La Germania prossimamente: la grande potenza militare leader in Europa. L’Italia in coda

 

Lo scopo dell’armamento non è evitare la guerra, ma ottenere la superiorità militare rispetto al potenziale militare presunto della grande potenza rivale, in modo che quest’ultima rinunci fin dall’inizio a perseguire i propri interessi di grande potenza. Estratti dal libro “Großmachtsucht” (Sete di potere) di Jens van Scherpenberg.


https://www.asterios.it/catalogo/democrazia-ferita

Colpo su colpo, una nuova serie all’interno della collana dei volantini, per restituire i colpi e non subirne più. Una collana che intende sferrare colpi rapidi e incisivi contro ogni forma di dominio, di autoritarismo, di violenza e di sopraffazione che limita la Libertà, la Pace e la Giustizia sociale e climatica. 


 


 

“La Russia si prepara a una grande guerra contro la NATO”: questo è l’allarme lanciato congiuntamente dai servizi di sicurezza tedeschi nell’ottobre 2025. E la responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, davanti al Parlamento europeo arriva alla conclusione logicamente sconcertante: “Non si spendono così tanti soldi per l’esercito se non si ha intenzione di usarlo”. Ovviamente si riferisce alla Russia. In questo modo viene chiaramente identificata la ‘minaccia’ da cui “noi” dobbiamo proteggerci.

Ciò che sorprende è che per arrivare a questa conclusione siano state necessarie informazioni dei servizi segreti. Dopotutto, dal febbraio 2022 la NATO fornisce alle truppe ucraine un vasto arsenale di armi per condurre un’intensa guerra per procura contro le forze armate russe, le sostiene direttamente con tutta la sua gamma di mezzi di ricognizione elettronica e ha anche avviato un imponente programma di riarmo. Alla luce di ciò, è evidente che i leader politici e militari russi sono giunti alla stessa conclusione di Kallas, solo al contrario: che la NATO sta preparando una “grande guerra” contro la Russia e sta già facendo delle prove in Ucraina. E la Russia, dal canto suo, si sta preparando.

Si tratta solo di un grande malinteso? Di un errore di valutazione da entrambe le parti, dal quale – come avvertono i commentatori preoccupati – “noi” potremmo “scivolare sonnambuli nella guerra”, come già accadde nel 1914, secondo quanto sostiene un libro tanto popolare quanto errato sulla Prima guerra mondiale? Il ministro della Difesa tedesco Pistorius e altri responsabili della preparazione alla guerra tedesca non si stancano di chiarire: noi non minacciamo la Russia. Quindi, se la Russia si sta armando, non è a scopo difensivo, ma offensivo.

La logica è convincente: dato che la NATO è solo un’«alleanza difensiva», la Russia potrebbe in realtà abbandonare tutto il suo armamento e occuparsi del benessere della sua popolazione. Ma c’è un punto debole: la leadership russa sotto Putin vede la questione esattamente al contrario: noi non minacciamo la NATO. Ma dato che la NATO si sta armando e si avvicina sempre più al centro del nostro territorio, non dobbiamo solo impedire che l’Ucraina diventi un avamposto altamente armato della NATO. Dobbiamo anche prepararci a un attacco della NATO contro di noi. Condizioni ottimali, quindi, per una grande iniziativa di disarmo da entrambe le parti? Niente affatto, se si considera chiaramente cosa è realmente in pericolo.

Se la Russia vince, “la credibilità dell’Europa sarà pari a zero”

La minaccia non è quella che viene suggerita alla popolazione tedesca come una minaccia personale (“I russi sono alle porte”) al fine di mobilitare la sua capacità bellica, ovvero la perdita delle sue piccole ‘libertà’: criticare “quelli lassù” al tavolo del bar e decidere liberamente come spendere il proprio magro stipendio mensile. Il presidente francese Macron lo esprime in modo più veritiero: “Se la Russia vincerà questa guerra, la credibilità dell’Europa sarà ridotta a zero”. In tal caso, infatti, la credibilità della pretesa imperialista dell’UE di espandere sempre più l’“ordine di pace europeo” sarebbe compromessa. Secondo Macron, l’UE fallirebbe come progetto se non riuscisse ad affermarsi come potenza mondiale nei confronti della Russia: una bella chiarificazione di ciò che costituisce l’UE.

