Un commento all’intervista a Ilan Pappè riportata dal Post l’otto ottobre 2025
Un fatto che gli accordi di pace stanno oscurando è contenuto nella domanda: quale sarà il destino dei palestinesi? Dove andranno? Come vivranno?
Queste domande che, in fondo sono un’unica domanda, non possono essere contemplate dagli accordi di pace rappresentati dai 20 punti. Nessuno di essi prende in esame il punto di vista palestinese.
È necessario perciò fare uno sforzo per immaginare, con la maggiore concretezza possibile, cosa spetta ai palestinesi, una volta chiusasi la fase calda del conflitto, cioè delle azioni militari nei confronti di un popolo inerme.
Questa domanda non viene affrontata da Pappè, poiché tutto il suo ragionamento si basa su una proiezione temporale che copre un arco di uno o due decenni. È come se sentissimo un meteorologo che tenta di sostenere che nel maggio del 2040 pioverà a dirotto.
Nel frattempo un vulcano potrebbe eruttare tanta di quella lava da generare una nuova era glaciale. Quelli di Pappè sono ragionamenti piuttosto assurdi, ancor prima che controversi.
Però offrono l’occasione almeno a me, di mettere a fuoco alcune questioni che sono prima di tutto lessicali, precisando le quali, forse, siamo in grado di capirci qualcosa della storia che stiamo vivendo.
Abbiamo faticato un po’ prima di sostituire alla parola “guerra” la parola “sterminio” indicando con ciò il fatto che per esserci una guerra ci devono essere almeno due eserciti, cioè due forze armate che si confrontano. Ormai appare chiaro che di guerra non si tratta. Stessa tribolazione per poter utilizzare la parola genocidio, ancora più osteggiata dell’altra e segnale di una frattura, che oggi appare insanabile, tra le popolazioni e quasi tutti i relativi governi.
Il governo Meloni, in questo momento deve essere attraversato da parecchie preoccupazioni, perché diventare corresponsabili di genocidio, oltre a essere la fine politica ed esistenziale di quel governo, macchia quelle persone di una infamia che rimarrà per sempre sulle fronti di chi lo compone e di tutta quella fetta di popolazione che da esso si sente rappresentata. Fatte queste banali premesse veniamo alle questioni sollevate dal discorso di Pappè: il suo auspicio è che Israele si disciolga in uno stato che includa anche i popoli minoritari. L’auspicio, la predizione, la proiezione di fatti storici nel futuro, chiamiamo la cosa come vogliamo, è che l’attuale militarismo israeliano si spenga e permetta alle etnie circostanti, prima fra tutte quella palestinese, ovviamente, di dare corso a una pacifica convivenza. Occorre tenere presente, in questa prospettiva, che Israele è maggioritario in termini di forza offensiva, ma non in senso numerico, poiché il tasso di natalità dei palestinesi è piuttosto superiore a quello degli ebrei. Qui ci imbattiamo nel primo problema, problema basico, per nulla ideologico: chi si riproduce di più vince e se vogliamo evitare questa minaccia, che qui è presente, immediata e non a venire nei prossimi decenni, dobbiamo reprimere le forze vitali di quel popolo. Queste forze sono le nascite e i bambini, cioè quella parte di popolazione che ha un futuro davanti a sé. I portatori di futuro sono sempre i soggetti più indifesi e deboli e per questo lo stupro come arma è una realtà che nessuna guerra ha mai debellato. Potremmo allora parlare di micro e macro (con tutte le sfumature intermedie) genocidi. Nel caso che ci occupa da due anni a questa parte, si tratta di un macro genocidio, cioè del tentativo di far scomparire una gens. E qui occorre intendersi, perché questa sparizione non riguarda il numero, bensì il raggiungimento dell’obiettivo che un gruppo non sia più in grado di identificarsi, di non essere più riconoscibile a se stesso, che perda la propria memoria e le proprie tradizioni, che insomma venga meno l’identità di quella gens. La costruzione o la distruzione di un’identità è un fatto prevalentemente culturale, ma questa possibilità procede dall’indebolimento forzato (omicidio) delle forze vitali proprie ad un singolo o a una comunità. Il genocidio è eliminare dall’orizzonte di esistenza di un popolo la capacità di riprodursi, tanto in senso fisico, quanto in senso culturale. Per questi motivi la parola genocidio, al di là dei tecnicismi e delle definizioni giuridiche, è più che giustificata. Le immagini, che abbiamo potuto vedere dai nostri schermi, dei soldati israeliani che irrompono negli ospedali con il mandato prioritario ed esplicito di distruggere le incubatrici, basterebbe di per sé a giustificarne l’uso, senza aggiungervi i numeri delle migliaia e migliaia di bambini morti a causa degli attacchi militari.
