Berlinguer e Spinelli: l’Europa sognata dall’eurocomunismo italiano

 

Nell’Italia degli anni ’70 nasce il progetto di articolare comunismo e federalismo attraverso la volontà di rendere l’Europa una forza indipendente dai due schieramenti della Guerra Fredda, incline a rimettere in discussione la cortina di ferro ideologica. L’attuale situazione dell’Europa potrebbe far ipotizzare un simile incontro tra forze in grado di controbilanciare le tendenze più conservatrici.



 

L’uscita in Italia, poi in Francia, del film di Andrea Segre, Berlinguer. La grande ambizione, e i dibattiti che suscita, riportano l’attenzione sul progetto “eurocomunista”, di cui Berlinguer era sia il teorico che il principale promotore. In contrappunto a questo evento, riprendo qui – con alcune modifiche – l’essenziale della prefazione che avevo redatto nel 2023 per una raccolta di scritti, corrispondenze e commenti[1] il cui pezzo forte documenta la collaborazione tra il segretario generale del Partito Comunista Italiano e Altiero Spinelli, una delle grandi figure del federalismo europeo [2]. Il mio intento è sia quello di completare l’interpretazione del progetto eurocomunista includendo la sua dimensione propriamente europea (troppo spesso trascurata a favore di considerazioni sulla politica interna italiana e sulle tensioni interne al «movimento comunista internazionale», che senza questa dimensione rimarrebbero comunque incomprensibili), sia quello di suggerire che questa storia, pur appartenendo a una congiuntura completamente diversa, contenga utili lezioni per orientarci nella fase critica che attraversa oggi la cosiddetta «costruzione europea».

Queste due prospettive sono reciproche. L’emergere di una nuova figura del comunismo di partito nel periodo della sua crisi finale, distinta sia dall’orientamento sovietico che da quello cinese, e in grado di sventare le logiche dei «campi» geopolitici, è stata possibile solo perché la costruzione europea appariva, almeno ad alcuni dei suoi promotori, portatrice di un’alternativa federale allo «statismo di mercato[3]». Al contrario, il superamento del regime tecnocratico «liberale-nazionalista» che oggi governa l’Europa e genera il blocco delle sue istituzioni politiche, paese per paese, è immaginabile solo nella misura in cui un progetto transnazionale di democrazia partecipativa, ecologica e sociale possa ritrovare sostanza e credibilità. Il fatto che queste due prospettive siano profondamente aporetiche nel mondo di Trump, Xi Jin Ping e Putin, dove Emmanuel Macron appare come un apprendista stregone geopolitico e Ursula Von der Leyen come una «piccola telegrafista» del capitale finanziario, non deve impedirci di riflettere e di cercare sostegno. Un ritorno critico sulle ipotesi del recente passato non sostituisce una soluzione, ma può far parte della memoria politica indispensabile.

La pubblicazione (in spagnolo) di una raccolta di scritti in cui Enrico Berlinguer, segretario generale del PCI dal 1972 fino alla sua morte nel 1984, analizza la situazione politica in Europa e discute le prospettive della costruzione europea, accompagnata da testimonianze, studi approfonditi dello storico Alexander Höbel[4] e completata da sostanziali estratti degli interventi di Altiero Spinelli sulla politica dei comunisti italiani nel periodo della sua alleanza elettorale con loro, costituisce una felice iniziativa. Vorrei cogliere questa occasione per riflettere su alcuni dei problemi che, nonostante l’enorme differenza delle condizioni storiche, giustificano il nostro interesse per le iniziative e le interrogazioni di quel periodo, ormai lontano mezzo secolo, ma di cui i militanti della mia generazione conservano un vivo ricordo.

Si sarebbe potuto pensare che la posta in gioco di una tale pubblicazione fosse di natura puramente storiografica e archivistica. Ma il conflitto che in questo momento oppone l’Ucraina alla Russia, che sta nuovamente immergendo l’intero continente in una belligeranza «calda», con tutte le sue conseguenze prevedibili o imprevedibili, ne sottolinea l’attualità, rivelando che la ”guerra civile europea” che ha occupato tutto il secolo scorso continua a infuriare oggi, al di là delle sospensioni delle armi e degli spostamenti dei confini, anche se i suoi fattori: nazioni, classi, ideologie, regimi, non hanno smesso di riconfigurarsi. Tutto sembra infatti indicare che il confronto tra Est e Ovest, che tiene in ostaggio i popoli d’Europa e in particolare quelli della sua regione «centrale» (Mitteleuropa), stia tornando agli estremi: ciò che durante la Guerra Fredda abbiamo sempre temuto, ma che era stato costantemente respinto.

Tuttavia, questo nuovo episodio ha un contenuto sociale e una posta in gioco politica piuttosto diversi da quelli di ieri. Non sarà quindi inutile, in questa congiuntura critica, riesaminare nel presente quali fossero stati i termini del dibattito politico degli anni ’70, e in particolare il modo in cui essi articolavano scelte antagoniste di regimi sociali e politici in ciascun paese con opzioni aperte per la trasformazione dell’Europa in un sistema di nazioni e Stati solidali – entrambe le questioni dipendono ovviamente dagli «equilibri» del sistema mondiale in fase di globalizzazione. Questa storia contiene lezioni che non sono state ancora pienamente apprese.

Autocritica

È tuttavia necessario precisare onestamente due punti che relativizzano o sovradeterminano la portata delle prossime speculazioni. Essendo stato membro del PCF dal 1961 al 1981 e avendo sempre continuato a rivendicare questa «idea», sono io stesso un comunista degli anni in questione. Ma, nonostante gli stretti legami che ho intrattenuto con compagni italiani di diverse generazioni e orientamenti, e dell’importanza che ho sempre attribuito alla dimensione internazionale dell’impegno comunista, non ho avuto un’esperienza diretta della politica italiana e delle sue vicissitudini (alcune delle quali, come sappiamo, sono state drammatiche) . Ciò potrebbe aver generato una comprensione distorta di ciò a cui mirava il progetto «eurocomunista», poiché lo percepivo inizialmente nella versione proposta dal PCF, molto diversa da quella difesa dal PCI e teorizzata dal suo segretario generale: una versione «alla francese» profondamente ambivalente e persino improntata alla doppiezza a livello dei suoi dirigenti (tornerò su questo punto più avanti) . Certamente, la lettura o rilettura dei documenti contenuti nell’antologia citata in precedenza mi porta a correggere molti dei miei giudizi di allora. A ciò si aggiunge il fatto che, nei dibattiti dell’epoca, mi trovavo piuttosto nel campo degli avversari dell’eurocomunismo, e quindi portato a enfatizzare le obiezioni che si potevano muovere contro di esso, anche se in fondo condividevo molte delle sue motivazioni e persino dei suoi obiettivi.

