Come la tecnologia plasma il nostro modo di muoversi, parlare e pensare
L’influente informatico Mark Weiser scrisse una volta che “un buon strumento è uno strumento invisibile. Per invisibile, intendo che lo strumento non interferisce con la tua coscienza; ti concentri sul compito, non sullo strumento”. Secondo questa definizione, molti dei nostri strumenti digitali sembrano aver avuto un successo totale: liberano i nostri corpi diventando invisibili agli utenti. Colmando il divario tra i nostri corpi e il nostro sé virtuale, le tecnologie touchless come il controllo gestuale, il riconoscimento vocale e l’eye tracking aspirano a canalizzare le nostre espressioni pure e naturali.
Un’interfaccia di questo tipo è da tempo il Santo Graal dei designer. Dalla console Wii Motion a Leap Motion, fino ai gadget che tutti portiamo in tasca, questi dispositivi mirano a cancellare il confine tra il nostro corpo e le nostre informazioni. Promettono un futuro in cui i nostri strumenti saranno così intuitivi da scomparire. Ora, sembra che quel futuro sia arrivato.
Sebbene invisibili alla nostra mente cosciente, i nostri strumenti ci plasmano in modo indelebile. Le tecnologie non sono semplici oggetti, ma architetture che organizzano i nostri corpi nello spazio e nel tempo e danno forma a quello che chiamo il corpo digitale: come ci sentiamo, ci muoviamo e diventiamo attraverso e insieme alle tecnologie digitali. E il corpo digitale non è un’astrazione: siamo noi, che diventiamo, continuamente, nelle tecnologie che costruiamo e nei mondi in cui viviamo.
Vivendo nell’era degli smartphone e dell’intelligenza artificiale, è facile pensare di navigare in acque inesplorate, senza una mappa. I nostri strumenti sono diventati così fluidi, così invisibili, che dimentichiamo le loro origini storiche. Molto prima degli algoritmi e dei touchscreen, tecnologie come la scrittura, gli strumenti musicali e persino le strade hanno rimodellato la vita umana. Questi strumenti e sistemi trasformativi hanno annunciato profondi cambiamenti nel modo in cui interagiamo gli uni con gli altri, nel modo in cui ci relazioniamo con il mondo che ci circonda e, in definitiva, nel modo in cui viviamo.
Mentre tecnologie sempre più personalizzate permeano le nostre vite, sorgono domande urgenti come: come siamo arrivati fin qui? Che tipo di corpi le nostre tecnologie assumono, richiedono o cancellano? Cosa c’è in gioco quando la carne diventa interfaccia? E come potremmo riprogettare il nostro percorso?
Le nostre interazioni con la tecnologia sono drammi di pelle, ossa, informazioni, ritmo e potere. Le tecnologie perfezionano, tracciano, traducono e coreografano i nostri comportamenti; così facendo, introducono nuovi modi e linguaggi di essere, sentire, muoversi e conoscere.
In quanto organi che estendono la coscienza all’ambiente circostante, le mani potrebbero essere considerate l’interfaccia originaria (o, come le chiama la fumettista Lynda Barry, “il dispositivo digitale originario”) tra l’uomo e il mondo. Paleoantropologi, neuroscienziati e filosofi hanno sottolineato la simbiosi evolutiva tra mano e mente. La mano media le interazioni più complesse tra il cervello umano e il mondo della tecnologia. Allo stesso tempo, i nostri gesti sono stati plasmati da un dialogo continuo con i nostri strumenti e il nostro ambiente. In quanto nostra prima tecnologia principale per l’archiviazione e il recupero delle informazioni, la scrittura incarna questa interazione.
Le mani sono intelligenti. Le mani sono curiose. Le mani imparano. Le mani sanno le cose.
Nonostante il ruolo cruciale che le mani hanno svolto nello sviluppo di nuove tecnologie (e con esse il nostro corpo), sono stati fatti numerosi tentativi di automatizzare la mano umana, escludendola dall’equazione.
