Questa è ovviamente una condizione psicopatologica. In realtà, la civiltà occidentale e i fenomeni che la caratterizzano non solo si basano sulle fondamenta cristiane e greche antiche della civiltà occidentale, ma molte volte, costituiscono manifestazioni di antiche credenze, concezioni e visioni del mondo sulla natura, che sono semplicemente espresse con un vocabolario diverso.
A sostegno di questa tesi, oggi esamineremo tre grandi figure culturali di epoche diverse, che apparentemente non hanno nulla in comune tra loro, ma che in gran parte sono aspetti di un’antica visione del mondo comune. Il primo di questi modelli è la moderna “teoria di Gaia” di Lovelock, che costituisce l’espressione più estrema (finora) dell’ecologia radicale. Il secondo è il “concetto di Anima Mundi” (Weltseele), così come è stata formulata dal grande filosofo romantico tedesco Friedrich Schelling, e il terzo è il “neoplatonismo di Plotino”.
Tutte e tre queste grandezze spirituali sono espressioni, in epoche storiche diverse, di una concezione diacronica nella cultura occidentale. Quella della natura animata, con la quale l’uomo costituisce un’unità indivisibile. Questa concezione si contrappone a quella della natura come trofeo. Della natura inanimata, che costituisce il campo privilegiato di dominio dell’uomo. Già fin dall’epoca primitiva, infatti, gli uomini consideravano la natura che li circondava come un essere vivente. Quando si formarono le grandi civiltà umane, questa sensazione si intensificò.
Le visioni della natura
Nell’antica Grecia nacquero molte teorie al riguardo. I pitagorici parlavano dell’«armonia del mondo», gli stoici dello spirito che permea ogni cosa e Plotino dell’Anima del Tutto, l’anima mundi. Questa tradizione della natura animata, della natura come teofania, attraversa l’antichità, matura nel neoplatonismo e ritorna nel pensiero europeo ogni volta che il dualismo tra spirito e materia raggiunge i suoi limiti e crea un vuoto esistenziale nell’uomo europeo. Potremmo dire che la concezione della natura animata costituisce il fondamento nascosto di una grandezza spirituale che potremmo chiamare filosofia e metafisica dell’unità.
Nel XIX secolo, uno dei grandi pensatori del Romanticismo tedesco, Friedrich Schelling, si assunse il compito di ripristinare l’unità dell’essere di fronte alla fredda cosmologia meccanicistica dell’Illuminismo, formulando il concetto di Weltseele, l’Anima Universale. Secondo Schelling, la realtà è una sola e vivente. Lo spirito non dimora “al di fuori” della natura, ma al suo interno e costituisce la sua logica interna e la sua autocoscienza vitale.
Due secoli dopo, James Lovelock, senza alcuna intenzione teologica, ripropone quasi la stessa visione in linguaggio scientifico. La teoria di Gaia, che egli ha espresso e reso famosa, sostiene che la Terra è un organismo vivente, unico e autoregolato. Secondo Lovelock, l’atmosfera, gli oceani, i batteri e le piante collaborano invisibilmente affinché il corpo planetario unitario mantenga il suo equilibrio e la sua unità.
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Il vocabolario scientifico di Lovelock ha sostituito la terminologia metafisica di Schelling, ma il significato rimane lo stesso: il mondo è considerato un insieme vivente. Non una macchina, ma un organismo vivente con uno scopo e un’anima. In un certo senso, Gaia è una traduzione apparentemente atea della Weltseele, ma al suo centro c’è la stessa concezione. Tuttavia, dietro Schelling e Lovelock si intravede una comune origine filosofica, ovvero il modo di pensare neoplatonico, il cui principale rappresentante è Plotino. Infatti, secondo Plotino, «l’Uno emana e sostiene, tutti gli esseri sono vita che partecipa e desidera il ritorno al centro».
In Schelling, questa struttura è percepita come ontologia dello spirito, mentre in Lovelock come ecologia del sistema, ma in entrambi i casi “l’Essere” è inteso in modo organico. Il tutto precede le parti e compone qualcosa di molto più grande della loro somma. Per essere precisi, la vita viene percepita come relazione tra le parti e non come loro somma. La vita è quindi relazione, non somma.
Schelling vedeva la natura come teatro della rivelazione divina, mentre Lovelock come sistema di vita che si autoalimenta. Tuttavia, entrambi, ciascuno con il proprio linguaggio, si oppongono al razionalismo meccanicistico che vede il mondo come materia morta. La loro differenza è quindi una differenza di stile, non di sostanza. Entrambi giungono alla convinzione che l’universo non è una cosa, ma una persona, e che la natura non è un oggetto, ma una comunità di vita. Le teorie della Weltseele e della Gaia ritengono che il mondo porti in sé l’energia divina che lo sostiene e qui si avvicinano alla tradizione patristica, in particolare quella ortodossa. In conclusione, l’ecologia contemporanea e la metafisica romantica sono espressioni di un modo antico di vedere il mondo. Cioè di considerarlo come una totalità spirituale che invita l’uomo al dialogo.
Autore
Konstantinos Grivas è professore di Geopolitica e Tecnologie Militari Moderne, direttore del Dipartimento di Teoria e Analisi della Guerra presso l’Accademia Militare Ellenica. Insegna anche Geografia della Sicurezza nel Grande Medio Oriente presso il Dipartimento di Studi Turchi e Asiatici Moderni dell’Università di Atene.
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