Tra possibile e reale: le parole della guerra

 

La guerra delle parole, che è parte integrante delle violenze in corso – lo si vede con il termine «genocidio» riferito a Gaza –, è alimentata da una serie di trappole che occorre identificare per poterle, come minimo, allentare. La stessa parola “trappola” rende conto della sensazione che si prova: le parole sono tese come trappole.

Diverse pubblicazioni recenti hanno sottolineato la guerra delle parole che si sta combattendo intorno all’uso della categoria di ‘genocidio’ per qualificare le “violenze di massa” in corso sul territorio palestinese. Tra queste pubblicazioni citerò Omar El Akkad, One Day, Everyone Will Have Always Been Against This (New York, Alfred A. Knopf, 2025), Didier Fassin, Une étrange défaite. Sur le consentement à l’écrasement de Gaza (La Découverte, 2024) o ancora l’articolo di Jean-François Bayart, “Come si fa la pace?” (clicca sotto). ⇓

Come si fa la pace? (2/2)

Pur condividendo il contenuto di queste diverse analisi, il mio obiettivo non è quello di individuare le cause di un errore in corso al fine di ristabilire una qualche verità dietro le parole di tale errore, né di mostrare le intenzioni o i rapporti di forza passati o presenti che indubbiamente si celano dietro di esse: il mio obiettivo si limita a delineare, in merito all’uso delle parole in questa situazione di guerra e partendo dall’esempio singolare della parola «genocidio», alcune prospettive filosofiche di natura quasi formale, nel senso che cercheranno di mobilitare il meno possibile le realtà, per quanto urgenti da valutare, che le parole pretendono di descrivere, e si concentreranno, con una sorta di movimento di ritiro, sull’idea che ci si fa delle parole e del loro rapporto con il reale e con il possibile. Tale ritiro è ovviamente solo parziale, poiché questa guerra delle parole è parte integrante delle violenze in corso[1].


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La trappola delle parole ridotte a citazioni

Questa guerra delle parole è alimentata da una serie di trappole che è necessario identificare per poterle almeno allentare. Uso volutamente la parola «trappola» per rendere conto della sensazione che, come molti altri senza dubbio, ho provato io stesso, ovvero che le parole che ho esitato a usare erano tese come trappole.

È ciò che vorrei cercare di spiegare con attenzione, precisando immediatamente, da un lato, che l’analisi di questa trappola, anche se volta a liberarsene, rimane comunque esposta ad essa, almeno nel confrontarmi qui con questa guerra di parole che raddoppia le violenze reali. E precisando, d’altra parte, che di fronte a questa trappola delle parole, una risposta altrettanto consistente viene data da coloro che, riconoscendola, mi ribattono: «Se siamo comunque intrappolati, andiamo avanti con convinzione»! Forse questo testo costituirà alla fine un movimento troppo lento verso una risposta di questo tipo.

Per trappola intendo un insieme di derive che si susseguono, derive che valgono in misura diversa per ogni parola, ma la cui concatenazione specifica può costituire una trappola, che quindi evoco qui più specificamente pensando alle parole che descrivono situazioni di estrema violenza.

Ogni parola è infatti esposta a usi impropri: non solo può essere usata male, fraintesa e ripetuta male, ma a volte è anche esposta alla possibilità di usi odiosi. Inoltre, è esposta a usi che possono finire per diventare essi stessi usi o comprensioni che si concentrerebbero quindi sulla sola possibilità di tale uso, con una sorta di lento distacco rispetto a ciò che si vorrebbe realmente esprimere con queste parole.

Al di là di questa prima serie di derive, intendo soprattutto per trappola il fatto che questa possibilità di derive sia tesa come una trappola che permette di condannare l’uso stesso della parola in nome della possibilità di deriva che le sarebbe così intrinseca che ogni uso sarebbe già questa deriva. Bisognerà tornarci sopra: non solo il movimento così descritto segna quindi un certo distacco dalla realtà, ma queste realtà sembrano sussistere solo allo stato di possibilità; la parola è ridotta a significati possibili, o addirittura a uno solo dei suoi possibili usi.

