Viviamo in una società terapeutica in cui il dolore e la sofferenza perdono il loro significato diventando una questione prettamente medica e psichiatrica. Viviamo i tempi della prestazione, della massima ottimizzazione, logiche profondamente transumaniste. Il dolore e la sofferenza sono considerati come rallentamenti, intralci, disturbi, come segni di debolezza, un qualcosa da nascondere, da eliminare, da estirpare. Dolore e sofferenza non sono compatibili con gli standard dell’Intelligenza Artificiale, non sono previsti. Dolore e sofferenza sfuggono, non sono quantificabili, calcolabili, prevedibili. Ma è proprio il dolore “a distinguere il pensiero dal calcolo e dall’intelligenza artificiale. […] Solo la vita che vive, che è capace di provare dolore riesce a pensare. All’intelligenza artificiale manca proprio questa vita” seguendo il filo che Byung-chul Han delinea in ciò che definisce algofobia, la paura generalizzata del dolore che conduce a un’anestesia permanente.
Viviamo in una società livellata in cui tutto deve essere omogeneo, senza scosse, senza spigoli, in cui tutto deve scivolare e fluire veloce, senza mai soffermarsi e radicarsi. Anche le passioni devono essere livellate e tenute sotto controllo fino a che, man mano, non potranno nemmeno più generarsi. Il potere amalgama, stordisce, dosa quantità di emozioni necessarie al suo buon funzionamento e al perfetto condizionamento pavloniano. Paura nella quantità necessaria per far seguire i vari dettami sanitari e sociali. Piacere indirizzato e incanalato a ciò che si dovrà desiderare. Emozioni tenui, sbiadite, con sfoghi controllati verso il nemico di turno e verso quelli che sono considerati i Mali assoluti di sempre.
Ogni epoca può essere letta attraverso il rapporto che intercorre tra l’uomo, il dolore e la sofferenza. Con la negazione nichilistica del senso della vita, della morte, dell’essere parte di un ciclo si trasforma anche questo rapporto. Nei tempi di oggi non si è più in grado non solo di reggere dolore e sofferenza, ma anche di dargli un significato.
Ernst Jünger si interroga: “Un mondo nel quale il diciassettenne Origene poteva scongiurare il padre prigioniero di non rinunciare al martirio per riguardo alla famiglia, o nel quale – com’era spettacolo consueto presso i germani dopo l’assalto a una barricata di carri – le donne uccidevano prima i loro figli e poi se stesse: un mondo del genere è per noi oggi incomprensibile”.
Nel mondo eroico e nel mondo cultuale – una dimensione rituale e spirituale intrinseca alla vita e alla quotidianità – vigeva un rapporto completamente diverso con il dolore, la sofferenza, la morte. Si allenava l’intera esistenza per essere pronti in ogni momento all’incontro con il dolore, la sofferenza, la morte. Sia la disciplina ascetica – monacale, sia quella eroica – guerriera si pongono in questo solco.
Educare alla morte è un atto rivoluzionario e dinnanzi a un uomo che non teme la morte nessun potere può avanzare incontrastato.
“Quando diventa un samurai, l’uomo deve considerare come suo sommo dovere il non separarsi mai dall’idea della morte, giorno e notte” leggiamo dagli antichi codici dei Samurai. In epoche antiche la centralità della battaglia, del combattimento, della morte e le figure del guerriero, del samurai, del cavaliere non erano solamente un allenamento del corpo, ma prima di tutto erano un allenamento spirituale. In alcune società questo non veniva sviluppato solo dagli uomini, ma anche dalle donne – pensiamo a Sparta – ed era un modello di vita, un qualcosa a cui tendere e da tramandare. Era innanzitutto una visione, una concezione del mondo, dell’essere umano, della vita fondata su virtù, sacrificio, dignità, coraggio, fraternità, amore, giustizia, comunità.
A noi giungono racconti di epoche lontane e terribili, ma riscritte in questo modo per allontanarci da quelle radici che potrebbero far rigermogliare quei frutti ormai resi marci e sterili da individualismo, egoismo, narcisismo, materialismo, nichilismo che caratterizzano la dissoluzione dei tempi moderni. Così anche Sparta è narrata come spietata e terribile contrapposta all’idealizzata Atene, eppure Sparta rappresenta il modello di comunità tradizionale archetipica, foriera di Principi sacri tramandati di generazione in generazione, di famiglia in famiglia.
Esistono modelli, criteri, principi immutabili in base ai quali si stabilisce il valore di un uomo, in basi ai quali è messo alla prova. Tra questi abbiamo il dolore e la sofferenza come chiavi di misura, di lettura, di comprensione sono immutabili, ciò che cambia è come si pone l’uomo. Ogni uomo nel dolore e nella sofferenza è messo innanzi ai suoi limiti, alla fragilità e alla finitudine. Messi a faccia a faccia con il dolore e la sofferenza emerge la propria postura nel mondo e la possibilità di vivere una vita autentica. Soltanto gli uomini e le donne che hanno la forza di non nascondere le proprie debolezze possono affrontare con onore le difficoltà che la vita gli porrà innanzi. Questa la visione eroica della vita che è innanzitutto uno stato dell’anima.