Ciò era dovuto in primo luogo alla mia stretta collaborazione con Louis Althusser, che cercava di prendere le distanze sia dalle posizioni della direzione del PCF sia dalla «linea italiana», attraverso i suoi interventi sulla «dittatura del proletariato» e sul «passaggio pacifico al socialismo», in cui si poteva cogliere una confutazione indiretta ma in realtà trasparente dell’eurocomunismo [5]. Ciò era dovuto anche alla simpatia che (come Althusser e altri, tra cui, in Spagna, Fernando Claudin, storico «rivale» di Santiago Carrillo e grande storico del movimento comunista internazionale) provavo per le posizioni difese dal collettivo «dissidente» Il Manifesto, formatosi attorno a Rossana Rossanda e Lucio Magri, in particolare per il loro tentativo di articolare una «critica di sinistra» del comunismo storico, superando la separazione tra il mondo socialista e quello capitalista, con una strategia essenzialmente «non parlamentare» di conquista del potere, invertendo in qualche modo le priorità tattiche dei partiti comunisti istituzionali[6].

Non rinnego nessuna delle posizioni che ho adottato o difeso in quel periodo, ma sono portato a modificarne o ribaltarne molte, sotto l’effetto della storia che abbiamo vissuto da allora e delle mie riflessioni autocritiche su punti fondamentali. Questo non mi rende un «eurocomunista retrospettivo», cosa che non avrebbe alcun senso, ma mi porta certamente a distinguere tra diversi modi di criticarlo, nonché a rivalutarne aspetti la cui importanza non mi era allora apparsa chiaramente.

Vorrei sottolineare in particolare il cambiamento che mi è stato imposto riguardo al modo in cui si articolano le dimensioni nazionali e internazionali della questione del passaggio al socialismo (o, come direi oggi, della «transizione socialista»: un processo di trasformazione aleatorio concepito nel presente piuttosto che come un «percorso» più o meno rettilineo che conduce per tappe a un modo di produzione futuro[7]). . I dibattiti degli anni ’70 seguivano le insurrezioni del ’68 (in particolare la «primavera di Praga» e la sua repressione). In Francia come in Italia (e in tutta Europa) si sviluppavano sullo sfondo delle controversie relative alla natura e all’evoluzione dei regimi «socialisti reali», a cominciare dall’URSS «post-rivoluzionaria». Si trattava di capire quali lezioni storiche e conseguenze pratiche se ne potessero trarre nella concezione di un’alternativa al capitalismo. Erano legati anche alle valutazioni e alle anticipazioni degli effetti della «distensione» tra l’Est (il blocco sovietico a cui si collegavano, anche con serie divergenze, tutti i partiti comunisti tranne quello cinese) e l’Occidente (il campo dei regimi capitalisti «liberali», globalmente sottomessi all’egemonia degli Stati Uniti), senza dimenticare l’esterno incontrollabile costituito dal «Terzo mondo» non allineato, che non era ancora chiamato «Sud ».

In questo insieme interdipendente offerto alla riflessione persisteva tuttavia una sorta di divisione discorsiva tra due tipi di questioni: alcune, apparentemente più politiche, riguardanti i rapporti di forza e i giochi strategici tra i campi (con le loro svolte, come la «crisi dei missili» di Cuba, le fluttuazioni del prestigio dei due avversari dopo la repressione delle insurrezioni di Berlino, di Varsavia, Budapest e Praga, o, al contrario, i crimini di massa e l’esito finale della guerra del Vietnam, i colpi di Stato fomentati in America Latina dalla CIA, ecc.); altri, più teorici, che discutono in generale delle modalità di presa del potere e del suo esercizio da parte della classe rivoluzionaria e dei suoi «alleati», nella prospettiva di una transizione il cui significato era stato definito dai classici del marxismo e le cui modalità sarebbero dipese dallo «stadio raggiunto dal capitalismo».

Europa, luogo di trasformazione politica

In queste condizioni, l’Europa, in quanto «grande spazio» configurato dalla storia delle sue nazioni e dei suoi popoli, dalle sue lacerazioni interne e dall’effetto di ritorno dell’espansione coloniale sulla sua civiltà, appariva piuttosto come un quadro contingente che come una sfida fondamentale. Un’impressione che veniva, certamente periodicamente scossa da eventi clamorosi in tutto il continente, come le insurrezioni popolari nello spazio del «socialismo reale» o la caduta delle dittature del bacino del Mediterraneo, ma che era sottesa dal privilegio accordato al quadro nazionale, in quanto terreno di organizzazione del movimento operaio e del suo confronto con lo Stato, verso il quale – forse paradossalmente – convergevano sia il modello di costruzione del «socialismo in un solo paese» ereditato dallo stalinismo, sia la rivendicazione «policentrica» delle vie nazionali formulata da Togliatti nel suo «testamento» del 1964[8]. Ma ecco che il significativo montaggio operato dagli editori a partire dai discorsi di Berlinguer ci obbliga a rivedere tutto da un altro punto di vista, effettuando una vera e propria conversione dello sguardo. Non solo il problema della formazione o della costruzione europea, dei suoi obiettivi, dei suoi progressi e dei suoi blocchi, diventa (o torna a essere) una sfida importante per la riflessione, in grado di «fondere» le dimensioni strategiche o geopolitiche immediate e la prospettiva rivoluzionaria a lungo termine, ma diventa chiaro che l’Europa in quanto tale, nella sua materialità, nella sua storicità e nelle sue potenzialità come nei suoi vicoli ciechi, è il vero luogo della trasformazione politica, di cui le configurazioni di potere e le forze sociali nazionali sono solo componenti.

