Dalla fame coloniale alla sovranità sacra: riflettere sulla fame (2/2)

Questa seconda parte dell’articolo dedicato alla fame come tecnologia politica a Gaza amplia la prospettiva. Dalla storia imperiale delle carestie alle logiche teologico-politiche e alle responsabilità contemporanee, mostra come la fame si inserisca in un’economia mondiale di morte lenta.


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Se non avete già letto la prima parte che abbiamo pubblicato ieri eccola ⇓

Gaza, laboratorio di una carestia politica (1/2)

La fame, nella storia degli imperi, non è mai stata un semplice effetto collaterale. È stata, e rimane, uno strumento strategico di amministrazione coloniale, repressione politica e selezione razziale.

Dal Bengala nel 1943, dove la politica britannica di requisizione delle derrate alimentari, combinata al rifiuto di un intervento umanitario e al proseguimento delle esportazioni, ha provocato una carestia che ha causato più di tre milioni di morti; all’Ucraina degli anni 1932-1933, dove il regime sovietico ha organizzato l’Holodomor confiscando i raccolti, bloccando gli spostamenti e affamando deliberatamente le popolazioni contadine; fino all’Algeria coloniale, dove le ripetute carestie del XIX secolo sono state integrate in una strategia di conquista per logoramento, con le popolazioni autoctone censite come “bocche inutili”, secondo una logica eugenetica ante litteram: ovunque, le potenze imperiali hanno sistematicamente utilizzato la fame come arma[1]. A volte nascondendola dietro catastrofi cosiddette “naturali”, a volte assumendola come prezzo politico del dominio.

Holodomor

Fame e modernità imperiale

A questi esempi si aggiungono altri episodi importanti: la carestia irlandese del 1845-1852, durante la quale morirono più di un milione di persone mentre l’Impero britannico continuava le sue esportazioni di cibo fuori dall’Irlanda[2]; la carestia di Haiti sotto embargo all’inizio del XIX secolo, risultato della punizione internazionale dell’indipendenza dei neri[3]. Questa sinistra genealogia della fame amministrata culmina e si tecnicizza in modo radicale nel XX secolo. Trova espressione burocratica e sistematica nel destino dei ghetti ebraici nell’Europa orientale, e in particolare in quello di Varsavia. A partire dal 1940, il regime nazista instaura un blocco totale e calcola scientificamente le razioni alimentari per mantenere la popolazione in uno stato di sub-vita avanzata, programmando il suo sterminio attraverso la fame e le malattie ben prima dell’implementazione industriale delle camere a gas. Il ghetto diventa così il laboratorio di una necropolitica burocratica in cui la fame è elevata a sistema. Questa razionalità sterminatrice si perpetua nel dopoguerra, come testimonia la carestia del Biafra (1967-1970) [4], utilizzata dal governo nigeriano come mezzo di assedio contro una popolazione secessionista e diventata uno dei primi oggetti mediatici della pietà umanitaria globalizzata. Questo riferimento storico, lontano da ogni semplicistica equivalenza, illumina la fredda razionalità delle tecnologie di sterminio differito: a Gaza come a Varsavia, non si tratta di una carenza di rifornimenti, ma di un approvvigionamento di morte, calibrato, dosato e metodicamente messo in atto.

La gestione della scarsità, il razionamento differenziato, il rifiuto di intervenire o l’intervento tardivo costituiscono una tecnologia politica della fame. Le carestie, in questo contesto, non sono catastrofi ma strumenti: mettono in atto una politica di abbandono, in cui la vita diventa una variabile di aggiustamento.

Se gli esempi storici citati mostrano l’antichità e la ricorrenza imperiale della fame come arma, Gaza presenta una specificità contemporanea decisiva: rivela una nuova articolazione tra tecniche digitali avanzate (droni, riconoscimento facciale, algoritmi di controllo calorico) e paradigmi neoliberisti di gestione differenziale della vita e della morte. Gaza non è semplicemente la ripetizione di una violenza coloniale già vista, ma la messa a nudo di una mutazione contemporanea del potere imperiale e razzializzato, dove la carestia è gestita in modo algoritmico, burocratico e mediatico, in una convergenza senza precedenti tra gestione umanitaria e sterminio progressivo. Questa governance algoritmica della carenza pone quindi Gaza al crocevia tra il colonialismo classico e il biopotere neoliberista.

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Ma questa logica si estende ben oltre il Medio Oriente e trova un’eco significativa nelle recenti politiche statunitensi, in particolare sotto la presidenza di Donald Trump. L’annunciata soppressione dell’80% del budget assegnato all’USAID entro il 2030 non è solo una misura di razionalizzazione del bilancio: costituisce una vera e propria strategia di eliminazione differenziale delle vite ritenute superflue da una logica economica e razziale. Secondo diverse analisi, questa decisione potrebbe causare fino a 14 milioni di morti evitabili, tra cui 4,5 milioni di bambini. Sulle pagine del Washington Post, i progetti di sanità pubblica, aiuto alimentare e gestione delle crisi umanitarie gestiti dall’USAID sono stati definiti “ancore di salvezza” deliberatamente distrutte, sottolineando così che questa politica non è frutto di indifferenza o negligenza, ma di una consapevole volontà di abbandono.

Questa politica interna trova quindi un’eco diretta nell’azione internazionale di Trump, particolarmente evidente nel contesto di Gaza. Fin dal suo primo mandato, Donald Trump ha adottato una posizione radicalmente favorevole a Israele, concretizzata da decisioni diplomatiche e militari decisive: trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, riconoscimento dell’annessione del Golan, sostegno esplicito alle operazioni militari israeliane nei territori palestinesi e smantellamento sistematico dei meccanismi di aiuto umanitario destinati ai palestinesi, tra cui l’UNRWA. Queste scelte politiche si inseriscono in una logica più ampia di normalizzazione e banalizzazione della violenza contro alcune popolazioni considerate inutili o dannose per il progetto economico e geopolitico degli Stati Uniti e dei loro alleati.

La volontà dichiarata da Donald Trump di creare una “riviera”[5] turistica americano-israeliana a Gaza, progetto presentato pubblicamente già nel 2024 con il pretesto dello sviluppo economico e della pacificazione regionale, rivela una dimensione profondamente cinica e violenta di questa politica. Basata su un immaginario coloniale specifico, questa logica economica neoliberista si fonda esplicitamente sul principio della «terra nullius»: la rappresentazione di un territorio apparentemente privo dei suoi legittimi abitanti, progressivamente cancellati per renderlo una terra aperta agli investimenti, allo sfruttamento commerciale e al godimento turistico. La distruzione sistematica delle infrastrutture palestinesi, l’indebolimento generalizzato della popolazione attraverso il controllo alimentare e sanitario, nonché il sostegno esplicito a operazioni militari su larga scala volte a spostare massicciamente le popolazioni verso l’Egitto o altre regioni limitrofe, costituiscono altrettante condizioni preliminari alla realizzazione di questo progetto immobiliare e turistico. Questo programma si inserisce quindi pienamente in ciò che Ann Laura Stoler definisce «eugenetica differenziale»: una razionalità governativa in cui la selezione biologica avviene attraverso l’organizzazione metodica della carestia, della fame e, in ultima analisi, attraverso l’abbandono a una morte lenta dei corpi giudicati superflui.