La Russia fa lo stesso ragionamento al contrario: se perdiamo in Ucraina, è finita la nostra pretesa di potenza mondiale. Allora avremo alle nostre frontiere un’alleanza di potenze nemiche altamente armate che contesteranno con la forza qualsiasi nostra proiezione di potere oltre i nostri confini. Questa è la logica della grande potenza russa che, come nel caso dei paesi europei membri della NATO, rende imperativo mobilitare tutte le risorse militari per la vittoria.

E questo è poi il compito politico affidato alle rispettive forze armate: tradurlo in piani operativi concreti, nella loro preparazione e nella determinazione delle risorse umane e tecniche necessarie alle forze armate. E non solo: occorre anche pianificare la gestione delle conseguenze distruttive di una guerra, in modo da garantire che la propria parte ne esca relativamente più forte, nonostante la distruzione e l’emorragia. Era così già ai tempi della Guerra Fredda ed è ora tornato all’ordine del giorno.

Appartiene quindi al regno dell’ideologia il fatto che le grandi potenze giustifichino il potenziamento delle loro forze armate, il loro equipaggiamento con tecnologie di uccisione e distruzione sempre più avanzate, con la “deterrenza”, con la frase citata fino alla nausea dall’impero romano assetato di conquiste: “Si vis pacem, para bellum” (“Se vuoi la pace, prepara la guerra”). Lo scopo dell’armamento non è evitare la guerra, ma creare una superiorità militare rispetto al potenziale militare presunto della grande potenza rivale, in modo che quest’ultima rinunci fin dall’inizio a far valere i propri interessi di grande potenza. L’ideologia della deterrenza si autoalimenta. Infatti, il punto di riferimento per le proiezioni worst case sulla potenza militare avversaria è costituito dalle proprie potenzialità militari, nelle quali vengono costantemente individuati i punti deboli da superare con nuovi sforzi di armamento.

Poiché questo vale per tutte le grandi potenze, la “deterrenza come prevenzione della guerra” è un ideale mai raggiunto e inoltre fondamentalmente errato; al contrario, la deterrenza significa una continua e concreta prova di forza militare, una costante preparazione alla guerra, fino alla decisione bellica della gerarchia tra le potenze che non può essere risolta in altro modo. Questo è ciò che intende il ministro della Difesa tedesco Pistorius quando chiede ai tedeschi, alla società nel suo complesso, una maggiore preparazione alla guerra.

Impedire alla Russia di diventare una potenza mondiale di pari livello

Non è la marcia delle truppe di Putin fino a Berlino, lo scenario evocato dai propagandisti di guerra della politica e dei media, da Baerbock a Bild, da Spahn a Spiegel, che deve essere impedito. Nessun politico o stratega militare serio attribuisce questo obiettivo al presidente russo. Ciò che disturba questi ultimi nella dimostrazione di forza russa in Ucraina è il rischio di fallimento della pretesa di grande potenza tedesco-europea di includere l’Ucraina nel proprio “ordine di pace europeo”. Quindi, ciò che conta davvero è impedire che la Russia, con una vittoria militare sull’Ucraina, si assicuri lo status di potenza mondiale alla pari.

Infatti, perseguendo questo obiettivo, la Russia è considerata una “potenza revisionista” che non vuole riconoscere la sconfitta dell’Unione Sovietica nella Guerra Fredda. Questo era, dopo tutto, il bello del decennio successivo alla fine dell’Unione Sovietica, dal punto di vista degli Stati Uniti e dei loro alleati: il grande rivale dotato di armi nucleari aveva rinunciato alla sua pretesa di grande potenza, era sceso al rango di potenza regionale e non se ne intravedeva (ancora) un’altra del suo calibro. La questione del potere era quindi risolta a favore dell’unica superpotenza, gli Stati Uniti. Ciò che rimaneva erano al massimo “piccole guerre”, compiti di polizia globale con cui il mondo poteva essere ordinato secondo le idee occidentali.

Contro una Russia che, utilizzando tutta la sua potenza militare convenzionale, sta nuovamente agendo come potenza mondiale per impedire l’annessione dell’Ucraina alla NATO e all’UE, è ora nuovamente necessaria la “deterrenza” a tutti i livelli militari.

La guerra in Ucraina mostra così, a suo modo, la verità della deterrenza: con la sua guerra contro l’Ucraina, che aspira a entrare nella NATO, la Russia vuole scoraggiare l’Occidente dall’avanzare ulteriormente nei suoi “vicini esteri”. L’UE e la NATO, con le loro sanzioni contro la Russia e il loro ampio aiuto militare all’Ucraina, vogliono scoraggiare la Russia dal continuare ad agire come grande potenza al di fuori dei suoi confini – cosa che per gli Stati Uniti e l’UE è ovvia.