Allo stesso tempo, il centro di interesse della lettura si inverte: non si tratta tanto di sapere se (negli anni in cui, come oggi sappiamo, si stava preparando un cambiamento delle basi e degli obiettivi della Comunità europea, che il crollo del «sistema socialista» avrebbe accelerato dopo il 1989) l’eurocomunismo abbia avuto una propria politica europea, quanto piuttosto se e come abbia contribuito a determinarne il corso, o almeno abbia tentato di farlo. Il significato stesso del nome «eurocomunismo»[9] si trasforma allora: non l’idea di comunismo così come la propongono e vorrebbero attuarla i partiti comunisti insediati in Europa, con i loro militanti e i loro elettori che sono cittadini europei, ma l’idea di un comunismo di cui la federazione europea costituirebbe uno degli obiettivi intrinseci (da cui la convergenza con Spinelli) e che, in cambio, farebbe dei progressi del federalismo europeo una delle sue tendenze portanti. Tra un’«Europa» così unificata secondo una nuova formula istituzionale, postnazionale se non poststatale, e un «comunismo» riformato o rifondato, dobbiamo quindi pensare a una coappartenenza, di cui l’eurocomunismo sarebbe stato il motore, o l’ipotesi, o comunque il sintomo.

Ma qui sorge una difficoltà. Ho parlato prima delle posizioni di Berlinguer, poi dell’eurocomunismo in senso lato, e del loro rapporto con l’Europa come quadro storico o come problema politico, ma era solo un modo per rimandare la questione dell’interpretazione che un lettore di oggi non mancherà di porsi leggendo un’antologia i cui elementi sono tutti testi pubblici, e persino discorsi: chi parla esattamente in questi testi, o meglio chi li scrive? Si tratta di un singolo individuo, un leader alla ricerca delle proprie ipotesi politiche che cerca di condividerle con compagni e partner (come un tempo Lenin, Trotsky, Rosa Luxemburg), o del semplice portavoce di un’istituzione, o addirittura di un apparato che cerca di adeguare la propria tattica a una congiuntura mutevole? La questione mi sembra cruciale e imbarazzante al tempo stesso.

È difficile negare che Berlinguer (che Mario Tronti salutava poco prima della sua scomparsa come «l’ultimo politico di grande levatura della tradizione comunista italiana») si sia fortemente identificato con il progetto dichiarato in questi testi ufficiali di un «comunismo a misura d’Europa», che costituiva una rivisitazione originale della sua storia (o addirittura della sua «tradizione» emancipatoria[10]), e che vi avesse investito una soggettività sia personale che politica. Non si può certo dire lo stesso di tutti i leader formati sul modello del Komintern… Tuttavia, l’espressione che si ritrova nei testi che ha lasciato appare spesso, bisogna dirlo, stereotipata, prudente, allusiva, lacunosa. Ci si può chiedere perché ci sia questo costante divario tra l’audacia dell’intenzione, leggibile tra le righe, e la rigidità dell’espressione, sorprendente anche se si tiene presente il linguaggio burocratico in cui si dibattevano le alternative interne al marxismo di quell’epoca, al quale non sfuggirono nemmeno i suoi migliori rappresentanti.

Piuttosto che invocare un machiavellismo da manuale scolastico, proporrei di ricondurre la contraddizione (a mio avviso ben reale) tra forma e contenuto al fatto che il progetto di Berlinguer, nella posizione che occupava come erede di una storia traumatica, ossessiva ma anche in parte rimosso, non è semplicemente quello di presentare (e rappresentare) un’idea o una «linea» da discutere, ma di coinvolgere con sé l’intero «partito» – il che significa non solo il PCI come organizzazione nazionale, con i suoi militanti di diverse generazioni e la massa dei suoi simpatizzanti, ma anche quell’internazionale alternativa, ricostituita, che avrebbero formato i «comunisti europei», a cominciare da quelli di Francia e Spagna – in una triplice impresa esorbitante, la cui enunciazione diretta sarebbe apparsa o come una provocazione o come un’illusione: costruire un’«egemonia» politico-culturale alternativa in Italia, facendo rivivere gli orientamenti della resistenza antifascista e incarnando una nuova via verso il socialismo; far emergere in Europa e per l’Europa un «blocco storico» di sinistra, riformatore, articolato con i movimenti di massa (in particolare il sindacalismo operaio), di fronte al suo apparato dirigente tecnocratico, liberale e conservatore; infine e soprattutto, fare dell’Europa una forza geopolitica indipendente dai due schieramenti della Guerra Fredda e in grado di superare il conflitto dall’interno.

È senza dubbio a questo punto che la convergenza limitata, al tempo stesso reale e sempre conflittuale, diventa molto illuminante sul piano istituzionale e su quello dello «stile». Altiero Spinelli (commissario europeo dal 1970 al 1975, ma anche ex comunista rimasto legato ad alcuni dirigenti del PCI dopo la sua espulsione nel 1937 a causa di divergenze con la strategia del Komintern) rappresenta certamente una politica diversa da quella dei comunisti: tuttavia il suo progetto «federalista» ha incrociato sufficientemente quello di Berlinguer e dell’eurocomunismo, in cui ha visto, almeno per un certo periodo, una delle forze politiche in grado di modificare il corso della costruzione europea, tanto da prevedere un’azione comune con lui nel lungo periodo.

Meno di una fusione o di un’identificazione, in cui la differenza tra comunismo e federalismo si sarebbe dissolta, ma molto più di uno scambio di favori e di una tattica di reciproco utilizzo, questa alleanza non escludeva evidentemente secondi fini, ma comportava un elemento di fiducia reciproca e di speranza condivisa che è molto evidente, anche nella polemica. Da qui la funzione rivelatrice che la «sintesi disgiuntiva» dei discorsi molto diversi di Berlinguer e Spinelli svolge per mettere in evidenza i nodi problematici dell’ipotesi eurocomunista e farne emergere l’attualità persistente, che può essere schematicamente illustrata in tre punti.

Rifare l’Europa per salvare l’Italia

Il primo riguarda ciò che si potrebbe chiamare, riprendendo una famosa formula di Fredric Jameson, la mediazione europea che svanisce nella situazione di guerra indefinitamente rinviata (con alcuni episodi di «escalation») che caratterizza le relazioni internazionali della seconda metà del XX secolo[11]. È ovviamente questa dimensione che, in questo momento, susciterà interessanti confronti, tenendo conto delle differenze. Tutti questi testi degli anni ’70, e la stessa prospettiva dell’eurocomunismo, sono sospesi all’ipotesi che la Guerra Fredda, concepita da entrambe le parti come uno scontro tra due campi o addirittura due mondi, alimentata da una rivalità estesa a tutto il pianeta e inscritta dall’armamento nucleare in una logica “sterminatrice[12] », ma entrata in una fase di «distensione» dopo la risoluzione della crisi dei missili nel 1962, potesse evolvere irreversibilmente, non solo verso una «coesistenza pacifica», ma verso un ordine internazionale che comprendesse regole e interessi comuni.

