Stefan Zweig: «È giunto il momento che gli intellettuali prendano la parola»

 

Nel 1932, Zweig, come altri, avverte l’aprirsi dell’abisso del «cupo presente», ma rifiuta il disfattismo.

Mentre si conclude un anno difficile e l’incertezza sembra essere l’unica prospettiva, volgiamo lo sguardo verso alcuni giganti europei che hanno attraversato il secolo armandosi e che ci ricordano una cosa importante: la storia non è scritta.



 

 

In Il mondo di ieri, Stefan Zweig scrive queste righe:

«Non eravamo ancora consapevoli del pericolo.

I pochi scrittori che si erano davvero presi la briga di leggere Mein Kampf, invece di occuparsi seriamente del suo programma, deridevano la pomposità della sua prosa malvagia.

I grandi giornali democratici, invece di lanciare avvertimenti, rassicuravano quotidianamente i loro lettori.

Questo movimento, che riusciva a malapena a finanziare la sua enorme agitazione con i fondi dell’industria pesante e indebitandosi fino al collo, era destinato inevitabilmente a crollare da solo il giorno dopo o quello successivo. »

In un’intervista apparsa su Nouvelles littéraires il 23 gennaio 1932, mentre l’Europa vedeva crescere il fascismo, Zweig propone un brillante saggio su ciò che rende unici gli intellettuali: non seguire gli eventi con un ritardo perpetuo – poiché «il tempo scorre troppo veloce» – ma trovare, nella distanza critica consentita dal tempo del libro e della creazione attraverso la scrittura, nuove risorse.

In un’epoca di nazionalismi, il clero moderno tradisce se stesso se non prende posizione: il suo attendismo è già una presa di posizione e il suo dovere di parola lo impegna suo malgrado.

Ma l’appello di Zweig non ha nulla di vago. Questo dovere è concreto: l’intellettuale può realizzare in politica cose che i politici non possono fare.

Come uomo di idee, l’intellettuale sembra inattuale di fronte all’urgenza. Ma questa apparente inutilità potrebbe essere la sua forza: «se l’artista non è un precursore, un po’ profeta, più audace nei suoi sogni degli specialisti […], se non è più coraggioso dei suoi lettori, è inutile. […] Mai uno sforzo comune è stato più necessario. »

È in questa luce che va letto questo testo, in cui Zweig anticipa coloro che lo seguiranno: «L’Europa, l’umanità, potrà un giorno giudicare da sé ciò che gli intellettuali pensavano nel momento del pericolo, nel 1932, cento anni dopo la morte di Goethe».

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Frédéric Lefèvre. Sono felice, mio caro Stefan Zweig, di rivederti a Parigi, sempre giovane, sempre vigile…

Stefan Zweig … e io sarei stato più felice di riceverti a casa mia, a Salisburgo, dove tante volte mi hai già promesso di venire…

Frédéric Lefèvre. Dalla nostra ultima conversazione, tre anni fa, hai conquistato il grande pubblico francese con il tuo Nietzsche, il tuo Tolstoj, il tuo Casanova, il tuo Fouché, il tuo Volpone, i tuoi romanzi e racconti: Amok, Distruzione di un cuore, Confusione dei sentimenti, e in questo momento si sta rappresentando Ventiquattro ore della vita di una donna… di cui Maurice Martin du Gard parla ai nostri lettori. Ma non è solo la Francia a leggerla e ad amarla; in questi giorni ho ricevuto dal suo editore di Lipsia la bibliografia internazionale delle sue opere. Essa dimostra che il suo successo si estende ovunque. Le sue opere non sono state tradotte solo in tutte le lingue europee, ma anche in giapponese e cinese. Proprio questo successo e il fatto che lei abbia sempre pensato da europeo mi spingono a parlarle della tragica situazione dell’Europa.

Durante il nostro ultimo incontro, abbiamo potuto parlare solo di letteratura, ma purtroppo, di fronte alla crisi che sta attraversando il mondo, la letteratura sta diventando oggi, per molte persone, un interesse secondario. La colpa non è solo della crisi o dei lettori, ma anche degli scrittori. In tutti i paesi, sia in Francia che altrove, nel decennio successivo alla fine della guerra abbiamo assistito a una letteratura egocentrica e introspettiva, opprimente e malsana, in cui non si ritrovavano i sentimenti profondi delle masse né quelli delle vere élite, né la buona volontà dei popoli che, dopo aver sofferto tanto, hanno voluto ricostruire la loro felicità su una pace duratura. In quasi tutti i libri di quel periodo si assiste a una crisi personale, non si percepisce la crisi mondiale.

Coloro che la percepiscono e cercano di tradurla rovinano tutto con preoccupazioni moralistiche – un fastidioso atteggiamento da salvatori – mentre la volontà intellettualistica di vedere chiaro sarebbe molto più utile alla nostra causa.