La figura dell’eroe greco è ben diversa dall’immaginario moderno del supereroe e del superuomo infallibile, è essenzialmente altra cosa. Achille, il più forte degli Achei è ucciso dalla freccia scoccata dal più vile dei guerrieri. Ettore, il più forte dei Troiani è ucciso da Achille e umiliato di fronte alle mura della sua città. Agamennone è ucciso dal cugino, amante della moglie, non appena rimette piede a Micene. Gli eroi greci non fuggivano dal dolore e dalla sofferenza, queste erano considerate prove di forza e di umanità. Sbagliavano, perdevano, soffrivano, morivano. Erano umani. Piangevano. Achille, Agamennone, Diomede, Patroclo, Odisseo, Ettore, Priamo così come Penelope, Andromaca, Calipso, Nausicaa, Niobe… nell’Iliade e nell’Odissea piangono per dolore, rabbia, ira, amore, nostalgia. Piangono, singhiozzano, gemono, tremano, gridano, invocano gli Dei e le proprie madri, si battono le mani sulle cosce, si strappano vesti e capelli, si inginocchiano a terra senza sottrarsi, senza vergogna della loro sofferenza, del loro strazio, della loro disperazione, delle loro fragilità. La consapevolezza della finitudine attraverso il pianto, un pianto liberatorio e purificatorio. Un pianto anche rituale in grado di saziare un vuoto, una perdita, una morte.
Nell’Iliade e nell’Odissea le emozioni sono travolgenti, sono vissute nell’animo, nella carne e nel sangue. L’ira e la rabbia appartengono all’essenza dell’uomo omerico, si sviluppano dal petto, da quel punto fondamentale del corpo che i Greci chiamavano thymos. Rappresentano il senso vitale dell’eroe e non è un caso che sono accompagnate da esplosioni di pianto. Psyche e thymos, psiche e animo, da intendersi come anima. Queste emozioni e queste lacrime sono il coraggio dell’anima e senza coraggio si vive come se si fosse già morti.
Omero non celebra la mera forza bruta comunemente intesa, ma quella particolare forza di resistere nelle avversità, quella forza eroica, umile e umana che trova espressione proprio in quelle calde lacrime. E in quelle lacrime che rigano il volto ardono passioni e forze indomabili.
Lacrime che sono memoria, che ricongiungono, che purificano, che portano consapevolezza di sé. Lacrime che saziano e la sazietà arriva solo nel momento opportuno. Lacrime che si trasformano in messaggi, invocazioni e preghiere per gli Dei.
Il desiderio del pianto, un desiderio ormai sconosciuto, lasciato fluire può nutrire anime sfinite e ricongiungerle nel dolore. Un pianto che può scorrere fino a terra, ma anche per il pianto ci sia il senso del limite, che non diventi rovina e autodistruzione. Elena, divina, erede di arcaici saperi che rappresenta la memoria femminile e riconosce il figlio di Odisseo apre al desiderio del pianto, un pianto che coinvolge tutti, ma lei sa che ci deve essere una misura nel pianto e sa come fermarlo versando nel vino un farmaco egizio.
Diverso è il carattere delle lacrime che sgorgano. Come sono diverse le lacrime di Agamennone: lacrime d’ira che gli rigano le guance, lacrime di “grande strazio” e di collera che fanno scoppiare un pianto come una “fonte d’acqua bruna che versa acqua scura da una rupe scoscesa”, “lacrime calde” mentre bacia il suolo dopo il ritorno a casa prima di trovare la morte per mano del vile Egisto, lacrime ormai fumose dall’aldilà. La vendetta del figlio di Agamennone la leggiamo nell’Orestea, tragedia attraversata proprio dalle lacrime. È l’eredità degli eroi omerici, l’eredità di un epoca dimenticata che Eschilo riporta in vita. Sulla tomba di Agamennone troviamo il figlio Oreste con il suo rimpianto colmo di furore per non aver potuto piangere la morte del padre. Le lacrime lo ricongiungono alla sorella Elettra e sfociano nella vendetta. L’ira di Agamennone diventa l’ira della sua stirpe. Le lacrime fondano la continuità della famiglia, danno senso alla discendenza.
Il dolore e il pianto che sono anche preannunci e presagi funesti di morte, come le infinite lacrime di Andromaca, moglie di Ettore che lo implora di non tornare in battaglia perché avrebbe reso lei vedova e loro figlio orfano. Ettore sceglie senza esitazione di morire pur di difendere il proprio onore e il dolore di Andromaca e del figlio non possono fermarlo, le risponde che pensa a tutto questo, ma non può esser vile: “Né le vuole il mio cuore perché ho appreso a essere forte, sempre, a combattere in mezzo ai primi Troiani”. Al cospetto dell’amata che piange la sua imminente morte Ettore non può piangere e allora sorride. Sorride anche nel prendere tra le braccia e baciare per l’ultima volta il figlio. Ma anche quel sorriso è una diversa forma di pianto: “sorridendo fra il pianto”.