In questo senso, la politica di Trump a Gaza non è solo una politica di sostegno passivo o di accompagnamento diplomatico: è attivamente complice, esplicitamente strategica, pienamente consapevole del suo impatto sulle vite umane, e si inserisce chiaramente in un’economia politica globale in cui la privazione alimentare e sanitaria diventa un’arma centrale di un progetto neoliberista, imperialista e razzializzato. Gaza diventa quindi un laboratorio estremo di ciò che questa politica di fame organizzata può produrre: uno spazio in cui la gestione logistica della vita si confonde con la gestione attiva e deliberata della morte differita.

L’uso della fame come arma a Gaza non può quindi essere dissociato da un’economia politica più ampia, in cui la privazione diventa uno strumento di governo, locale, globale, coloniale, razziale. La politica nutrizionale non è mai neutra: dice chi merita di vivere, chi può morire e in quale silenzio.

Affamare è un crimine

La distruzione attraverso la fame non è solo uno scandalo morale. Costituisce una violazione diretta del diritto internazionale umanitario. L’articolo 54 del Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra vieta esplicitamente l’uso della privazione di cibo come metodo di guerra, così come l’attacco o la distruzione di oggetti indispensabili alla sopravvivenza delle popolazioni civili, come i raccolti, le riserve alimentari, le reti di distribuzione, gli impianti di approvvigionamento idrico, le infrastrutture mediche.

A Gaza, è stata proprio questa infrastruttura vitale ad essere sistematicamente presa di mira. I silos per il grano sono stati bombardati, i panifici e i negozi sono stati distrutti, le reti idriche sono state danneggiate, i convogli di aiuti umanitari sono stati bloccati alla frontiera o dirottati, i bambini malnutriti sono stati privati delle cure mediche, gli ospedali sono stati distrutti uno dopo l’altro. L’insieme di queste misure non è frutto di errori, ma fa parte di una strategia razionale, metodica, pianificata e cumulativa, volta a organizzare la carestia come forma di sterminio differito. Si tratta di una politica di distruzione attraverso la privazione, silenziosa, lenta, ma giuridicamente qualificabile.

Questo crimine, tuttavia, non viene né designato né perseguito. Il termine stesso di genocidio continua ad essere evitato dalle istituzioni internazionali, a favore di un linguaggio ovattato di «emergenza umanitaria», «crisi alimentare» o «emergenza nutrizionale», che neutralizza qualsiasi qualificazione giuridica. Il divieto di utilizzare la fame come arma di guerra, sebbene formalmente sancito dai trattati, rimane privo di effetto coercitivo quando viene violato da uno Stato potente o sostenuto. L’architettura giuridica internazionale appare qui come un regime di sospensione condizionale, attivato in modo differenziale a seconda delle geografie e delle alleanze geopolitiche. La fame è quindi doppiamente strumentalizzata: come strumento di distruzione e come zona di impunità.

Questa impunità è tanto più problematica in quanto il concetto stesso di genocidio è stato fondato proprio su queste pratiche. Raphael Lemkin, che ha forgiato questo concetto alla fine della seconda guerra mondiale[6], ha insistito sulla molteplicità delle forme di annientamento: fisico, sociale, culturale, economico. Il genocidio non è solo un massacro diretto: include la distruzione delle condizioni di esistenza di un gruppo umano, la sua lenta disintegrazione attraverso la privazione, l’umiliazione, l’esclusione. Da questo punto di vista, l’affamamento sistematico di Gaza rientra pienamente nel campo semantico e giuridico del genocidio[7], e più precisamente in quello che abbiamo definito genocidio nutrizionale: una politica di sterminio lento e progressivo attraverso la distruzione metodica delle condizioni di vita. Quello che Gaza sta subendo non è un danno collaterale: è una politica di annientamento attraverso la fame. L’evitare il termine genocidio non è quindi una questione semantica, ma una volontà politica di sfuggire a qualsiasi accusa.

Questa strategia di occultamento attraverso il linguaggio è tuttavia oggi messa in discussione da un importante cambiamento discorsivo: il termine stesso di genocidio, a lungo evitato, è ora ripreso dalle organizzazioni più direttamente coinvolte nella situazione sul campo. Come indicato in precedenza, e in modo emblematico, due importanti ONG israeliane, B’Tselem e Medici per i Diritti Umani, definiscono ora esplicitamente ciò che sta accadendo a Gaza come un processo genocida. Questo cambiamento, proveniente dall’interno stesso del campo umanitario, giuridico e religioso, rende sempre più insostenibile qualsiasi forma di negazione. Non si tratta più di un termine radicale riservato alle frange critiche, ma di una definizione condivisa da coloro che, fino ad ora, avevano dato prova di estrema cautela terminologica.

Il silenzio della maggior parte degli Stati e delle istituzioni internazionali, che tuttavia prevale ancora oggi, non è solo una mancanza di qualificazione, ma una complicità attiva. Definire ciò che sta accadendo a Gaza come un crimine – un crimine contro l’umanità o un genocidio per privazione – implicherebbe non solo la condanna di Israele, ma anche la messa in discussione degli Stati che sostengono, finanziano, armano o giustificano questa politica. La mancata designazione diventa qui una forma di ammissione: non nominare significa già coprire. E in questa copertura sono coinvolti, in varia misura, gli Stati occidentali, le istituzioni internazionali, le alleanze militari e diplomatiche e gli operatori mediatici.

Questo persistente rifiuto di nominare, qualificare, riconoscere giuridicamente ciò che è tuttavia visibile, tangibile, documentato, si inserisce in una grammatica più ampia dello sterminio differito. Una grammatica in cui le forme lente, silenziose, differenziali di uccisione sfuggono alle soglie classiche del riconoscimento penale. È in questo spazio cieco del diritto, in questo interstizio tra visibilità e qualificazione, che si inscrive ciò che abbiamo chiamato genocidio nutrizionale: una strategia di distruzione metodica attraverso la privazione, fondata non sull’esplosione ma sull’erosione, non sul massacro istantaneo ma sullo sterminio differito. Dare questo nome a tale politica significa non solo ripristinare un linguaggio in grado di designare l’inaccettabile, ma anche svelare il coinvolgimento attivo degli attori internazionali nel suo perpetuarsi. Non si tratta quindi di una semplice estensione semantica della parola genocidio, ma di un tentativo di ripensare, partendo da Gaza, cosa significhi oggi uccidere lentamente e organizzare questa lentezza come un’arma.