Gli automi, proto-robot costruiti per agire come se funzionassero con le proprie forze, ma che in realtà seguono una sequenza predeterminata di operazioni, esistono da oltre un millennio. Molti di essi si dedicano a imitare le prestazioni uniche della mano umana, sebbene non ne abbiano riprodotto l’intelligenza.
Come i corpi diventano informazioni? Nel 1804, un tessitore francese brevettò un diverso tipo di automa che imitava e avrebbe poi sostituito la mano intelligente. Chiamata così in onore del suo inventore, Joseph-Marie Jacquard, la macchina Jacquard è un’antenata spesso citata nella storia dell’informatica moderna. Installata su un telaio a mano, è un surrogato meccanico della mano del tessitore, un’aggiunta fisica all’apparato tessile che automatizza la produzione di tessuti elaborati. Trasformando la competenza e la creatività della mano del tessitore in codice programmabile – soppiantando definitivamente quella competenza umana – il telaio Jacquard divenne la prima macchina a controllo numerico.
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Una pubblicità del 1951 per il punzone calcolatore elettronico Type 604 di IBM mostrava una mano umana luminosa sovrapposta al suo surrogato meccanico: moduli a valvole termoioniche disposti come dita. Lo slogan recitava: “Dita su cui puoi contare”. Più che un semplice slogan pubblicitario, l’immagine metteva in scena un cambiamento più ampio: la mano intelligente, un tempo simbolo di maestria artigianale, reinventata come un’appendice elettronica modulare, dove il lavoro umano si riduceva a parti intercambiabili e sostituibili.
La storia, tuttavia, ci ricorda la creatività innata della mano. Progettando interfacce che servano alle esigenze umane, piuttosto che a parametri aziendali, possiamo rivendicare il ruolo della mano come ponte vivente tra mente, corpo e mondo.
Fino all’avvento della registrazione sonora, la voce umana era legata al corpo. Parola e canto erano effimeri, dissolvendosi quasi nello stesso istante in cui nascevano. Alla fine del XIX secolo, la registrazione sonora separò la voce dal corpo e le diede un’esistenza nuova e separata, estendendo ciò che la tecnologia della scrittura aveva da tempo iniziato a fare. Le voci umane potevano ora sopravvivere alla morte, trascendendo i limiti del corpo umano.
Come la mano, la voce è una soglia tra il corpo e il mondo. Un tempo trasportate solo nell’aria, le sue vibrazioni ora viaggiano attraverso fili, onde e codici. Se la scrittura ha esteso la portata della mano, la registrazione del suono ha dato alla voce una seconda esistenza. Tradotta dalle macchine, astratta in dati e riconfigurata in nuove forme, la voce ha vissuto mille nuove vite: stampata su vinile, remixata dai DJ, trasformata dall’Auto-Tune, analizzata dal riconoscimento vocale e ora rianimata da cloni vocali generati dall’intelligenza artificiale. Queste tecnologie non hanno solo trasformato il suono della voce umana, ma anche il modo in cui viene prodotta, percepita e preservata.
Se la voce è il mezzo con cui ci estendiamo verso l’esterno, l’orecchio è il mezzo con cui veniamo raggiunti. Le nostre orecchie, un tempo sintonizzate dalle comunità acustiche, ora sono calibrate dalle macchine. Dai cori agli impianti cocleari, dai carillon alle playlist algoritmiche, l’ascolto è diventato un atto mediato: privato, curato e basato sui dati.
Il carillon ha segnato una svolta nella moderna oggettivazione del suono. I carillon hanno iniziato a separare le orecchie dagli altri corpi parlanti e cantanti, trasformando l’ascolto da atto comunitario a scambio isolato tra individuo e macchina. Così facendo, i carillon hanno iniziato a creare i canali per un nuovo tipo di udito che avrebbe portato alle nostre orecchie digitali.
