Haiti, una vergogna francese ma non solo, è di tutti noi bianchi suprematisti
E’ doveroso cercare di ribaltare la narrazione che una “distratta” stampa ha veicolato per anni nei Paesi cosiddetti sviluppati, divulgando informazioni distorte, arbitrarie, scorrette, sulle cause della crisi economica, politica, sociale, in corso ad Haiti. Le ragioni della povertà della parte occidentale dell’isola di Hispaniola (così la chiamarono i primi iberici che vi posero piede alla fine del XV secolo), colonizzata poi dalla Francia e in seguito dagli USA, sarebbero da ascrivere ai caotici governi susseguitisi dall’indipendenza del 1825 ad oggi, che hanno portato con sé il sottosviluppo, la malnutrizione, l’assenza di diritti e di equità sociale e, da ultimo, le sanguinarie e potenti gang che controllano oggi la gran parte del Paese.
Questa facile e riduttiva analisi porta con sé non solo il seme dell’ignoranza dei fatti, ma la scelta consapevole di voler negare le responsabilità dei Paesi occidentali e le loro politiche criminali basate, per secoli, sulla colonizzazione disumana e sulla distruzione totale dei popoli nativi, sul lavoro schiavistico e sulla repressione, sullo sfruttamento forsennato delle risorse del suolo a vantaggio unico delle classi più abbienti, delle banche, degli investitori esteri.
Quel che sta realizzando oggi il capitalismo “di rapina” nei confronti del popolo haitiano non è altro che la continuazione, con altri strumenti e metodi, della barbarie coloniale. E, quando si parla di capitalismo “di rapina”, lo si riferisce non solo alle multinazionali che disinvoltamente lo attuano nel disinteresse dei verbosi Paesi che condizionano la politica e l’economia internazionale, ma soprattutto agli interventi del Fondo Monetario Internazionale (v. Gianfranco Pala, Il Fondo Monetario Internazionale. Il centro operativo dell’imperialismo transnazionale, Laboratorio Politico, Napoli, 1996) e della Banca Mondiale (v. Umberto Calamita, La Banca Mondiale. L’altro centro operativo dell’imperialismo transnazionale, Laboratorio Politico, Napoli, 1997), veri e propri “chiavistelli” del liberismo economico da esportare nei Paesi più poveri.
E’ infatti interessante leggere le ricette/capestro che la Banca Mondiale e l’FMI hanno per anni prescritto al “malato” popolo di Haiti, a fronte della semplice constatazione che non è certo indebitando ulteriormente il Paese, bloccandone ogni possibilità di avere salari degni, pensioni per i lavoratori, servizi ai cittadini (scuole, sanità, trasporti, infrastrutture, case, soprattutto), che si otterrà magicamente lo sviluppo della parte occidentale della vecchia colonia di Hispaniola. Anzi.
Ed i risultati di progetti che si sono susseguiti per decenni – confezionati dai burocrati delle organizzazioni economiche internazionali, agenzie specializzate dell’ONU ma di stanza a Washington e calati con utile forza di persuasione nella realtà haitiana – lo stanno a testimoniare con i fallimenti continui e prevedibili.
Scrive la Banca Mondiale su Haiti: “Haiti è estremamente vulnerabile ai disastri naturali. Inoltre, lo sviluppo economico e sociale del paese rimane ostacolato da significativi fattori di fragilità. La Banca Mondiale è impegnata ad aiutare il paese a identificare soluzioni alle crisi ricorrenti“. E ancora: “Lo sviluppo di Haiti continua ad essere ostacolato dall’instabilità politica, dall’aumento della violenza e da livelli di insicurezza senza precedenti, che aggravano la fragilità. Haiti rimane il paese più povero dell’America Latina e dei Caraibi e tra i paesi più poveri del mondo. Nel 2023, Haiti aveva un PIL pro capite di 1.693 dollari e un indice GINI di 0,41 (basato sui consumi). Il valore dell’Indice di Sviluppo Umano di Haiti per il 2023 è 0,554, collocando il paese nella categoria dello sviluppo umano medio, classificandosi al 166° posto su 193 paesi. L’economia si è contratta del 4,2% nel 2024, il sesto anno consecutivo di crescita negativa“.
La Banca prevede inoltre che nel 2025 gli haitiani che vivono con meno di 2,15 dollari al giorno (64,5 dollari al mese!) saranno il 37.6% della popolazione totale. La vulnerabilità di Haiti ai disastri “naturali” viene indicata, dall’agenzia delle Nazioni Unite, come la causa che fa aumentare gli sconvolgimenti infrastrutturali (case, strade, edifici pubblici, scuole, ospedali) provocati da uragani, inondazioni, terremoti. Per non parlare degli alti numeri dei morti, dei feriti e dei senzatetto generati dalle varie, ricorrenti catastrofi.
Ma le case povere e tutt’altro che solide crollano facilmente a fronte di terremoti come quello del 14 agosto 2021, di magnitudo 7,2 della scala Richter, che ha colpito la regione meridionale di Haiti, un’area in cui vivono circa 1,6 milioni di persone (il 7% della popolazione totale). Il bilancio diretto del terremoto è stato di 2.246 morti, 12.763 feriti e 329 dispersi nei tre dipartimenti della penisola meridionale. In termini di infrastrutture, secondo la stessa Banca Mondiale, 54.000 case sono state distrutte mentre altri 83.770 edifici sono stati danneggiati. Facile chiosare che, se la case fossero costruite con strutture antisismiche, i danni sarebbero infinitamente minori. Ma non ci sono i soldi per costruirle.