La questione dei bambini non è accidentale nella storia della formazione dell’identità nazionale israelitica. Essa ha a che fare con una precisa promessa da cui discende moltissimo di ciò che innerva congiunture storiche, politiche e d economiche che, per molti versi, appaiono incredibili e che ci smarriscono. L’uccisione di 70.000, 150.000, 200.000?, non lo sappiamo ancora con certezza, palestinesi è uno di quei traumi, la cui entità non siamo oggi in grado di valutare appieno.
Allo stesso modo, noi europei smaliziati, non ci rendiamo conto della portata del Libro nelle scelte scellerate cui stiamo assistendo.
Il Libro, cui questo governo di ultradestra israeliano si rifà esplicitamente, ha un racconto per tutto ciò. Si tratta della cosiddetta fuga dall’Egitto ai tempi di Mosè, a cui Netanyahu esplicitamente si rifà. Noi smaliziati, facciamo un gravissimo errore a pensare che Israele faccia un uso strumentale della religione. Primo perché quella ebraica non è una religione, secondo perché la Torah ha un peso fondamentale nell’idea sionistica che oggi si incarna nel modo che vediamo. YHWH, dopo aver vessato il faraone con le varie piaghe, compie un’ultima e radicalissima operazione terroristica nei confronti degli egiziani: uccide tutti i primogeniti, compresi quelli degli animali, elemento fondamentale dell’economia del tempo, e compreso il primogenito del Faraone, il quale orrorificato e terrorizzato da un atto così sanguinario, espelle gli Israeliti che, guidati dal Dio, si accampano nel deserto. Senza raccontare tutto, capiamo che l’atto di fondazione della nazione d’Israele è lo sterminio dei bambini. Questa è la Pesha, la Pasqua ebraica. In questo gesto fondamentale e traumatico, sottolineo l’importanza di questa parola per comprendere più di una questione, vediamo che promessa per lo sviluppo della nazione – vi farò numerosi come granelli di sabbia – e sacralizzazione di una ricorrenza, vengono congiunti in un atto sanguinario. Cioè politica territoriale ed espressione religiosa qui coincidono. Questo popolo, che YHWH ha raccolto forzosamente da tribù di pastori, si macchierà di infami stragi, non solo a danno di popolazioni residenti in un determinato territorio, ma anche a detrimento di popolazioni strettamente imparentate con le tribù israelitiche.
Questo noi oggi, in condizioni storiche che lo consentono, vediamo dispiegarsi sulla scena del mondo. La questione territoriale e le forze espansionistiche che si incarnano in Israele, credo sia piuttosto palese, non rispondano se non in minima parte a calcoli di tipo economico. Questo fatto, che emerge con prepotenza, è uno degli aspetti apocalittici del nostro tempo.
La domanda: “perché i palestinesi devono scomparire”, se rimaniamo su un piano strettamente materiale, non trova alcuna risposta.
Da questo punto di vista dobbiamo introdurre una nuova questione semantica: la parola “colonialismo” appare adeguata? Io sosterrei che genocidio e colonialismo mal si sposano. Nel colonialismo, di fatti, la spinta economico-materiale, ha senz’altro un grandissimo peso, tant’è che il colonizzato è si vilipeso, trattato come servo ed essere inferiore, sterminato in molti casi, ma viene assorbito nella cultura dominante, vuoi per non ingaggiare azioni genocidarie, costose e, da un certo punto di vista, inutili, vuoi perché il popolo sottomesso è una fonte di manodopera a bassissimo costo.