Questa spirale in cui ogni uso è esposto alla deriva, che è propria del linguaggio, ma in cui questa possibilità di deriva genera sia il divieto che la risposta a quest’ultimo attraverso l’uso di ciò che è proibito, è senza dubbio particolarmente inerente alle situazioni di guerra[2]: le parole diventano in qualche modo l’oggetto stesso del discorso, come se fossero citate, menzionate nella loro eventuale duplicità, rinviate alla loro presunta definizione supposta o autorizzata, sia per confermarla che per contraddirla…

Di fronte a questa situazione insidiosa, desidero aprire due grandi piste di riflessione che mi sembrano offrire risorse per non sentirsi prigionieri della situazione di trappola in questione. Non pretendo che queste risorse, di natura puramente intellettuale, risolvano le tensioni descritte, nel senso che le trappole scomparirebbero come per incanto! Più umilmente, si tratta piuttosto della possibilità di creare uno spazio di respiro in questa situazione insidiosa e soffocante, di allentare i nodi che la costituiscono. È importante sottolineare ancora una volta che, utilizzando la parola “trappola”, con le molteplici possibilità di deriva che essa descrive, non sto assolutamente rivolgendo la mia attenzione alla questione di chi tende la trappola; al contrario, mi concedo la possibilità di evitare tale questione per descrivere semplicemente una situazione che deve essere pensata nella sua consistenza insidiosa per poterla disinnescare.

Nessun “chi?”, nessuna intenzione quindi, nemmeno l’idea che la trappola inizi in un punto preciso, come se la sua soglia potesse essere determinata (e dietro la soglia degli attori e delle intenzioni), ma piuttosto un’attenzione agli effetti, un tentativo di aggirare la trappola, di allentarla, di proteggersi da essa.

La prima linea di riflessione riguarderà il rapporto tra diritto e linguaggio, la seconda riguarderà il rapporto tra violenza e sua possibilità. In una terza fase, cercherò di mettere in relazione queste due prospettive.

Diritto e linguaggio

Mi sembra innanzitutto urgente distinguere attentamente due dinamiche di relazione tra le parole e il diritto.

Da un lato, il fatto che alcune parole, per gran parte del loro significato, appartengono al linguaggio del diritto nella misura in cui quest’ultimo partecipa direttamente alla loro definizione. È il caso per eccellenza della parola «genocidio», che corrisponde a una qualificazione precisa (e potrebbe quindi essere ridotta alla sua consistenza più operativa, su cui tornerò). Ciò non significa tuttavia che non richieda un’interpretazione o una controstoria, come ogni qualificazione (che non è una confisca, su cui tornerò), ma almeno il ricorso al diritto sembra qui imporsi. Questo è molto meno vero, ad esempio, per il termine «terrorismo», la cui definizione rientra più nella ragion di Stato e per il quale il diritto continua a mostrare tutti i suoi limiti nell’accoglierlo; e non è affatto vero per il termine «resistenza».

Mi limito a porre in modo generale queste poche differenze, che sono ampiamente documentate nella letteratura specifica su ciascuna delle parole in questione. Non porle significa infatti cedere alla seconda dinamica che descriverò ora.

D’altra parte, si deve constatare una tendenza più profonda alla polizia del linguaggio comune, alla sua regolamentazione o giuridicizzazione – una dinamica molto più ampia, che a volte può essere giustificata, ma con molta cautela e tenendo conto del pericolo di stabilire, di instaurare la ferita, impedendo non solo ogni interpretazione, ogni dubbio, ma anche ogni movimento liberatorio dagli effetti della parola offensiva[3]. Si tratta di una dinamica contemporanea che si nota in molti altri campi, ad esempio quando la presunzione di innocenza diventa il pretesto per impedire di parlare di possibili reati sessuali o quando la tecnologia diventa uno strumento di controllo del linguaggio[4].

Queste due dinamiche, che mi limito a porre, non possono essere totalmente separate l’una dall’altra, ma sono comunque distinte: il rigoroso rispetto del vocabolario giuridico, in nome delle sue specificità, e l’amplificazione di una polizia del linguaggio comune dovrebbero, in tutta rigore, essere considerati come direzioni opposte che non possono che indebolirsi a vicenda. Qui, invece, queste due dinamiche sembrano pericolosamente confondersi.

Parallelamente a questo lavoro di distinzione delle dinamiche in atto, è opportuno soffermarsi anche più globalmente sulla questione del rapporto che instauriamo con il linguaggio, in particolare quando mescoliamo queste due dinamiche, sapendo che, da qualsiasi punto di vista si affronti il problema, una parola può sempre essere usata bene o male e, almeno per mostrarne gli eventuali usi impropri, deve essere utilizzata; e questo anche se si trattasse di dimostrare che, in fin dei conti, essa incorpora perfettamente la ferita che provoca.

In breve, anche se si condivide l’idea che alcuni usi debbano essere limitati dal diritto, bisogna diffidare di qualsiasi tentativo di impedire a priori l’uso di una parola. Più in generale, mi sembra che qui emerga l’urgenza di uscire dall’illusione contemporanea di un uso del linguaggio basato sulla sua perfetta trasparenza, cioè sull’idea di un significato disponibile e definitivamente dato, sull’idea della sua possibile adeguatezza a se stesso: a meno di voler ridurre il linguaggio alla pura comunicazione e cedere alla tentazione di poterlo interamente meccanizzare, dobbiamo ammettere che parlare non presuppone la definizione delle parole che si usano; esattamente al contrario, il linguaggio esiste solo in assenza di una definizione preliminare perfettamente condivisa e nella misura di tale assenza[5].