Da allora, numerose tecnologie sonore prodotte in serie hanno alimentato e fatto evolvere l’intimità tra orecchie e apparecchi d’ascolto. Fonografi, grammofoni, radio a transistor e, più tardi, il nastro magnetico, hanno reso possibile l’ascolto della musica in assenza di un esecutore. Diverse tecnologie di registrazione e archiviazione del suono sono emerse sulla scia dell’invenzione del fonografo. Mentre il carillon, in quanto strumento automatico, generava suoni autonomamente, tecnologie successive hanno registrato e riprodotto esecuzioni umane. Ognuna di esse ha generato nuove culture uditive e, con esse, rivisitazioni consonanti dell’orecchio. Trasformando la voce dal suo puro allineamento con l’anima umana a un oggetto più meccanico, hanno trasformato le culture dell’ascolto e l’orecchio stesso.
Le fotocamere contemporanee, così come le conosciamo, separano l’occhio dal corpo. Sebbene oggi siano onnipresenti – integrate in quasi tutti i telefoni e capaci di catturare immagini ad alta risoluzione e messa a fuoco – non è sempre stato così. L’antenata principale della fotografia, la camera oscura, si basa sulla vicinanza tra occhio e immagine. Essenzialmente un dispositivo stenopeico, la camera oscura proietta la luce attraverso una piccola apertura in una stanza o in una scatola buia, creando una replica invertita e reale del mondo esterno: un gioco di ombre della realtà.
Nel XVI secolo, la camera oscura era diventata una metafora della visione umana. Questa analogia definisce il rapporto tra l’occhio e il mondo visto attraverso l’immediatezza: proprio come il mondo esterno viene proiettato in una stanza buia, così si ritiene che la realtà venga proiettata sull’occhio attraverso raggi di luce, un’immagine proiettata sul corpo. La fotografia discende dalla camera oscura, trasformando la proiezione in permanenza. Mentre la camera oscura era effimera, la fotografia imprime la realtà proiettata su una superficie, rendendola durevole, portatile e riproducibile all’infinito. Così facendo, ha avviato il distacco della visione dall’atto fisico del guardare. La visione, un tempo ancorata all’immediatezza del corpo, è diventata qualcosa che può essere catturato, immagazzinato e trasmesso.
Eppure, nonostante sia la vista che la fotografia si siano evolute in sistemi sempre più complessi, non più limitati all’occhio o all’obiettivo, la metafora della macchina fotografica come occhio permane. La persistenza di questa metafora illustra un paradosso più profondo al centro dell’incarnazione digitale: ci fidiamo di ciò che vediamo, pur essendo consapevoli che la vista può essere ingannevole. Quando le macchine ereditano il lavoro dei sensi, trasferiamo loro quella fiducia, dimenticando, ancora una volta, che l’occhio è sempre stato fallibile. E con l’evoluzione delle tecnologie di imaging, si è evoluta anche l’occhio digitale. Gli occhi digitali di oggi – quelli delle fotocamere degli smartphone, degli algoritmi di Photoshop e dei sistemi di visione artificiale – non vedono come vede l’occhio, né operano secondo gli stessi principi di immediatezza che un tempo caratterizzavano la camera oscura. Ricostruiscono, migliorano, filtrano e deducono. Man mano che esternalizziamo sempre più la vista alle macchine, la natura stessa della vista si trasforma. Eppure, le fotocamere e le immagini che producono rimangono punti di riferimento importanti per la nostra realtà, anche se questa diventa sempre più fluida, manipolata e astratta. Lo sguardo digitale non si limita a registrare il mondo; rielabora il rapporto stesso tra i nostri corpi e le realtà che pretendono di rappresentare, tra ciò che si vede e ciò che si crede.