Niente di tutto ciò sembra essere presente in Palestina. Il colonizzato deve in qualche misura essere riassorbito e omologato alla cultura del dominatore. La questione algerina, descritta in modo largamente efficace da Sartre, mostra proprio questo e cioè che sia il colonizzato non può più acquisire lo status identitario precedente la colonizzazione, né i coloni possono rimanere indenni dalla contaminazione con l’altro.
I palestinesi, al contrario, non possono essere assorbiti e nemmeno asserviti. Se queste riflessioni hanno senso, al contrario di quanto prospetta Pappè, in conclusione parziale dell’infiammazione attuale, cioè la pax romana sulla striscia di Gaza e del WB, il focolaio del male non potrà non investire i palestinesi ora residenti in Israele, peraltro visti con diffidenza, se non propriamente odiati, da quelli della Striscia e della Cisgiordania. Per gli israeliani poi i palestinesi residenti non potranno far altro che rappresentare uno specchio degli omicidi perpetrati ai danni dei loro fratelli. La colpa striscerà negli animi degli Israeliani come un veleno che ammorberà tutto, a meno di un qualche miracoloso evento. E questo veleno vorrà farla finita con tutto, trascinando in un declino nihilistico la società israeliana. Tutto il contrario di quanto Pappè prospetta nel suo discorso irenico.
Occorrerebbe molto più spazio per sostenere come il destino di Israele sia lo specchio del nihilismo europeo. Il libro di Anna Foa, Il suicidio d’Israele, illustra perfettamente, dal punto di vista dello storico, tale questione.
Ma ora, fatte queste riflessioni, la domanda inevasa può essere presa in considerazione: che fine faranno i palestinesi?
Ecco, abbiamo tre possibilità, tenuto conto che lì dove sono non possono restare, altrimenti tutta questa carneficina sarebbe stata vana:
Le tre possibilità discendono, ovviamente, dalla possibilità di accogliere il fatto che ciò a cui stiamo assistendo non sia una guerra coloniale, se non in piccola parte. Il fatto che ci siano i coloni è un fatto fondato poco più che sulla parola stessa: dove c’è il colono, ogni traccia di insediamento precedente viene fatto sparire.
Detto questo la prima opzione è palesemente inverosimile. Dall’inizio dell’Operazione Carro di Gedeone ecc, nessuno stato limitrofo ha manifestato la benché minima volontà di accoglienza. In primis ovviamente l’Egitto, il più coinvolto nella questione. Inoltre Israele, ipotizzo, non ha nessuna convenienza a lasciare che un enclave così numerosa possa riorganizzarsi al riparo delle efferatezze delle armi e costituire un nuovo e più radicale focolaio terroristico. La strategia della tensione, per anni alimentata dallo stesso Netanyahu con finanziamenti a Hamas, è ormai una fase superata. Non serve più avere un nemico utile, perché la dialettica nemico/amico non serve a nulla nel momento in cui i strateghi israeliani vedono la possibilità di istituire realmente la Grande Israele, che non è altro che la terra promessa di YHWH.
Ci saranno altri nemici, ma saranno esterni, differenti e non implicati nella lunga e faticosa costituzione di uno Stato sovrano a tutti gli effetti. I palestinesi, di fatto, tarlavano con la loro stessa esistenza questa possibile/impossibile sovranità.
Per queste ragioni la prima opzione va senz’altro scartata. La sicurezza nazionale, agli occhi di un popolo che si è macchiato di tali crimini, diviene la ragione stessa dell’esistenza dello Stato. Qualunque fatto o situazione che insidi l’assetto securitario della Nazione, deve essere rimosso, pena la messa sotto critica di azioni che hanno portato all’uccisione, diciamo, di 100.000 persone. Questo è un ulteriore motivo per ipotizzare realisticamente che i palestinesi di Israele siano già in pericolo. Ma anche di più: poiché la coincidenza tra Stato sovrano e sicurezza nazionale coincidono, non è escluso che le politiche di controllo sugli stessi cittadini israeliani si intensifichino a tal punto da realizzare una sorta di micro-stato totalitario, processo già per altro in atto, in grado poi di determinare una sorta di diapason di risonanza per tutta la politica occidentale già inclinata in questa direzione. Dunque, come sempre accade, la violenza sull’altro è anche la violenza su se stessi e la società israeliana, già profondamente divisa, si spaccherebbe definitivamente sotto il peso di una dittatura.