Al 9 marzo 2025, Haiti aveva un totale di 88.782 casi sospetti di colera. I miglioramenti nel capitale umano – ci avverte la Banca – sono rimasti stagnanti e, in alcuni casi, si sono deteriorati: “La mortalità infantile e materna rimane a livelli elevati e la copertura delle misure di prevenzione è anch’essa stagnante o in calo, soprattutto per le famiglie più povere. Secondo l’Indice del Capitale Umano 2020, un bambino nato oggi ad Haiti sarà produttivo solo per il 45% se avesse pieno accesso a un’istruzione e a un’assistenza sanitaria di qualità. Più di un quinto dei bambini è a rischio di limitazioni cognitive e fisiche e solo il 78% dei quindicenni sopravviverà fino a 60 anni“. Ma l’assistenza sanitaria è praticamente assente e le scuole sono l’obiettivo privilegiato delle aggressive gang haitiane. Un’alta percentuale di ragazzini in età scolare partecipa infatti, a forza o in modo volontario, ad ingrossare le fila del banditismo, vero e proprio rifugio di gran parte degli sfollati interni (10% della popolazione circa). Sono molti infatti i gruppi di banditi che tengono in scacco la popolazione haitiana ed in particolar modo l’area della capitale, Port-au-Prince.
Negli ultimi tempi, dopo aver reso impossibile il lavoro di qualsiasi governo legalmente eletto (intorno al 20% sono coloro che si recano a votare), attraverso minacce, estorsioni e scontri armati, le cosiddette gang hanno trovato una sorta di accordo tra loro per controllare il traffico più remunerativo, quello della droga. Haiti è infatti divenuto un polo importante nella triangolazione tra Sudamerica, Paesi intermedi e Nordamerica.
La giornalista Charlotte De Condé (La Libre Belgique, 18 marzo 2025) riporta il fatto che “l’ONU stima in circa due milioni il numero di bambini esposti a violenze estreme, cioè a colpi d’arma da fuoco, a rapimenti, all’uccisione di membri della propria famiglia. Ma anche a violenze sessuali, che, in un anno, si sono moltiplicate per dieci“. Per Frédéric Thomas del CETRI, “si tratta soprattutto d’una guerra contro la popolazione. Le gang utilizzano il terrore per spaccare le dinamiche sociali e controllare i quartieri, producono tutta una serie di massacri e commettono stupri, davanti all’indifferenza della polizia e del potere che si guardano bene dall’intervenire. Si è di fronte ad un processo di gangsterizzazione dello Stato“.
Ma alcuni studiosi internazionali avvertono che tutto è connesso e la creazione e lo sviluppo del fenomeno delle gang (5.600 persone sono state uccise nel 2024 e già 3.100 nei primi sei mesi del 2025, secondo l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani) contribuiscono enormemente all’instabilità del Paese ed a renderlo in tal modo non solo condizionato dalle pressioni nordamericane continue, ma anche comoda preda delle multinazionali, le quali trovano a loro volta facile gioco ad appropriarsi quotidianamente delle sue risorse, sfruttando anche il lavoro sottopagato e ricattabile, grazie alla collaborazione dell’oligarchia locale, proprietaria delle aree agricole e dei commerci.
L’instabilità politica, la forte corruzione dei funzionari pubblici, il fiorente mercato della droga ed il precario stato economico e sociale della popolazione rendono Haiti particolarmente permeabile ai traffici internazionali, agli interessi privati, agli aiuti umanitari, allo stato emergenziale perpetuo, al mantenimento di uno stato di dipendenza congenito, tanto caro alle agenzie dell’ONU.
Secondo le Nazioni Unite, “il piano di risposta all’emergenza per Haiti invocato dalle stesse Nazioni Unite alla comunità internazionale ha riscosso fino ad oggi il livello di finanziamento più basso di qualsiasi altro piano di risposta al mondo“. A denunciarlo recentemente è la coordinatrice dell’ufficio ONU di Port au Prince, la svedese Ulrika Richardson, secondo la quale dei 900 milioni di dollari fissati come obiettivo per l’assistenza umanitaria, “ad oggi risulta finanziato solo il 9,2%“.
“Non ho parole per descrivere la situazione, abbiamo gli strumenti, ma la risposta della comunità internazionale non è all’altezza della gravità dell’emergenza“, ha aggiunto Richardson in una conferenza stampa rilasciata a New York, in agosto 2025, a conclusione del suo mandato di tre anni nell’isola caraibica.
Per quanto riguarda poi il Fondo Monetario Internazionale, altra importante agenzia dell’ONU, è evidente che nei confronti di Haiti mantiene un comportamento a dir poco ricattatorio. Ad esempio, dopo il tremendo terremoto del 2010 (pare sia stato registrato come il secondo più distruttivo dell’era moderna) che ha colpito l’isola caraibica, l’FMI ha immediatamente offerto i propri servigi finanziari: un prestito di 100 milioni di dollari per la ricostruzione delle aree distruttre dal sisma. Da notare che trattasi di prestito internazionale, da restituire entro alcuni anni e legato a condizioni precise, e non di donazione.