Stefan Zweig. Lei parla di crisi e forse non è abbastanza. Non stiamo forse assistendo a una completa eclissi della ragione? Ma non bisogna né parlarne né registrare tutti gli errori commessi. Un giorno saranno ottimi argomenti di tesi per gli storici futuri. Ma noi, i vivi, non dobbiamo guardare indietro, sono i conflitti di oggi che dobbiamo considerare. Cerchiamo di evitare nuove conflagrazioni di classi, razze, popoli, combattendole in anticipo, mostrando in anticipo la loro stupidità, la loro inanità. Dobbiamo pensare, pensare sempre a ciò che è necessario fare per ripristinare la fiducia nel potere benefico della ragione. Ognuno di noi, nella propria sfera e secondo i propri mezzi, deve lavorare per ricostruire questa necessaria fiducia, che sola permetterà l’elaborazione di un nuovo ordine. Perché, in fondo, lo sappiamo tutti, la crisi materiale, la crisi economica non è che il riflesso di uno sconforto morale, di una crisi di fiducia.

Frédéric Lefèvre. Su quali basi e con quali mezzi ricostruire la fiducia?

Stefan Zweig. Innanzitutto distruggendo quelle parole che ora circolano ovunque, quelle parole scoraggianti e funeste con cui si vuole dire che la situazione in Europa e nel mondo non è mai stata così terribile. Non bisogna lasciare che si diffondano tali esagerazioni. Abbiamo davvero la memoria così corta nel 1932? Gli anni 1914-1918 sono già così sepolti nell’oblio? Le persone che diffondono tali voci hanno dimenticato così in fretta che c’è stata una guerra con migliaia di morti e mutilati al giorno? Oggi si vive – bene o male, piuttosto male che bene, diranno i brontoloni – ma si vive. La donna non trema per il marito, la madre non trema per i figli. Oggi abbiamo almeno la libertà di vivere, la libertà di parlare. C’è comunque una profonda differenza tra quel terribile passato e questo cupo presente; eccola: la guerra era un evento cosmico, un torrente scatenato, l’individuo non poteva resistergli, mentre questa crisi economica, per quanto grave, può essere domata dallo spirito umano, dalla ragione.

Frédéric Lefèvre. Ma come mettere la ragione al servizio di questo compito?

Stefan Zweig. Mobilitandola. Facendo appello all’intelligenza di tutti coloro che pensano, che creano, strappandoli dalla loro indifferenza e dall’egocentrismo che li limita, facendo appello a tutte le forze morali e artistiche di tutti i paesi. Ogni creatore dello spirito dovrebbe anche contribuire, in questo momento critico, alla creazione di una nuova fiducia e dovrebbe agire contro lo stato caotico e «irragionevole» delle cose.

Frédéric Lefèvre. Chiedete che l’artista, lo scrittore diventi «attivista» come dite in Germania? Che entri nella mischia dei grandi conflitti economici e politici?

Stefan Zweig. Non è così che concepisco la partecipazione dell’intellettuale. Ci sono due modi di fare politica. C’è la politica professionale, quotidiana, che richiede molta abilità, troppa abilità; è la politica dei diplomatici, degli uomini di Stato, dei parlamentari. È materialmente impossibile per il creatore perché richiede l’impegno totale di un uomo. Ma questa inettitudine alla politica dei corridoi non esclude la partecipazione morale dell’intellettuale alla vera politica: la lucidità delle sue idee, la correttezza delle sue opinioni, la rettitudine della sua visione gli consentono di rendersi utile. Come uomo d’azione potrebbe essere inferiore; come uomo di pensiero manterrà sempre e ovunque il suo rango.

Frédéric Lefèvre. Ma se affrontiamo i problemi politici ed economici, non ci rimprovereranno di agire come i ciechi parlano dei colori o i musicisti della matematica, dato che non siamo né economisti, né finanzieri, né politici? Il nostro mondo è troppo specializzato, tutte le questioni sono oggi troppo complicate, ci accuseranno di dilettantismo!

Stefan Zweig. Certamente i finanzieri, gli industriali, i politici e gli economisti ci rimprovereranno di immischiarci in cose che non ci riguardano, ma da parte nostra abbiamo osservato tutto ciò che hanno tentato di fare negli ultimi anni per porre rimedio alla crisi e i risultati che hanno ottenuto sono stati così poco sorprendenti che ci danno il diritto di credere che le nostre opinioni non saranno peggiori delle loro.