L’Europa, che dal 1945 è ostaggio dello scontro tra i blocchi, con conseguente divisione (compresa quella della nazione tedesca in due Stati violentemente ostili) e subordinazione alle sovranità imperiali, potrebbe allora uscire dal doppio vincolo che le impone il suo ruolo di ausiliaria in un conflitto planetario, mentre cerca di inventare per sé una forma politica autonoma, superando gli antagonismi nazionali. In cambio, attraverso un «circolo virtuoso» che, come è evidente, costituisce la speranza e la scommessa comune di Berlinguer e Spinelli, questa Europa, di cui almeno una parte si fonderebbe in una struttura federale aperta, costituirebbe di per sé un potente fattore e attore di distensione[13] .

Questa funzione di «terza forza» o di terzo partito sarebbe tanto più efficace se esercitata in alleanza con le forze progressiste del terzo mondo, alla ricerca di una «via di sviluppo» autonoma e, proprio per questo motivo, sede di violenti scontri tra diverse concezioni del mondo e diverse «proiezioni» imperiali. È evidente che per Berlinguer, erede anche in questo di una tradizione comunista italiana di scambi con i movimenti anticolonialisti (in particolare il FLN algerino), vicina anche alle posizioni della Federazione jugoslava e di Tito, questa congiunzione che «decentra» la prospettiva europea (o cerca di epurarla dal suo eurocentrismo) era una componente essenziale del progetto.

Apriamo qui una parentesi personale. Ancora una volta si manifesta l’importanza di collocare le nostre percezioni della realtà storica tenendo conto delle differenze geografiche – anche se apparentemente minime come quelle che separano la situazione francese (dove mi trovavo) da quella italiana (dove l’eurocomunismo ha trovato nella voce di Berlinguer la sua formulazione più avanzata). Non è che all’epoca fossi insensibile alla dimensione tragica della politica italiana che affiora nel suo discorso (contemporaneo agli “anni di piombo” della penisola), ma è certo che da questa parte delle Alpi non sentivamo allo stesso modo l’urgenza esistenziale che rivestiva per i comunisti italiani l’imperativo di uscire dalla guerra fredda e di farne uscire l’Europa: perché la posta in gioco per loro non era solo il rischio nucleare o la risposta alla crisi economica, ma il modo in cui l’incorporazione nel dispositivo politico-militare americano aveva assoggettato e corrotto la politica e la società italiane (non solo attraverso il «sostegno» fornito da Washington ai governi di destra e di centro-destra che si sono succeduti a Roma, ma anche attraverso l’uso occulto della mafia, e persino del Vaticano, e la penetrazione dei servizi segreti americani in tutti gli ingranaggi dello Stato e, in particolare, nella polizia e nell’esercito).

Da questo punto di vista, gli spagnoli che uscivano dal franchismo o i greci che avevano subito la dittatura militare dovevano essere molto più ricettivi, ma l’esperienza italiana rimane unica. Aggiungiamo che, in virtù della spartizione di Yalta, l’URSS ha sempre segretamente sostenuto in Europa la direttiva del Dipartimento di Stato americano contro la quale Berlinguer immaginerà il «compromesso storico»: nessuna partecipazione comunista nei governi occidentali, il che garantiva in cambio il non intervento occidentale nelle rivoluzioni democratiche dell’Est (nel 1956 e nel 1968, poi nel 1981), ma ha anche costituito il terreno fertile per lo sviluppo del terrorismo e dell’antiterrorismo[14]. La mia sensazione è quindi che Berlinguer non abbia voluto solo, attraverso l’eurocomunismo, fare (o rifare) l’Europa in un certo modo, ma anche salvare l’Italia, altro terreno di incontro con Spinelli ispirato da Machiavelli. È necessario tenere presente questa preoccupazione e questo senso di urgenza quando si cerca di distribuire le valutazioni nell’inesorabile controversia che oppone il PCI all’estrema sinistra «autonomista» italiana, al di là persino della questione del terrorismo.

Superare la scissione del socialismo europeo

Il che mi porta al mio secondo punto: affinché l’Europa avanzi verso una costruzione sovranazionale che coinvolga non solo gli Stati rappresentati dai loro governi, ma anche i popoli che esprimono le loro esigenze attraverso una rappresentanza federale «di secondo ordine» (che affianca il sistema costituzionale interno di ciascuno Stato) e i movimenti sociali che animano quella che potremmo chiamare, riprendendo e modificando Habermas, una «sfera pubblica popolare transnazionale[15]». Berlinguer e Spinelli hanno senza dubbio riposto le loro speranze nell’emergere di una nuova alleanza socialista a livello europeo, che includesse sia i partiti socialdemocratici riorientati «a sinistra » (all’indomani di lunghi anni di alternanza o cooperazione con la democrazia cristiana in un contesto atlantico e riformista) e i partiti comunisti «di massa» emancipati dalla tutela sovietica. Credevano di vederne le premesse nelle evoluzioni delle socialdemocrazie dell’Europa settentrionale, sotto l’impulso di leader “neo-keynesiani” come Olof Palme e Willy Brandt, e di alcune tendenze all’interno dell’Internazionale Socialista (Bruno Kreisky), che andavano nella direzione di un avvicinamento al Terzomondismo e alla “neutralità” europea [16].

Si profilava così una grande alleanza, la cui condizione di possibilità risiedeva in una diagnosi comune della crisi del capitalismo liberale sotto l’egemonia americana (che si potrebbe riassumere nel trittico: “fordismo” economico, monopolio finanziario del dollaro, interventismo militare ai confini dell’Impero): il suo obiettivo strategico consisteva nell’opporsi al neoliberismo nascente (che sfruttava la crisi per smantellare le politiche sociali e, più in generale, per porre fine a ciò che altrove ho definito “lo Stato nazionale-sociale[17] », non una regressione o una restrizione, ma una progressione e un’estensione dei diritti sociali e della regolamentazione pubblica dell’economia (il che significa, in parole povere: del capitale). Il profondo significato morale (sottinteso, nel discorso di Berlinguer, da frequenti riferimenti allo spirito della Resistenza antifascista) non era altro che l’idea di «superare» o andare oltre, attraverso un’invenzione comune, la grande «scissione» secolare del movimento operaio europeo tra l’idea della riforma sociale basata sul compromesso parlamentare e l’uso dello Stato, e quella della lotta di classe come motore dello sviluppo della società, cristallizzata dallo scontro del 1914 sulla «difesa nazionale» e dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, poi reinserita (e codificata) nel sistema dei «campi» dal rapporto di forze stabilito alla fine della seconda guerra mondiale. La formula tanto vituperata di Édouard Bernstein: «Il fine non è nulla, il movimento è tutto» deve unirsi a quella di Karl Marx: «Il comunismo non è per noi né uno Stato che deve essere creato, né un ideale al quale la realtà dovrà adeguarsi. Noi chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente[18] ».

