Gaza, laboratorio di una carestia politica (1/2)

 

A Gaza, la fame è utilizzata come strumento politico. La fame diventa strumento di guerra, metodo di deportazione e tecnologia di cancellazione politica, fino a istituire un «genocidio nutrizionale», in una strategia di sterminio differito e pulizia etnica, resa possibile dalla complicità internazionale. Partendo da questo laboratorio di violenza, ci interroghiamo sulle forme post-imperiali del potere di morte.



 

Da ottobre 2023, Gaza è sottoposta a un programma di distruzione sistematica e multidimensionale, che combina bombardamenti massicci, omicidi mirati, crollo delle infrastrutture civili, prosciugamento dell’accesso alle risorse vitali — cibo, acqua, carburante, cure mediche. La «fame» non è una conseguenza collaterale di questa violenza, ma ne è un vettore centrale, pensato, organizzato e attuato con regolarità. Non sostituisce la guerra con il fuoco, ma si articola con essa, la prolunga e la approfondisce. Costituisce una strategia di sterminio differito, il cui obiettivo è la pulizia etnica[1] del territorio: non solo la progressiva eliminazione biologica di una popolazione, ma anche la deliberata disintegrazione di ogni forma di vita politica collettiva, di riproduzione sociale e di resistenza simbolica.

Il corpo affamato come bersaglio di una cancellazione programmata

Il 22 agosto 2025, la constatazione tecnica e scientifica ha sancito questa realtà politica: l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), organismo di riferimento sostenuto dalle Nazioni Unite, ha ufficialmente dichiarato lo stato di carestia nel governatorato di Gaza, confermando che oltre il 20% delle famiglie vi affronta una grave carenza alimentare, che il 30% dei bambini soffre di malnutrizione acuta e che la soglia di mortalità giornaliera per fame è stata superata. Questa dichiarazione, la prima nel Medio Oriente, trasforma l’accusa di “affamamento” in un fatto inconfutabile e qualifica giuridicamente un crimine di guerra. Il persistente diniego delle autorità israeliane si scontra ora con la fredda autorità dei numeri e dei criteri internazionali. La carestia non è più un timore, né un’imminenza: è il presente amministrato di Gaza, la fase ultima e pianificata della sua distruzione nutrizionale.

Già il 5 agosto 2024, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ne esponeva la logica cinica dichiarando che «lasciare morire di fame due milioni di civili potrebbe, forse, essere giustificato e morale[2] » se ciò consentisse di liberare gli ostaggi. Questa dichiarazione, che ribalta e perverte ogni nozione di etica trasformando la morte di massa in uno strumento di ricatto, elimina ogni ambiguità sulla natura del progetto: la fame non è un danno collaterale, ma un calcolo.

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I bambini bruciati di Gaza

Ciò che qui ci proponiamo di chiamare «affamamento» non indica una semplice carestia, né tantomeno una fame imputabile a cause climatiche o a un’interruzione accidentale della logistica. Si tratta piuttosto di una tecnologia di guerra pienamente contemporanea, concepita per annientare lentamente una popolazione mantenendo cinicamente l’apparenza di un contesto umanitario. Lungi dall’essere invisibile o clandestina, essa si manifesta invece nei corpi emaciati e nei volti scavati, nelle trappole metodicamente tese intorno alle distribuzioni di cibo, nei bambini, nelle donne e negli uomini uccisi mentre cercano di raggiungere un sacco di farina.

Questa politica di fame è quindi il risultato di un dispositivo ibrido e moderno, che combina privazioni graduali, dispersione forzata, azioni militari mirate e spettacolarizzazione mediatica. I suoi effetti, lungi dal limitarsi al solo campo nutrizionale, si estendono fino alla programmata cancellazione dei soggetti come agenti politici, sociali e memorialistici. In questa architettura sterminatrice, i dispositivi di distribuzione alimentare diventano teatro di una selezione letale.

Cosa mostrano le immagini

Le immagini provenienti da Gaza da diverse settimane mostrano bambini ridotti pelle e ossa, neonati con la pancia gonfia d’aria, uomini e donne esausti che corrono verso le distribuzioni di cibo diventate trappole mortali. Queste immagini di collasso, diffuse sui social network e talvolta riprese anche da alcuni media occidentali, hanno incrinato, marginalmente, lo schermo di indifferenza e cinismo che circonda il genocidio in corso. Hanno provocato un’ondata di emozione che i corpi carbonizzati, polverizzati, sepolti sotto le macerie non avevano suscitato.

Perché? Probabilmente perché questi ultimi potevano ancora essere interpretati nel contesto della narrazione della guerra, neutralizzati con l’alibi della «legittima difesa», ridotti al registro dei «danni collaterali ». Il corpo affamato, invece, sfugge a questa narrativa: rivela, senza lasciare scampo, la logica di una sottomissione organizzata, di una lenta distruzione, di una cancellazione totale, di un annientamento sistematico. Parla una lingua che gli Stati non amano sentire: quella di una verità senza scampo, di un crimine senza maschera, privo di giustificazione.

Forse anche perché queste immagini riattivano, anche in modo implicito, una memoria visiva inscritta nella storia europea e occidentale del XX secolo: quella dei bambini, delle donne e degli uomini affamati dei campi di concentramento della seconda guerra mondiale, corpi emaciati, pance gonfie, sguardi vuoti, che infestano l’archivio fotografico, troppo raramente cinematografico, della Shoah. Questo ricordo “spettrale”, che nessun discorso può negare apertamente, conferisce alle immagini provenienti da Gaza una forza particolarmente sconvolgente. Esse ricordano una delle soglie più estreme di disumanità storicamente riconosciute, e la loro comparsa contemporanea, nei corpi affamati di Gaza, rende impossibile qualsiasi giustificazione.

Forse anche perché la fame, nella sua realtà più nuda, rimanda a un’esperienza universale: non solo una vulnerabilità fondamentale condivisa da tutti i corpi viventi, ma anche una sensazione concreta, quotidiana, che ognuno può riconoscere, anche solo per un istante. Perché nutrirsi, come dissetarsi, è una necessità, un bisogno che ritorna, si impone, struttura il tempo e l’attenzione. Questa esperienza comune, immediatamente comprensibile, conferisce alla fame una forza di rivelazione singolare: non richiede traduzioni, competenze o discorsi giustificativi. Agisce come una verità sensibile, diretta, innegabile. Senza dubbio, infine, perché questa verità è anche di ordine metafisico.