La seconda, e più spaventosa, opzione, credo, non venga presa in considerazione dal governo Netanyahu, non certo per motivi morali: tra la vertigine di violenza che porta alla morte 100.000 o due milioni di persone, non credo ci siano grosse differenze. La strada della soluzione finale, è impercorribile per due motivi: le parole Soluzione finale sarebbe tutt’ora inaccettabile per la popolazione che ha ancora pendenze con la memoria della Shoa. In secondo luogo, rappresenterebbe, al di là della memoria, una lacerazione di tale portata, da far piombare immediatamente Israele nella guerra civile, e, forse, non solo Israele. Ovviamente le due questioni sono intrecciate, ma anche distinte.
Non rimane che la terza, cioè il confinamento nelle riserve di quanto resta del popolo palestinese. Per suffragare questa ipotesi, prima di tutto possiamo fare un’osservazione del tutto preliminare e non intrinseca: la Striscia e WB assomigliano già a delle riserve, se facciamo eccezione per la vita dignitosa. Per garantirla, in effetti, occorre prima spezzare la dignità del popolo, il suo senso di coesione, possibilmente creando ad arte motivi di risentimento e di conflitto tra le comunità della riserva. Solo allora, dall’alto, possono essere erogati beni e servizi che hanno lo scopo di finire il lavoro, ora non sul piano materiale, ma su quello morale e simbolico.
Occorrerebbe fare una genealogia di questo sapere della schiavitù e della sostituzione etnica messa costantemente in atto dalle potenze bianche e occidentali. La radice di tutto ciò, in fin dei conti, non è molto lontana e risale alla scoperta delle Americhe. Dobbiamo all’azione dei conquistadores cristiani il perfezionamento delle tecniche di sottomissione. Non dobbiamo pensare a niente di scientifico, ma a qualcosa che si realizza attraverso la reiterazione dell’omicidio di massa. Le cifre sono talmente grandi da non poter essere colte nella loro pesantezza. Si pensi soltanto al fatto che nel primo secolo e mezzo dalla scoperta di Colombo, vennero uccisi circa 70.000.000 di nativi, cosa che ha comportato la sparizione totale di intere etnie. Come bene ha mostrato Oddifreddi in C’è del marcio in occidente, i campi di sterminio hitleriani sono un perfezionamento in senso industriale di queste esperienze che hanno alle spalle pochi secoli di vita.
Altrettanto è interessante rivedere la storia americana, cioè la formazione degli Stati Uniti, dall’angolo visuale della formazione delle riserve, esito di un percorso a tre fasi: lotta senza quartiere ai legittimi occupanti di un territorio, tradimento degli accordi con uccisioni di massa e confinamento in aree controllabili e, ultimo atto, il riconoscimento di determinati diritti, non ultimo quello di voto. Quest’ultimo passaggio, nel caso dei nativi americani è recentissimo e risale alla seconda metà del secolo scorso, cioè ieri. Tutto questo per dire, se queste analogie sono sensate, che non possiamo aspettarci che gli attuali accordi di pace tolgano come d’incanto i peccati dal mondo, illusione che già serpeggia tra i media e le forze politiche più o meno interessate a schivare l’accusa di complicità in genocidio; piuttosto dobbiamo aspettarci un lunghissimo stillicidio di atti ostili volti a destrutturare in modo completo e definitivo l’identità palestinese che, alla fine, come avvenuto in qualche caso con i pellerossa, si sentirà anche nella condizione di ringraziare chi ha concesso loro una quota di diritto e di integrazione all’interno della cultura dominante.
Nessuno meglio di Cormac McCarty ha focalizzato con la sua scrittura al limite del delirio, la formazione di questo sapere della morte espressosi in grande stile nelle Americhe. In Meridiano di sangue viene rappresentata la crudeltà estrema degli occupanti e anche degli occupati, ma sapendo quale sia l’origine di questo male. La pratica dello scalpo, che ha infestato l’immaginario occidentale, è un’invenzione britannica.