Tale prestito, differito quindi negli anni, è stato rilasciato a patto che il governo haitiano adottasse un aumento del prezzo dell’elettricità e di altri beni essenziali, il blocco dei salari dei dipendenti pubblici, la riduzione dell’inflazione e delle spese pubbliche per le infrastrutture, il contenimento del debito pubblico. Oltretutto, tale nuovo debito acceso con l’FMI si andava a sommare con il più vecchio debito contratto con la stessa agenzia (e non ancora estinto), per ben 165 milioni di dollari. Queste politiche internazionali hanno fatto rapidamente aumentare il debito per interessi che Haiti sta pagando ai creditori (tra cui emerge la Francia con le sue banche).
Il noto meccanismo, che si può definire “strozzinaggio istituzionale”, è lo stesso che FMI e Banca Mondiale hanno adottato negli anni nei confronti di Paesi particolarmente poveri o in crisi economica, a partire da alcune nazioni africane, sudamericane, asiatiche, fino alla Grecia ed al Portogallo. Sta di fatto che, dopo prestiti internazionali e ricette economiche delle varie agenzie, Haiti si ritrova, nel 2025, al 171° posto (su 193, dati FMI) nella classifica del PIL dei vari Paesi, con un Prodotto interno lordo di 869 dollari pro capite. La Francia, al 22° posto mondiale, ha un PIL pro capite di 42.953 dollari (praticamente 50 volte di più dell’ex colonizzato).
Ma come in Ghana, in Sri Lanka, in Kenya, in Bangla Desh, in Pakistan, anche in Haiti le richieste capestro del FMI, per fornire il prestito necessario a rimettere apparentemente in sesto le disastrate economie, hanno acceso violente proteste e provocato la caduta di governi, ritenuti responsabili di ruberie ai danni degli strati popolari. Secondo il Fondo, l’obiettivo posto all’erogazione del prestito non è solo quello di ridurre il peso del forte debito, ma anche quello di fornire gli strumenti necessari per stimolare una crescita economica sostenibile e inclusiva.
Anche la cooperazione internazionale ad Haiti si configura più come un’interferenza, piuttosto che come un’assistenza disinteressata. La Cooperazione Internazionale allo Sviluppo (CID, in sigla) di fatto è veicolo per l’esportazione nell’isola di modelli economici e sociali di tipo “occidentale”, per nulla aderenti alle specificità ed alle necessità delle haitiane e degli haitiani. In tal modo viene a configurarsi – così come l'”aiuto” della Banca Mondiale e del FMI – la continuità piena con le politiche coloniali che tanto danno hanno compiuto nei secoli.
In cambio della disponibilità del popolo haitiano a farsi aiutare dall’estero, arrivano infatti derrate alimentari direttamente dagli Stati Uniti, come il riso supertrattato con OGM. L’aiuto diviene così dipendenza dai cooperanti stranieri e da chi li manovra, fino ad arrivare alla situazione di Haiti che rappresenta oggi il quarto importatore di riso made in USA, dopo Giappone, Messico e Canada.
La politica “emergenziale” portata avanti negli anni dalla “comunità internazionale” non può dare i frutti attesi, proprio perché essa segue le continue catastrofi “naturali”, senza attuare politiche che evitino a priori lo scatenarsi delle stesse situazioni estreme, ma soprattutto perché non coinvolge assolutamente la popolazione locale se non nella veste di “assistito”.
“I Paesi poveri sono schiacciati dai debiti“, denunciano le ONG, mentre la Banca mondiale e il Fondo monetario rimettono in questione alcune delle loro politiche rivelatesi fallimentari. A tutto ciò si è arrivati a causa dell’attitudine neocoloniale e imperialistica della stragrande maggioranza delle potenze occidentali, ma anche del maggiore creditore internazionale, la Cina. Alcuni debiti, negli ultimi anni, sono stati ridotti, dietro l’assicurazione dei Paesi debitori di adottare comportamenti in linea con i dettami imposti dai mercati internazionali e con le volontà delle rapaci multinazionali.
La permeabilità dei mercati interni, le privatizzazioni, il contenimento della spesa pubblica diventano così i parametri su cui molti debiti di Paesi “poveri” (l’Etiopia è forse il caso più eclatante, insieme allo Sri Lanka) vengono rinegoziati e ridotti. Al contrario, l’arma del debito e la sua rinegoziazione stanno lì a dimostrare che alcuni Paesi del “Sud del mondo” sono particolarmente interessanti dal punto di vista delle risorse economiche e, di conseguenza, le agenzie internazionali, le banche creditrici, le multinazionali, premono per accordare sostanziose riduzioni dei debiti contratti in anni passati a condizioni insostenibili. Non è questo il caso di Haiti, la cui instabilità politica (indotta, senza dubbio) deriva da altri fattori legati a retaggio storico di sfruttamento coloniale che, direttamente o indirettamente, perdura e sul quale un saggio di Frédéric Thomas si sofferma in modo approfondito (Frédéric Thomas, Haïti: Notre Dette, Éditions Syllepse, Paris, 2025, di prossima pubblicazione da Asterios).