Sul campo di battaglia si piange in continuazione, si piange la morte e si piange la stessa vita. Simon Weil in un saggio sull’Iliade mette in luce che mai bisogna dimenticare che anche la vittoria è destinata a passare in quel movimento pendolare che contraddistingue la battaglia: la disfatta, la vittoria, il senso di invincibilità, la sconfitta… e mai oltrepassare gli intrinsechi limiti della potenza, accecati da essa si giunge alla rovina. Nei poemi omerici gli uomini non erano divisi in vinti o vincitori perché non si trova uomo che a un certo momento non debba piegarsi alla morte. Il dolore e la morte legano vincitori e vinti. Priamo, re di Troia, all’annuncio della morte del figlio Ettore si precipita al campo degli achei e si getta alle ginocchia di Achille per pregargli di restituirgli il corpo martoriato del figlio affinché possa piangerlo e onorarlo. Il tempo per un istante si ferma. Prima che Achille possa dar parola Priamo gli ricorda l’anziano padre, Achille si abbandona al ricordo e piange. Entrambi, immersi nei ricordi, piangono. Due nemici, due uomini che insieme piangono. ‘Chi è buono, chi è cattivo?’ Queste domande qui non valgono. In questi poemi ci sono uomini che soffrono, che combattono, alcuni vincono, altri perdono in un intreccio di vittorie e perdite che si mescola. Come dai lati opposti della trincea, ma il reciproco valore genera rispetto e ammirazione. Dolce è il movimento della mano di Achille verso il vecchio Priamo. Achille ordina di far lavare il corpo di Ettore, fa imbandire la tavola e mangiano, mangiano insieme. Un padre e un figlio.
Prima del momento in cui Andromaca, moglie di Ettore, perse ogni speranza la troviamo a tessere una tela, ma la sua tela è una tela di morte, diversamente dalla tela di Penelope non potrà servire a nulla. “Una notte di tenebra coperse i suoi occhi, e cadde indietro e quasi spirava la vita, […] angosciata a morire; quando respirò infine, si risvegliò nel petto la vita gridò fra le Troiane con violenti singhiozzi”. Il grido è per il marito morto, ma soprattutto per il figlio vivo che se riuscirà a sfuggire alla “guerra lacrimosa” privo di amici dovrà, con le guance bagnate, abbassare la testa di fronte a chiunque. Nelle sue lacrime nessuna sazietà, nessuna possibilità di salvezza, solo funesti presagi. Per nove giorni l’aria fu densa di lamenti e gemiti, sgorgavano le lacrime di Andromaca, di Ecuba, madre di Ettore e le lacrime di un intero popolo.
Contemporaneamente nel campo degli achei sgorgano lacrime che riportano alla vita: “Piangiamo Patroclo, questo è l’onore dei morti. Poi, quando il pianto amaro ci saremo goduti, sciolti i cavalli, ceneremo qui tutti”. Achille quella vita che riga le guance non vuole lavarla via e vuole sentirla nelle lacrime, nel sudore, nel sangue, in tutto il suo corpo. Non vuole lavarsi, non vuole togliere dal suo corpo lacrime, sudore e sangue finché sarà finito il rito funebre per Patroclo. Achille però mangia e il mangiare è segno della vita che riprende.
Nel mondo omerico non tutte le morti sono uguali, si può morire con onore o senza onore. Ettore prima di morire pronuncia questa parole: “Ebbene, non senza lotta, non senza gloria morrò, ma compiuto gran fatto che anche i futuri lo sappiano”. E qui ritorna il senso del compiere il proprio destino e il senso di quello che rimarrà dopo, di quello che non morirà. “La vita volò via dalle membra” e l’ultima lacrima dal suo cuore, dalla sua anima, una lacrima fertile.
Telemaco pensando al padre morto “Ché della sua morte non avrei tanto strazio, se tra i compagni fosse caduto […] o tra le braccia dei suoi, dopo aver dipanato la guerra: tomba gli avrebbero fatto, […] Invece l’hanno travolto le Arpie, senza gloria; non visto, ignoto è scomparso: e a me gemiti e pene ha lasciato”.
Ciò che rivela la prossimità dell’uomo alla morte sono proprio le lacrime. La stessa immortalità diventa una disgrazia perché nulla è più degno del pianto di un uomo.
Anche le divinità piangono. Teti, ninfa marina e madre di Achille, emerge dagli abissi del mare chiamata dalle invocazioni del figlio. Entrambi sanno che il destino di una vita breve è alle porte, eppure lei chiede il motivo di tanta pena, lo accarezza e piange. Anche i cavalli immortali di Achille piangono. Patroclo cade a terra, il suo corpo senza vita nella polvere, i cavalli si fermano, immobili e “lacrime calde cadevano giù dalle loro palpebre, scorrevano in terra”. Il dolore di Achille all’annuncio della morte di Patroclo diventa esasperazione fisica e desiderio autodistruttivo di morte: “Una nube, nera, di strazio, l’avvolse: con tutte e due le mani prendendo la cenere arsa se la versò sulla testa, gli insudiciò il volto bello; la cenere nera sporcò la tunica nettarea; e poi nella polvere […] giacque, e si sfigurava con le mani i capelli, strappandoli”. Le lacrime calde restituirono Achille alla vita, al ritorno in battaglia.
Nel liquido che costituisce la materia delle lacrime i Greci vedevano una sostanza vitale. La vita con i suoi tormenti impressa nel sangue, nelle viscere, nel sudore, una vita che non voleva essere lavata via. Un rapporto di carne e di anima essenzialmente altro dal rapporto sterile, asettico e artificiale che contraddistingue i tempi di oggi. Nello specifico per i Greci i liquidi andavano a fluire in quello che ritenevano il fluido cerebro-spinale, ritenuto analogo al seme, così costitutivo della forza e della vita che nel momento in cui quel liquido avrebbe abbandonato il corpo sarebbe sopraggiunta la morte. È nelle articolazioni delle ginocchia sostenitrici del corpo eroico che scorre quel liquido vitale, nel mondo omerico il momento della morte è contraddistinto dallo spezzarsi delle ginocchia.