Non bisogna però nascondersi – e questo era il senso delle controversie suscitate all’epoca tra gli stessi marxisti e comunisti da nozioni come quella di «partito di governo» e di «terza via» tra parlamentarismo e dittatura del proletariato – che un tale progetto (per non dire un tale programma) doveva apparire, per forza di cose e per abitudine di pensiero, all’interno della tradizione marxista (almeno così come era «codificata» nella sua versione leninista, anche tra intellettuali critici come noi volevamo essere) piuttosto come l’inizio di un processo di socialdemocratizzazione del comunismo che come un movimento di radicalizzazione o di «sinistrizzazione» della socialdemocrazia… E l’inserimento del progetto nell’orizzonte del federalismo europeo non era tale da dissipare questa ambiguità, ma poteva contribuire ad aggravarla, tenuto conto del vincolo istituzionale e politico che rappresentava per tutti i cittadini europei, e in particolare per quelli delle classi «subalterne», l’Europa comunitaria nella sua forma reale, tecnocratica e liberale.

Solo tre osservazioni su questo punto:

In primo luogo, il modo in cui le posizioni si sono cristallizzate all’epoca è seriamente distorto dal fatto che i partiti comunisti (sia in Francia che in Italia) praticavano ampiamente (e non sempre senza efficacia) una politica riformista rivestita di un linguaggio rivoluzionario (che era in parte indispensabile alla mobilitazione di classe e alla creazione di un rapporto di forza con lo Stato e il padronato, ciò che in linguaggio machiavellico è stato definito «funzione tribunicia», ma che a lungo termine comportava anche effetti di corruzione e demoralizzazione)[19] . Di conseguenza, la rivendicazione «gramsciana» di una strategia di guerra di posizione poteva essere recepita sia come una legittimazione del riformismo, adeguando il linguaggio alla pratica reale, sia come un tentativo di uscire dall’ambiguità e ripensare la prospettiva rivoluzionaria… Ma come decidere in anticipo tra le due interpretazioni? Qui non sono principalmente le parole che contano. Sono le azioni e i rapporti di forza.

In secondo luogo, l’eurocomunismo – soprattutto nella sua presentazione da parte di Berlinguer – comportava chiaramente la speranza di una sovversione del confine tra le due «Europe», mettendo in discussione la cortina di ferro ideologica, se non la differenza dei regimi politici: la «Primavera di Praga», avviata dal comunista Alexandre Dubcek prima di essere schiacciato dai carri armati russi, è una delle fonti di ispirazione dell’eurocomunismo che, a sua volta, è stato considerato dai dissidenti dell’Est come un potenziale punto di appoggio per una riforma democratica del «socialismo reale», di cui troveremo ancora eco in Gorbaciov in stretto legame con la sua proposta di una «casa comune europea». In una prospettiva (pan)europea e al tempo stesso democratica, questa prospettiva di riunificazione che riguarda la grande Europa (cioè che include la Russia) e che dà il primo ruolo all’iniziativa dei cittadini, di cui oggi bisogna riconoscere che non era all’altezza degli ”equilibri” geopolitici (e della loro progressiva destabilizzazione), conserva comunque un significato di principio, proprio come idea di alternativa alle logiche dei « campi[20] ».

Dalla terza via alla terza fase

Ma la cosa più importante, e al tempo stesso più ipotetica, è il modo in cui Berlinguer ha cercato di spostare la questione della «terza via» (che rimanda a una lunga storia nei dibattiti del movimento operaio) [21] sostituendola con una problematica della terza fase della storia delle rivoluzioni del XX secolo che avrebbe dovuto innescare l’iniziativa eurocomunista, le prime due fasi essendo costituite rispettivamente dalla fondazione dell’URSS dopo la rivoluzione d’Ottobre e dall’estensione del «campo socialista» all’indomani della seconda guerra mondiale. Si trattava ovviamente di una provocazione nei confronti del PC sovietico e dei suoi satelliti, che fu loro sbattuta in faccia durante il confronto di Berlino nel 1976, poiché i sovietici consideravano insuperabile il proprio scenario di conquista e utilizzo del potere, che il movimento comunista internazionale aveva trasformato in un dogma e in un mito. Ma questa provocazione coinvolge tutta la rappresentazione delle tendenze storiche generate dal conflitto di lunga durata tra il sistema capitalista e le sue alternative interne o esterne, di cui lo scontro tra i «campi» della Guerra Fredda costituisce solo un episodio e, per certi aspetti, una maschera. La strategia del comunismo (Althusser) deve quindi scegliere tra la ripetizione e l’innovazione.

Ma è anche il luogo dei più grandi equivoci, che la prudenza oratoria di Berlinguer non contribuisce a dissipare. Da un lato, infatti, l’idea di una terza fase comporta sia un elemento di continuità, che si traduce nella rivendicazione dell’eredità di ottobre[22] (o nell’insistenza sull’idea che nella Guerra fredda il blocco sovietico abbia rappresentato in ultima istanza il campo della pace) e elementi di rottura che mettono in discussione l’idea di una forza rivoluzionaria organizzata esclusivamente dirigente, incarnata in pratica dal partito unico di tipo leninista (da cui l’importanza nevralgica del concetto di «pluralismo» utilizzato da Berlinguer al XXV Congresso del PCUS, alla presenza di Breznev e Suslov). D’altra parte, sul versante mondiale della questione, i testi presentati da Marcelo Belotti colpiscono per il pesante silenzio che osservano sulla scissione sino-sovietica e sulla politica maoista, che era invece l’ossessione dei comunisti di ogni orientamento in quel periodo, mentre anche la «rivoluzione culturale» si presentava come un’apertura e l’idea di una terza fase nella storia del comunismo (il che contesta la grande narrazione eurocomunista opponendone un’altra, ma dimostra anche che la questione di questa rottura o di questo rilancio era effettivamente all’ordine del giorno).