Fame, silenzio, scomparsa: ciò che la privazione fa alla parola

Sarebbe insufficiente, se non addirittura fuorviante, limitarsi ad affermare che la fame uccide. Perché la logica dell’affamamento va ben oltre il solo attacco alla vita biologica. Agisce in modo più profondo, sotterraneo, cancellando le condizioni di apparizione e di indirizzo dei corpi nello spazio politico. Disarticola le forme di presenza collettiva, frammenta i racconti condivisi, indebolisce i regimi di enunciazione attraverso i quali una comunità può esprimersi, ricordare, proiettarsi. L’affamamento non è solo un attacco nutrizionale; costituisce una tecnica politica di lenta disgiunzione, un modo per minare progressivamente le capacità di soggettivazione, non nel senso di una scomparsa metafisica o ontologica del soggetto, ma come profonda alterazione delle sue condizioni sociali, storiche e mnemoniche di esistenza.

La fame, in questo senso, trasforma i corpi in entità isolate, private delle risorse simboliche e materiali che consentirebbero loro di inserirsi in un tessuto collettivo. Riduce la possibilità stessa di collocarsi nel mondo, di formulare una parola, di costruire un indirizzo. Ciò che è in gioco è la disattivazione metodica delle facoltà di agire, di dire, di ricordare, una desoggettivazione politica in senso forte, cioè la neutralizzazione di tutto ciò che rende possibile la costituzione di un «noi», di un soggetto comune capace di resistere alla cancellazione. Così intesa, la fame appare non come una semplice catastrofe umanitaria, ma come una forma lenta e differita di annientamento politico, al centro di una strategia contemporanea di disumanizzazione attiva.

Come hanno dimostrato Robert Antelme[8] o Simone Weil[9], la fame estrema isola, strappa dalla relazione, disarticola il legame. Produce una parola soffocata, un linguaggio sospeso, un silenzio che non è mutismo, ma impossibilità di significare dall’interno stesso del dolore. Judith Butler, rileggendo Antelme, insiste su questa dissociazione tra il corpo sofferente e la possibile comunicazione: la vulnerabilità radicale altera lo spazio del riconoscimento reciproco, trasforma l’essere umano in un residuo biologico [10].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Gaza, questo processo è visibile non solo nel divenire della popolazione, ma anche in quello dei giornalisti. Anch’essi affamati, privati delle risorse, a volte costretti a interrompere i loro reportage o a fuggire dalle zone più esposte, incarnano una scena di impossibilità. Alcuni, che lavorano con agenzie come l’AFP, hanno dovuto rinunciare alle indagini per mancanza di mezzi vitali. Altri, ridotti a registrazioni lacunose, inviano frammenti di verità interrotta. La testimonianza diventa quindi parziale, sia per effetto della repressione che della fame, che agisce come un filtro fisiologico e politico della memoria. Questa alterazione del documento non è un difetto dell’archivio, ma la sua stessa verità.

Non si tratta quindi di una catastrofe umanitaria, ma di un regime attivo di neutralizzazione politica. La fame, qui, non uccide direttamente: rallenta, disattiva, disarma. Trasforma i corpi in residui, le voci in rumori di fondo, le parole in sospiri. Il sopravvissuto, diceva Antelme, diventa un essere «impossibile da uccidere» ma «difficilmente vivente». Gaza mostra questa zona grigia della sopravvivenza imposta, dove l’immagine del vivente sussiste, senza indirizzo, senza spazio di parola, senza possibilità di trasmissione.

Cosa mostra la fame: regimi del visibile, corpi-archivio, soglie di percezione

Il fatto che sia stata l’immagine dei corpi affamati, emaciati, e non quella dei corpi bruciati o polverizzati dalle bombe, ad aver iniziato a produrre un’inflessione nelle percezioni occidentali, deve essere interrogato. Rivela un’economia differenziata del visibile, dove alcune figure della sofferenza diventano udibili, mentre altre rimangono inerti nel campo mediatico. La fame, in quanto altera lentamente le carni senza farle esplodere, produce una forma di visibilità che non può più essere attribuita ai “danni collaterali” del discorso sulla sicurezza. Costringe a percepire la violenza come intenzionale, prolungata, sistemica.

Ma questa visibilità, lungi dall’essere un semplice atto di rivelazione, è essa stessa strutturata da una gerarchia di affetti e soglie di indignazione differenziate. Le immagini di corpi scheletrici, di bambini dallo sguardo vuoto, di pance gonfie per la malnutrizione, di volti immobili nello stupore o nell’esaurimento, circolano secondo codici iconografici antichi, ereditati da una lunga tradizione umanitaria fondata sull’appello alla pietà. Se a volte suscitano un sussulto emotivo, è spesso a prezzo di una doppia cancellazione: da un lato, la cancellazione delle condizioni storiche e politiche che hanno reso possibili queste sofferenze; dall’altro, quella degli agenti responsabili di questa situazione. Così, i bambini, le donne e gli uomini affamati a Gaza non sono più percepiti come vittime di un blocco metodico, di un sistema di affamamento militare sostenuto dalle potenze occidentali. Diventano figure anonime del dolore, incarnazioni generiche della sventura umana, dissociate da qualsiasi contesto politico determinato.

Questa immagine umanitaria, che autorizza l’emozione ma proibisce il giudizio, opera quindi come una seconda neutralizzazione. Permette certamente il riconoscimento del corpo sofferente, ma cancellando le strutture concrete di violenza che lo hanno prodotto, disattiva ogni capacità di pensare politicamente a questa sofferenza. Questo regime di visibilità, basato sull’empatia immediata e sulla compassione generalizzata, funziona in realtà come un regime di cancellazione. Produce una forma di attenzione senza memoria, di commiserazione senza indirizzo.

Nella sua circolazione mediatica contemporanea, l’immagine umanitaria agisce così come una trappola politica. Individualizza i corpi, li estrae da ogni radicamento collettivo e li trasforma in icone universali di angoscia, slegate da ogni singolare storicità. Ponendoli al di fuori di ogni causalità identificabile, blocca la formulazione di un’accusa strutturata, impedisce l’attribuzione di responsabilità precise e converte l’indignazione in una compassione disinnescata, tanto intensa quanto breve. Il pathos diventa allora una modalità di gestione dell’inimmaginabile, e non una leva per la sua denuncia o trasformazione. Questo regime di immagini, pur pretendendo di allertare, contribuisce in realtà alla pacificazione dello sguardo.

È quindi opportuno spostare lo sguardo, rompere con l’evidenza umanitaria che tende a percepire nei corpi affamati di Gaza semplici vittime di un disastro senza soggetto, per riconoscerli come corpi-archivi: incarnazioni materiali, visibili, insostenibili, di un progetto politico di annientamento. Con la loro sola presenza, rendono visibili regimi di violenza che fino ad allora erano stati negati o naturalizzati. Non sono prove in senso giuridico – non parlano, non indicano, non accusano – ma permangono, nella loro stessa alterazione, come «figure» dell’irrefutabile. Il corpo affamato attesta una volontà di cancellazione, un accerchiamento metodico, una lenta strategia di distruzione, un’organizzazione razionale e persistente della soppressione. Rende impossibile ogni sincera ignoranza. L’indignazione, se si manifesta, non può essere interpretata come un segno di lucidità o di risveglio morale: deve essere interrogata a partire dalle condizioni che l’hanno scatenata – cosa è servito perché si manifestasse? – ma anche a partire da tutto ciò che continua a eludere, a eludere, a disattivare. Il corpo affamato, come archivio vivente della cancellazione, rompe l’economia della negazione. Obbliga a vedere.