Una dimensione di esistenza contraddistinta dalle sostanze che sgorgavano dal corpo, che circolavano nel corpo e ne percorrevano organi e membra. Una dimensione che rimanda alla teoria degli umori che si basava sul presupposto che il corpo e la mente fossero intimamente collegati. I primi miti sulla creazione erano fortemente interconnessi ai quattro elementi – aria, fuoco, acqua, terra – pensiamo alla filosofia greca con Talete secondo il quale ogni materia era formata d’acqua o Anassimene che riteneva l’aria come il principio di ogni cosa per arrivare a Empedocle che vedeva il mondo come non riconducibile a un solo elemento, ma alla combinazione dei quattro elementi. Da qui si sviluppò la teoria degli umori che spiegava molteplici aspetti di una persona: il carattere, la psicologia, la storia dei suoi mali, i suoi gusti e comportamenti. Il corpo umano era costituito da quattro umori che circolavano al suo interno: il flemma o flegma, la bile gialla, la bile nera, il sangue. Caldo e freddo, secco e umido influenzavano e determinavano gli effetti degli umori sulla disposizione dell’animo, sul pensiero, sulla salute. Gli umori variavano in base all’alimentazione, al clima e alla stagione. C’era un continuum tra individuo, ambiente, fisiologia, psicologia, passioni, cognizioni. I nostri corpi erano parte di un mondo più ampio con cui si era interconnessi: un microcosmo del corpo che corrispondeva al macrocosmo dell’universo. A ciascuno degli elementi cosmici corrispondeva un umore corporale e grazie a quella corrispondenza si era in grado di percepire il mondo. Vigeva una simmetria nel mondo, un’interconnessione tra le stagioni e gli elementi. All’aria corrispondeva il sangue, il caldo e l’umido; all’acqua il flegma, il freddo e l’umido; al fuoco la bile gialla, il caldo e il secco; alla terra la bile nera, il freddo e il secco. Una volta stabilità la connessione tra malattie e germi questa teoria fu abbandonata, ma continuò per un paio di secoli a far corpo unico con la medicina. Vigeva uno stretto legame tra medicina e filosofia: la medicina ippocratica prendeva in considerazione il corpo nel suo complesso perché “ogni parte del corpo ammalandosi produceva immediatamente del male in qualche altra parte” leggiamo in un testo di medicina Ippocratica. Una forte interconnessione con gli elementi della natura in cui la malattia era considerata come uno stato di disequilibrio tra gli umori e curare la malattia significava ridare il giusto equilibrio, la giusta mescolanza degli umori. Durante il 1600 la teoria degli umori finì sotto assedio, ma il corpo umano continuava ad essere considerato profondamente interconnesso ai quattro elementi. Il corpo senz’anima cartesiano per il cui funzionamento bastava il meccanismo in sé come una macchina non riuscì a cancellare le nostre origini di sangue e il mistero della nostra incarnazione umorale. Altre teorie hanno soppiantato la teoria degli umori, ma ancora oggi per un attacco di nausea lo zenzero è un ottimo rimedio che in termini umorali scalda, un filo ci lega ad antiche tradizioni e scorre una corrispondenza profonda e sotterranea.
Non vi è pericolo più grande forse per l’eroe dimenticare la propria casa, la propria Patria, la propria origine. L’Odissea è anche il poema della memoria, Mnemosye, figlia di Urano e Gea. Quella memoria che da forma, senso e un posto nel mondo e nel tempo all’uomo. Ricordare e ricongiungersi alle proprie radici. Restare e non partire, in controtendenza con i tempi di oggi. Ricordare come un riconoscere, un riconoscersi.
Odisseo è l’uomo del ricordo, quando compare per la prima volta nel poema è in lacrime e le sue lacrime si mescolano con l’acqua del mare: “sul promontorio piangeva, seduto, là dove sempre con lacrime, gemiti e pene straziandosi il cuore, al mare mai stanco guardava, lasciando scorrere lacrime”. Rinuncia all’immortalità per sua moglie, per suo figlio, per la sua casa, per la sua isola.
Odisseo è l’uomo che soffre e soffrendo conosce. Odisseo non piange per sé, per la sua sofferenza, piange di dolore per la morte degli amici, piange di rabbia per i tradimenti che vede innanzi e mai piange invano. Odisseo è l’uomo del Ritorno. Ricordo, conoscenza e astuzia gli permettono di ritornare. Un ritorno che non è compiuto semplicemente tornando a Itaca, è li, nella sua isola, che dovrà tornare al posto che gli spetta.
Telemaco, figlio di Odisseo, inizia il viaggio alla ricerca del padre, alla ricerca della sua memoria che stava svanendo e di cui ne rimanevano solo quelle tracce impresse nel sangue e nella carne. Il viaggio è in realtà un percorso per diventare di sé stesso e per diventare uomo attraverso la memoria, la memoria del Padre e delle sue Origini.
Ricordare. Partendo da ciò che è più vicino per risalire a ciò che è più lontano e così si intrecciano e si intersecano momenti, avvenimenti, incontri afferrando quel senso e significato che non si era stati in grado di cogliere, se ne intravedono e se ne riconoscono i segni. Il passato diventa chiaro dal presente e chiarendo il passato si può incominciare a intravedere il futuro.