La fame dice qualcosa della condizione umana stessa, della sua dipendenza, della sua incompletezza, della sua finitezza. Rivela, nella sua brutalità, il legame tra la vita negata e calpestata e l’esigenza di giustizia, tra il corpo esposto e l’imperativo della cura. Attiva così una memoria diffusa, attraversata dai racconti di deportazioni, carestie coloniali, assedi e campi di concentramento, ma anche da una memoria ancora più sotterranea: quella della mancanza, del bisogno, dell’abbandono.

Queste risonanze incrinano il regime di indifferenza, così come il senso di impunità di Israele. Costringono a vedere ciò che si voleva tacere. Il corpo affamato diventa allora un archivio vivente, un’interpellazione muta, una forma di linguaggio politico a sé stante, irriducibile, insopportabile e, proprio per questo, fortemente denunciatoria. Testimonia senza parole una violenza che gli Stati vorrebbero rendere indicibile.

Ciò che si sta giocando a Gaza da diverse settimane trascende l’ipotesi teorica, il sospetto controverso, per imporre una realtà ineludibile.

I segnali si sono accumulati, le testimonianze hanno convergito, i fatti sono diventati innegabili. Mentre un brivido scuoteva la scena internazionale – alla fine di luglio 2025: dichiarazioni inaspettate di Donald Trump, prese di posizione eccezionali di ONG israeliane[3], annunci diplomatici sul riconoscimento condizionato di uno Stato palestinese da parte della Francia –, la carestia ha smesso di essere oggetto di controversia per entrare, anche se in modo velato, nel campo del dicibile ufficiale.

Così, mentre Benjamin Netanyahu affermava il 28 luglio 2025 che «non c’è carestia a Gaza», definendo queste accuse «una menzogna spudorata», Donald Trump, pur essendo un sostenitore incondizionato di Israele, ha preso le distanze: «è una carestia reale», «è impossibile simulare una cosa del genere», «molte persone stanno morendo di fame». Ha persino annunciato l’istituzione, da parte degli Stati Uniti, di centri di distribuzione alimentare nella Striscia di Gaza, dove «le persone potranno entrare liberamente, senza limiti. Non ci saranno recinzioni».

Quanto ad Amichaï Eliyahu, ministro israeliano del Patrimonio, il 25 luglio 2025 ha dichiarato senza mezzi termini alla radio israeliana Kol Barama che era ora di accelerare i tempi, che «il governo è impegnato in una corsa contro il tempo per annientare Gaza. Stiamo eliminando questo flagello. Stiamo eliminando i suoi abitanti», aggiungendo: «Gaza diventerà interamente ebraica».

Questo intreccio di dichiarazioni ha delineato, per un certo periodo, una dissonanza strategica: un campo di tensioni in cui la negazione, la parziale ammissione e la cinica esibizione dell’intenzione genocida hanno coesistito senza sempre contraddirsi. I tardivi riconoscimenti, a volte strumentalizzati, provenienti da voci fino ad allora silenziose o complici, non hanno fatto altro che confermare ciò che i corpi affamati dicevano senza parole: non si trattava di un deficit logistico, ma di una politica di logoramento pianificata; non di un effetto collaterale, ma di un programma di annientamento frammentato, inscritto nel tempo e metodicamente attuato.

Il 22 agosto 2025 segna la fine di questa fase ambigua. La dichiarazione ufficiale di carestia da parte dell’IPC, che attesta scientificamente l’annientamento nutrizionale di Gaza, abbatte l’ultimo baluardo della negazione. Il verdetto dei numeri e dei corpi rende obsoleta ogni negazione. Contemporaneamente, l’approvazione del piano di invasione di Gaza City da parte del ministro della Difesa Israel Katz il 20 agosto 2025 e il richiamo di 60.000 riservisti, insieme alla rivelazione del piano di colonizzazione E1 in Cisgiordania [4], non lasciano alcun dubbio sulle intenzioni: il progetto non è più solo quello di affamare o conquistare Gaza, ma di sradicare ogni velleità di sovranità palestinese su tutto il territorio. La «dissonanza strategica» lascia il posto a una convergenza terrificante: il riconoscimento da parte dell’ONU del crimine e la sua accelerata esecuzione da parte dello Stato israeliano procedono ormai di pari passo, in un assordante silenzio internazionale. La fame non è più un «oggetto di contesa», ma lo scenario prestabilito di una liquidazione finale [5].

Verso una politica mondiale di sterminio nutrizionale

L’uso politico della fame non è un’invenzione contemporanea e non ha nulla di nuovo. Dall’Irlanda coloniale[6] al Bengala britannico [7], dall’Ucraina stalinista[8] al Biafra[9], le carestie sono state deliberatamente provocate, tollerate, strumentalizzate come metodi di punizione, di spostamento, di sottomissione. A Gaza, questa logica non è nuova: dal 2007 Israele controlla i rifornimenti della Striscia, limitando le importazioni di cibo, carburante e attrezzature agricole. Nel 2012, alcuni documenti ufficiali hanno rivelato il calcolo preciso del numero di calorie consentite per mantenere la popolazione «alla soglia di sopravvivenza, senza farla morire[10]».

Ciò che contraddistingue l’operazione attuale, tuttavia, è la sua esplicita integrazione in un dispositivo di sterminio finalizzato alla deterritorializzazione: la fame non mira più solo a punire o indebolire, ma a costringere all’esodo, a provocare una disintegrazione territoriale, a relegare verso i confini esterni, ad accelerare la scomparsa. Il dispositivo cosiddetto umanitario, con le sue distribuzioni militarizzate, i suoi corridoi mortali, i suoi punti di passaggio sorvegliati, produce non solo umiliazione, ma anche paura, dispersione, il disorientamento. Trasforma la sussistenza in una trappola, produce morti non per assenza ma per organizzazione, per gestione calcolata dell’accesso al necessario.