L’isola di Hispaniola è tutt’altro che povera. Nella parte occidentale (Haiti) è ancora prevalente l’agricoltura (oltre il 60% della popolazione ne dipende) e si coltivano, sul 30% della superficie totale disponibile, soprattutto prodotti come la canna da zucchero, il cacao, il caffè, l’agave, il cotone, il tabacco, le piante da frutta, tutti beni destinati al mercato internazionale. E’ pleonastico ricordare che a queste produzioni sono interessate le multinazionali del settore (in particolare, statunitensi e francesi), che le proprietà sono riconducibili totalmente alla borghesia bianca o mulatta dell’isola e che ai contadini locali resta solo un’agricoltura di sussistenza.
Inoltre, l’andamento dei mercati internazionali di queste derrate alimentari è sottoposto a fluttuazioni continue, che comprimono i prezzi e, nella fase economica attuale, è caratterizzato da abbassamenti del valore di alcuni prodotti agricoli (cacao, zucchero e caffè, soprattutto), anche a causa dei noti dazi imposti dagli USA, con le nefaste conseguenze che si riverberano sui salari dei lavoratori e sull’instabilità economica di molti territori produttori. A fronte, infatti, di tariffe differenziate per Paese (10-20-30% in più) imposte dagli Stati Uniti, i prezzi si sono automaticamente ridotti del 10-15% per queste derrate alimentari sul mercato mondiale.
Ancor più specifica è la situazione delle risorse minerarie che annoverano giacimenti di bauxite, rame, nichel, oro, non del tutto sfruttati ma saldamente in mano agli interessi delle multinazionali, attirate anche da salari molto bassi ed assenza di garanzie per la manodopera. Dozzine di nuovi mega-progetti minerari sono in corso in diverse regioni di Haiti.
Proprio su questo mancato sviluppo si innesta il contrasto stridente con la vicina Repubblica Dominicana, che occupa la parte orientale di Hispaniola e che, dopo alterne vicende coloniali e neocoloniali, mostra sensibili dati economici positivi, sia dal punto di vista agricolo che industriale e commerciale, grazie ad una differenziazione e ad uno sviluppo dei vari settori della produzione nazionale.
Oggi (2025, dati FMI), la Rep. Dominicana si situa all’80° posto dell’elenco dei Paesi del mondo sulla base del PIL in rapporto col numero degli abitanti, con 8.341 dollari pro capite (Haiti, ripetiamo, è al 171° posto, con 869 dollari pro capite), a poca distanza dal Brasile e ben al di sopra di Perù, Colombia, Ecuador e Sudafrica. Anche se questa lista e la metodologia utilizzata sono criticabili, è evidente il divario, all’interno dell’isola di Hispaniola, tra i due Stati vicini.
La storia della colonizzazione e dell’emancipazione della Repubblica Dominicana si lega spesso – e non poteva essere altrimenti – con quella di Haiti, non solo perché Hispaniola ha visto tutto il suo territorio invaso uniformemente dalla potenza spagnola dalla fine del 1400 fino a quando la colonizzazione avvenne anche da parte dell’Impero francese, nel terzo dell’isola riservatogli dagli accordi intervenuti tra i due aggressori, ma anche perché gli USA si dimostrarono interessati a tutt’e due le entità statuali, finendo per progettarne l’annessione fisica o, almeno, la sudditanza economica, a partire dalla seconda metà del XIX secolo fino ad oggi.
Inoltre, gli Haitiani, resisi indipendenti ben prima dei Dominicani, tentarono più volte di unificare l’intera isola, occupata involontariamente ormai da una larga maggioranza di neri afroamericani e mulatti. Al tempo del primo approdo di Cristoforo Colombo (1492) nell’isola, questa era infatti abitata da circa 600.000 indigeni, che diminuirono enormemente di numero a causa del loro rifiuto di piegarsi allo sfruttamento schiavistico. In poco più di mezzo secolo, gli abitanti originari scomparirono. Al loro posto i colonialisti introdussero la forza lavoro schiavistica importata dalle coste africane occidentali.
Anche la parte orientale dell’isola di Hispaniola è stata destinata essenzialmente alla coltivazione intensiva di cacao, canna da zucchero, caffè, tabacco, ma il territorio agricolo è lavorato solo dal 20% della popolazione (in Haiti, i residenti nelle campagne sono il triplo). Da parecchi decenni la Repubblica Dominicana è stata interessata dallo sviluppo turistico internazionale che costituisce una forte percentuale delle entrate nazionali. Tra i prodotti minerari emerge il ferronichel, che rappresenta una buona frazione dell’export.
Ma, dopo anni di instabilità, un paio di invasioni statunitensi, decenni di dittature di personaggi repressivi, criminali o quanto meno discutibili (da Rafael Trujillo a Joaquín Balaguer), l’espulsione o l’uccisione di migliaia di neri e mulatti immigrati da Haiti, la Repubblica Dominicana ha trovato una sua strada verso uno sviluppo liberistico, entrando nel novero dei vassalli economici degli USA.