Memoria come Ritorno. Tutte le imprese eroiche trovano il loro più grande senso nel rientro a casa, metafora di un ritorno a se stessi dopo aver attraversato mari che non ci appartenevano e dopo aver affrontato violenti tempeste, il tutto necessario proprio per una comprensione di sé e della propria strada. Questo si lega e ci conduce al significato della parola destino che deriva dal latino destinare, composto dal prefisso de- e dal verbo latino stare, che significa “stare, trovarsi”. Destino non è un volere divino che ci manovra, è il coraggio di affidarsi e seguire quell’intuizione, quel sentire profondo che traccia la nostra strada, è riconoscerne i segni, è la possibilità di tesserlo con le proprie mani quando si porta a compimento il proprio Essere.
L’ordito, fatto di fili tesi, rappresenta la struttura definita, la parte immutabile della vita dell’uomo, mentre i fili della trama rappresentano l’unicità di ogni esistenza e la dimensione in cui l’uomo può agire. Le figure archetipi delle tessitrici del destino – le Moire, le Parche e le Norne – le troviamo nelle rispettive tradizioni greche, romane e norrene. Nella mitologia norrena le Norne erano le uniche figure immortali mentre gli Dei erano mortali e non potevano sottrarsi al loro volere non potendo disfare ciò che aveva intessuto. “Norne” deriverebbe dall’antico norreno norn: colei che bisbiglia un segreto. Secondo la leggenda, vivono presso la fonte di Urðabrunnr e si prendono cura dell’Yggdrasill con acqua e argilla bianca. L’Yggdrasill, il Grande Frassino è l’albero cosmico, l’albero del mondo, l’albero della vita, del sapere e del destino. Nell’Edda Poetica le Norne vengono descritte come intagliatrici di Rune. Le Rune sono più di una semplice lettera di un alfabeto, sono archetipi che contengono il senso dell’esistenza. Runa significa mistero, conoscenza sussurata. Parola quindi come simbolo che ci collega a un’altra dimensione della realtà.
Anche la Fata è colei che presiede il Fato, la parola Fata deriva dal latino fata-orum, plurale di fatum che significa “destino, fato, sorte”. È la Filatrice, la Tessitrice che intreccia i fili sul suo sacro telaio e tesse il Fato di coloro che sono posti sotto la sua tutela, con una mano fa sbocciare la vita, con l’altra la recide quando è arrivato il tempo. Il termine fatum deriva da fari che significa “parlare, dire”, la Fata è custode della Parola, di quella parola-simbolo che permette di entrare in un piano più profondo e sottile della realtà. Tutte le Dee e tutte le donne tessono, dalla notte dei tempi, in generazione in generazione, dalle madri alle figlie.
“L’eroe attraversa i misteri della vita, il divino femminile è la guida sublime che lo induce a spezzare le proprie catene interiori. […] L’amore è il motore di ogni respiro. Tale termine deriva dalla lingua madre, il sancrito. Amrta, ovvero l’anti-morte: l’amore. L’alfa privativo che tale lingua possiede, se tolto ci darà Mrta, ovvero morte. Odisseo troverà la vita nelle braccia della donna amata. Ogni viaggio porta al centro e il centro è il cuore” scrive Valentina Ferranti che ci porta a quell’Amore così necessario ai tempi di oggi.
Penelope, astuta, prudente e ferma, con quel temperamento e carattere che contraddistinguono la vita in comune con Odisseo, quella sua postura che rimane fino alla fine e che non è mai venuta meno. Penelope mette alla prova Odisseo con il segreto che solo il marito può conoscere. Chiede alle ancelle di spostare il sacro letto matrimoniale, ma questo non è possibile perché Odisseo lo aveva intagliato nell’enorme tronco di olivo murandogli attorno la stanza da letto. Superata la prova che solo lui poteva superare a Penelope si sciolsero le ginocchia e il cuore e a Odisseo venne la più grande voglia di pianto. Grazie ad Atena la notte pare non finire e permette il tempo dell’amore, del sonno, delle parole, dei racconti, della memoria. I due amati si sono ricongiunti, invecchieranno insieme. Il ritorno della loro sacra unione nel letto intagliato nell’ulivo secolare ancorato a terra da radici profonde diventa simbolo dell’Amore eterno, diventa simbolo del Radicamento, di ciò che non potrà subire spostamenti e cambiamenti e si congiunge al simbolo dell’Albero, uno dei più grandi simboli della Vita. L’altezza appartiene al Padre e al profondità alla Madre. I rami verso il cielo, le radici verso la terra. Nella potenza dell’archetipo percepiamo l’invisibile, il sovratemporale. “Simbolo dei tempi che intersecano nell’eterno – è qui la sezione, nel colletto della radice. Qui il punto che chiamiamo attimo; al di sotto di esso vediamo estendersi il passato, al di sopra il futuro”, leggiamo da Jünger ed echi di antiche risonanze si mescolano a presagi.
Eroico è l’uomo che si inginocchia dinnanzi alla Donna, alla Madre, al Materno-Eterno e all’incorruttibile forza delle Madri quando si lasciano dietro le spalle la paura della morte. Il Materno-Eterno del mondo, della natura e del suo popolo questo il Divino originario per cui l’eroe può combattere e morire. La figura della Madre con il bambino è il più sacro simbolo della Vita, archetipo potente contro il quale si da sempre scagliano le forze anti-tradizionali nemiche ataviche di quei Valori e di quei Principi a cui si sono rifatte le più integre comunità di Uomini e di Donne realmente libere dal giogo modernista.