Questa politica di affamamento, sebbene estrema a Gaza, non è un’eccezione assoluta. Si inserisce in un paradigma globale in cui la privazione del cibo diventa uno strumento strategico di governo differenziale. Negli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, lo smantellamento degli aiuti internazionali (USaid) è stato presentato come una razionalizzazione di bilancio. In realtà mirava a tagliare l’80% degli aiuti allo sviluppo entro il 2030, con proiezioni che arrivavano fino a 14 milioni di morti evitabili, di cui 4,5 milioni di bambini[11] . Questa politica di ritiro delle condizioni minime di sussistenza fa parte di una politica di eliminazione, che può essere interpretata, con Ann Laura Stoler, come una forma di “eugenetica politica” contemporanea [12]. Questo legame tra carestia organizzata, selezione biologica e sovranità globale deve essere considerato centrale, non come semplice parallelismo, ma come elemento di un sistema mondiale di eugenetica neoliberista, in cui i più vulnerabili sono giudicati «superflui» ed esposti a dispositivi di disconnessione vitale.

Gaza è il laboratorio di una violenza inaudita e lo specchio di un ordine mondiale in cui la vita di alcuni vale meno di quella di altri.

È quindi allo stesso tempo un’estremità e un sintomo: l’estremità visibile di un regime di abbandono pianificato, globalizzato, differenziato razzialmente; il sintomo di un cambiamento in cui la logistica umanitaria diventa operatore di distruzione. Nominare, in questo caso, non è un esercizio terminologico. È una necessità etica, politica, filosofica: per designare ciò che sta accadendo come un evento storicamente situato, giuridicamente non qualificato, filosoficamente insostenibile; per sospendere il linguaggio neutralizzante e rompere l’economia del silenzio; per aprire uno spazio di pensiero a partire da questa mancanza – nelle parole, nel diritto, nei corpi – dove ogni vero pensiero deve avere inizio.

Pensare questo momento implica quindi non accontentarsi di un’indignazione tardiva, ma costruire gli strumenti critici in grado di dare un nome a ciò che sta accadendo. Questo testo si propone di analizzare questa operazione come una forma specifica di violenza politica: l’affamamento come tecnica contemporanea di sterminio. Si basa su una documentazione rigorosa (testimonianze, rapporti di ONG, comunicati medici, pubblicazioni giuridiche), su una prospettiva storica (carestie coloniali, blocchi moderni, precedenti a Gaza), nonché su un percorso teorico che mobilita filosofia, antropologia, letteratura. Mira a riflettere su ciò che sfugge alle categorie esistenti: genocidio nutrizionale, logistica letale, politica del visibile, corpo-archivio, sterminio per selezione biologica. Gaza rivela così un’articolazione inedita tra le tecnologie secolari del biopotere (Benjamin[13] e Meziane[14]), le continuità coloniali dell’eliminazione attraverso la privazione (Stoler[15]) e la violenza «mitica» di un ordine sacralizzato dall’esclusione (Benjamin).

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Si tratterà quindi anche di pensare alla fame non solo come arma di distruzione, ma come operazione teologico-politica moderna, in cui eugenetica, colonialismo e mito si fondono in un dispositivo sovrano di schiacciamento delle vite giudicate superflue.

L’affamamento non è forse solo uno strumento di punizione o di controllo, ma una tecnica contemporanea di disintegrazione politica, che opera nei corpi, nelle soglie del visibile, nelle strutture stesse della quotidianità. Non si limita a privare del cibo, ma organizza la progressiva cancellazione di un popolo come soggetto, come memoria, come indirizzo.

Rimane quindi una domanda, che questo testo intende affrontare: cosa significa oggi pensare alla fame non come effetto, ma come vettore centrale di sterminio differito?

Ciò che vacilla nell’estate del 2025 non è l’architettura della devastazione, ma il regime del suo occultamento. Una linea si sposta: quella che separa il visibile dall’indicibile, il dicibile dal tollerabile. Questo vacillamento non è un ribaltamento, ma una flessione parziale, strategica, instabile, del regime del silenzio. L’impunità di Israele comincia a incontrare, non delle rotture, ma delle inflessioni prudenti, degli aggiustamenti di linguaggio, dei gesti umanitari tardivi.

Alla fine di luglio potevamo ancora chiederci: si trattava di una gestione politica delle emozioni? Di uno sforzo per preservare l’immagine? Di una riorganizzazione strategica dei discorsi, costretta dall’intensità delle immagini e dal loro potere di stupore? Nulla permetteva ancora di dirlo con certezza. Ma questa stessa oscillazione segnalava un cambiamento: non nella politica di devastazione, ma nelle forme della sua legittimazione.

Ora sappiamo di cosa si tratta. Il 22 agosto 2025 dissipa definitivamente questi equivoci: la dichiarazione di carestia dell’IPC e il lancio dell’offensiva su Gaza City sanciscono un nuovo patto. La violenza può ora essere esercitata alla luce del sole, purché accompagnata da una finta discussione. La carestia è riconosciuta, ma il suo agente è protetto; il genocidio è documentato, ma il suo nome è proibito; lo sterminio avanza, mascherato dal rumore delle discussioni sulla sua realtà.

Pensare alla fame, oggi, non significherebbe forse affrontare l’avvento di una politica di morte che non ha più nemmeno bisogno di nascondersi, che conta sulla stanchezza e sulla complicità strutturale delle democrazie occidentali per portare a termine la sua opera? Non significherebbe forse interrogarsi su quel momento paradossale in cui la prova assoluta del crimine – la fame – diventa l’ultimo alibi per perpetuarla nell’impunità; e interrogarsi su quel momento incerto in cui le immagini della fame – senza invertire il corso dello sterminio – mettono comunque in discussione l’economia dell’indifferenza, costringono alcune potenze a parlare e rendono visibile, anche se solo per un attimo, la violenza che continuavano a sostenere – e che i corpi, da mesi, denunciavano già, senza voce?

L’affamamento come tecnologia di guerra differita: dispositivi, obiettivi, razionalità

L’uso della fame a Gaza non è né un incidente né un malfunzionamento logistico. Costituisce una tecnologia di guerra, ovvero una modalità di azione politica incorporata in una strategia militare più ampia. Questa tecnologia non sostituisce i bombardamenti, gli omicidi mirati, la distruzione di ospedali[16] e scuole: si articola con essi. Opera in modo differito, attraverso l’esaurimento, la riduzione dei corpi, la disgregazione del tessuto sociale. Mira a disintegrare un popolo attraverso un’asfissia graduale, costringendolo a scegliere tra una morte lenta sul posto o la fuga verso i confini esterni.