Al momento della morte di Mao nel 1976 (sempre la stessa data cruciale) la sua eredità non è ancora stata liquidata. Il grande silenzio di Berlinguer può quindi essere interpretato come l’indicazione che, nonostante la sua divergenza con i sovietici, egli aveva sempre in comune con loro il rifiuto dello stesso avversario, ma anche come sintomo del fatto che l’idea della terza fase comportava un’incertezza interna, suscettibile di appesantire il modo in cui concepisce la «convergenza» tra la rivoluzione europea e i movimenti antimperialisti extraeuropei che hanno una loro idea della rivoluzione (e della «rivoluzione nella rivoluzione»).

Tutto ciò non minimizza, ma al contrario accentua la pertinenza della questione che l’idea di una nuova fase rivoluzionaria nel contesto europeo porta a porsi (senza che, va detto, i testi «ufficiali» presentati dagli storici e dagli editori consentano davvero di elaborarla): in che modo il rinnovamento, o addirittura l’esplosione delle lotte operaie e di altri movimenti sociali intrinsecamente «anticapitalisti» nelle nazioni occidentali, che coinvolgono una nuova generazione militante (quella che ha «fatto il ’68 o lo ha continuato in ogni paese in modo diverso), e l’internazionalizzazione degli obiettivi e delle forme di organizzazione di queste lotte, possono essere considerati come le due facce dello stesso problema? Va anche detto che su questo punto, sia da parte dei difensori della «forma partito», sia da parte di coloro che la consideravano obsoleta o pervertita (e la maggior parte dei quali all’epoca erano avversari dell’eurocomunismo, percepito come una costruzione di apparato e un «compromesso» con il sistema), non è stata realmente apportata alcuna soluzione a questa aporia.

Genio del male

Cerchiamo quindi di elencare, senza pretese di esaustività, le contraddizioni interne al progetto, così come emergono dalla lettura dei testi oggi ripubblicati (con il vantaggio sempre un po’ dubbio della proiezione retrospettiva dei «risultati» sulle «intenzioni»), e che possono spiegare perché esso sia fallito.

In primo luogo, c’è il fatto evidente che il rapporto di forze mondiali e le tendenze di trasformazione del capitalismo non erano quelli che Berlinguer credeva (e su cui pensava di poter contare). La debacle del Vietnam aveva prodotto su questo punto un effetto di illusione ampiamente condiviso da tutti i «movimenti antisistemici» del mondo[23], che l’avevano interpretata come l’inizio della fine dell’ordine americano, in linea con l’entusiasmo e le speranze suscitate dalla lotta dei vietnamiti. Tuttavia, già prima della fine di quella guerra, il segretario di Stato americano Henry Kissinger, artefice della controrivoluzione su scala mondiale, aveva messo in atto una controstrategia, consistente in particolare nell’allearsi con una metà del campo comunista contro l’altra (Pechino contro Mosca), che avrebbe determinato l’intero significato del periodo successivo. Lo stesso valeva per la «crisi del dollaro», accompagnata dallo «shock petrolifero», che portò alle decisioni del 1971 e del 1973 che posero fine al sistema di Bretton Woods e che il Tesoro americano sfruttò per ricostituire su basi più vantaggiose il dominio delle istituzioni finanziarie americane. L’imperialismo non era alla fine, si stava riorganizzando e riarmando.

In secondo luogo, c’è il fatto che l’eurocomunismo era paradossalmente sia antagonista del modello sovietico sia incapace di liberarsi da ogni solidarietà, quindi da ogni dipendenza dall’URSS e dalle organizzazioni o forze militanti ad essa legate. Le ragioni qui sono molto complesse, perché includono non solo la presa di posizione contro la via cinese, ma anche la necessità di non urtare il senso comune dei militanti dando loro la sensazione che si voglia far loro «cambiare campo» (problema particolarmente acuto nel caso del movimento comunista francese, ma molto reale anche in Italia). E soprattutto, mi sembra, la speranza di lavorare a una riunificazione dell’Europa (che includesse o meno la stessa URSS) che non si sarebbe realizzata (come invece avverrà dopo il 1989) attraverso la generalizzazione del capitalismo di mercato, ma attraverso la convergenza dei «riformatori» nei partiti comunisti occidentali e nelle «democrazie popolari (da cui la necessità di possedere un linguaggio comune con i loro leader). Ma la realtà, simmetrica all’offensiva americana nel mondo che in seguito sarebbe stata chiamata «neoliberismo», fu lo schiacciamento dei riformatori comunisti, la «brezneviana» restalinizzazione del sistema sovietico e la sepoltura dello spirito di Helsinki a favore di una nuova corsa agli armamenti… Più che mai, «Europa» significava solo «piccola Europa» capitalista.

In terzo luogo, in modo certamente legato ai processi precedenti, la strategia di ricomposizione della sinistra (quella che potremmo chiamare l’ipotesi Brandt-Berlinguer-Spinelli) fallì o fu abbastanza rapidamente snaturata. Anche in questo caso, naturalmente, le ragioni sono molteplici, tra cui le tattiche di dominio e le rivalità di apparato all’interno del processo elettorale e del gioco parlamentare, e persino le rivoluzioni di palazzo che hanno eliminato i leader socialisti «unitaristi» a favore di concorrenti «di destra» più strettamente legati alla classe manageriale del nuovo capitalismo (come Helmut Schmidt, Bettino Craxi e Jacques Delors) e che lo stesso Brandt coprì come presidente dell’Internazionale Socialista fino alla sua morte.

Ma il nocciolo del problema è costituito da due fenomeni che agiscono insieme per destabilizzare le forme classiche di organizzazione dei conflitti sociali, da cui l’eurocomunismo dipende strettamente: la violenza del processo di decomposizione del mondo operaio (e della «controsocietà» che si era formata attorno ad esso, sotto l’effetto combinato dell’industrializzazione e delle solidarietà di classe), generato dal neoliberismo nascente; e l’entrata in crisi (dopo gli anni ’60) della forma partito, o più in generale delle forme di organizzazione politica «democraticamente» centralizzate, sempre meno capaci di ispirare e federare le mobilitazioni di massa. In un momento in cui la strategia capitalista di uscita dalla crisi genera nuove polarizzazioni, che rivoluzionano la divisione sociale del lavoro e i modi di consumo, spostano le linee di demarcazione professionali e acuiscono le contraddizioni dell’intera società, la capacità di costruire una via d’uscita dal dilemma paralizzante del rifiuto e del compromesso, un tempo obiettivo stesso dell’attività dei «partiti di classe», sembrava diventare inaccessibile, e persino inconcepibile.

