadagnato di più: quasi 1,9 trilioni di euro tra il 1999 e il 2017. Ciò equivale a circa 23.000 euro per abitante.
In tutti gli altri paesi analizzati, l’euro ha comportato un calo della prosperità in questo periodo, in particolare in Francia e in Italia. In Italia, l’introduzione dell’euro ha portato a una perdita di prosperità di circa 74.000 euro pro capite o di 4,3 trilioni di euro per l’economia nel suo complesso dal 1999 al 2017. Per la Francia, la perdita per lo stesso periodo è stata pari a quasi € 56.000 e 3,6 trilioni di euro.
L’euro, tuttavia, non ha semplicemente mancato di promuovere la convergenza economica; in realtà ha posto fine alla convergenza del reddito testimoniata nei decenni precedenti al Trattato di Maastricht. Nel periodo pro Maastricht, c’è stata una costante convergenza del reddito nei futuri paesi dell’area dell’euro. Tuttavia, contrariamente alle aspettative, la convergenza dei redditi tra i paesi della zona euro è effettivamente rallentata dopo Maastricht e successivamente si è interrotta. La divergenza nella moneta unica è stata osservata anche in altri settori, come i tassi di produttività e di disoccupazione. In altre parole, l’euro ha promosso la divergenza su tutta la linea. Più recentemente, questa tendenza alla divergenza è persistita, anche se con ruoli invertiti: nel 2024, le economie periferiche come la Spagna, il Portogallo e persino la Grecia hanno registrato modesti livelli di crescita, mentre le maggiori economie dell’UE, Germania e Francia, sono rimaste stagnanti.
La stessa dinamica si assiste tra i ritardatari dell’euro: i paesi che hanno aderito all’area dell’euro nel 2007 o in seguito hanno registrato una continua convergenza in vista della loro adesione, con differenze di reddito tra i membri “vecchi” e “nuovi” della zona euro che si restringono sostanzialmente prima dell’adesione dell’UE e dell’area dell’euro di quest’ultimo gruppo. Tuttavia, anche la convergenza per questi paesi è rallentata dopo la crisi finanziaria. Nel frattempo, i paesi che non hanno aderito alla zona euro e che apparentemente non hanno piani a breve termine per farlo – come la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia – sono costantemente confluiti verso il tenore di vita nelle economie europee a reddito più elevato.
Anche l’affermazione che l’euro promuoverebbe lo sviluppo di catene a valore aggiunto in tutto il mercato unico non si è concretizzata. In particolare, le più estese catene a valore aggiunto della Germania si sono sviluppate con paesi non-euro, che hanno registrato la crescita più rapida degli scambi con la Germania. Un rapporto della BCE del 2014 sulla partecipazione globale alla catena del valore tra i paesi dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e i paesi non OCSE rafforza questi risultati. Tra i primi venti paesi dell’OCSE nella partecipazione globale alla catena del valore, nove erano al di fuori dell’eurozona e/o dell’UE, e non erano membri di altri sindacati o monetari. Altrettanto degna di nota è l’osservazione che il tasso di partecipazione dei paesi non OCSE, molti classificati come “sviluppanti”, era solo marginalmente inferiore a quello delle nazioni più industrializzate.
Infine, l’euro è riuscito nel suo obiettivo di diventare un’alternativa credibile al dollaro come valuta di riserva internazionale? Le prove suggeriscono che non lo ha fatto. Contrariamente alle aspettative di potere monetario e alla ribalta, la quota dell’euro sull’uso globale rimane approssimativamente equivalente all’uso combinato delle valute nazionali che ha sostituito prima del 1999. In altre parole, non si è verificata alcuna trasformazione significativa. Come riportato dalla BCE, l’euro ha rappresentato solo il 20,5% delle riserve ufficiali in valuta estera globali nel 2022, rispetto al 58,4% detenuto in dollari USA. Questa limitazione riflette sia la natura frammentata dei mercati finanziari della zona euro che la più ampia stagnazione dell’economia europea.