La fame come trappola: Hunger Games a Gaza

Ma questo blocco è oggi aggravato da una gestione cinica degli aiuti. Il modello attuato dall’inizio del 2024 si basa su una logica di dispersione, caos e targeting letale. I convogli alimentari vengono annunciati senza preavviso, diretti verso zone sovraffollate, a volte sotto bombardamento, e le distribuzioni avvengono senza mediazioni sicure. Questo meccanismo produce deliberatamente movimenti di panico, raggruppamenti disperati, facilmente individuabili dai bombardamenti di precisione. Gli aiuti diventano così una trappola, un luogo di sacrificio dove la fame viene utilizzata per esporre, selezionare, uccidere.

Dalla primavera del 2025 è stata superata una nuova soglia con l’attuazione di un dispositivo di distribuzione alimentare militarizzato, organizzato sotto l’egida di un’entità denominata “Gaza Humanitarian Foundation[17]”, una struttura israelo-americana sostenuta diplomaticamente da diversi Stati occidentali. Presentato come un meccanismo di assistenza, questo dispositivo si basa in realtà su una logica di selezione, individuazione e dispersione forzata, in linea con le caratteristiche di un’operazione di controinsurrezione integrale.

Ad ogni distribuzione di cibo, non sono solo le provviste ad essere razionate: sono gli stessi corpi ad essere ammassati, guidati, picchiati, feriti, a volte uccisi. Lo spazio della distribuzione diventa un recinto, un corridoio di contenimento, un luogo di umiliazione. Si spinge, si picchia, si selezionano gli affamati come bestiame. La fame non è più una semplice privazione: si incarna in dispositivi disciplinari, dove l’accesso a un sacco di farina richiede di sopravvivere a una violenza logistica, poliziesca, algoritmica. L’aiuto diventa così il pretesto per un dominio fisico diretto, brutale, corporeo, una politica di riduzione allo stato di bestia, letteralmente.

Concretamente, questa strategia si articola attorno a quattro punti fissi di distribuzione, situati in zone completamente svuotate dei loro abitanti e poste sotto il controllo militare israeliano. Questi luoghi, circondati da torri di guardia, terrapieni e filo spinato, hanno un unico punto di accesso. I pallet vengono depositati a orari prestabiliti, poi le barriere vengono aperte. Migliaia di civili affamati ed esausti vengono quindi lasciati liberi nello spazio chiuso per cercare di strappare qualche sacco di farina, riso o conserve. I più veloci sopravvivono. I più deboli – bambini, donne, uomini, anziani, malati – vengono calpestati o uccisi. Il punto di distribuzione diventa così il luogo di una selezione biologica a cielo aperto, dove la sopravvivenza è soggetta alla velocità, alla forza e alla sottomissione immediata. Dove dovrebbe svolgersi l’assistenza, si dispiega una tecnologia di morte differita.

Le testimonianze raccolte da Medici Senza Frontiere, corroborate dalle équipe mediche presenti a Deir Al-Balah e Al-Mawasi, stimano che nel giugno 2025 ci siano stati più di 500 morti e 4.000 feriti in questi siti dalla loro creazione. Thameen Al-Kheetan, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, riferisce di oltre 1.054 morti: «Al 21 luglio, abbiamo registrato 1.054 persone uccise a Gaza mentre cercavano di procurarsi del cibo; 766 di loro sono state uccise nelle vicinanze dei siti del GHF e 288 vicino ai convogli di aiuti umanitari delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni». Il numero dei feriti da arma da fuoco è in costante aumento. Alcuni vengono colpiti mentre si avvicinano troppo presto. Altri mentre saltano i terrapieni. Altri ancora quando arrivano troppo tardi e vengono considerati «intrusi» in una zona evacuata. Ogni scenario porta allo stesso risultato: un civile affamato, disarmato, preso di mira. L’aiuto umanitario viene qui messo in scena come una trappola mortale, una prova di selezione biologica sotto il controllo militare.

Questo tipo di operazione rimanda, nella sua forma, a quello che potremmo definire un vero e proprio “Hunger Games”[18]: non più una finzione[19], ma una messa in scena spettacolare e cinica in cui l’accesso alla sopravvivenza è oggetto di competizione, sotto lo sguardo dei tiratori e delle telecamere. La dignità umana viene abolita non per caso, ma per struttura: la sussistenza diventa un’arena, l’umiliazione uno strumento di governo, la fame un criterio di selezione.

Alla logica terrestre di reclusione corrisponde la sua controparte marittima, altrettanto letale: la distruzione sistematica delle capacità locali di sussistenza. I pescatori di Gaza, il cui accesso al mare è drasticamente ridotto da zone imposte unilateralmente, diventano bersagli mobili per la marina israeliana. La loro semplice presenza in acqua scatena una persecuzione metodica: imbarcazioni inseguite, reti sequestrate, corpi deliberatamente presi di mira, a volte fino alla morte. Ogni tentativo di pesca si trasforma in un atto di disobbedienza letale. Il mare, un tempo risorsa vitale e spazio di libertà, si trasforma in un territorio militarizzato dove il gesto ancestrale di gettare una rete diventa una scommessa contro il proiettile.

Questa violenza non è accessoria: completa l’architettura del blocco annientando ogni autonomia alimentare. La carestia non nasce solo dall’impedimento degli aiuti esterni, ma è organizzata attraverso la programmata eradicazione dei mezzi di sopravvivenza sul posto. La trappola è doppia: affamare chiudendo le frontiere, poi abbattere coloro che cercano di sfuggire alla fame con le proprie forze.

A questa carestia organizzata si oppongono gesti di sopravvivenza precari, che sfuggono ai circuiti ufficiali. Dalle coste egiziane, persone anonime lanciano in mare bottiglie di plastica piene di alimenti di base: riso, lenticchie, ceci, olio. Alcune raggiungono le spiagge di Gaza dopo aver vagato alla deriva. Si vedono allora bambini raccogliere queste capsule galleggianti di speranza, fratellanza, sopravvivenza, e ringraziare coloro che, dall’altra sponda, hanno tentato l’impossibile.