Oggi, i rapporti tra le due entità statuali dell’isola di Hispaniola sono ridotti al lumicino e, anzi, la parte orientale si è munita di un lungo muro di separazione (380 km circa progettati, di cui oltre la metà già costruita) dalla turbolenta parte occidentale, negando ogni tentativo haitiano di trovare una sponda all’emigrazione verso Est. La presenza di circa 500.000 neri haitiani nella parte orientale, spesso privi di documenti regolari, è sottoposta ad espulsione lenta e progressiva verso la nazione di provenienza. Solo nel corso del 2023, 225.000 haitiani sono stati ricacciati oltre frontiera dai solerti poliziotti dominicani, con l’ausilio dell’esercito.
La Repubblica Dominicana, “sbiancata” a forza ed in modo spesso disumano (perfino l’ONU ha invitato Santo Domingo a limitare le espulsioni), vanta attualmente numeri economici invidiabili per gran parte dell’America Latina. L’attuale presidente dominicano è Luis Rodolfo Abinader, confermato al primo turno per il suo secondo mandato (2024-28) e, a capo del suo staff di propaganda elettorale, si è distinto il noto Rudolph Giuliani.
Lo scarso finanziamento previsto (600 milioni di dollari, solo in parte erogati e di cui circa la metà sarebbe stata coperta dagli USA) incide anche sull’operato della forza di intervento multinazionale sostenuta dalle Nazioni Unite (Multinational Security Support o MSS) e guidata dal Kenya. Tra la decisione ONU e l’inizio dell’invio di poliziotti “internazionali”, sono trascorsi oltre sei mesi, in quanto è stata giudicata erronea la prima idea di formare una missione sponsorizzata dalle Nazioni Unite, mentre è stata ricercata la strada della richiesta da parte del governo haitiano di ottenere un aiuto internazionale, tramite essenzialmente corpi di polizia e non militari. La missione, avviata ufficialmente un anno fa (giugno 2024), ha ottenuto scarsi risultati nel sostegno alla lotta contro le gang ed oggi è in dubbio la sua continuità.
A fronte dei dati allarmanti sulle bande armate che detengono il potere su una grandissima parte della Repubblica haitiana, ivi compresa la capitale Port-au-Prince, terrorizzando la popolazione, uccidendo migliaia di rivali, facendo fuggire nelle campagne oltre mezzo milione di persone, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva infatti chiesto nel novembre 2023 a vari Paesi – segnatamente il Kenya, nazione però già provata dalla crisi economica, politica, sociale, con il supporto di Bahamas, Bangladesh, Barbados, Belize, Benin, Ciad, El Salvador e Giamaica – di costituire una forza d’intervento con l’invio di poliziotti e/o militari: la missione avrebbe dovuto contare su una forza di 2.500 uomini, con l’obiettivo di sostenere la polizia haitiana nella lotta alle bande armate e creare le condizioni di sicurezza necessarie per le prossime elezioni. Ciò, almeno in teoria.
Di poliziotti “cooperanti” in qualità di forza d’intervento di supporto alla polizia locale ne sono arrivati a tutt’oggi circa 900, mentre l’Amministrazione Trump ha già fatto sapere di non volersi assolutamente occupare di finanziamento della missione ONU in Haiti ed ha sospeso ogni erogazione di fondi per la MSS. Ha inoltre minacciato la cacciata degli haitiani rifugiati negli Stati Uniti verso il loro Paese di provenienza.
E’ il caso quindi di ricordare che, il 21 giugno 2024, Kenya e Haiti hanno firmato un accordo particolare relativo alle forze di polizia, che conferisce privilegi e immunità al personale della missione internazionale, chiamata MSS, in considerazione dei passati abusi compiuti da membri della Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti (MINUSTAH) nel 2010, che hanno incluso uccisioni extragiudiziali, abusi sessuali, e l’introduzione del colera sull’isola. L’immunità accordata ha destato estremo timore. Nello stesso Kenya, attraversato da forti mobilitazioni antigovernative, il contratto firmato con Haiti ha sollevato non pochi problemi nel Parlamento che, in un momento di crisi sociale ed economica, si preoccupa dell’allontamento di centinaia di poliziotti locali.
E’ ancora comunque scottante il lascito dell’altro “aiuto” internazionale giunto ad Haiti, su pressione dell’ONU nel 2010, in seguito al disastroso terremoto del gennaio dello stesso anno che aveva provocato 230.000 morti, 300.000 feriti, 1.200.000 persone restate senza tetto. Al fine di dare un contributo sostanziale alla ripresa ed evitare il diffondersi di pestilenze, fu allora il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a costituire la MINUSTAH. Il risultato è stato quasi immediato: la diffusione di una terribile epidemia di colera che ha provocato quasi 10.000 morti e 800.000 malati, proprio a partire dall’ottobre 2010, a causa dell’introduzione di un batterio da parte di un battaglione di caschi blu provenienti dal Nepal.
Gli interventi esteri di aiuto alla ricostruzione dopo il sisma del 2010 hanno avuto come corollario la stipula di contratti con varie società sul mercato internazionale, con il governo degli Stati Uniti che ha firmato ben 1490 contratti per un importo totale di 194 milioni di dollari. Secondo il Centre Tricontinental di Lovanio, di tutti questi contratti, solo 23 sono andati a società haitiane, per un importo complessivo di 4,8 milioni di dollari (2,5%). E’ evidente la conseguenza nefasta dell’aiuto interessato che non ha come finalità quella di costituire una base economica stabile e utile per il futuro del popolo haitiano, quanto invece quella del business per società take the money and run. Le organizzazioni “no profit” che si sono riversate su Haiti dopo gli eventi del 2010, hanno superato il numero di 10.000. Non per niente, Haiti è stata soprannominata “la Repubblica delle ONG”.