In sintesi, se valutiamo l’euro rispetto ai suoi obiettivi primari dichiarati — la promozione degli scambi intra-UE, la promozione della crescita economica e dell’occupazione, la riduzione delle divergenze tra gli Stati membri, la promozione delle catene del valore aggiunto e la creazione di un concorrente credibile del dollaro come valuta di riserva internazionale — è evidente che questi obiettivi sono stati tutti mancati. Al contrario, l’integrazione commerciale non è stata all’altezza delle aspettative, la crescita economica è rimasta stagnante e, invece di promuovere la convergenza, l’euro ha esacerbato la divergenza economica tra gli Stati membri, creando una dinamica di vincitori e vinti piuttosto che fornire benefici eguali. Nel complesso, l’euro è stato un fallimento assoluto.
Ciò può portare a una sola conclusione: nella misura in cui l’euro è parte integrante del progetto dell’UE che comprende la maggior parte degli Stati membri, il suo fallimento riflette un fallimento più ampio della stessa UE. In effetti, l’euro è un fattore significativo – anche se non esclusivo, come sarà discusso più avanti – per spiegare i risultati economici dell’UE. Ciò è particolarmente vero quando si considera il modo in cui la stagnazione della crescita del PIL e della produttività in tutta l’UE ha comportato una più ampia mancanza di dinamismo e di competitività dell’economia dell’UE.
Nel suo rapporto pubblicato lo scorso anno, Mario Draghi ha dipinto un quadro terribile dello stato dell’economia europea. Secondo il rapporto, l’UE sta sottoperformando in diversi settori chiave rispetto ad altre importanti economie, in particolare Stati Uniti e Cina. La relazione sottolinea che l’UE si trova di fronte a un persistente “divario di innovazione” dovuto a una “struttura industriale statica con poche nuove società che salgono per sconvolgere le industrie esistenti o sviluppare nuovi motori di crescita”, limitando gli investimenti in nuovi settori tecnologici rispetto agli Stati Uniti, che ha favorito settori dinamici come l’IA e il cloud computing. Più in generale, lo studio rileva che l’UE è bloccata in un ciclo di “basso dinamismo industriale, bassa innovazione, bassi investimenti e bassa crescita della produttività”.
La relazione Draghi individua diverse cause della mancanza strutturale di competitività dell’UE, una delle principali è la carenza cronica di investimenti produttivi dell’UE, sia pubblica che privata, che ha creato un persistente divario di investimenti tra l’UE e gli Stati Uniti, esacerbando la crescita economica più lenta dell’UE. L’UE è particolarmente contraria a quella di quanto riguarda la spesa per l’innovazione e lo sviluppo (R&S), limitando la competitività dell’UE nei settori ad alta tecnologia. La spesa per la R&S dell’UE è inferiore a quella degli Stati Uniti e del Giappone, con pochi Stati membri che hanno raggiunto l’obiettivo del 3% del PIL dell’UE per gli investimenti in R&S. Ma il rapporto Draghi non è all’altezza di spiegare adeguatamente perché l’UE non è riuscita a investire nell’economia. La ragione è ovvia: farlo avrebbe significato ammettere che la causa principale del sottoinvestimento strutturale dell’UE è la stessa UE, e in particolare la moneta unica.
2. L’euro come camicia di forza economica e politica
La natura disfunzionale dell’euro è stata ampiamente analizzata. Tuttavia, la rivisitazione di alcuni degli argomenti chiave rimane essenziale, soprattutto perché la continua esistenza della moneta unica è ora ampiamente accettata, anche dai populisti europei, come una realtà inevitabile, nonostante il suo ruolo persistente come un ostacolo significativo alla crescita economica. In breve, l’euro rimane un argomento che dobbiamo affrontare, per quanto scomoda possa essere la discussione.
In circostanze normali, uno stato ha a sua disposizione diversi strumenti di politica economica, tra cui la politica monetaria, la politica dei tassi di cambio e la politica fiscale. Tuttavia, con l’introduzione dell’euro, la gestione dei primi due è stata centralizzata a livello europeo, mentre la terza è stata limitata da rigorosi criteri di austerità. Di conseguenza, i paesi che si sono uniti alla moneta unica hanno effettivamente perso un grado sostanziale di sovranità economica in un solo colpo.