Per questo scopo supremo, centinaia di migliaia di persone sono morte in Ucraina: la loro morte testimonia i notevoli progressi compiuti da entrambe le parti nella capacità di deterrenza militare. “The proof of the pudding is in the eating”, recita un proverbio inglese: una deterrenza efficace si dimostra solo in guerra. (…)

Mobilitazione morale per una “società pronta alla difesa”

La tanto invocata preparazione alla guerra e la conseguente alimentazione dell’immagine pubblica del nemico indicano che, nel corso della guerra in Ucraina, la Germania sta decisamente puntando al culmine della sua politica di grande potenza: il confronto militare diretto con la Russia. Questo costa caro alla popolazione. Il compito dell’opinione pubblica è quello di farle capire che il sacrificio per questo scopo supremo è nel suo interesse, cosa che naturalmente solo i più malintenzionati definiscono propaganda di guerra.

Finora, gli sforzi in tal senso hanno preceduto la realtà. È vero che il ministro della Difesa è in testa alla classifica dei politici più popolari anche nel governo Merz. Tuttavia, le richieste di successo degli attivisti politici della grande potenza tedesca di armi sempre più moderne per l’Ucraina e di nuovi miliardi per il riarmo della Bundeswehr e la “difesa avanzata” tedesca in Lituania non trovano ancora nella popolazione l’eco positiva desiderata, anzi richiesta.

L’opinione pubblica lamenta che ancora troppo pochi tedeschi sono disposti a prestare servizio militare. Invece di aumentare, come previsto, il numero dei soldati a 203.000 entro il 2030 (e addirittura a 260.000 entro il 2035), la Bundeswehr, nonostante l’intensificazione della campagna di reclutamento nelle scuole e il notevole aumento degli incentivi materiali, riesce ad aumentare solo lentamente il numero dei suoi soldati, che attualmente è di circa 183.000 (30 giugno 2025).

La disponibilità a morire “per la patria”, “la libertà”, “la democrazia”, cioè per i “valori più alti”, lascia ancora a desiderare nella generazione più giovane in età militare, come lamenta Carlo Masala (2023, 201 f.) in modo politicamente corretto: “Ci sono troppo pochi democratici e democratiche disposti a morire per la democrazia”. Il notevole successo del libro di Ole Nymoen (2025) Perché non combatterei mai per il mio Paese, critico non solo nei confronti dell’esercito, ma anche dello Stato in generale, che è entrato nella classifica dei bestseller dello Spiegel poco dopo la sua pubblicazione, sembra dare ragione a Masala.

La sospensione del servizio militare obbligatorio nel 2011 è quindi considerata ormai un grave errore. Pertanto, nell’autunno del 2025, il Bundestag ha deciso che a partire dal 2026 – inizialmente tramite un questionario obbligatorio, dal 2027 tramite visita medica – la popolazione maschile idonea al servizio militare a partire dai 18 anni di età dovrà essere registrata e informata in modo esplicito della possibilità di un servizio militare volontario ora meglio retribuito. Le giovani donne possono aderire volontariamente a questo servizio. Tra i giovani sottoposti alla visita medica potranno poi essere reclutati quelli idonei al servizio militare, qualora, come prevedibile, le adesioni volontarie non fossero sufficienti. Uno Stato che vuole imporsi con la sua forza militare non può dipendere dalla disponibilità della sua popolazione. Deve invece richiamarla alle sue responsabilità con la vita e l’incolumità fisica.

In questo modo, alle persone soggette al suo dominio viene dimostrato in modo tangibile che il loro Stato persegue i propri scopi e interessi, che hanno poco a che vedere con le loro esigenze di vita. Lo Stato si appropria della ricchezza sociale prodotta dai suoi cittadini attraverso la tassazione e li recluta come soldati, mettendo a rischio la loro vita per contrastare altri Stati come potenza militare e ricoprirli di morte e distruzione, se lo ritiene necessario per mantenere ed espandere il proprio potere. I danni e le vittime tra la popolazione sono calcolati. (…)

Non è una fortuna appartenere a uno Stato assetato di potere

L’identificazione del cittadino con gli interessi del proprio Stato è tanto logica quanto errata: se le condizioni di vita dell’individuo dipendono prevalentemente dallo Stato, dalla gestione giuridicamente regolamentata della proprietà, anche se si tratta solo della propria forza lavoro, dalla disponibilità del bene di prima necessità che è il denaro, nonché dall’utilizzo dei vari servizi finanziati e regolamentati dallo Stato dalla culla alla tomba, allora – secondo il grande malinteso – più forte è il proprio Stato, meglio si sta.