Sufficientemente chiarificatore dell’interferenza continua nelle faccende interne di Haiti, da parte delle varie potenze occidentali e delle agenzie ONU, ci sembra il racconto che il giornalista Maurice Lemoine fece su Le Monde Diplomatique nel marzo 2019, ricordando come il presidente legittimo, Jean-Bertrand Aristide, ben visto dal popolo haitiano ma non dai governi occidentali, venne “detronizzato” nel 2004 e costretto alla fuga. Scrisse infatti Lemoine:
“Non senza rimproveri, ma più di ogni altra cosa demonizzato dai suoi oppositori e screditato da una campagna mediatica infernale, Aristide è sotto una pressione terribile. Dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dal FMI alla Banca Mondiale, la “comunità internazionale” ha congelato la maggior parte dei suoi aiuti e prestiti, facendo così precipitare il paese nella miseria e nel caos.
Priva di qualsiasi peso reale, anche se finanziata con milioni di dollari dall’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID), dal National Endowment for Democracy (NED) e dall’International Republican Institute (IRI, legato al Partito Repubblicano), la Convergenza Democratica (CD) non riuscirebbe a rovesciarlo se il Gruppo dei 184 non venisse in soccorso, un insieme di associazioni di datori di lavoro, sindacati e “società civile”, a cui si sono uniti i media, guidati da André Apaid, un ricco uomo d’affari, proprietario di diverse fabbriche di sfruttamento. È vero che, tra le altre misure “stravaganti”, Aristide ha commesso l’imprudenza di aumentare il salario minimo da 1 a 2 dollari al giorno.
Mano nella mano con la CIA, il Gruppo dei 184 finanziò e armò i paramilitari anti-Aristide – ex membri dell’esercito che quest’ultimo aveva abolito nell’aprile 1995 ed ex membri del FRAPH – raggruppati nella Repubblica Dominicana sotto il nome di Front de résistance pour la libération et la reconstruction d’Haïti. Agli ordini del loro “comandante in capo” Guy Philippe, un noto trafficante di droga, queste “Forze Armate del Nord” (come le ribattezzò Colin Powell) occuparono la città di Gonaïves, presero Cap Haitien e piombarono sulla capitale.
Sotto la pressione combinata della borghesia, di questi ribelli asociali e di Washington, Ottawa e Parigi, Aristide venne “dimesso”. Il 29 febbraio 2004 è stato costretto a lasciare il paese su un aereo americano diretto nella Repubblica Centrafricana, dove è stato “ricevuto” dai soldati francesi. Questo è chiamato “rapimento”, ma anche colpo di Stato“.
Un movimento popolare organizzato, in Haiti, ha radici storiche e non ha smesso, neanche oggi, di intervenire nella vita sociale e politica del proprio territorio, con azioni di autodifesa che si sono contrapposte allo sfruttamento oligarchico, alle ingerenze estere, ma anche alle campagne continue di terrore che le bande armate hanno intrapreso da molti anni, in particolare contro i quartieri popolari ed i lavoratori organizzati. Alcune aree restano tuttora libere dall’influenza delle gang e godono, in taluni casi, anche del sostegno di agenti di polizia non corrotti che si sono schierati dalla parte del popolo.
“Queste bande sono state create dai poteri politici ed economici del paese, permeati da mafie criminali di ogni tipo, non sorprende che le loro principali vittime siano i settori popolari, mirati sistematicamente agli attivisti delle organizzazioni” raccontano gli attivisti del Partito del Lavoro Dominicano, che appoggia completamente le lotte di autodifesa degli haitiani. Una saldatura tra lavoratori delle due parti dell’isola di Hispaniola appare possibile, anche perché l’emigrazione dei cittadini haitiani all’estero si è intensificata, e questa situazione ha naturalmente un impatto sulla Repubblica Dominicana, dove è invece emersa una campagna ultra-nazionalista di xenofobia e criminalizzazione di questa forza lavoro migrante.
Il movimento di lavoratori haitiani che emigrano verso la vicina Repubblica Dominicana rappresenta un flusso ininterrotto, che è iniziato nei primi decenni del XX secolo con lo sviluppo dell’industria moderna dello zucchero durante l’occupazione militare di entrambi i Paesi da parte delle truppe statunitensi, tra il 1916 e il 1924 nella Repubblica Dominicana e tra il 1915 e il 1934 ad Haiti. A causa del crollo dell’industria dello zucchero nella Repubblica Dominicana a fine XX secolo, la forza lavoro immigrata è stata spostata verso altri settori, principalmente l’agricoltura, stante anche l’inurbamento crescente dei dominicani.