Bottiglie come una forma di archivio liquido, informale, profano, sottratto ai canali statali e alle narrazioni ufficiali. Non firmate, senza ritorno, localizzate. Perché queste bottiglie provengono da un paese, da una sponda geograficamente vicina ma politicamente lontana: un territorio il cui Stato chiude le frontiere, mentre alcuni abitanti rifiutano in silenzio l’indifferenza imposta. Ciò che galleggia non sono solo generi alimentari: sono gesti, indirizzi concreti, minuscoli, portati da una disobbedienza sotterranea. Il mare non è più solo una via di passaggio, ma un luogo di prova, una camera di eco per gli indirizzi interrotti.

Ma il mare è sorvegliato. Il mare è sottoposto a controllo. La maggior parte delle bottiglie viene intercettata dalla marina israeliana, che insegue tra le onde i frammenti di solidarietà profana. Questo teatro della distribuzione diventa oceanico: alla linea di attesa risponde la linea dell’orizzonte. Al divieto di attraversare i muri risponde ora quello di nutrire attraverso le onde. La guerra della fame si estende così fino al mare, fino alla riva, fino alla bottiglia. Tutto ciò che potrebbe nutrire, sostenere, collegare, viene metodicamente impedito. Ogni granello diventa sospetto. Ogni galleggiante è una minaccia. Questa sistematica reticolazione dei flussi, siano essi terrestri, marittimi o simbolici, fa emergere un doppio divieto strutturale: né dare, né ricevere; né soccorrere, né sopravvivere. Il mare, un tempo frontiera aperta, diventa linea di tiro. Anche l’orizzonte è chiuso.

Questa politica di affamamento, tuttavia, non può essere compresa in tutto il suo orrore se la si considera come un fine in sé. È la tecnica centrale e condizionante di un progetto molto più vasto, chiaramente enunciato dagli stessi leader israeliani: lo spopolamento della Striscia di Gaza. Come calcolato dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, si tratta di «far partire 5.000 abitanti di Gaza al giorno» fino a raggiungere circa 1,8 milioni di persone [20]. La fame, la distruzione delle case e delle infrastrutture affinché «non abbiano un posto dove tornare» (Netanyahu)[21] e il terrore militarizzato delle distribuzioni sono gli strumenti metodici per creare le condizioni di quella che viene cinicamente definita «emigrazione volontaria». La fame è la chiave che deve costringere la popolazione ad accettare la propria deportazione. È lo strumento sine qua non di una pulizia etnica che osa dire il proprio nome.

Le conseguenze di questa politica di affamamento sono massicce e sistemiche. Il crollo del tessuto vitale a Gaza è visibile a tutti i livelli: l’OMS avverte dell’aumento dei casi di kwashiorkor, cachessia, cecità infantile dovuta alla carenza di vitamina A[22]. Gli ospedali, anch’essi presi di mira, sono diventati anticamere della morte, senza flebo, senza anestesia, senza incubatrici. E la maggior parte di essi sono stati distrutti, uno dopo l’altro. Le ONG non hanno più accesso ai dati, ai giornalisti è vietato l’accesso al territorio, le immagini sono rare o deliberatamente offuscate. Questo offuscamento della visibilità è esso stesso un dispositivo strategico, volto a impedire qualsiasi presa di coscienza globale.

Questa politica obbedisce a una rigorosa economia biopolitica, basata su una gerarchizzazione di ciò che può o deve essere visto. Coloro che muoiono di fame sono quelli che si possono ancora guardare: l’immagine del corpo affamato sostituisce quella del corpo esploso, non per eccesso di compassione, ma perché si adatta meglio all’immaginario umanitario occidentale, a una scena morale che permette allo spettatore di commuoversi senza riconoscersi complice. È questa distribuzione del visibile e dell’emozione autorizzata che permette al crimine di continuare, nascondendo al contempo la responsabilità diretta dei suoi operatori, ormai riqualificati come gestori razionali di un disastro che essi stessi hanno organizzato.

Questa politica non è frutto di una deriva improvvisata: essa prolunga una logica pianificata da tempo. Già tra il 2007 e il 2012, un documento del ministero della Difesa israeliano rivelava il calcolo preciso della soglia calorica autorizzata a Gaza: 2.279 calorie al giorno[23], appena sufficienti per «mantenere la popolazione al limite della sopravvivenza» senza scatenare un allarme umanitario. Questa politica di denutrizione metodica, in violazione del diritto internazionale, si è oggi trasformata in una privazione massiccia, senza soglie né salvaguardie, senza controlli umanitari indipendenti. Ciò che si impone non è più un razionamento, ma una logica di esaurimento assoluto, uno sterminio attraverso la riduzione programmata delle condizioni di esistenza.

Quello che si cerca di descrivere qui è un cambiamento di paradigma: gli aiuti non sono più impediti, ma strumentalizzati come strumento di epurazione differenziata. Non mirano a soccorrere, ma a dividere, umiliare, indebolire, costringere allo sfollamento. Costituisce una logistica letale: una forma di organizzazione della morte lenta, destinata a produrre sia morti che vivi mutilati, desocializzati, pronti a fuggire. Il dispositivo non salva, disgrega. Ciò che è in gioco in questa politica non è quindi solo l’affamamento di una popolazione: è la messa in atto di un dispositivo di cancellazione per stanchezza, in cui i più vulnerabili vengono eliminati per primi e i più resistenti vengono lentamente spinti all’esilio. L’obiettivo, non dichiarato ma evidente, è quello di rendere la vita così impossibile da diventare essa stessa un motivo di espulsione. La fame diventa così uno strumento di trasferimento forzato, di pulizia territoriale e di ingovernabilità imposta.

Questo processo trova oggi un punto di condensazione particolarmente preoccupante nel progetto denominato “città umanitaria” del ministro della Difesa Israel Katz, un perimetro urbanizzato e militarizzato, situato nella zona costiera meridionale, destinato ad accogliere popolazioni sfollate, affamate e selezionate. Presentato come un gesto di soccorso, questo progetto di «campo di deradicalizzazione» sulle rovine di Rafah rivela la sua natura sinistra quando lo si ricolloca nell’architettura dello spopolamento.

Non si tratta di un luogo di sopravvivenza, ma dell’ultimo campo di transito, dell’anticamera organizzata dell’espulsione. Il suo obiettivo, come ha esplicitamente affermato il ministro Israel Katz, è quello di parcheggiare centinaia di migliaia di palestinesi “che potrebbero uscirne solo a prezzo di un’emigrazione volontaria”. Questa enclave è la materializzazione spaziale della fame come tecnologia di selezione e concentrazione preliminare alla deportazione.