Realtà e possibilità della violenza

Una seconda pista di riflessione ci è data dalla questione del rapporto delle parole in questione con la realtà o con la possibilità di ciò che dicono quando vengono pronunciate. Anche da questo punto di vista, il dibattito sul termine «genocidio» è esemplare, poiché una parte delle opposizioni all’uso di questa qualifica giuridica sottolineava il fatto che tale uso, per essere legittimo, dovrebbe necessariamente attendere la sua conferma (presumibilmente reale e non solo possibile) da parte di un’autorità giudiziaria internazionale. Si tratta ora di concentrarsi su questa limitazione in quanto basata sulla differenza tra la possibilità e la realtà di una cosa.

Da questo punto di vista, è opportuno ricordare innanzitutto il legame estremamente forte tra la guerra e la violenza, e quindi anche le parole che le descrivono, con il campo del possibile; la guerra è sempre e dice sempre anche l’unica possibilità della violenza. Ma, per quanto possa sembrare ovvio, è un legame di cui occorre mantenere la natura complessa[6], senza concludere che la guerra è presente non appena è possibile, né, al contrario, che la guerra si ridurrebbe al solo riconoscimento autorizzato della sua attualità.

Ora, il discorso filosofico si è a lungo limitato a naturalizzare la guerra a partire dalla constatazione della sua sola possibilità (anche a costo di sostenere poi, su questa base, la necessità di istituire la pace, come nel caso del testo di Kant sulla Pace perpetua). Al contrario, Carl Schmitt ha sempre insistito sulla necessità di percepire l’efficacia della possibilità[7], ma era ancora una volta per considerare che l’estinzione di questa possibilità avrebbe segnato la fine della politica e che la sovranità consisteva proprio nel verificare l’efficacia di una possibilità.

Insomma, tra una realtà naturale della guerra sostenuta dalla sua sola possibilità e una verifica sovrana e confiscata dell’efficacia della sua possibilità, ci siamo in qualche modo vaccinati contro qualcosa di semplice come l’idea che la guerra potrebbe essere anche e forse soprattutto ciò la cui possibilità si verifica dal punto di vista di coloro che la subiscono. Da questo punto di vista, la storia biblica della moglie di Lot (che non ha nemmeno un nome proprio) è sintomatica: se è stata trasformata in una statua di sale per essersi voltata a guardare la città in fiamme da cui doveva fuggire, è perché il suo sguardo era animato da un attaccamento alla realtà in fase di distruzione piuttosto che dalla comprensione e dalla riflessività[8].

Torniamo su questa base alla questione specifica dell’uso del termine «genocidio».

In primo luogo, occorre prendere sul serio la concretezza di un gesto salutare di decolonizzazione (di deconfisca) di chi può dire che una possibilità si sta realizzando, un gesto di decolonizzazione certamente all’altezza di tutti i rifiuti e i tentennamenti di coloro che, ai propri occhi, dovrebbero autorizzare le parole che corrispondono alle realtà in atto. Questo gesto di decolonizzazione, per quanto riguarda chi può dire che una possibilità si sta realizzando e continua a realizzarsi, testimonia ancora di più, mi sembra, dell’emergere di una nuova temporalità, più giustamente esigente (o meno cieca) nel discernere l’attualizzazione delle diverse possibilità e rifiutando di lasciarsi pietrificare come la moglie di Lot, che perse persino il suo nome non solo per ciò che vide, ma anche perché, a quanto pare, non aveva lo sguardo giusto. Questa nuova temporalità trova la sua lucidità nel fatto di stare il più vicino possibile a ciò che è in corso, il più vicino possibile a ciò che potrebbe ancora essere solo possibile, attualizzandolo al contempo attraverso tutti i gesti di dominio che lo hanno reso possibile.

Se la possibilità della violenza richiede ovviamente di essere ascoltata, proprio là dove la sua possibilità si manifesta e acquista senso in una serie di violenze, essa richiede altrettanto di essere analizzata. Concretamente, è qui che si giustifica lo svolgimento di un lavoro di analisi, interpretazioni, statistiche, proiezioni e confronti che consentano di stimare la portata delle violenze commesse. Da questo punto di vista, è opportuno sottolineare l’intelligenza che emerge da una riflessione sviluppatasi sia negli spazi militanti che in quelli teorici più riservati, e spesso all’incrocio tra questi due spazi.