In un primo momento e per anni, il governo e l’oligarchia incoraggiarono questi lavoratori a rimanere nella Repubblica Dominicana, ma, dopo che costoro avevano ormai messo radici nel vicino territorio, nel 2013, furono privati della loro nazionalità dominicana e di tutti i loro diritti da parte dello Stato, con il pretesto che erano discendenti di immigrati in una situazione irregolare. Le attuali politiche xenofobe della liberista e filostatunitense Repubblica Dominicana consentono una cacciata formale della forza lavoro immigrata, per permetterne un maggiore sfruttamento, lasciando questa in condizioni di “irregolarità”, “illegalità”.
Le politiche neoliberali in Haiti e nella Repubblica Dominicana avvengono sotto il controllo stretto, come già detto, del FMI, della Banca Mondiale e del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che hanno smantellato le strutture statali e hanno attuato tutta una serie di politiche pubbliche che aggravano la povertà, causando sempre più fame e disoccupazione nel paese. In tal senso, i capi delle bande appaiono come i legittimi figli del FMI e dei Paesi imperialisti. Le gang ricevono costantemente fucili d’assalto e munizioni, sia direttamente da Miami, sia attraverso il confine.
Si può affermare che sia il popolo haitiano che quello kenyota stanno soffrendo entrambi per la durezza delle politiche del FMI. Ed è in questa ottica che va letto l’accordo tra gli Stati Uniti e il Kenya (2021), che non era certo progettato per aiutare il popolo haitiano (2021).
“Anche se sono riusciti a deviarlo da molti dei suoi principali obiettivi, alla fine non sono riusciti a fermare il popolo organizzato. Ecco perché si può dire che in questo momento il movimento sociale ad Haiti è ancora in piedi” si legge infatti nello studio “Haiti: Permanent Resistance in the Face of an Endless Crisis. Study on the Impact of the Military Occupation in Haiti” (Jubilee South Americas, 2023). Va fortemente denunciata a livello internazionale la presenza di bande come parte della strategia di dominio e controllo attuata dall’oligarchia haitiana e dai governi, in collusione con l’imperialismo occidentale e contro il popolo e le sue organizzazioni.
Diceva giustamente Malcom X che “il nero è stato inventato dal bianco, per poter attuare la propria politica coloniale” e, sulla medesima linea, l’antropologo colombiano Arturo Escobar, docente in un’università statunitense, sostiene che il Terzo Mondo è stato inventato dal Primo, al fine di creare un problema da risolvere e legittimando così la politica interventista neocoloniale.
Ed il problema attuale del sottosviluppo di Haiti, secondo il giornalista del Centre Tricontinental Frédéric Thomas, ha preso origine dal fatto che la Francia non riesce a guardare bene in faccia il popolo haitiano perché ne vedrebbe impresse, come in uno specchio, tutte le proprie nefandezze commesse come potenza coloniale.
Altro motivo – che non fa certo compiere passi avanti alla situazione delle haitiane e degli haitiani – è l’appoggio, totale ed incondizionato, che le potenze occidentali concedono all’oligarchia al potere, corrotta e compromessa proprio con la volontà neocoloniale di Francia, Stati Uniti e Canada su tutti.
E’ dimostrata infatti ampiamente la determinazione distruttiva e sfruttatrice da parte della potenza coloniale nei confronti degli abitanti dell’isola caraibica. Ma non solo.
Ad una più attenta lettura degli eventi storici, si scopre che, a seguito dell’invasione francese della parte occidentale di Hispaniola (dopo un accordo con la Spagna, occupante della parte orientale, poi divenuta Repubblica Dominicana), gli abitanti locali hanno iniziato varie rivolte, perché rifiutavano l’assoggettamento coloniale ed il lavoro obbligato nelle campagne (canna da zucchero, caffé, cacao, essenzialmente).
A questo punto, la Francia, dopo una dura repressione che è arrivata ad azzerare quasi la popolazione indigena, ha iniziato la cattura di giovani africani dalle aree prospicienti il Golfo di Guinea col conseguente trasporto forzato nell’isola caraibica. Gran parte di questi giovani africani ha perso la vita per sfuggire alla prigionia, al trasporto navale in gabbie, al lavoro schiavistico. Si parla di centinaia di migliaia di uomini e donne sacrificati sull’altare del profitto coloniale.
Le rivolte, ad Haiti, si sono verificate a ritmo costante, per secoli. E la Francia ha risposto non solo con la repressione, ma, pur di succhiare le risorse dell’isola, ha favorito la crescita di una società di residenti fortemente diversificati per classe sociale, per colore della pelle, per affidabilità al padrone ed al lavoro. Bianchi, mulatti, neri schiavi e neri liberati hanno caratterizzato una popolazione haitiana che ha mantenuto privilegi, diritti, doveri, sottomissione, sfruttamento, in modalità estremamente differenziate.
La scandalosa storia del debito di Haiti, che l’inflessibile malvagità del colonialista ha inteso protrarre fino ad oggi, negando spudoratamente il proprio ricatto verso la nazione che si andava emancipando con la forza dei propri ex schiavi, non appare certo l’unico neo che, dopo la Prima Repubblica rivoluzionaria ed il Regno di Francia della Restaurazione borbonica ha portato lo Stato a cambiare nome più volte, senza mutare in alcun modo la sostanza coloniale (Regno di Luigi Filippo e poi Seconda Repubblica, nuovamente Impero con Napoleone III, Terza Repubblica, Quarta Repubblica, Quinta Repubblica), che si poggia saldamente sulla predazione di territori tuttora occupati in zone lontanissime dalla metropoli.