Il PCF, partito della nazione eterna

In questo quadro molto negativo, dedicherò inoltre uno spazio speciale alla questione dell’evoluzione del Partito Comunista Francese e del suo conflitto latente, poi aperto, con gli orientamenti e le formulazioni di Berlinguer. Questo punto è ben noto e oggi molto studiato, ma l’accento è posto più spesso sulle esitazioni del PCF a prendere realmente le distanze dall’URSS e sul senso opposto in cui evolvono a questo riguardo il PCF e il PCI, dalla repressione della Primavera di Praga all’invasione dell’Afghanistan e allo sciopero insurrezionale dei portuali polacchi (Solidarnosc), passando per l’atteggiamento nei confronti dei «dissidenti» sovietici. Non sottovaluto questo punto, ma vorrei richiamare l’attenzione su un altro aspetto del problema. Contrariamente a Berlinguer, il PCF non aveva mai provato la minima tentazione «federalista europea» (ad eccezione di alcuni dirigenti con responsabilità limitate come Jean Kanapa nel suo ultimo periodo, e di intellettuali brillanti ma isolati, come Jean Rony o Christine Buci-Glucksmann [24] e i suoi amici della rivista Dialectiques), cosicché le «dichiarazioni comuni» tra i due partiti (o i tre, con il PCE), frutto come è noto di aspre trattative, sono caratterizzate anche dal doppio linguaggio, o dalla possibilità di tirare in due direzioni opposte.

Ma credo che ci sia un livello più profondo, che trascende i calcoli di apparato: la riluttanza o addirittura l’ostilità del PCF verso qualsiasi politica europea «federalista» (che include in particolare la sua opposizione all’idea dell’elezione del Parlamento europeo a suffragio universale, su cui si era concluso l’alleanza tra Berlinguer e Spinelli) può essere ricondotta al suo nazionalismo radicale (oggi si direbbe «sovranismo»), in cui si combinavano in modo impuro le tracce del Fronte popolare vissuto come un ritorno alle origini della grande nazione rivoluzionaria, quelle della Resistenza e della concorrenza con il gollismo, più le difficoltà a ripudiare completamente il colonialismo (durante la guerra d’Algeria) e persino l’imitazione del modello sovietico di «socialismo in un solo paese».

Essa deve essere ricondotta anche all’adozione spontanea di una strategia di resistenza al neocapitalismo che si cristallizza nella lotta contro lo smantellamento del modello di Stato «nazional-sociale» che garantisce nel quadro nazionale i diritti acquisiti dei lavoratori industriali, di cui i comunisti francesi sono stati cofondatori dopo il 1945 (e che non è senza equivalenti, ovviamente, in altri paesi). Ora, è vero che questo modello, sebbene entrato in crisi insieme alle stesse sovranità nazionali, è storicamente associato al momento di maggiore efficacia politica del movimento operaio tradizionale, ed è possibile che la difesa dei suoi acquisiti, che proteggono la classe operaia dall’impoverimento e la elevano al di sopra della condizione proletaria propriamente detta, richieda non una feticizzazione del quadro nazionale, ma un salto qualitativo verso uno spazio più ampio di rappresentanza, organizzazione e lotta (in pratica: europeo).

Ma è certo che questo «salto», con la doppia scommessa che comportava di un cambiamento di linguaggio e di un cambiamento di pratica, richiede esso stesso, sia sul piano dell’organizzazione che su quello dell’immaginazione, uno sforzo straordinario. Il PCF lo ha rifiutato, il PCI ha fallito. Ciò ha portato il primo a una subordinazione sempre più riluttante nei confronti di una socialdemocrazia sempre più «liberale», e il secondo alla mortale impasse del «compromesso storico», di cui anche Berlinguer si è assunto la responsabilità, in quello che a posteriori ci appare come una fuga in avanti senza via d’uscita[25].

Un incontro futuro?

Questo mi riporta, per concludere esprimendo interrogativi piuttosto che certezze, a proporre un’ultima riflessione sull’articolazione dell’idea di comunismo e dell’idea di federalismo, così come incarnate da Berlinguer e Spinelli, e che mi è sembrato costituisse, come questione aperta, il filo conduttore dell’antologia che sto commentando. Parlando come i filosofi, si dirà che questi due termini rappresentano storicamente e concettualmente un’unità di contrari. Ciò che potrebbe teoricamente innescare una «dialettica», generatrice di invenzioni politiche e teoriche. Ma per questo occorrerebbe non solo uno sforzo di elaborazione intellettuale, che risalga alle fonti classiche della definizione di queste categorie e tragga insegnamento dalle molteplici esperienze che ne illustrano la plasticità, ma anche qualcosa come un incontro dei loro rispettivi portatori, che vada al di là delle figure individuali, anche se investite di responsabilità e capaci di fare eco alle aspirazioni collettive, coinvolgendo quindi «movimenti», «attori», «forze» storiche emerse dall’attualità e capaci, proprio grazie al loro incontro, di controbilanciare le tendenze più conservatrici e distruttive del regime sociale dominante.

https://www.asterios.it/catalogo/lo-stato-dellunione-europea

Questo è ciò che alla fine non è avvenuto nel secolo scorso, anche se il leader comunista italiano ne ha avanzato l’idea e ha cercato di esplorarne le vie, con gli strumenti e i partner a sua disposizione. È ciò che forse la situazione attuale dell’Europa potrebbe costringere a ripensare e consentire di rilanciare, eventualmente con altri nomi e certamente con altre priorità, anche se non abbiamo alcuna garanzia che il successo sia più assicurato oggi o domani rispetto a ieri, poiché gli ostacoli non sono meno formidabili. La stessa resistenza che un’idea del genere suscita, anche tra i più accaniti oppositori della globalizzazione capitalista, ciascuno dei cui termini è tuttavia una forma di negazione attiva (negazione dell’alienazione attraverso il regime di proprietà e di lavoro, negazione dell’alienazione attraverso l’esclusione e la reclusione nazionaliste), potrebbe allora apparire paradossalmente come l’indizio della verità che essa contiene. E in questa prospettiva, i documenti raccolti da Belotti e altri simili sarebbero sicuramente di grande utilità.

Leggere articoli di Étienne Balibar su acro-polis.it ⇓

Il popolo che verrà (2/2): per un ‘contro-populismo’

Note

[1] Ernest Urtasun Domenech e Marcello Belotti (a cura di), Berlinguer y Europa, o los orígenes del socialismo en libertad, Icario Editorial, 2023. Ringrazio l’editore per avermi autorizzato a utilizzare la versione francese per una pubblicazione separata.