È persino possibile che noi, che non partecipiamo agli affari, perché non saremo ipnotizzati dai dettagli, avremo i mezzi e il coraggio di considerare e proporre soluzioni più ampie e quindi più efficaci di quelle che sono state invano cercate dai tecnici e dagli specialisti. E poi, non dimentichiamo che abbiamo un enorme vantaggio su di loro: siamo liberi. Il politico è ovunque quello del suo paese, responsabile nei confronti del suo partito e dei suoi elettori, il finanziere è obbligato a salvaguardare gli interessi della sua banca, l’industriale quelli della sua industria; noi siamo liberi, non dobbiamo rendere conto a nessuno, né agli elettori, né agli azionisti, né ai committenti; abbiamo preso impegni solo nei confronti della nostra coscienza. Ecco perché è giunto il momento che gli intellettuali prendano la parola.

Bisogna porre fine a questa vecchia e stupida favola secondo cui lo scrittore, il poeta, sarebbe un sognatore ingenuo. Solo alcune ragazze immaginano ancora il poeta in questo modo. No, non esistono grandi scrittori senza grande intelligenza. Basti citare un solo esempio: Wells, il grande ambasciatore del pensiero inglese, autore di una quarantina di romanzi e di una mirabile Storia del mondo, non comprende forse la politica europea e persino mondiale tanto quanto l’ambasciatore inglese a Madrid, Tokyo o Bucarest, per esempio? Non ammetto che l’intelligenza di un Paul Valéry, di un André Gide, di un Thomas Mann, di un Ortega y Gasset sia giudicata inferiore, anche in politica, a quella di un segretario di partito. Il romanziere che è in grado di immaginare personaggi e proiettare nel mondo che crea lo svolgimento logico delle loro azioni e degli eventi che li accompagnano, sarebbe immediatamente colpito da una mancanza di immaginazione e di forza logica non appena volesse applicare le sue qualità all’esame delle difficoltà contemporanee, alla soluzione dei conflitti attuali? Lui, che è nato regista, che è dotato di potere costruttivo, diventerebbe improvvisamente poco intelligente, impotente di fronte alla realtà? Che paradosso! Non dimenticate le ammirevoli parole del vostro grande Valéry: «Il pensiero europeo è sempre stato superiore alla politica europea».

Frédéric Lefèvre. Ma quali sono gli scrittori europei che, secondo lei, hanno il desiderio di prendere la parola? Quali sono quelli che hanno abbastanza autorità per diventare i costruttori di una nuova fiducia?

Stefan Zweig. Bisognerebbe fare appello a tutti. Credo che nessuno sarebbe abbastanza grande da trovare e proporre la soluzione definitiva a questo problema così complesso, ma sono convinto, d’altra parte, che non ce ne sia nessuno così piccolo, così mediocre da non poter contribuire, con qualche parola, a chiarire la situazione.

In una situazione così urgente e pericolosa, ogni opinione, per quanto inaspettata, può essere d’aiuto, ogni pensiero può aiutare gli altri a riflettere.

A mio avviso, per porre rimedio a questa psicosi morale dell’Europa, bisognerebbe fare appello a tutti gli intellettuali di tutte le lingue, di tutti i paesi, di tutti i partiti, credenti e non credenti, ottimisti e pessimisti, nazionalisti e internazionalisti, uomini di ieri e uomini di domani; ognuno di loro è un frammento prezioso della coscienza umana ed è il mondo intero che deve parlare attraverso le loro voci riunite.

Frédéric Lefèvre. Ma immagino che lei non sia favorevole alla convocazione di un grande congresso internazionale di intellettuali in cui si discuta della situazione?

Stefan Zweig. No, affatto. I congressi iniziano con arringhe e finiscono con banchetti; non ne risulta mai nulla di duraturo. Le discussioni dei pen club, ad esempio, sono sempre vaghe e non producono mai nulla di fruttuoso. Basta con i banchetti, basta con le chiacchiere. Tutto questo non è più fruttuoso dei colloqui ufficiali degli uomini di Stato. La nostra vera forza non risiede nella parola parlata né nei dibattiti più o meno tortuosi. Lo scrittore è veramente forte e preciso solo nel suo pensiero, quando scrive alla sua scrivania, a casa sua, nella sua solitudine interiore che è l’unica creativa.

Frédéric Lefèvre. Ovviamente. Quello che bisognerebbe fare è un’indagine scritta. Sarebbe il miglior sostegno che gli uomini veramente creativi potrebbero dare alla coscienza dell’Europa.

Stefan Zweig. Tutti gli intellettuali ragionevoli penseranno con voi che questo è il modo migliore per mobilitare lo spirito europeo e si unirebbero a una proposta che venisse loro, ad esempio, dalle Nouvelles littéraires*. È il giornale letterario più diffuso al mondo; non siete legati ad alcuna politica, ma aperti a ogni opinione libera; nessun scrittore coscienzioso rifiuterebbe la vostra indagine.

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*Les Nouvelles littéraires è stata una rivista letteraria e artistica francese creata il dalla libreria Larousse. È stata chiusa nel 1985 dopo aver preso il titolo di L’Autre Journal. Frédéric Lefèvre è stato redattore capo dal 1922 al 1949.