Ciò che viene distrutto, qui, sono allo stesso tempo le infrastrutture, i corpi, le forme di vita. Ma è anche una memoria viva e incarnata che viene presa di mira, una capacità di raccontare, di trasmettere, di situarsi. Le soggettività affamate sono rese mute non dall’assenza di voce, ma dall’esaurimento delle condizioni dell’indirizzo. Non possono più scrivere la loro storia nello spazio pubblico, non possono più contestare l’ordine costituito, né tantomeno dare un nome a ciò che le colpisce. Perché questo è proprio uno degli obiettivi della fame come dispositivo politico: non solo l’eliminazione fisica, ma anche la neutralizzazione dei poteri del senso, del linguaggio, della resistenza. La fame come interruzione radicale della politica, non nel senso della sua scomparsa astratta, ma nel senso di uno smantellamento metodico delle forme di vita capaci di produrre il comune, di rivendicare una storia, di mantenere viva la possibilità del mondo.

Fame, sacralità e sovranità: per una lettura teologico-politica della fame

La fame, così come si manifesta oggi a Gaza, non può essere compresa solo come un prolungamento contemporaneo della guerra coloniale o come una tecnologia biopolitica di gestione delle popolazioni. Essa coinvolge un altro strato in cui la violenza si dispiega secondo una logica mitica, cioè secondo un’articolazione fondante tra legge, sacrificio ed esclusione.

È ciò che Walter Benjamin definisce con il concetto di violenza mitica[11]: una violenza fondatrice, istituente, che non si limita a difendere un ordine esistente, ma lo crea e lo sacralizza decidendo sovranamente chi può essere incluso o deve essere escluso, chi può vivere o deve morire. Questa violenza opera attraverso atti sacrificali, in cui la morte inflitta diventa il fondamento di un ordine presentato come legittimo, perché presumibilmente minacciato. Si inscrive in un orizzonte trascendente, dove la necessità di preservare un territorio, un popolo, una sovranità, giustifica l’esclusione, la spoliazione e la messa a morte.

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Nel caso di Gaza, l’affamamento sistematico delle popolazioni palestinesi non è una semplice decisione tecnocratica o un malfunzionamento logistico. Fa parte di un regime di sovranità sacralizzata, in cui la sopravvivenza palestinese diventa non un diritto, ma una concessione condizionata, un residuo tollerato, un’eccezione provvisoria. La fame, in questo caso, funziona come una punizione collettiva giustificata dall’invocazione di un pericolo originario, quello di una minaccia permanente che grava su Israele, e costantemente riattualizzato dal discorso sulla sicurezza. In questo contesto, nutrire o lasciar morire diventa una modalità di gestione del sacro: tollerare la sussistenza di alcuni corpi mentre si orchestra la lenta eliminazione di altri, secondo una logica sacrificale travestita da imperativo morale o di sicurezza.

In questa configurazione, anche l’aiuto umanitario diventa un operatore teologico-politico. Non ripara un’ingiustizia, ma amministra una punizione, gestisce una carenza organizzata, ratifica una struttura di cancellazione differenziale. Non è solo il corpo palestinese ad essere affamato, è il suo diritto di persistere nel mondo che viene giudicato indesiderabile, sacrificabile, superfluo. Il binomio tra politica di approvvigionamento e politica di targeting trasforma la distribuzione di cibo in un gesto sovrano: nutrire o lasciar morire diventa l’espressione di un potere divinizzato, senza appello.

Sia per Mohamed Amer Meziane che per Ann Laura Stoler, il biopotere moderno non si comprende solo come una gestione razionalizzata della vita in nome di criteri economici o di sicurezza. Esso si inscrive in una genealogia più antica, in cui le tecniche contemporanee di amministrazione dei corpi riattivano e trasformano logiche ereditate dai dispositivi religiosi di dominio. Ciò che Meziane chiama «secolarizzazione del dominio religioso» e che Stoler analizza come una politica di eliminazione basata sulla produzione differenziale di vita e morte, rimanda allo stesso processo: la modernità politica non rompe con il sacro, ma lo ricompone nell’ambito e attraverso l’operazione stessa del potere[12].

A Gaza, la distribuzione controllata, frammentaria e spettacolare di cibo, la gestione dei flussi di aiuti umanitari o ancora le «pause tattiche» annunciate come gesti di clemenza, assomigliano a rituali politici, in cui la sopravvivenza è offerta come grazia, sospesa all’obbedienza, soggetta a una condizionalità silenziosa. La fame non è il risultato di un fallimento logistico: opera come una liturgia punitiva. È il versante sacralizzato di un governo basato sulla scarsità, in cui il controllo dell’accesso al cibo diventa una modalità di sovranità religiosamente travestita da logistica umanitaria. Ciò che Meziane definisce un biopotere secolare trova qui la sua forma compiuta, un ordine in cui la vita nuda è gestita da un sistema che, pur pretendendo di essere secolarizzato, ripropone le strutture simboliche del sacrificio, del peccato, della redenzione differita.

Questa logica si ricollega a ciò che Stoler definisce una razionalità di eliminazione graduale, ma vi introduce una componente sacrale che il suo approccio storicista talvolta lascia in secondo piano: non sono solo l’utilità, la razza o l’economia a presiedere alla lenta distruzione dei palestinesi, ma un ordine teologico-politico restaurato[13], in cui l’omicidio di massa non solo è tollerato, ma sacralizzato. I bambini, le donne, gli uomini che muoiono di fame a Gaza non sono solo vittime di guerra, né residui di un progetto coloniale: sono coinvolti in una scena sacrificale globale, che li designa come ostacoli viventi a una sovranità purificata, come resti da cancellare affinché si ristabilisca un ordine mitico.

Di conseguenza, il lavoro critico non può accontentarsi di una denuncia umanitaria o di una gestione giuridica delle violazioni, ma richiede una desacralizzazione attiva della politica. Vale a dire una rottura con i fondamenti stessi che rendono pensabile e giustificabile questa violenza differita. Contro la naturalizzazione della fame, occorre opporre una politica del profano, che sciolga le catene simboliche tra sovranità e sterminio, che rifiuti la logica sacrificale e ripristini forme di comunicazione, di linguaggio, di sopravvivenza condivisa. Interrompere il mito, strappare i corpi dalla loro iscrizione rituale, restituire la vita come potere disassegnato, questo è forse il compito più urgente di ogni pensiero critico oggi.