Dalla Grecia arcaica giungiamo alla fine dell’età eroica. Pericle, dinnanzi ai corpi dei figli morti, cadde, si lasciò andare e pianse, per la prima volta pianse e quei singhiozzi salirono al cielo. Ma non erano più i tempi degli eroi e per quelle lacrime fu deriso. Lontana era le memoria delle lacrime di Achille che “singhiozzava nel petto glorioso”, del momento in cui dopo vent’anni Ulisse e Penelope si rincontrarono in quell’unione e fusione di corpi, pianti e memoria. Non erano più i tempi di eroi coraggiosi senza vergogna del loro volto bagnato dalle lacrime. Cancellare le lacrime ha significato cancellare il coraggio e la fine dell’età eroica.
L’incapacità di affrontare dolore e sofferenza è anche l’incapacità di affrontare la finitudine e la condizione umana innanzi alla morte, di essere-per-la-morte. Dolore come rivelatore. Leggendo Jünger: “Il dolore è una di quelle chiavi che servono ad aprire non solo i segreti dell’animo ma il mondo stesso. Quando ci si avvicina a quei punti in cui l’uomo si mostra all’altezza del dolore, o superiore a esso, si accede alle sorgenti della sua forza e al mistero che si nasconde dietro il suo potere. Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei!”.
Dolore e sofferenza possono aprire al mondo. Sono esperienze individuali e al tempo stesso avvenimenti universali, ci possono connettere all’Altro che soffre in quando noi stessi siamo nella possibilità di soffrire. E a volte la sofferenza è un necessaria per raggiungere una conoscenza, solo quando il fiore cade il frutto diventa visibile. E chi non sa soffrire non sa vivere.
“Il dolore spezza. È lo spezzettamento. Ma esso non schianta, in quanto dividere che riunisce, è al tempo stesso quel trascinare, teso in opposte direzioni, che diversifica e congiunge ciò che nello stacco è divenuto distinto. […] Il dolore è la connessura dallo strappo” scrive Martin Heidegger per andare a significare che il dolore spezza, ma al tempo stesso ricongiunge. Ricongiunge con noi stessi, con l’Altro nella medesima possibilità di soffrire e di essere-per-la-morte e ricongiunge con l’Universale, con il tempo eterno e infinito.
L’avanzata della tecnica porta a un’anestetizzazione rispetto al dolore e alla sofferenza che comporta un’anestesia verso la realtà. L’essere umano dissociato dalle esperienze reali e profonde diventa insensibile ad esse, incapace di riconoscerle e di viverle. Il dolore viene respinto ai margini e la vita autentica cede il passo al comfort e a un’esistenza mediocre.
Il dolore e la sofferenza articolano la vita, reggono l’esistenza umana, reggono anche la felicità ci porta a riflettere Byung-chul Han: “La felicità dolorosa non è un ossimoro, ogni intensità è dolorosa”. Ogni passione porta con sé sofferenza. Se questa sofferenza viene soffocata la passione perde intensità e profondità, diventa inaccessibile e non più vivibile nella sua totalità e svanisce il suo portarci a ciò che ci avrebbe condotto.
Il dolore e la sofferenza sono dei vincoli. Oggi si fugge dai vincoli intensi che potrebbero portare sofferenza, si preferisce stare sulla confortevole superficie. L’amore forma-merce, usa e getta, a tempo determinato e a scadenza ravvicinata non porta sofferenza. Cosa rimane di questo amore svilito? Svanisce il senso dell’Amore incondizionato, dell’Amore come sacrificio, come un donare sé stessi, senza riserve. Il soddisfacimento immediato fa svanire la possibilità anche di provare amore, trasforma la vita in una terra arida e artificiale e la parvenza di felicità diventa un qualcosa da acquistare nel mercato delle emozioni, nella compulsiva ricerca di continue novità che non avrà mai fine. Forte è il legame tra la dissociazione con la realtà e la lacerazione dei legami amicali fraterni e sinceri, dei legami famigliari e comunitari e lo sgretolamento della stabilità da cui oggi si fugge per una transitorietà, interscambiabilità, fluidità, mutevolezza, artificialità permanente. Un rapporto autentico con la realtà necessita proprio di quei legami solidi che oggi si disgregano, si risignificano, si rinnegano.
Nell’ordine cibernetico l’essere umano è ridotto alla sua dimensione biologica, la vita viene ridotta a mera funzione biologica costantemente da monitorare e ottimizzare. La vita entra così in un altro orizzonte, in un altro ordine di senso, di significato, di temporalità. Intrappolata nelle previsioni algoritmiche in tempo reale si sgancia dal passato, da una continuità storica, da un’ereditarietà, da una Tradizione. E come ci insegna Simone Weil: “Il passato distrutto non torna mai più. La distruzione del passato è forse il delitto supremo. Ai nostri giorni, la conservazione di quel poco che resta dovrebbe diventare come un’idea fissa”. Il significato di una Tradizione non è nella sua espressione specifica, ma nel suo contenuto oltre la superficie che si ricollega significati altri e ad altre tradizioni in una sotterranea radice comune che, nelle differenze, accomuna tutte le Comunità.