Quella che lo Stato di Israele chiama «città» riproduce, in scala ridotta, la logica spaziale e politica dell’intera Gaza, ovvero un campo di concentramento a cielo aperto diventato, attraverso la suddivisione e la concentrazione, un campo di concentramento «modello», amministrato, razionato, filtrato. Questa «città-laboratorio», progettata sotto la supervisione israelo-americana, non segna una rottura con il dispositivo originale, ma il suo cinico perfezionamento con la riduzione controllata dello spazio, la selezione dei corpi, l’organizzazione algoritmica della sopravvivenza minima.

Costruita sulle rovine di Rafah, questa enclave funziona anche come anticamera dell’espulsione: una volta ridotti allo stato di “sfollati assistiti”, i sopravvissuti potranno essere autorizzati ad attraversare il confine – spinti all’esodo – verso l’Egitto o verso altre destinazioni dettate dagli accordi di subappalto migratorio. Forse è qui che risiede il suo vero scopo: trasformare una popolazione affamata in flussi gestibili, distaccati da ogni legame territoriale o politico, resi compatibili con le logiche globali di selezione e relegazione.

Lo stesso vocabolario, «città», «umanitario», fa parte di una strategia di eufemizzazione radicale, in cui lo sterminio si trasforma in assistenza e il controllo militare in assistenza logistica. Si isola, si raziona, si controlla, ecco cosa si fa lì. Ovviamente non è un luogo di sopravvivenza, ma uno spazio di relegazione finale, destinato a contenere, provvisoriamente, la vita amministrata dei sopravvissuti. Sarà necessario, altrove, smantellare il lessico stesso di questa «città umanitaria», rivelarne i fondamenti coloniali, gestionali, biopolitici. E senza dubbio anche interrogare, sul piano psicopolitico, il fantasma del potere assoluto che qui si scatena: quello di una vendetta omicida, in cui si fa subire agli altri ciò che si dice di aver subito – in peggio, in silenzio, nell’impunità. Qui, la «città» non cura. Essa uccide. Rappresenta l’ultima soglia della politica della fame: dove l’abbandono diventa programma e la selezione diventa struttura.

Genocidio nutrizionale: la fine amministrata

In questo contesto, è necessario dare un nome preciso a ciò che sta accadendo. Il concetto di genocidio nutrizionale permette di pensare alla fame non come una conseguenza indiretta della guerra o un fallimento logistico, ma come un modo specifico di sterminio, metodicamente organizzato e compatibile con i dispositivi contemporanei di gestione umanitaria. Non si tratta di una recrudescenza primitiva della violenza, né di un semplice sintomo della guerra, ma di una tecnologia politica moderna, basata sull’organizzazione intenzionale della privazione alimentare.

Questo concetto deve essere necessariamente articolato con le altre dimensioni dell’impresa genocida israeliana: la distruzione fisica diretta (bombardamenti, massacri), la distruzione culturale e della memoria (distruzione di archivi, università) e la distruzione del legame con il territorio (demolizione di case, progetti coloniali come “Gaza 2035” o ‘Aurora’ volti a reinventare un territorio “senza palestinesi”). La fame è il vettore che tesse il legame tra tutte queste dimensioni: indebolisce la popolazione per renderla più vulnerabile ai massacri, spezza la sua resistenza sociale e politica e la spinge a fuggire, realizzando così il vecchio sogno sionista di un «trasferimento». In questo senso, la carestia è lo strumento genocida totale, quello che attacca contemporaneamente il corpo, la mente e il territorio.

Questo genocidio nutrizionale si distingue per diverse caratteristiche specifiche. Si basa innanzitutto su un’intenzione strutturata, spesso nascosta, ma inscritta nella stessa architettura del dispositivo: blocchi prolungati, distruzione mirata delle infrastrutture agricole, attacchi ai sistemi idrici e fognari, accerchiamento logistico, interruzioni dei rifornimenti, gestione cinica degli aiuti e meccanismi di distribuzione militarizzati. La fame non è un effetto collaterale e non mira solo a indebolire un nemico: è costruita come leva strategica, calibrata per produrre un progressivo collasso sociale.

Opera poi in modo differenziale. La fame non uccide tutti allo stesso ritmo. I più giovani, i più anziani, i malati sono i primi a essere colpiti, non perché siano presi di mira in quanto tali, ma perché l’estrema vulnerabilità diventa un fattore di eliminazione. Si tratta quindi di un omicidio graduale, basato sul progressivo esaurimento dei corpi, sulla lenta decomposizione dei sistemi di cura, di sussistenza, di trasmissione.

Questo processo si inserisce in una temporalità estesa, una durata indefinita in cui la morte non si presenta come un evento, ma come un orizzonte, a volte ritardato, sempre annunciato. Il genocidio nutrizionale non solo uccide, ma distrugge anche la capacità di abitare, di parlare, di proiettarsi nel futuro. Attacca la struttura del tempo vissuto, la possibilità stessa di una memoria sociale.

Ma la sua caratteristica più insidiosa risiede forse nella sua apparente compatibilità con le norme umanitarie. Si manifesta attraverso forme di aiuto condizionato, meccanismi di distribuzione controllati, immagini di corpi affamati che circolano senza provocare grandi sconvolgimenti politici. Lungi dal suscitare un intervento, queste immagini vengono assorbite in un’economia del visibile caritatevole, dove il bambino emaciato diventa una figura patetica, senza nome, senza contesto, senza accusa. Il genocidio nutrizionale è così reso possibile dalla sua stessa parziale visibilità, dall’uso strategico di un eccesso di immagini che, lungi dal denunciare, neutralizzano.

Questo concetto non sostituisce i quadri giuridici esistenti, ma li prolunga laddove essi non riescono a nominare le forme lente della distruzione contemporanea. Permette precisamente di ovviare ai limiti delle definizioni classiche di genocidio, incentrate sull’intenzione immediata di sterminare un gruppo con mezzi diretti e massicci, come i massacri o le deportazioni. Tuttavia, queste definizioni non riescono a integrare pienamente le forme di sterminio differito, organizzate attraverso la privazione, la disintegrazione e l’invisibilizzazione. In questo senso, il genocidio nutrizionale indica questo sterminio attraverso la fame pianificato, graduale, che opera al di sotto della soglia dello scandalo, ma all’interno di una strategia di distruzione integrale.