Responsabilità internazionali e complicità attive

Le potenze occidentali non sono solo silenziose: sono corresponsabili dello sterminio in corso. La politica di affamamento metodicamente condotta da Israele non avrebbe potuto dispiegarsi con tale intensità senza il costante sostegno militare, diplomatico ed economico dei suoi alleati, in primo luogo Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito e Unione Europea nel suo insieme: questo sostegno non è certamente marginale, ma strutturale, continuo e decisivo. Il massiccio aiuto militare fornito dagli Stati Uniti, anche durante le fasi più critiche dell’assedio di Gaza, non è semplice complicità passiva, ma consenso attivo. Esso ha permesso non solo il proseguimento delle operazioni, ma anche l’instaurazione duratura di questo regime di fame come strumento di governo, come elemento decisivo dell’architettura del potere.

I dispositivi recentemente messi in atto – come le «pause tattiche» annunciate dal governo israeliano tra le 10 e le 20 in alcune zone (Deir el-Balah al centro, Al-Mawassi a sud, città di Gaza a nord), le autorizzazioni puntuali per i lanci di viveri, o ancora l’ingresso molto limitato di camion umanitari attraverso i confini giordano, emiratino o egiziano – non modificano in alcun modo questa logica. Si inseriscono in una strategia di comunicazione volta a contenere le critiche internazionali, senza alterare il funzionamento logistico dell’assedio. La fame non è sospesa: è amministrata, modulata, convertita in apparenza di gestione. La carestia rimane la normalità. E nel frattempo, i bombardamenti continuano, a Khan Younès e altrove. Il fatto che la Francia abbia finalmente riconosciuto l’esistenza di uno Stato palestinese il 22 settembre 2025 si inserisce in un momento di svolta politica e percettiva, proprio mentre le immagini insostenibili dei corpi affamati a Gaza – bambini emaciati, volti scavati, pance gonfie – cominciano a turbare l’opinione pubblica internazionale. Questo gesto di riconoscimento, di alto valore simbolico, arriva dopo mesi di astensione verbale, di inazione diplomatica di fronte a quello che abbiamo definito un processo di genocidio nutrizionale, e intende scongiurare la complicità senza rompere le alleanze…

Questo gesto tardivo e ambivalente coincide con un più ampio fermento diplomatico. Così, più di 110 paesi hanno partecipato a una conferenza congiunta ONU-Francia-Arabia Saudita sul riconoscimento di uno Stato palestinese, senza la presenza di Israele né degli Stati Uniti. Da parte sua, l’Unione Europea sta valutando la sospensione della partecipazione di Israele al programma “Horizon Europe” in risposta alle ripetute violazioni del diritto internazionale. Il governo tedesco ha annunciato di essere «pronto ad aumentare la pressione» e ha organizzato un ponte aereo umanitario verso Gaza. In Gran Bretagna, oltre 220 deputati hanno inviato una lettera aperta a Keir Starmer affinché sostenga l’iniziativa francese, a condizione che essa si inserisca in un piano globale. Altri Stati, tra cui Canada, Giappone, Australia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi, sono stati invitati ad aderire.

Tuttavia, questa effervescenza diplomatica non riesce ad arginare la carestia che continua ad affliggere Gaza. Le autorità sanitarie segnalano un aumento continuo del numero di morti per malnutrizione, soprattutto bambini, mentre continuano i bombardamenti in zone densamente popolate come Khan Younès. Questa dissonanza, tra gesti diplomatici simbolici e continuità logistica dell’assedio, rivela l’ambivalenza strutturale del regime internazionale di fronte al genocidio nutrizionale.

Questi gesti, presi isolatamente, possono sembrare rompere l’inerzia del passato e scuotere, in un certo senso, il senso di impunità di cui gode da mesi lo Stato di Israele. Ma è proprio la loro frammentarietà a tradirne la portata limitata. Non implicano né una moratoria immediata sulle esportazioni di armi, né una rottura tangibile degli accordi economici o di sicurezza. Sono intervenuti tardivamente[14], rimangono circoscritti e si inseriscono ancora in una logica diplomatica di calcolo. È lecito chiedersi se non facciano anche parte di un tentativo di riscrivere la storia, non come rottura effettiva, ma come gesto profilattico, come forma di memoria anticipata di fronte all’eventualità di un giudizio futuro. Si tratta meno di un rovesciamento che di un aggiustamento strategico: un riequilibrio simbolico destinato a preservare le posizioni future senza rinnegare le alleanze esistenti. Questo doppio linguaggio, tra la dichiarazione umanitaria e la pratica strategica che rende sostenibile l’impresa coloniale israeliana, è emblematico dell’Unione europea nel suo complesso. Nel frattempo, l’economia della fame rimane: il blocco persiste, gli attacchi continuano, gli hunger games seguono la loro logica crudele e i corpi affamati scompaiono. Visibili e silenziosi, sempre incompresi.

Questa contraddizione strutturale – o doppio linguaggio – tra la dichiarazione umanitaria e la pratica strategica è emblematica dell’Unione europea nel suo complesso. L’UE deplora la situazione umanitaria, ma mantiene i suoi partenariati commerciali, i suoi finanziamenti incrociati, i suoi meccanismi di cooperazione in materia di sicurezza. Questo doppio linguaggio, che coniuga compassione dichiarativa e calcolo geopolitico, costituisce il fondamento stesso di un regime internazionale di governo basato sull’abbandono. La Francia, dal canto suo, continua a sostenere diplomaticamente, economicamente e militarmente uno Stato che ha metodicamente organizzato l’assedio, l’asfissia e poi l’affamamento di un’intera popolazione. Il corpo affamato diventa così un rivelatore politico: non solo dell’impresa coloniale israeliana, ma dell’ordine internazionale che la rende possibile e sostenibile.

Nel mondo arabo si manifestano altre forme di doppiezza: astensionismo politico, neutralità di facciata, persino complicità attiva nell’isolamento di Gaza e nella repressione delle mobilitazioni popolari. La paura di uno sconfinamento, l’ossessione di una rivolta contagiosa, la gestione internalizzata del rischio di sicurezza hanno portato molti Stati a chiudere le loro frontiere, le loro voci e la loro memoria. Certo, negli ultimi giorni sono stati dispiegati alcuni aiuti umanitari – convogli, ponti aerei – ma questi non hanno in alcun modo modificato la logica generale. Si tratta più di uno sforzo di visibilità diplomatica che di una volontà di rottura strategica. Gaza appare come un’entità troppo instabile, troppo simbolica, troppo esplosiva, al tempo stesso fonte di identificazione e minaccia da contenere.

Questo dispositivo globale, che combina inazione, neutralizzazione e strumentalizzazione, fa parte di un’economia politica del lasciar morire, o più precisamente di una politica di sterminio differito. La fame diventa qui non una conseguenza, ma un metodo di controllo, di selezione, di dissuasione. Una tecnologia di dominio attraverso la rarefazione. Una violenza logistica, che modula le soglie della vita, organizza la visibilità dei morti e seleziona chi può sopravvivere.