Questa perdita è particolarmente significativa, dato che la politica di bilancio, che comprende la strategia industriale, le misure per l’occupazione e le iniziative di welfare, è intrinsecamente legata al controllo sulla politica monetaria e dei tassi di cambio. Senza la capacità di emettere la propria moneta, un paese perde un meccanismo cruciale per la gestione efficace della politica economica, sia nell’affrontare le sfide dal lato della domanda, come garantire il benessere e l’occupazione della società, sia quelle dal lato dell’offerta, come il sostegno all’industria e alla produzione.
La questione centrale è che questa resa della sovranità è stata solo minimamente compensata da meccanismi compensativi a livello europeo. L’euro opera come valuta apolide e l’assenza di strumenti per adeguare le economie nazionali non è stata adeguatamente bilanciata da solidi trasferimenti di bilancio intraeuropei o dall’istituzione di un bilancio federale europeo sufficientemente ampio. Il bilancio dell’UE, pari a un mero dell’1% del PIL dell’UE – rispetto a un bilancio federale di oltre il 20% negli Stati Uniti – è distribuito in un’ampia gamma di programmi di spesa, lasciando una capacità limitata per finanziare progetti su larga scala o nuove priorità strategiche. In sintesi, la moneta unica ha gravemente limitato la capacità individuale di investimento degli Stati membri senza offrire alternative efficaci. Questa limitazione strutturale è una delle ragioni principali per cui gli investimenti del settore pubblico nell’UE sono costantemente rimasti indietro rispetto a quelli degli Stati Uniti e di altre economie avanzate.
L’euro è stato costruito in diretta contraddizione con i principi economici stabiliti su come progettare un’unione monetaria. La sua architettura imperfetta è diventata evidente durante la crisi finanziaria del 2007-2008. Normalmente, i paesi rispondono agli shock economici esterni consentendo ai loro tassi di cambio di deprezzarsi, il che aiuta ad assorbire l’impatto. Inoltre, accorciando la durata del disagio economico a seguito di uno shock, gli aggiustamenti dei tassi di cambio possono aiutare a prevenire recessioni prolungate, che, come ha evidenziato la ricerca, possono erodere il potenziale di crescita a lungo termine. Questa opzione, tuttavia, non era disponibile per i paesi della zona euro.
Inoltre, quando la crisi finanziaria ha colpito, gli Stati membri si sono trovati vulnerabili perché non avevano la capacità di emettere valuta per acquistare le proprie obbligazioni e quindi controllare i tassi di interesse. Inoltre, la riluttanza della BCE ad agire come prestatore di ultima istanza li ha lasciati indifesi contro gli speculatori di mercato, o “bond vigilantes”, che hanno spinto i rendimenti obbligazionari (tassi di interesse) a salire in diversi paesi, in particolare quelli della cosiddetta periferia – Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, spesso denigramente indicati come “PIIGS”. Questa situazione ha innescato la crisi del debito sovrano europeo, nota anche come crisi dell’euro.
Per quasi tre anni – dalla fine del 2009 alla metà del 2012 – la BCE si è astenuta dal intervenire in modo significativo per sostenere i mercati dei titoli di Stato nell’area dell’euro. Di conseguenza, gli Stati membri sono stati lasciati alla mercé della speculazione finanziaria e costretti ad attuare severe misure di austerità per soddisfare l’escalation dei pagamenti di interessi. In alcuni casi, come in Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna, questi paesi sono stati costretti a chiedere assistenza finanziaria alla cosiddetta “troika” – un organo tripartito composto da rappresentanti della Commissione europea, della BCE e del Fondo monetario internazionale – in cambio di condizioni di austerità ancora più rigorose. Questi paesi si sono effettivamente trovati sotto una forma di “amministrazione controllata”.
Ciò è stato presentato nei media mainstream e dai responsabili politici come una conseguenza “naturale” del fatto che i paesi in questione avevano accumulato livelli eccessivi di debito, che li avevano indotti a “perdere la fiducia degli investitori”. In realtà, non c’era nulla di naturale in questo. Come vedremo, nella misura in cui i paesi della zona euro sono stati (e continuano ad essere) soggetti alla “disciplina di mercato” dei vigilantes obbligazionari – e al rischio di default / insolvenza nazionale – questo era (ed è ancora) una conseguenza unicamente dell’architettura difettosa della zona euro, ha ulteriormente esacerbato le azioni delle istituzioni dell’UE.
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