Solo per restare in ambito caraibico e latinoamericano, vanno citati i persistenti insediamenti nelle terre di Martinica, della Guadalupa, di Saint-Martin e Saint-Barthélemy, della Guyana, e poi Saint-Pierre e Miquelon nel Nord-Atlantico. In Africa permangono ancora le occupazioni coloniali della Riunione e di Mayotte, mentre in Oceania ci sono tuttora i possedimenti della Polinesia francese, delle isole Wallis e Futuna, dell’isola di Clipperton ma soprattutto della Nuova Caledonia (che meriterebbe un capitolo a parte per le sue assurde condizioni di dipendenza e per lo sfruttamento del suo territorio da oltre 170 anni).
Basti ricordare che oltre all’abuso ignobile di considerare la terra di Guadalupa e di Martinica come area idonea su cui impunemente compiere sperimentazioni di prodotti “migliorativi” del rendimento agricolo (fitofarmaci, pesticidi come il clordecone, altrove vietato), la Francia ha causato veri e propri disastri ambientali con conseguenti migliaia di decessi di persone contaminate ed impoverimento di terreni. Lo scandalo più noto, coperto per molti anni dalle autorità, è proprio quello legato all’uso del clordecone (per la coltivazione delle banane, soprattutto), venuto a galla solo nel 2024 ma denunciato molto tempo prima da associazioni locali e medici.
Ma anche in Nuova Caledonia le condizioni di un’ambigua dipendenza dalla metropoli fanno parlare di sé da moltissimi anni, con rivolte antifrancesi da parte di quella che oggi è diventata una “minoranza” nella popolazione dell’isola del Pacifico, cioè il popolo autoctono dei kanaky. La “francesizzazione” forzata, con una massiccia immissione di coloni dalla stessa Francia e perfino dall’Algeria, ha portato a squilibrare il numero dei residenti a favore di quelli con la pelle bianca.
Parigi ha anche “concesso” tre referendum (2018, 2020, 2021), risoltisi beffardamente a favore del mantenimento della dipendenza coloniale. Solo nel luglio 2025, il governo francese, a seguito di rabbiose rivolte dell’anno passato e di un tavolo istituzionale avviato con la popolazione dell’isola, si è espresso a favore della nascita prossima di uno Stato kanaky, ma non indipendente totalmente: un ridicolo ed antistorico progetto istituzionale che denuncia ancora una volta la scarsa volontà della Francia di chiudere per sempre il proprio passato coloniale. La motivazione del “distacco a metà” risiede nel tentativo francese di mantenere le mani nello sfruttamento delle risorse minerarie neocaledoni, viste ancora oggi come un’occasione per l’industria legata all’estrazione ed all’utilizzo del nichel, minerale di cui l’isola è tra i principali produttori mondiali.
A 200 anni esatti di distanza dalla benigna “concessione” reale dell’indipendenza ad Haiti e sull’onda di uno sdegno crescente per lo scandalo del “doppio debito” (pagato con forti interessi per oltre un secolo), lo Stato francese ha deciso di avviare una profonda revisione dei meccanismi che hanno generato l’incredibile ricatto del pagamento e che hanno di fatto bloccato uno sviluppo possibile e diverso per il Paese delle Antille. L’Eliseo ha rilasciato un comunicato, il 17 aprile 2025, in cui si fa ambiguamente menzione della “forza ingiusta della Storia” con cui Haiti è stato costretto a confrontarsi.
“Il riscatto imposto dallo Stato francese non ha solo rinchiuso Haiti in un ciclo di indebitamento e crisi, ma ha anche e soprattutto fissato il paese in una situazione neocoloniale di dipendenza nel contesto internazionale da cui non è riuscito a liberarsi fino ad oggi” afferma Frédéric Thomas nel suo saggio, facendo implicito riferimento all’ingerenza egemonica di Washington che s’è sostituita a quella di Parigi. E’ per questo che le attuali rivendicazioni di Haiti possono costituire un esempio di lotta anticoloniale a livello internazionale.
Ma la pervicacia dello Stato francese nel non voler riconoscere quanto è stato rubato agli attuali abitanti di Haiti, quanto è costata in vite umane la colonizzazione, quanto dovrebbe essere economicamente devoluto al piccolo Stato caraibico come compensazione – rinviando invece tutto alla “creazione d’una Commissione binazionale di storici incaricati di studiare gli effetti di questo doppio debito” – dimostra che, come diceva Frantz Fanon, i colonizzatori hanno già perso, ma il difficile è farglielo capire.
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Haïti : un pays à genoux devant la violence des gangs armés – Centre tricontinental (articolo di Diane Cassain e Frédéric Thomas, CETRI, 27 giugno 2025);
Per i giuristi il debito secolare di Haiti «può dare interessi» (articolo di Avvenire, 28 giugno 2025)
« C’est l’enfer sur Terre » : en Haïti, gangs et groupes d’autodéfense prolifèrent et le désespoir règne | ONU Info (articolo di Naima Sawaya, Nazioni Unite, 18 agosto 2025)
https://www.asterios.it/catalogo/i-canuts-di-lione