Il piede umano è una meraviglia dell’ingegneria evolutiva, che ci distingue dagli altri animali. I primi ominidi, i primi membri della nostra linea evolutiva, non avevano cervelli di grandi dimensioni come gli esseri umani moderni, non utilizzavano tecnologie sofisticate e non parlavano. Tuttavia, camminavano su due gambe. I nostri piedi sono il fondamento stesso dell’umanità moderna come la conosciamo. Il bipedismo è l’adattamento umano più antico, che ha posto le basi per molte caratteristiche che ci contraddistinguono come esseri umani, tra cui la nostra dipendenza da strumenti e tecnologia, il linguaggio e la flessibilità alimentare. Ha liberato le mani umane per gli strumenti e la comunicazione, e il respiro per la parola. Camminare – in posizione eretta, ovviamente – è fondamentale per la nostra umanità quanto scrivere e cantare tra di loro. I nostri piedi incarnano questa straordinaria eredità e storia. Come si dice abbia osservato Leonardo da Vinci, “Il piede umano è un capolavoro di ingegneria e un’opera d’arte”.
In quanto veicoli del nostro corpo, i nostri piedi fungono da interfaccia primaria tra noi e il mondo. Con l’avvento delle tecnologie di auto-tracciamento che trasformano i nostri passi in informazioni, anche loro sono diventati materia prima per sistemi che appiattiscono le sfumature dell’esperienza vissuta. L’idea che si debbano fare diecimila passi al giorno per stare in salute è diventata una massima quasi quanto l’antico adagio: “Un viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo”. Forse sarebbe più corretto dire che un viaggio di diecimila passi inizia con un singolo contapassi.
Sebbene camminare sia la cosa più naturale al mondo (per chi è in grado di camminare), questa attività viene sempre più integrata nei sistemi tecnologici. Impregnate di sensori che raccolgono informazioni, le città intelligenti sono l’inesorabile conclusione di questa logica. Le città stanno diventando laboratori algoritmici per il movimento umano.
La tecnologia desidera la scomparsa. Quando uno strumento funziona come previsto, non ci pensi, finché non si rompe. Questo tipo di scomparsa non richiede solo un buon strumento; richiede abilità e pratica da parte dell’uomo che lo utilizza. Come un chirurgo con un bisturi o un falegname con uno scalpello usando le loro mani intelligenti, la scomparsa è una collaborazione tra strumenti ben fatti e corpi disciplinati. Le tecnologie digitali spingono questo concetto ancora oltre: lo strumento ideale è quello che si dissolve completamente, rendendo il corpo umano stesso l’interfaccia.
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Viviamo già in una realtà mista. I nostri corpi sono immersi in una danza di dati: i computer tracciano i nostri tasti premuti, i nostri passi e i nostri battiti cardiaci; riproducono e organizzano i nostri movimenti; sistemi intelligenti coreografano i nostri viaggi, grandi e piccoli; socializziamo attraverso suoni elettronici e avatar in spazi virtuali. Le tecnologie di realtà estesa non si limitano a mostrarci altri mondi; chiariscono quello in cui ci troviamo già e rivelano quanto le nostre vite siano profondamente intrecciate con l’informatica.
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Lucidiamo le nostre immagini digitali (ammetto che la mia è leggermente ritoccata dall’opzione “Ritocca il mio aspetto” nelle mie preferenze di Zoom). Ci nutriamo delle tecnologie che utilizziamo, cercando di trascendere i limiti del nostro corpo e della nostra mente. Veniamo sputati fuori come fantasmi dalle piattaforme che ci manipolano. Il termine “fantasma nella macchina” è stato usato come una frecciatina rozza e dispregiativa al dualismo mente-corpo di Cartesio, l’idea che le nostre menti animino i nostri corpi come spiriti che abitano un guscio. Una versione del corpo digitale inverte questo: la mente fluttua libera, separata dai nostri corpi e assimilata dalle piattaforme. Ma non siamo menti disincarnate. Siamo profondamente radicati nella carne, nel sangue e nelle ossa. Qualsiasi futuro che valga la pena costruire deve ricordarlo.