Ogni comunità ha una dimensione corporea e una dimensione spirituale e tesse un legame corporeo e spirituale con il luogo in cui vive. Attraverso i riti la comunità si riconosce e riconosce il proprio posto nel mondo oltre al momento contingente, creano una conoscenza e una memoria “incarnate”, “un’identità incarnata”. I riti e aprono a un diverso sentire del tempo: un tempo ciclico con i suoi riti di passaggio e di chiusura. Un tempo ciclico, un eterno ritorno, una “danza circolare del mondo” di “terra e cielo, divini e mortali”, con un “accordo silenzioso delle stagioni” e la loro “risonanza che perdura”, un “andirivieni” che genera una durata, che permette un poter trattenere le cose perché anch’esse trattengono i “riferimenti duraturi del mondo”. Nulla svanisce, nulla si frammenta. Nelle società tradizionali non era possibile una dissociazione dalla realtà, non era possibile perdere sé stessi nel mondo, la propria identità era ancorata al mondo denso di significati e la Comunità era retta e guidata da un medesimo orizzonte di senso e di destino. Il radicamento nel luogo, nella terra, che ben caratterizzava il mondo agricolo prima della sua dissoluzione era quel sentire che permetteva di non estirpare un vecchio viale alberato perché parte integrante di quel luogo, perché legato a chi c’era prima, era quella concezione che subordinava interessi materiali, e quindi anche sviluppi tecnici, all’equilibrio dell’esistenza, all’andamento della vita. Il medesimo sentire che troviamo nel movimento luddista che ben comprese che quelle macchine rappresentavano la distruzione del loro mondo e nelle lotte dei contadini che si ribellarono alla così detta Rivoluzione Verde e poi alle compagnie biotecnologiche che volevano imporre monocolture, pesticidi, semi OGM Terminator e cancellare antiche varietà locali e antichi saperi. Era proprio l’esistenza e l’essenza del mondo contadino portatore di un altro tempo legato ai cicli della natura, ai riti e al sacro ciò che doveva essere spazzato dalla Rivoluzione Industriale.
Viviamo una società della sopravvivenza. Se la vita è mera sopravvivenza, se il corpo è mero substrato materiale assale la paura della sofferenza e della morte. Un particolare tipo di paura, diversa da quelle che hanno sempre contraddistinto la vita delle società tradizionali. Una paura così pervasiva da spingere le persone a rinunciare alla libertà pur di non doverla affrontare. Una Paura che diventa fobia e il potere crea ed alimenta una Paura irrazionale che viene continuamente alimentata dall’essere posti in uno stato di perenne confusione.
In tempi lontani si aveva paura degli animali selvatici, delle forze naturali o delle punizioni degli dei. La paura, il dolore, la malattia, la morte erano parte organica del mondo. Una visione spirituale della vita collocava l’individuo in una dimensione che gli permetteva di comprendere e accettare il dolore e la morte come parte essenziale per il ciclo della vita. L’individuo sentiva di far parte integrante di un destino più ampio, quello della sua famiglia, della sua comunità e della natura stessa in un eterno ciclo di vita-morte. In assenza di un destino collettivo la morte diventa intollerabile e l’essere umano muore solo. Non si è più padroni della propria vita, ma nemmeno della propria morte. Un tempo l’essere umano presiedeva alla sua morte, accompagnato dai suoi cari e dalla comunità, oggi si muore soli in un’asettica stanza di ospedale e il morente, intubato e monitorizzato, è espropriato della sua morte.
La morte medicalizzata è estromessa dai cicli della natura di cui un tempo l’essere umano ne aveva quotidiana esperienza: il ciclo seme-pianta-vita si collegava al ciclo della vita e della morte. L’anziana e l’anziano erano portatori di memorie, ma in una società che cancella la memoria non c’è spazio per chi ne è testimone. La società di oggi disprezza l’anziano, lo dimentica, lo cancella. Nell’ordine transumanista, in cui tutto deve corrispondere ai criteri di massima prestazione, funzionalità, rapidità e ottimizzazione, non c’è spazio per la vecchiaia, per la stanchezza, per la lentezza, per la fragilità. L’anziano diventa inutile, non più funzionale, ecco pronta l’eutanasia per 75enni in saluti “stanchi di vivere”. Una società che sopprime la vita per evitare la sofferenza, sopprime la voglia di vivere e alla vecchiaia non resta che la disperazione e la morte “per vita compiuta”.
La vita e la morte, così come il nascere e il morire, sono legati da un legame inestricabile e indissolubile. Il disconoscimento e la cancellazione della morte, negata, disumanizzata, digitalizzata segue la cancellazione della procreazione, della nascita, della vita.
La trasformazione della concezione del corpo è parte di quel processo che ha trasformato il rapporto con dolore e sofferenza. Un corpo considerato come una gabbia che imprigiona, come un limite da superare e nello stesso tempo considerato come valore supremo. Nient’altro che corpo. Svanisce l’Anima. Svanisce così anche il senso del sacrificarsi per un’Idea.

Se la vita è mera sopravvivenza la morte man mano viene rimossa dalla vita e la volontà di potenza transumana si spinge sempre più in là fino a volerla sconfiggere mettendo così in discussione l’essenza di ciò che vive e che muore e della stessa natura umana. Progressisti transumani rivendicano una libertà che rende l’individuo un atomo separato dalla famiglia, dalla comunità, separato dalla vita nascente nel grembo della madre, separato dal suo corpo sessuato, separato dalla sua stessa esistenza e in ultima istanza anche dalla sua morte. Separato ed espropriato. Tra i fini del transumanesimo l’estirpare il dolore, la sofferenza, la malattia, la morte. Ma la vita senza sofferenza e senza morte non sarà più una vita umana. Riaffermare l’idea della morte contro l’irrealtà, per collocarsi nel ritmo del tempo, tra quello che c’era prima di noi e quello che verrà dopo di noi. Chi non cessa di interrogarsi sulla morte, sulla finitudine, sulla sofferenza, sul destino, sulla vita intuisce l’invisibile che agisce sul mondo, pur non potendolo afferrare e comprendere viene pervaso dal suo mistero, ne percepisce il senso da cui trae forza, una forza che può diventare incorruttibile.