Come ha dimostrato Ann Laura Stoler, gli imperi non sopravvivono solo nei discorsi o nei monumenti. Persistono nei protocolli differenziati di esposizione dei corpi, nei circuiti di distribuzione della cura e del disprezzo, nelle soglie di accesso al cibo, alla dignità, alla parola. Ciò che si sta sperimentando oggi a Gaza, nella sua radicale nudità, è una forma di governo post-imperiale attraverso la fame: una politica di graduale scomparsa, resa possibile non solo dall’azione israeliana, ma anche dall’inazione e dalle alleanze dei suoi partner.

O ancora: la sopravvivenza degli imperi non passa solo attraverso i racconti storici o le forme di nostalgia, ma attraverso pratiche concrete di gestione della «vita usa e getta»[15], in cui alcuni gruppi sono destinati alla lenta scomparsa, alla relegazione invisibile, all’estinzione silenziosa. A Gaza, questa razionalità raggiunge un punto di svolta: è la fame stessa che diventa forma di governo, strumento di selezione e arma di dissuasione. Una politica di sterminio differito, resa possibile dall’insieme delle complicità internazionali.

Il gesto di riconoscimento, se non seguito da una rottura effettiva, non può essere sufficiente. Potrà essere interpretato solo come una simulazione se non vi sarà un’effettiva desacralizzazione dell’alleanza strategica con Israele, se non vi sarà una rottura materiale con i meccanismi del commercio della morte. La Storia non giudicherà i simboli. Giudicherà le complicità. Non è più tempo di aggiustamenti retrospettivi, ma di interruzioni immediate.

La fame come linguaggio sterminatore: per una designazione inequivocabile

Ciò che Gaza mostra oggi va ben oltre le tradizionali categorie militari, umanitarie o strategiche. I corpi emaciati di bambini, donne e uomini, esposti al terrore logistico che accompagna ogni distribuzione di cibo – sorvegliata, razionata, bombardata – non possono essere relegati al rango di danni collaterali o variabili strategiche accessorie. Ciò che si espone qui nella nudità insostenibile dei corpi è una configurazione estrema della violenza contemporanea, dove la fame cessa di essere una conseguenza indiretta per diventare un metodo esplicito, una grammatica sovrana dell’annullamento. Ormai non è più solo la guerra a uccidere, ma la gestione minuziosa della privazione. Il pane, il riso, l’acqua non sono più semplicemente beni vitali: diventano armi, segni, strumenti disciplinari integrati in una scenografia punitiva della rarefazione. L’affamamento, in questo senso, non è più un effetto secondario; è ormai una modalità centrale del potere, un linguaggio politico autonomo, destinato a imporre il silenzio, la sottomissione, la cancellazione attraverso il progressivo esaurimento.

Questo dispositivo non è una semplice estensione della violenza di Stato. Si inserisce in un regime più profondo. Al tempo stesso coloniale, razziale e teologico-politico, in cui il diritto di sopravvivere è amministrato come un privilegio revocabile, concesso o revocato da una posizione di superiorità quasi divina. Con Mohamed Amer Meziane, si può leggere in questo una riattivazione del biopotere sacralizzato: una gestione del vivente improntata alla trascendenza, dove la distribuzione del pane diventa liturgia di esclusione e la fame una prova, un debito, un’offerta sacrificale, un rituale di eliminazione. Una necropolitica tradotta in equazioni. Nutrire o affamare, salvare o lasciar morire diventano gli attributi di un potere assoluto. L’aiuto smette di essere un soccorso per diventare un ricatto. La fame non è più solo una conseguenza: diventa lo strumento, la sintassi stessa dello sterminio. Parla il linguaggio del mito, della punizione e del sacrificio.

Ciò che Ann Laura Stoler descrive come «eugenetica differenziale» si attualizza pienamente: una politica di gestione differenziata delle vite, non attraverso la distruzione istantanea ma attraverso l’estinzione graduale, dove la privazione diventa una tecnologia di selezione, una matrice di selezione biologica metodica, resa tanto più efficace in quanto naturalizzata negli stessi dispositivi umanitari. L’aiuto non è più un soccorso ma una selezione; la carestia, un metodo razionale di governo. Una politica di logoramento, di esaurimento, di scomparsa amministrata.

Con Walter Benjamin, bisogna vedere in questo una riattivazione contemporanea della violenza fondatrice: quella che istituisce un ordine consacrando l’esclusione e che legittima l’omicidio come principio di autorità. Gaza diventa così il luogo di un oscuro sacro, dove la fame non è più solo un’assenza, ma un messaggio, un’iscrizione politica, un modo per esprimere il potere attraverso il silenzio e la mancanza. L’affamamento è lo strumento di questa annichilimento sistematico, il mezzo per rendere il territorio palestinese una pagina bianca, la «terra senza popolo», su cui scrivere il mito del «Grande Israele».

A differenza di altre carestie storiche – in Bengala, Ucraina, Algeria, Irlanda, Haiti o Biafra – l’operazione di affamamento di Gaza non si svolge nell’ombra. Si compie alla luce del sole, sotto la luce cruda dei droni, dei satelliti, delle telecamere. Non si nasconde: viene amministrata, documentata, diffusa. E quando diventa troppo visibile per essere negata, viene ricodificata come disastro umanitario, tragedia logistica, crisi senza autore. Il termine «genocidio», dal canto suo, rimane accuratamente evitato, come se anche il linguaggio giuridico partecipasse alla cancellazione, rifiutandosi di nominare ciò che si manifesta con un’evidenza insostenibile, ciò che tuttavia si impone con una chiarezza accecante.

A questa estrema trasparenza della violenza corrisponde una forma inedita di passività attiva. Come nell’opera di Kafka L’artista della fame, il cui digiuno volontario rivela meno un’impresa personale che una radicale indifferenza del pubblico che lo osserva – fino a lasciarlo morire di inedia senza nemmeno commuoversi –, i corpi affamati di Gaza sono oggetto di un’attenzione mediatica ambigua, che oscilla tra una compassione distante e un voyeurismo paralizzante. Kafka aveva intuito questa cinica economia della percezione: una visibilità saturata che intorpidisce, un’indignazione senza effetto, dove lo sguardo stesso diventa strutturalmente complice della progressiva cancellazione di coloro che pretende di soccorrere. Questa economia dello sguardo trova il suo prolungamento nella gestione algoritmica delle distribuzioni, dove ogni caloria diventa una variabile in un programma di eliminazione. Vedere senza intervenire. Emozionarsi senza rompere. Nominare senza agire. Lo spettacolo della fame diventa il teatro di un consenso passivo, dove l’eccesso stesso di visibilità sostituisce l’azione e il lutto, neutralizzando al contempo la portata etica della denuncia e paralizzando ogni potere di interruzione.

Tuttavia, anche questa cinica economia dello sguardo, fatta di sterile ipervisibilità e compassione sospesa, comincia a incrinarsi. Proprio in Israele si levano voci: appello a uno sciopero generale di tre giorni dei cittadini arabi israeliani, lettere aperte di cinque rettori universitari a Netanyahu per chiedere una «risoluzione immediata della carestia a Gaza», ecc. Questi segnali, per quanto fragili, segnano una frattura nel consenso dell’indifferenza, una dissonanza che ricorda che ogni dominio, anche sacralizzato, rimane esposto all’interruzione.