Nel loro fondamentale articolo del 1998 “The Extended Mind”, i filosofi della mente Andy Clark e David Chalmers si sono chiesti: “Dove finisce la mente e inizia il resto del mondo?”. La loro risposta è diventata una delle più influenti articolazioni della tesi della mente estesa, che rifiuta la visione convenzionale secondo cui la mente risiede esclusivamente nel cervello, fermandosi al cranio e alla pelle. Piuttosto, hanno proposto che la cognizione nasca dall’interazione dinamica tra cervello, corpo e strumento. Una matita, un quaderno o lo schermo di un computer possono integrarsi a tal punto nei nostri processi mentali da determinare funzionalmente le nostre capacità cognitive tanto quanto il nostro cervello. La mente, in questa visione, è porosa: si estende nel mondo, e il mondo si estende a sua volta. La cognizione, quindi, non è contenuta ma distribuita, emergendo da un’ecologia di cervello, corpo e ambiente.
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Dalle liste della spesa alle enciclopedie, la scrittura amplia la mente umana alleggerendo il carico della memoria, immagazzinando e recuperando informazioni al di fuori del corpo. La scrittura è una tecnologia che ci permette di esternalizzare la memoria individuale e collettiva. Sostenendo la creazione di archivi informativi consultabili, l’alfabetizzazione ha reso possibili nuove forme di interazione con il linguaggio. Nuove tecniche di archiviazione delle informazioni hanno permesso l’accumulo strutturato di conoscenza. Una volta formulate, le informazioni possono essere riformulate con crescente precisione. In questo modo, l’alfabetizzazione ha gettato le basi per le discipline della logica, della filosofia e della scienza in generale: le infrastrutture della conoscenza che, secoli dopo, avrebbero dato origine all’intelligenza artificiale.
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Scrivere non è mai stato un atto solitario. Facilitata dall’intelligenza artificiale, la nostra scrittura dovrebbe connetterci tanto con il nostro passato quanto con il nostro futuro, con gli altri quanto con noi stessi. La migliore scrittura umana ci sfida ad aprire la mente, non a chiuderla. Abbiamo il dovere di raccontare storie con questa nuova tecnologia che fa lo stesso. Se dobbiamo scrivere con le macchine, che non sia per replicare, ma per reinventare noi stessi.
Invece di accogliere o rifiutare istintivamente le nuove tecnologie, dobbiamo chiederci: espandono o restringono i nostri orizzonti? Sostengono la cura, la curiosità e la complessità, o ci riducono a ciò che può essere misurato e previsto? Come plasmano il modo in cui vediamo, ci muoviamo, sentiamo, parliamo e ci colleghiamo? La storia dei nostri corpi digitali dimostra che le ecologie che creiamo non sono mai neutrali. Riflettono il modo in cui scegliamo di conoscerci e come ci lasciamo conoscere.
Autrice
Vanessa Chang, è direttrice dei programmi di Leonardo, la Società Internazionale per le Arti, le Scienze e la Tecnologia. I suoi saggi e recensioni sono stati pubblicati su Slate, Noema, Los Angeles Review of Books e Wired. Questo estratto adattato è tratto da ” The Body Digital: A History of Humans and Machines from Cuckoo Clocks to ChatGPT” di Vanessa Chang (2025, Melville House). Originariamente adattato e prodotto per l’ Osservatorio dall’Independent Media Institute .
Un affascinante viaggio nella storia della tecnologia e nella sua complessa relazione con il corpo umano. Qual è il rapporto tra il nostro corpo, i nostri sensi e la tecnologia? Nel mondo odierno, caratterizzato da cambiamenti tecnologici vertiginosi, intelligenza artificiale, deepfake e Chat GPT, è facile dimenticare che abbiamo sempre avuto relazioni complesse con la tecnologia, che si tratti di computer, pianoforti meccanici o persino occhiali. In questo studio ampio e affascinante, Vanessa Chang ci accompagna in un viaggio storico attraverso le interazioni tra i nostri corpi e le macchine, dimostrando che l’avvento delle nuove tecnologie ha sempre suscitato reazioni diverse, dalla paura infondata al tragico eccesso di ottimismo. Il risultato è una critica culturale di altissimo livello e una profonda dimostrazione della verità eterna secondo cui, per comprendere il futuro, dobbiamo guardare al passato.