NdR: il seguito di questo articolo nell’edizione di domani.

Note

[1] Lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale definisce i “crimini contro l’umanità” nell’articolo 7, che include, tra gli altri, la deportazione o il trasferimento forzato della popolazione, la persecuzione di qualsiasi gruppo identificabile per motivi politici, razziali, nazionali, etnici, culturali, religiosi o di genere, e “altri atti inumani di carattere analogo che causano intenzionalmente grandi sofferenze o gravi lesioni all’integrità fisica o alla salute fisica o mentale”. La “pulizia etnica” non è definita come tale nel diritto internazionale, ma è ampiamente riconosciuta dagli studiosi del diritto e dalle istituzioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite, come un concetto descrittivo che copre una serie di atti che costituiscono crimini contro l’umanità e/o genocidio, volti a creare un territorio etnicamente omogeneo attraverso il terrore e l’espulsione forzata di un particolare gruppo. Le dichiarazioni dei funzionari israeliani sulla necessità di “svuotare” Gaza, insieme ai meccanismi concreti di deportazione forzata per fame descritti in questo articolo, rientrano in questa classificazione. Vedi anche: Ilan Pappé , La pulizia etnica della Palestina , Fayard, 2006; ”  La pulizia etnica della Palestina del 1948  “, Journal of Palestine Studies , volume 36, n. 1, autunno 2006.

[2] Dichiarazione del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, durante una conferenza stampa del 5 agosto 2024, presso il Ministero delle Finanze a Gerusalemme. Questa dichiarazione, denunciata dal governo francese (vedi anche le reazioni dell’ONU ), non ha impedito lo svolgimento, il 13 novembre 2024, del gala “Israele per sempre” organizzato da personalità di estrema destra; e di cui Bezalel Smotrich avrebbe dovuto essere l’ospite d’onore prima di annullare la sua presenza di fronte alle reazioni e a migliaia di manifestanti, e pronunciare un discorso a distanza.

[3] Il 28 luglio 2025, le ONG israeliane PHR-I (Physicians for Human Rights-Israel) e B’tselem, per la prima volta, hanno utilizzato il termine genocidio per descrivere le azioni del governo israeliano a Gaza. I loro rapporti hanno elencato, da un lato , la distruzione pianificata e sistematica del sistema sanitario di Gaza come un atto di perpetuazione del genocidio; dall’altro , l’insieme di fatti che caratterizzano un crimine di genocidio. Il 1° settembre 2025 , l’ Associazione Internazionale dei Ricercatori sul Genocidio (IAGS) ha indicato che i criteri legali per determinare che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza sono stati soddisfatti  : “Le politiche e le azioni di Israele a Gaza soddisfano la definizione legale di genocidio contenuta nell’articolo II della Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio (1948)”.

[4] Il cosiddetto piano “E1” mira a costruire 3.401 unità abitative nella Cisgiordania occupata, tra Gerusalemme Est e l’insediamento di Maale Adumim. Questo piano, concepito sotto Yitzhak Rabin negli anni ’90, era stato congelato per decenni di fronte alle pressioni internazionali. In una conferenza stampa del 19 agosto 2025 , il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich ha dichiarato che questo piano stava per essere ripreso. Ha definito questa decisione un “risultato storico”, aggiungendo che questo progetto di insediamento “avrebbe seppellito l’idea di uno stato palestinese”.

[5] Il 29 settembre 2025, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, Donald Trump ha pubblicato un “piano in 20 punti” per Gaza, che riprende e formalizza diversi elementi analizzati in questo testo: supervisione internazionale, smilitarizzazione, ricostruzione sotto controllo straniero e rifiuto di qualsiasi sovranità palestinese immediata. Questo piano è in linea con la politica di fame e spoliazione qui descritta, conferendole una forma istituzionale e “diplomatica”. Si veda in particolare  l’articolo di Libération su questo argomento.

[6] Carestia in Irlanda (1845-1852): John Kelly, The Graves Are Walking: The Great Famine and the Saga of the Irish People , Henry Holt & Co., 2012; Cormac Ó Gráda, Black ’47 and Beyond: The Great Irish Famine in History, Economy, and Memory , Princeton University Press, 1999; Mike Davis, Olocausti tardo vittoriani: carestie di El Niño e la creazione del Terzo Mondo , Londra, Verso, 2001; Tim Pat Coogan, The Famine Plot: England’s Role in Ireland’s Greatest Tragedy , Saint Martin’s Pres, 2012.

[7] Madhusree Mukerjee, Il crimine del Bengala. Il lato oscuro di Winston Churchill , Red Nights, 2015.

[8] Anne Applebaum, Carestia rossa: la guerra di Stalin in Ucraina , Grasset, 2019; Timothy Snyder, Bloodlands: l’Europa tra Hitler e Stalin , Gallimard, 2012.

[9] Alex de Waal, “I punti di ristoro di Israele non sono solo trappole mortali, sono un alibi per la fame di Gaza”, The Guardian , 26 luglio 2025; vedi anche Chinua Achebe, There Was a Country: A Personal History of Biafra , Penguin Books, 2014.

[10] “  Israele, controllo delle calorie a Gaza (2007–2012)  ”, Gisha – Legal Center for Freedom of Movement , 2012; Vedi anche: Harriet Sherwood, “ Israele costretto a rivelare i dati sul blocco di Gaza”, The Guardian , 17 ottobre 2012; e Amira Hass, “Tsahal ha calcolato l’apporto calorico minimo per Gaza”, Haaretz , 17 ottobre 2012, tradotto in francese su Courrier international .

[11] Studio pubblicato su The Lancet il 19 luglio 2025 che stima che i tagli al bilancio e l’eliminazione dell’USAID potrebbero portare a più di 14 milioni di morti prevenibili entro il 2030, tra cui 4,5 milioni di bambini sotto i cinque anni: questa stima deriva da un’analisi basata sui dati dei programmi di sanità pubblica precedenti all’eliminazione dell’agenzia, che avevano salvato circa 91 milioni di vite tra il 2001 e il 2021; rapporto Reuters del 10 marzo 2025 , che conferma che più dell’80% dei programmi dell’USAID sono stati cancellati dall’amministrazione Trump dopo una revisione del bilancio di sei settimane: Marco Rubio indica che l’83% dei programmi è stato interrotto.