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Mobilitate lo spirito, mobilitate la ragione; ne vedrete la forza. Date loro un po’ della responsabilità che oggi grava solo sui politici di professione. Costringeteli con domande chiare e precise a formarsi un’opinione e ad esprimerla. Sarebbe vergognoso che, in un momento in cui centinaia di migliaia di uomini soffrono e disperano, in cui la fiducia di interi popoli si sgretola, gli scrittori, gli artisti, tutti coloro che dovrebbero essere l’anima, il cuore e il pensiero della loro nazione, si nascondessero timidamente sotto il loro tavolo da lavoro, aggrappandosi alla loro indifferenza, rifiutando ogni sforzo comune; troppo codardi o troppo stupidi per cercare con tutta la forza del loro cervello le parole, le idee, le azioni capaci di servire i loro fratelli in difficoltà, di alleviarli, di illuminarli, di guidarli.

Frédéric Lefèvre. Forse non credete che sia sufficiente che gli scrittori e i poeti esprimano le loro idee sui problemi sociali e politici nelle loro opere?

Stefan Zweig. Non in questo momento; il tempo scorre troppo veloce; i problemi si susseguono rapidamente, quelli di ieri non sono più quelli di oggi e si complicano di ora in ora. Il tempo necessario per scrivere un libro, farlo stampare e, quando viene pubblicato, il problema che esso affrontava è già stato modificato dalla realtà che oggi è più veloce, più potente di tutti gli artisti. L’arte non deve mai essere un resoconto della realtà; lo scrittore, il poeta deve sempre precedere gli eventi e mai seguirli. Se l’artista non è un precursore, un po’ profeta, più audace nei suoi sogni degli specialisti con i loro freddi calcoli, se non è più coraggioso dei suoi lettori, è inutile. È il suo slancio che aiuta la sua fede umana e creativa, il suo atteggiamento indipendente e libero può ispirare fiducia. Mai uno sforzo comune è stato più necessario.

Frédéric Lefèvre. Lo pensiamo da tempo e le Nouvelles littéraires proporranno presto agli scrittori più rappresentativi e che si sentono più responsabili nei confronti dei loro lettori un questionario al quale, ne sono certo, vorrete rispondere fra i primi.

Stefan Zweig. Per me c’è solo una domanda da porre. Eccola: cosa fareste in questo momento se Dio o un destino impossibile vi desse il potere assoluto di riorganizzare il nostro pianeta vacillante? Assumetevi per un momento questa responsabilità immaginaria. Basta con le parole vaghe, ce ne sono già troppe! Finalmente proposte precise e realizzabili. Basta con gli sguardi al passato, le critiche sterili e le lamentele sentimentali. Le critiche vaghe e le lamentele confuse non alleviano, ma aggravano la situazione. Basta lamentarsi: la crisi, la crisi, la crisi, «il declino dell’Occidente», «la guerra di domani», «il bolscevismo che avanza»; questi gridi che seminano il terrore; finalmente voci positive, idee utili, che aprono la strada verso una nuova Europa.

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Zweig allude qui al saggio di Oswald Spengler Il tramonto dell’Occidente (Monaco/Vienna, Verlag C. H. Beck, 1918-1922) e alla serie di romanzi di Émile Driant (in collaborazione con P. de Pardiellan per il quarto volume) La Guerre de demain, pubblicato a Parigi da Arthème Fayard e poi da Flammarion, tra il 1888 e il 1896.

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Frédéric Lefèvre. Sarebbe inconcepibile e molto deplorevole che la forza rappresentata dall’intellettualità nel mondo non fosse chiamata oggi a fornire il soccorso delle sue luci. Anche se non dovesse avere successo, vale la pena tentare.

Stefan Zweig. Nessuno sforzo morale è sprecato. Ciò di cui il mondo ha bisogno in questo momento è un grande gesto internazionale di buona volontà. Se da tale indagine non dovesse scaturire nulla di positivo, essa rimarrebbe comunque un prezioso documento per la Storia. L’Europa, l’umanità, potrà un giorno giudicare da sé ciò che pensavano gli intellettuali nel momento del pericolo, nel 1932, cento anni dopo la morte di Goethe, il grande saggio che fu allo stesso tempo uomo di pensiero e uomo d’azione e che con la sua vita dimostrò che la ragione trionfa sempre sul disordine e che solo essa potrà ricostruire un mondo disorganizzato.

Seguiamo l’esempio di Goethe e i posteri vedranno che i suoi eredi avevano preso coscienza che il loro primo dovere era quello di non lasciare ai giovani un’Europa, un mondo disorientato e disunito.

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Fonte: Le Grand Continent, la revue du Groupe d’études géopolitiques.


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