Questo si rivela un malinteso, anzi un errore, in quanto uno Stato che vuole rafforzarsi, procurarsi i mezzi per poter tenere a bada le altre grandi potenze e imporsi su di esse, ricorre ai propri cittadini e limita le loro condizioni di vita, in modo molto diverso a seconda della loro utilità per il bene comune.

L’esempio più eclatante di questo malinteso è la superpotenza occidentale degli Stati Uniti. Da un lato, essa riunisce l’esercito più forte e l’arsenale militare più potente del mondo, le aziende di gran lunga più ricche e il maggior numero di multimiliardari, dall’altro lato, il maggior numero di senzatetto tra i paesi industrializzati occidentali, da un lato, e dall’altro lato il maggior numero di senzatetto tra i paesi industrializzati occidentali, enormi baraccopoli, un’assistenza sanitaria inaccessibile per gran parte della popolazione e di gran lunga il maggior numero di detenuti (ancora prima della Cina, che ha una popolazione quattro volte superiore). Negli Stati Uniti vale in modo esplicito, a maggior ragione sotto Trump: lo Stato si occupa principalmente del suo potere armato all’interno e all’esterno. La popolazione può “forgiare la propria fortuna” nella libera concorrenza. I “servizi di interesse generale” non sono invece una questione che riguarda la supremazia imperialista del “mondo libero”. E così diventano sempre più un modello anche per le grandi potenze europee, in primis la Gran Bretagna. Ma anche in Germania la direzione è già stata tracciata.

Perché l’imperialismo ha un costo, soprattutto se, come la Germania, si vuole diventare la potenza militare leader in Europa, con il compito autoassegnato di scacciare la Russia dalla sua “mania di grande potenza”. Ciò significa: aumento della spesa pubblica per il proprio apparato militare e, in caso di guerra, accettazione della morte e della distruzione nel proprio territorio nazionale. Ma costringendo lo Stato dichiarato nemico a sottomettersi alla propria volontà, la guerra dovrebbe “alla fine” portare dei benefici. L’espansione del potere dello Stato offre poi ai grandi capitali nuovo spazio per il loro arricchimento all’estero. In questo modo garantisce in tutto il mondo i “nostri valori”, ovvero la “nostra proprietà” e il diritto intrinseco all’aumento di valore sui conti dei grandi proprietari e le “nostre rotte commerciali, vie marittime e catene di approvvigionamento”, ovvero il libero accesso del suo capitale alle ricchezze del mondo.

A tal fine, il capitale deve crescere anche a livello nazionale e la Germania deve rimanere competitiva nella concorrenza globale tra località, attraverso costi salariali “sostenibili”, tasse basse e parsimonia in tutte le spese pubbliche “non strategiche”, ovvero soprattutto quelle sociali. I conflitti sempre più accesi sul finanziamento dell’enorme programma di riarmo della Bundeswehr e il sostegno sempre più ampio all’Ucraina con armi, munizioni e denaro lo dimostrano in modo abbastanza drammatico all’inventario umano della Repubblica Federale. Infatti, la “mentalità da assicurazione completa”, il calcolo sul sostegno statale in situazioni di vita critiche, deve finalmente essere eliminata.

Politica delle grandi potenze: lo Stato impone ai suoi cittadini le rinunce e i sacrifici materiali che ritiene necessari per procurarsi i mezzi per il suo programma di riarmo

In questo modo, l’identificazione dei cittadini con lo Stato subisce il suo intrinseco capovolgimento. La famosa citazione del presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy, “Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te. Chiediti cosa tu puoi fare per il tuo Paese”, non è in fin dei conti un appello amichevole ai cittadini affinché facciano propri i problemi del loro Stato. È esattamente il contrario: la Repubblica Federale non aspetta che i cittadini facciano propri i problemi della sua politica delle grandi potenze. Con la sua autorità statale, impone ai suoi cittadini le rinunce e i sacrifici materiali che ritiene necessari per procurarsi i mezzi per il suo programma di riarmo, il suo nuovo ruolo di principale sostenitore del governo ucraino e, prossimamente, di potenza militare leader in Europa. È ovvio che questi sacrifici non devono essere sostenuti dalle imprese, i “motori della crescita”, ma dalla popolazione. Perché è proprio quest’ultima che, con il proprio lavoro, deve creare la ricchezza materiale richiesta dallo Stato.