[12] Ann Laura Stoler “  Trump’s Political Eugenics: On Disposable Beings ” , AOC, di prossima pubblicazione; Duress: Imperial Durabilities in Our Times , Duke University Press, 2016: In questo libro, Ann Laura Stoler introduce la nozione di moderna “eugenetica differenziale”, in cui la privazione o l’abbandono organizzato svolgono il ruolo di meccanismi di distruzione che portano a determinate popolazioni; At the Heart of the Colonial Archive. Questions of Method , EHESS, 2019: In questo libro, Stoler chiede di ripensare gli archivi non come semplici tracce, ma come luoghi di esercizio del potere coloniale. Mostra come la gestione delle popolazioni razzializzate da parte del governo si sia spesso basata su una logica normativa ed escludente, che può essere interpretata come una forma di eugenetica politica differenziale; In The Flesh of Empire. In Intimate Knowledge and Racial Powers in the Colonial Regime , La Découverte, 2013, Ann Laura Stoler sottolinea in particolare gli usi coloniali dell’eugenetica, evidenziando come l’amministrazione coloniale considerasse alcuni gruppi – popolazioni indigene o classi lavoratrici – come “bocche inutili” da escludere, persino eliminare.

[13] Walter Benjamin, “Critica della violenza”, in Opere I , Gallimard, Folio, 2000.

[14] Mohamed Amer Meziane, Imperi sotto la terra . Storia ecologica e razziale della secolarizzazione , Éditions La Découverte, 2021.

[15] Ann Laura Stoler, Lungo  la grana archivistica  : ansie epistemiche e senso comune coloniale , Princeton, 2009.

[16] Sulla distruzione pianificata e sistematica del sistema sanitario di Gaza come atto di perpetuazione del genocidio, vedere il nuovo rapporto del luglio 2025 della ONG israeliana PHR-I (Medici per i diritti umani-Israele).

[17] Serge Enderlin, “  L’inquietante opacità della Gaza Humanitarian Foundation, un’organizzazione israelo-americana sotto bandiera svizzera  ”, Le Monde , 17 giugno 2025; Dimitri Kier e Hugo Bachelet. “ Cinque cose da sapere sulla Gaza Humanitarian Foundation  ”, Le Nouvel Obs , 5 giugno 2025; “ La Gaza Humanitarian Foundation, sostenuta da Israele e dagli Stati Uniti, è un programma di aiuti illegittimo e disumano che rischia di violare il diritto internazionale ”, Amnesty International, 29 maggio 2025.

[18] L’espressione “Hunger Games”, qui usata deliberatamente, non si riduce a una metafora spettacolare. Essa designa precisamente la logica di un sistema in cui il cibo diventa strumento di selezione selettiva e di uccisione spettacolare. Essa intende esplicitamente rivelare il profondo cinismo che organizza queste distribuzioni di cibo: la fame è messa in scena come una competizione mortale, osservabile da droni e telecamere israeliane, dove solo i più forti o i più veloci sopravvivono temporaneamente. Lungi dall’essere un’immagine sensazionalistica, questo riferimento sottolinea la natura intenzionalmente organizzata di questi massacri mascherati da assistenza e ci ricorda che la violenza più crudele può essere dispiegata attraverso procedure apparentemente razionali e umanitarie. Vedi, “  Hunger Games a Gaza o “aiuti umanitari” mortali”  , Amnesty International, 3 luglio 2025.

[19] Serie di libri bestseller di Suzanne Collins, poi pentalogia cinematografica americana prodotta tra il 2012 e il 2023.

[20] Il 9 marzo 2025, Bezalel Smotrich, ministro delle finanze israeliano, ha dichiarato davanti a un gruppo di membri della Knesset la creazione di un'”autorità per l’immigrazione”. L’obiettivo è quello di progettare un ”  piano di migrazione volontaria  ” per i cittadini di Gaza nell’arco di un anno, ”  via mare, aria e terra  “, con la partenza di 5.000 cittadini di Gaza al giorno. Questo piano di pulizia etnica della Striscia consentirà l’attuazione del progetto “Trump Gaza”.

[21] Lunedì 12 maggio 2025, in una testimonianza a porte chiuse davanti alla Commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset, Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele stava “distruggendo sempre più case (a Gaza e che di conseguenza i palestinesi) non avevano un posto dove tornare”.

[22] “  La vita dei bambini minacciata dalla crescente malnutrizione  ”, comunicato stampa dell’OMS, 2024: 1 bambino su 6 sotto i 2 anni è malnutrito, il 3% gravemente, un tasso eccezionalmente alto; Health Cluster Bulletin – Territori palestinesi occupati (oPt) , OMS, aprile 2024; Vedi anche: OCHA, Gaza Nutrition Cluster Situation Report , aprile 2025.

[23] Calcolo delle 2.279 calorie al giorno imposte da Israele. Questa cifra appare in un documento del Ministero della Difesa israeliano intitolato ”  Consumo alimentare nella Striscia di Gaza – Le linee rosse  “ (gennaio 2008) reso pubblico sotto pressione legale tramite Gisha. Questo documento stabilisce precisamente 2.279 kcal/giorno come soglia minima da mantenere per evitare la malnutrizione.

Autore: Sylvain George è un regista nato a Vaulx-en-Velin. Laureato in filosofia, giurisprudenza e scienze politiche, e in cinema, realizza film poetici, politici e sperimentali, in particolare sui temi dell’immigrazione e dei movimenti sociali. I suoi lavori sono proiettati in festival e musei internazionali (Cannes, Locarno, Rotterdam, Viennale, Mostra di San Paolo, Bafici, Centre Pompidou, Cinémathèque Française, Musee Reina Sofia, BAM, ecc.), dove riceve regolarmente premi (Premio della Critica FIPRESCI, ecc.). Si dedica anche alla scrittura e ha pubblicato diverse raccolte di poesie e diversi articoli su riviste (Trafic, Débordements, La Furia Umana). Insegna o tiene masterclass presso l’IEP, la FEMIS, l’EICTV, l’ENS di Lione, l’Accademia di Belle Arti di Palermo… La sua trilogia, Nuit Obscure, sarà nei cinema il 5 novembre 2025.


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