Queste fratture, per quanto sottili, non possono tuttavia nascondere la portata del dispositivo in atto.

Quello che sta accadendo qui non è un’anomalia storica. È l’attuazione radicale di una politica della fame come strumento di sovranità. Una guerra senza fuoco, ma non senza armi. Una guerra in cui il fuoco colpisce chi ha fame, proprio dove si pretende di portargli soccorso. La scena della distribuzione diventa essa stessa teatro di dominio e sterminio, con i suoi sacchi squarciati, le sue file bombardate, i suoi bambini, donne e uomini uccisi che ne costituiscono il sanguinoso lessico. Ogni gesto alimentare diventa potenzialmente terminale. Il razionamento non è logistico: è performativo.

Definirlo genocidio nutrizionale non è né un’esagerazione retorica né un artificio lessicale. Significa designare un regime di sterminio senza precedenti, basato sulla gestione meticolosa della scarsità, sull’architettura letale dei flussi, sulla programmazione metodica dell’estinzione. È rifiutare la neutralizzazione umanitaria, il linguaggio differito del diritto, le formule dilatorie della diplomazia, e far emergere, il più vicino possibile ai corpi affamati, la logica di un potere sterminatore contemporaneo, neoliberista e coloniale – logistico, algoritmico, sacralizzato. È affermare, nell’enunciazione e attraverso di essa, che la fame è diventata linguaggio di eliminazione, scena di esibizione, avvertimento rivolto ai corpi affamati come ai popoli silenziosi.

Questo linguaggio dell’eliminazione a Gaza rivela anche una verità molto più ampia del solo progetto sionista: è la forma più acuta di un fascismo turistico, in cui la violenza dello sterminio e la predazione economica si combinano. Il progetto dichiarato di trasformare Gaza in una «Riviera» o in una «piccola Dubai» una volta «liberata» dai suoi abitanti indigeni non è una stravaganza marginale; è il cuore di una nuova logica imperiale.

Questa logica non si accontenta di uccidere o deportare. Riorganizza lo spazio mondiale secondo una linea di demarcazione radicale: da un lato, i «privilegiati» che godono di una totale «libertà di circolazione» per consumare il mondo; dall’altro, i «diseredati», rinchiusi, affamati o perseguitati, a cui viene negato persino il diritto di rimanere sulla loro terra. Il turismo di lusso – quelle navi bianche che solcano il Mediterraneo sulle tracce dei primi colonizzatori – diventa il culmine di questa predazione, la forma ludica ed estetizzata del neocolonialismo.

In questa economia mortifera, le immagini dei corpi affamati di Gaza non riescono a provocare la rivolta perché si scontrano frontalmente con la fantasia di un futuro «pulito» e redditizio. L’indifferenza non è più solo un fallimento morale, ma un atto di adesione a un progetto di società in cui la vita degli uni vale meno del comfort e dei profitti degli altri. L’eufemismo dei diplomatici, che evocano «indicazioni» secondo cui Israele «non avrebbe rispettato i suoi obblighi», è il linguaggio amministrativo di questo cambiamento.

Da allora, definire la fame come genocidio nutrizionale è un atto di resistenza contro questa falsificazione della realtà. Significa rifiutare che l’omicidio di massa sia il preludio a un’operazione immobiliare. Significa riconoscere che il progetto coloniale è sempre stato legato alla caccia: bisogna prima svuotare il territorio dei suoi abitanti per trasformarlo in una riserva di caccia. Ieri la selvaggina era costituita dagli animali. Oggi è costituita dai palestinesi. E di fronte a questa caccia all’uomo che si veste dei panni dello sviluppo e del tempo libero, il nostro silenzio non è un’opzione, ma una complicità. Il responsabile di questi crimini non sarà solo Israele, ma l’intero Occidente, con la complicità della maggior parte dei paesi arabi.

Di fronte a questa macchina sterminatrice, dare un nome diventa un atto di resistenza. Non si tratta solo di indicare gli esecutori visibili, ma di nominare l’intera architettura del crimine di pulizia etnica: i suoi ideatori logistici (Stato israeliano), i suoi fornitori di armi (Stati Uniti, Germania, Francia…), i suoi legittimatori diplomatici (Unione Europea) e i suoi partner taciturni (Stati arabi)[16].

Non si tratta né di dire tutto, né di esaurire l’orrore, ma di stare il più vicino possibile al crimine, di affrontare la violenza metodicamente amministrata, di rompere il circolo della negazione orchestrata. E affermare, senza mezzi termini, con la forza delle prove, delle voci che si levano, dei morti che non potranno più essere messi a tacere: ciò che sta accadendo a Gaza è un genocidio[17].

E tutti coloro che lo autorizzano, lo finanziano, lo giustificano o lo eludono, ne sono responsabili.

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Note

[1] Carestie nell’Algeria coloniale (1866-1868): vedere in particolare: Djilali Sari, The Demographic Disaster of 1866-1867 , Algeri, SNED, 1982; Pierre Darmon, The Long Hunt for Smallpox , Perrin, 1986; A Century of Algerian Passions: A History of Colonial Algeria (1830-1940) , Fayard, 2009, p. 259 (stime ripetute di mortalità fino al 25-58% a seconda della regione). Vedere anche: William Gallois, A History of Violence in the Early Algerian Colony , Palgrave Macmillan, 2013; The Administration of Sickness: Medicine and Ethics in Nineteenth-Century Algeria , Palgrave Macmillan, 2008; e Olivier Le Cour Grandmaison, Coloniser. Sterminare , Fayard, 2005.

[2] Durante la carestia irlandese del 1845-1852, il bilancio delle vittime è stimato tra 1 e 1,5 milioni, più 1-2 milioni di emigranti. Vedi Cormac Ó Gráda, Black ’47 and Beyond: The Great Irish Famine in History, Economy, and Memory , Princeton, 1999; David Nally, ““That Coming Storm”: The Irish Poor Law, Colonial Biopolitics and the Great Famine,” Annals of the Association of American Geographers , 2008.

[3] Carestia nell’Haiti post-indipendenza/embargo internazionale: Laurent Dubois, Haiti: The Aftershocks of History , Metropolitan Books, 2012; Vedi anche: Frédéric Régent, La Francia e i suoi schiavi. Dalla colonizzazione all’abolizione (1620-1848) , Grasset, 2007; Olivier Grenouilleau, Che cos’è la schiavitù? , Gallimard, 2014; Alain Foix, Toussaint Louverture , Gallimard, 2007. Claude Moïse, Costituzioni e lotte di potere ad Haiti (1804–1915) , CIDHICA, 1990; Jean Casimir, Cultura oppressa , Éditions de l’Université d’État d’Haïti, 2001; François Blancpain, “Nota sui “debiti” della schiavitù: il caso dell’indennizzo pagato da Haiti (1825-1883)”, Outre-Mers. Revue d’histoire , vol. 90, n. 340  , 2003, pp. 241-245.