Infine, la comprovata possibilità che venga commesso un genocidio, come riconosciuto dalla Corte internazionale di giustizia già nel gennaio 2024, richiede non solo l’uso della qualifica in questione, ma anche di fare tutto il possibile per prevenirlo, come dimostrano, sul piano giuridico, le misure cautelari che devono accompagnare tale riconoscimento. Da questo punto di vista, anche qui sembra esserci confusione tra diversi regimi di normatività: la qualifica di «genocidio» non rimanda innanzitutto e solo al regime descrittivo (il cui lungo periodo di tempo deve ovviamente riemergere in ambito giudiziario); essa definisce immediatamente un obbligo di agire e di prevenire, attraverso un sottile andirivieni tra descrittivo e prescrittivo che, anche se non può essere immanente alla prova delle situazioni, è quanto di più lontano dall’attesa di un’autorizzazione.

Le asimmetrie delle realtà del possibile

Resta quindi da incrociare le due prospettive aperte, constatando che, nonostante la natura fondamentalmente diversa delle questioni trattate (riguardo alle quali non stabilisco quindi alcuna forma di equivalenza di contenuto), in entrambi i casi sono in gioco interpretazioni del possibile, discorsi sul possibile: possibilità dell’antisemitismo e possibilità del genocidio.

Insisto: ciò che mi interessa qui è solo la strutturazione del rapporto con il possibile che si instaura nelle due prospettive evocate.

Ora, sia i portatori che il trattamento di queste interpretazioni del possibile sono esattamente invertiti: nel caso del pericolo dell’antisemitismo, l’interpretazione del possibile è proposta dall’alto, in un modo che definirei istituzionale, autoritario o aristocratico (per adottare un vocabolario machiavellico: i grandi) e il suo trattamento è preventivo, cioè mira a bloccare il possibile identificandolo come già in atto per impedirne la realizzazione.

Nel caso della denuncia del genocidio, l’interpretazione del possibile è opera delle persone interessate, in un modo che definirei popolare, e il suo trattamento, che mira ad affermare la ricomparsa di un dominio consolidato, è tuttavia esso stesso impedito, lasciando così che il possibile si realizzi. Il perfetto ribaltamento delle componenti di queste due interpretazioni del possibile si realizza nel fatto che la prima è proprio ciò che impedisce la seconda, la quale è considerata fin dall’inizio come la conferma della legittimità della sua azione preventiva. Al contrario, la seconda, lungi dal limitarsi a interrompere questa azione preventiva in nome della sola emergenza umanitaria, mostra che la violenza in corso non è che un’ennesima ricomparsa nella lunga storia coloniale di cancellazione di tutti i tentativi di raccontarla.

I conflitti di interpretazione sono legittimi e persino auspicabili, ma non è questo che intendo qui: si tratta piuttosto della frattura gerarchica e insostenibile tra due regimi di valutazione della realtà delle possibilità.

Note

[1] Questo articolo è il risultato di una lunga serie di discussioni impegnative e amichevoli con Déborah Brosteaux, Salomé Frémineur, Juliette Lafosse, Paul Lazzarotto e Tyler Reigeluth.

[2] E ancora di più di guerra civile; vedi Jérémie Foa, Survivre. Une histoire des guerres de religion, Le Seuil, 2024.

[3] Judith Butler, Excitable Speech. A Politics of the Performative, Routledge, 1997.

[4] Grégoire Ben-Aïssa, Thomas Berns e Tyler Reigeluth, « Le traitement automatisé des injures », Éthique, politique, religions, n° 22, 2023 – 1.

[5] Dietro queste avvertenze molto generiche si riconosce l’influenza del pensiero derridiano, come lo sviluppo in «Insult and Post-sovereign Law as Juridicity», Political Theology, 2021.

[6] A questo proposito, mi permetto di rimandare a Thomas Berns, La Guerre des philosophes, PUF, 2019.

[7] Si veda a questo proposito il commento di Jacques Derrida in Politiques de l’amitié, Galilée, 1994, pp. 152-157.

[8] Si veda a questo proposito il mio commento in «La femme de Loth», T. Berns e D. Brosteaux (a cura di), Traces de guerre, Les Presses du Réel, 2023, pp. 41-61.

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Autore: Thomas Berns è professore di filosofia politica presso l’Université Libre de Bruxelles – ed è anche l’attuale Preside della Facoltà di Filosofia e Scienze Sociali. Specialista del Rinascimento e filosofo della politica, del diritto e della norma in senso lato, è autore, tra le altre opere, di Gouverner sans gouvernement. Une archeologie politique de la statistique (PUF, 2009) e La guerre des philosophes (PUF, 2019). Il suo lavoro attuale si concentra sulle nuove forme di normatività e sull’ipotesi di un diritto al di fuori della sovranità.

Fonte: AOCMedia