Il percepire la morte anche come senso della vita, leggendo Jünger: “Sulla strada di Mory avevo già sentito la mano della morte, ma questa volta essa stringeva più forte e più decisa. Mentre crollavo pesantemente sul fondo della trincea, ebbi la certezza di essere definitivamente perduto. Eppure, cosa strana, quel momento è stato uno dei rarissimi nei quali possa dire di essere stato davvero felice. Compresi in quell’attimo, come alla luce di un lampo, tutta la mia vita nella sua più intima essenza”.
Attorno a noi dilaga il deserto, un deserto del pensiero critico e un deserto di spirito. Jünger ci mette in guardia: “guai a chi non porta con sé, anche solo in un’unica cellula, quel tanto di sostanza originaria che assicura continuamente nuova fertilità”. Siamo di fronte all’ultimo uomo.
Un essere umano che ha paura della vita e della morte, che non solo è immerso nella cultura della morte e della cancellazione, ma questa è diventata la sua forma mentis, un essere umano che cerca solo ciò che sarà concepito come benessere e sicurezza, cullato dal comfort, che non vorrà più assumere nessun rischio, nessuno sforzo, nessun impegno duraturo, un essere umano che rigetta tutto ciò da cui deriva, che non ha scelto, che non ha desiderato, che rigetta valori, ideali, passioni, insegnamenti, eredità, un essere umano dissociato da se stesso, dal suo corpo sessuato, dal suo spirito, dalla sua anima, dissociato dalla realtà, non più in grado di provare orrore dinnanzi alla negazione transumana della vita, un essere umano radicalmente alienato, pervaso dalla forma-merce diventando esso stesso merce, scomponibile, predabile, sfruttabile, manipolabile, ingegnerizzabile, interscambiabile, un essere umano pervaso dal materialismo, dalla ragione strumentale, dall’utilitarismo e dal nichilismo che ha perso il senso Sacro, che non sa aprirsi al Mistero, a una dimensione Trascendentale, che non sa più riconoscere segni e significati altri, che ha perso memoria, origini, radici, passato, senza più una spinta verticale e senza più radicamento nella terra, un essere umano proteiforme, fluido, atomizzato, egoista, egocentrico, narcisista, insoddisfatto, instabile, ansioso, in cui tutto deve essere transitorio, mutevole, programmabile, artificiale, un essere umano senza quell’orizzonte di senso che dovrebbe costituire una comunità, un essere umano che non sa reggere il dolore e la sofferenza, un essere umano che non sa Amare, che non sa piangere, che non sa più essere Eroe…
Nel cammino delle lacrime, per divenire quegli uomini e quelle donne che in mezzo alle rovine sapranno stare in piedi. Essere Testimoni di un mondo altro in ogni ambito della propria vita, ma questo non è abbastanza, vitale è costruire percorsi nell’unione di spiriti liberi per resistere all’avanzata transumana, se no, un domani, non ci saranno più uomini e donne in grado anche solo di comprendere un’altra visione di mondo che non sia quella del mondo laboratorio e tutte le nostre parole, le nostre idee, i nostri principi, i nostri valori si perderanno come sabbia nel vento. Quando tutto viene stravolto bisogna avere punti saldi, non si deve perdere l’orientamento, è necessario riconoscere falsi critici e affabulatori del nulla per contrastare l’avanzata del mondo moderno che continua con nuove vesti e con molteplici sviluppi tecno-scientifici che penetrano in ogni dimensione. Da tracciare una linea di netta demarcazione e limiti etici invalicabili. Cedere è aprire uno spiraglio che diventa voragine. Stiamo arrivando all’ultimo stadio, dopo non ci sarà una rinascita, non ci sarà più l’essere umano, in gioco la sua stessa essenza, così come quella della natura e della vita.
Bibliografia principale:
Han B., La società senza dolore, Einaudi, 2021.
Nucci M., Le lacrime degli eroi, Einaudi, 2013.
Marletta G., Ferrante V., Odissea. La storia di tutte le storie, Xpublishing, 2024.
Jünger E., Sul dolore in Foglie e pietre, Adelphi, 1997.
Weil S., L’Illiade o il poema della forza, Asterios editore, 2012.
Note:
Silvia Guerini Frammenti di pensieri, speranza e lotta in L’Urlo della Terra, n.13, https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/frammenti-di-pensieri-speranza-e-lotta-silvia-guerini/
Per approfondimenti: Silvia Guerini, Dal corpo neutro al cyborg postumano. Riflessioni critiche all’ideologia gender, Asterios, 2023; Silvia Guerini e Costantino Ragusa, L’ideologia del tecno-mondo. Resistere alla mega macchina, Acro-pólis, 2024; Silvia Guerini, Costantino Ragusa (a cura di), AA.VV., I figli della macchina. Biotecnologie, eugenetica e riproduzione artificiale, Asterios editore, 2023.
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https://www.asterios.it/catalogo/dal-corpo-neutro-al-cyborg-postumano
https://www.asterios.it/catalogo/i-figli-della-macchina