Ciò richiede tuttavia uno sforzo particolare in termini di comunicazione su larga scala per contrastare qualsiasi dubbio sulla linea bellica dello Stato. Infatti, la menzogna secondo cui “cannoni e burro”, riarmo per diventare una potenza militare leader e benessere popolare siano ottenibili contemporaneamente sta diventando sempre più evidente. Sono in programma tagli in tutti i settori e i partiti conducono sempre più la loro competizione democratica su quale clientela debba subire maggiori perdite, non più su chi otterrà una fetta più grande della torta.

Nel frattempo, la trasformazione della Bundeswehr in un esercito pronto e capace di combattere procede. Il bilancio della difesa viene esentato da ogni limite e si prepara la reintroduzione del servizio militare obbligatorio sospeso. Perché per raggiungere l’efficienza bellica delle forze armate tedesche è auspicabile la disponibilità al sacrificio del popolo o, nelle parole del ministro della difesa, “l’efficienza bellica della nostra società”. Ma quando si tratta della sua sovranità, della sua affermazione nella competizione tra le grandi potenze, allora un potere statale – democratico o meno – non dipende dalla volontà di guerra della sua popolazione. Allora impone con tutta la sua forza i propri interessi contro quelli vitali dei suoi cittadini. Inoltre, non si mette più al servizio della propria economia e della sua crescita, ma si appropria dell’economia per sé. La produzione di beni e gli investimenti nelle infrastrutture devono quindi servire alla preparazione alla guerra, e tutto il resto deve passare in secondo piano. Il credito statale viene quindi utilizzato in modo estensivo per questo scopo supremo, a scapito di tutte le esigenze private.

Infine, i cittadini dichiarati “idonei al servizio militare” devono mettere a disposizione la propria vita come soldati, poiché incarnano il “materiale umano” che, in caso di guerra, diventa un bene di consumo per il loro Stato. Ma il cinismo del potere statale va ancora oltre. Ed è qui che l’immagine nemica coltivata durante il periodo di preparazione alla guerra dà i suoi frutti. Affinché il materiale umano possa adempiere al suo compito mortale, viene moralmente incitato a ogni brutalità, gli avversari umani, anzi l’intero popolo dello Stato nemico, vengono dichiarati barbari incolti, persino subumani, parassiti indegni di vivere, contro i quali ogni crudeltà, ogni sadismo individuale è giustificato, anzi eroizzato.

Le guerre delle grandi potenze ne sono una testimonianza eloquente, fino alla recente guerra di sterminio (così anche l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert) della grande potenza mediorientale Israele contro la popolazione di Gaza e dei territori palestinesi a ovest del Giordano, definiti dal ministro della difesa israeliano “animali umani” e dai suoi generali talvolta “batteri”.

Se gli abitanti del Paese facciano propria questa brutalità e questo disprezzo per l’umanità imposti dai loro governanti, se accettino di essere considerati come questo “materiale umano”, se siano disposti a pagare questo prezzo o se si rifiutino di farlo, dipende in ultima analisi dal loro potere.

Jens van Scherpenberg, “Großmachtsucht – Deutschland rüstet für die Führung Europas”, Westend, 288 pagine, 28 euro

L’autore: Jens van Scherpenberg, nato nel 1946, ha studiato storia moderna, storia contemporanea ed economia a Monaco, Heidelberg e Vienna. Ha conseguito il dottorato con lo storico dell’economia Knut Borchardt sulla finanza pubblica nella Germania occidentale subito dopo la fine della guerra nel 1945. Dal 1977 ha lavorato presso la Fondazione Scienza e Politica (SWP) e dal 1997 al 2006 ha diretto il gruppo di ricerca America. Ha insegnato Economia politica internazionale alla LMU di Monaco.


In tutte le Librerie

https://www.asterios.it/catalogo/fascismo-eterno-e-fascismo-storico


In arrivo

https://www.asterios.it/catalogo/le-diverse-rivoluzioni

Mentre per il comunismo l’immanenza della dialettica era ritenuta insufficiente perché, ad avviso di Lenin, era demandato al partito rivoluzionario il compito di guidare le masse nel corso della storia, il nazismo muoveva dalla convinzione che la dialettica fosse stata introdotta nella storia dall’ebraismo. Dunque, se per il comunismo la dialettica aveva un significato positivo, per il nazismo aveva un significato negativo. Quanto al fascismo, la dialettica era declinata in una chiave attivistica, quale scontro permanente fra il fascista e il mondo: era il fascista a creare la dialettica nella realtà storica.