Quando sento dire che gli USA sono la più grande democrazia esistente, almeno fino all’arrivo di Trump, provo un senso di nausea di fronte alla nostra inclinazione a far finta che non sia successo niente, che la storia sia solo letteratura e fiction e che il sangue versato si un astratto liquido rosso. Tutto questo non corrisponde alla realtà e i 100.000 morti palestinesi, nel loro silenzio, testimoniano la natura della cultura dell’occidente bianco, una cultura che nasce con il gesto primigenio di Caino che urla, spudoratamente, con protervia e odiosa tracotanza: “uccidi tuo fratello!”.
Il legame tra USA e Israele è molto più profondo di una semplice contingenza storica e lo possiamo intuire da queste brevi e del tutto insufficienti note: entrambi sono l’espressione dello yahwehtismo di cui seguiamo l’esordio e la formazione nel Libro. La promessa di rendere il popolo di Israele il primo fra le Nazioni è stata esaudita, ma non quella di renderlo anche il più numeroso tra tutti. È su questa deficienza riproduttiva che si gioca la partita mondiale: i BRICS+ non hanno ancora la forza di sostenere un confronto armato con il blocco occidentale, ma hanno dalla loro una popolazione che rappresenta ormai la maggioranza della popolazione mondiale, cioè circa il 51% del totale.
Solo in questa semplice prospettiva possiamo comprendere che il fronte Ucraino e la questione palestinese sono governati dalla stessa logica e che si tratta, in definitiva, della stessa guerra.
Per concludere trovo piuttosto indegna la posizione di Pappè, poiché, con le sue proiezioni decennali, esclude la benché minima considerazione delle condizioni reali dei palestinesi e della società israeliana così come si realizzano quotidianamente. Cosa succede nel tempo che intercorre tra il compimento dell’utopia di Pappè e l’oggi, allo storico israeliano non interessa. Certo fra cent’anni queste guerre saranno finite e regnerà la pace, il lupo e l’agnello saranno amici e le fonti d’acqua cristalline. Ma insomma, tutto ciò suona come la petizione di un collaborazionismo nascosto, anche se, ad ascoltarlo, le sue sono posizioni critiche nei confronti dell’attuale governo israeliano.
Guardare con ottimismo ai 20 punti di Trump ha un senso: forse si sparerà di meno, ma a conti fatti, leggere con sollievo che l’accordo verrà probabilmente sottoscritto da Hamas ci suggerisce solo il fatto che la realistica prospettiva alternativa è finire il lavoro, cioè che gli USA con Israele mettano in atto la soluzione finale; bene o male, il fatto che Hamas firmi, mostra la natura politica della sua esistenza. La posizione di Hamas non è semplice fanatismo ideologico come a noi fa per lo più comodo immaginare. Non si tratta di terrorismo islamico, ma di resistenza, con tutte le contraddizioni e le violenze che ciò comporta. La sparizione del popolo palestinese non solo sarebbe un peso troppo grande per chi ne ha rappresentato militarmente e amministrativamente l’esistenza, ma vanificherebbe di fatto, cosa fin troppo ovvia, la propria ragion d’essere. Rappresentare niente e nessuno è una contraddizione insormontabile.
Ma c’è un’altra e più terribile alternativa che esula dalla prospettiva delle tre opzioni: che il popolo palestinese si suicidi rendendosi specchio del suicidio israeliano. È successo già nella storia che un popolo decida di farla finita pur di non essere umiliato e marchiato in modo indelebile con il sigillo dell’infamia.
È proprio quanto avvenne ai notabili giudei che, sotto assedio dei romani, al tempo della distruzione del II Tempio, decisero di suicidarsi pur di non cadere nelle mani del nemico. Giuseppe Flavio, personalità politica di spicco di Israele, escogitò uno stratagemma che prevedeva che ciascuno uccidesse un altro. Lo stesso stratagemma rese Giuseppe l’unico sopravvissuto che poi si consegnò a Tito passando così al nemico. Il legame tra Roma e Israele si snoda su questi due punti, attualissimi: la cessazione del sacerdozio israelitico e la formazione di un nazionalismo non temperato da una parte, e il legame criminale tra l’Impero e quello che rimane di una cultura dimezzata dall’altra.
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