[4] Alex de Waal, “I punti di ristoro di Israele non sono solo trappole mortali, sono un alibi per la fame di Gaza”, The Guardian, 26 luglio 2025.

[5] Dichiarazioni di Trump del 4 febbraio 2025: “Trump propone la ‘Riviera’ di Gaza e lo sfollamento di massa dei palestinesi”, The New York Times , 5 febbraio 2025; “Netanyahu colto di sorpresa dal piano di annessione di Gaza di Trump”, Haaretz , 6 febbraio 2025; intervista a Trump, Fox News , 9 febbraio 2025: “No, loro [i gazawi] non torneranno”; “Il ‘sogno immobiliare’ di Trump a Gaza: pulizia etnica mascherata da sviluppo”, The Guardian , 27 febbraio 2025. Analisi del video pubblicata per la prima volta su Truth Social, poi diffusa su vari canali . Le dichiarazioni di Trump sono estremamente gravi e costituiscono un’incitamento diretto a commettere crimini internazionali ai sensi dei seguenti quadri giuridici:
1. Violazione del diritto internazionale umanitario (DIU): Divieto di trasferimenti forzati (Articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra): “La potenza occupante non deporterà né trasferirà parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa”. Un piano per deportare 2 milioni di abitanti di Gaza in Egitto o Giordania senza il loro consenso costituirebbe un crimine di guerra. Protezione dei civili (Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra): Qualsiasi misura volta a modificare demograficamente un territorio occupato (insediamento, espulsione) è illegale. 2.
Crimine contro l’umanità (Statuto di Roma della CPI): Deportazione o trasferimento forzato (Articolo 7.1.d): Le dichiarazioni di Trump (“non torneranno”) suggeriscono l’intenzione di uno sfollamento permanente, un elemento chiave del crimine. Persecuzione di un gruppo identificabile (Articolo 7.1.h): Prendere di mira i palestinesi di Gaza in quanto gruppo nazionale/etnico potrebbe rientrare in questa definizione.
3. Incitamento al genocidio (Convenzione del 1948): Sebbene il termine “genocidio” sia dibattuto, privare un gruppo delle sue condizioni di vita (tramite espulsione e distruzione territoriale) potrebbe rientrare nell’articolo II.c (condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione fisica).
4. Complicità e responsabilità dello Stato: Coinvolgimento degli Stati Uniti: In quanto importante alleato di Israele, qualsiasi attuazione del piano implicherebbe la responsabilità internazionale degli Stati Uniti (anche per favoreggiamento e favoreggiamento di crimini).
Reazioni dell’ONU: Il Segretario generale delle Nazioni Unite ha descritto il piano come “pulizia etnica”, una terminologia utilizzata nelle risoluzioni dell’Assemblea generale (ad esempio, Res. ES-11/1).
Vedi anche: M. Lynk (ex Relatore speciale delle Nazioni Unite), “The Gaza ‘Riviera’ as a Case of Forced Displacement”, Journal of International Criminal Justice, vol. 23, 2025, pp. 45-70; Françoise Bouchet-Saulnier (MSF), citato in Le Monde, “Le dichiarazioni di Trump incitano a un crimine contro l’umanità”, 7 febbraio 2025.
Va notato che anche una proposta verbale può violare la legge se rivela intenti criminali (come nell’incitamento all’odio). Le dichiarazioni di Trump non sono solo provocatorie: dimostrano una strategia politica illegale.

[6] Raphael Lemkin, Che cos’è il genocidio? Editions du Rocher, 2008; ripubblicato da Les Belles Lettres , 2025; vedi anche questo podcast di France Culture .

[7] Per una rassegna di tutti i fatti che caratterizzano un crimine di genocidio, vedere il nuovo rapporto del luglio 2025 della ONG israeliana B’tselem .

[8] Robert Antelme, La specie umana, Gallimard, 1978.

[9] Simone Weil , L’Enracinement – ​​Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, Gallimard, Raccolta di punti, 1990.

[10] Judith Butler, What Makes a Life: An Essay on Violence, War, and Mourning , tradotto da Joëlle Marelli, La Découverte, 2010; Precarious Life: The Powers of Mourning and Violence , Verso, 2006; Notes Toward a Performative Theory of Assembly (Mary Flexner Lectures of Bryn Mawr College), Harvard University Press, 2015.

[11] Walter Benjamin, “Critica della violenza”, in Opere I , Gallimard, Folio, 2000 .

[12] Mohamed Amer Meziane, Imperi sotto la terra. Storia ecologica e razziale della secolarizzazione, Éditions La Découverte, 2021.

Sarebbe naturalmente necessario citare ancora una volta il lavoro pionieristico e indispensabile di Walter Benjamin sulla secolarizzazione, e il modo in cui ha analizzato il doppio movimento della modernità: il trasferimento del teologico nella politica e l’esclusione del teologico dalla politica. Si vedano in particolare: “Critica della violenza”; “L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica”, in Opere III , Gallimard, raccolta di saggi, 2000. E “L’origine del dramma barocco tedesco” , Flammarion, 1985.

[13] Ann Laura Stoler, Lungo  la grana archivistica: ansie epistemiche e senso comune coloniale , Princeton, 2009.

[14] Occorre ricordare che a metà luglio 2025 è stato rinnovato nuovamente  l’accordo di associazione tra l’UE e Israele ?

[15] Ann Laura Stoler, TRUMP’S Political EUGENICS: On Disposable Beings, di prossima pubblicazione; Bertrand Ogilvie, The Disposable Man: An Essay on Exterminism and Extreme Violence , Amsterdam Editions, 2012.

[16] Non sono solo le bombe a uccidere, ma anche le decisioni firmate, i silenzi mantenuti, le agende differite… Questa temporalità differita, lenta, dilazionata, perfettamente misurabile è l’arma ideale dell’impunità moderna: diluisce la responsabilità, disperde le soglie di allerta, neutralizza l’effetto dell’urgenza, fa di ogni ritardo una condizione di cancellazione. Il tempo diventa complice, e per questo deve essere interrotto. Perché ogni ora di silenzio burocratico, ogni ritardo legale, ogni eufemismo diplomatico si traduce in vite sospese e poi annientate. Tra aprile e luglio 2025, il numero di bambini ufficialmente morti per malnutrizione è salito da 52 a 80, con un aumento di oltre il 50% in appena tre mesi. In due giorni, almeno altri quattro bambini sono morti. E oggi si contano più di cento morti legate alla fame, la maggioranza assoluta delle quali riguarda bambini. Si stima che 470.000 persone rischino di morire presto di carestia. Fonte: UNICEF. 24-25 luglio 2025, Gaza : i bambini muoiono di fame.

[17] Articolo II della Convenzione del 1948.

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Fonte: AOCMedia


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