[2] Cfr. Piero S. Graglia: Altiero Spinelli, Il Mulino, 2008.

[3] Carlos M. Herrera, «Forme politiche e spazio democratico: uno statalismo senza Stato e il suo incerto superamento», in Une Europe politique ? Obstacles et possibles, (a cura di Ninon Grangé e Carlos M. Herrera), Éditions Kimé, 2021.

[4] Alexander Höbel: «Berlinguer y la politica internacional» e «Enrico Berlinguer, parlamentario europeo. El dialogo con Altiero Spinelli», in Berlinguer y Europa. Vedi anche «Il Pci e l’Urss attraverso i decennali della rivoluzione d’Ottobre (1927-1987)», Memoria e Ricerca, n° 56, 2017.

[5] Se ne può avere un’idea leggendo, in particolare, la «conferenza di Barcellona», tenuta da Althusser il 6 luglio 1976. Cfr. Louis Althusser, Les Vaches noires. Interview imaginaire, testo annotato e redatto da G.M. Goshgarian, PUF, 2016. Il libro di Santiago Carrillo, Eurocomunismo y Estado (1977), contiene numerosi riferimenti alla teoria althusseriana degli «apparati ideologici dello Stato».

[6] Convegno organizzato da Il Manifesto nel novembre 1977 a Venezia su «Potere e opposizione nelle società post-rivoluzionarie» (pubblicato nel 1978 dalle Éditions du Seuil). Vedi anche Lucio Magri, Il Sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, Il Saggiatore, 2009.

[7] Étienne Balibar, «Régulations, insurrections, utopies : pour un “socialisme” du XXIe siècle», in Histoire interminable. D’un siècle l’autre, La Découverte, 2020.

[8] Il «memorandum di Yalta» redatto da Togliatti per esporre e fondare la divergenza tra le «linee» del Partito comunista sovietico (allora guidato da Krusciov) e del PCI, noto anche come «testamento di Togliatti», fu pubblicato dalla direzione del PCI all’indomani della morte del suo autore nel 1964.

[9] Proposto da Santiago Carrillo nel 1975 e ripreso da Berlinguer: cfr. le analisi di Alexander Höbel e le dichiarazioni congiunte dei partiti comunisti italiano e spagnolo.

[10] Mario Tronti, «L’Europa che riunisce tradizione e rivoluzione», in La politica al crepuscolo, Éditions de l’éclat, 2023. Vedi anche Jamila Mascat (a cura di), Il demone della politica, Éditions Amsterdam, 2021.

[11] Nel suo saggio The Ideologies of Theory (Verso, 2008), Fredric Jameson ha utilizzato l’espressione «mediazione svanente». Mi sono ispirato a essa in L’Europe, l’Amérique, la guerre (La Découverte, 2003) per cercare di immaginare una politica europea che contrastasse la logica delle guerre imperialiste in Medio Oriente.

[12] Seguendo l’espressione proposta da Edward Palmer Thompson nel suo saggio, L’Exterminisme : Armement nucléaire et Pacifisme, PUF, 1983.

[13] Quello che potremmo chiamare «effetto Helsinki», dal nome della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, il cui Atto finale è stato firmato il 1° agosto 1975 da tutti gli Stati europei, compresa l’URSS, più gli Stati Uniti d’America, che ha suscitato immense speranze nella «società civile» da entrambe le parti del muro di separazione.

[14] Frédéric Heurtebize: «Détente, eurocomunismo e superamento dei blocchi durante il decennio 1970: le speranze deluse del Partito comunista francese», in Revue du Centre d’histoire de Sciences Po, n. 46, 2022. Si può paragonare questa evoluzione alla formula dalle pesanti conseguenze «sfuggita» a Berlinguer in un’intervista al Corriere della sera del 1979 sul «socialismo più facile da realizzare all’interno del patto atlantico che in quello di Varsavia». Vedi anche Frédéric Heurtebize, Le péril rouge. Washington face à l’eurocommunisme, PUF 2014.

[15] Contrappunto alla «critica di sinistra» già operata da Alexander Kluge e Oskar Negt in Öffentlichkeit und Erfahrung. Zur Organisationsanalyse von bürgerlicher und proletarischer Öffentlichkeit. Francoforte sul Meno: Suhrkamp 1972.

[16] Cfr. Christine Buci-Glucksmann e Göran Therborn, Le défi social-démocrate, Éditions François Maspero, 1981.

[17] Étienne Balibar: «Communisme et citoyenneté: sur Nicos Poulantzas», in La proposition de l’égaliberté, PUF, 2010.

[18] La famosa formula di Bernstein figura nel libro del 1899, Socialisme théorique et social-démocratie pratique (Socialismo teorico e socialdemocrazia pratica), che dà inizio alla controversia sul «revisionismo». Quella di Marx figura in L’idéologie allemande (L’ideologia tedesca) del 1845.

[19] Cfr. Georges Lavau, À quoi sert le Parti communiste français ? (A cosa serve il Partito comunista francese?), Fayard, 1981.

[20] Rudolf Bahro, L’alternativa, Stock, 1979.

[21] Si pensi alla corrente «austro-marxista» (Max Adler, Otto Bauer) e al tentativo di fondare una «Internazionale due e mezzo» dopo il 1919, nel tentativo di superare la scissione socialista-comunista conseguente alla Rivoluzione d’Ottobre e alla svolta nazionalista della socialdemocrazia tedesca.

[22] Fino alla famosa frase (tardiva): «La forza progressista scaturita dalla Rivoluzione d’Ottobre è definitivamente esaurita» (intervista del 15 dicembre 1981, dopo la proclamazione dello stato d’assedio in Polonia per reprimere lo sciopero dei portuali guidato da Solidarnosc).

[23] Giovanni Arrighi, Terence K. Hopkins, Immanuel Wallerstein: Antisystemic Movements, Verso, 1989.

[24] Christine Buci-Glucksmann (dir.), La gauche, le pouvoir, le socialisme, PUF, 1983.

[25] Il «compromesso storico» (tra i due partiti dominanti della vita elettorale italiana, il PCI e la Democrazia Cristiana), che aveva come ideale quello di colmare il divario tra le masse comuniste e cattoliche per impedire che queste ultime si schierassero con il fascismo, fu teorizzato da Berlinguer nei suoi articoli «riflettendo sull’Italia dopo gli eventi del Cile » (Rinascita, 28 settembre, 8 e 9 ottobre 1973).


 

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