Il complesso industriale della censura europeo

 

Un nuovo rapporto statunitense conferma ciò che molti di noi sostengono da anni: l’UE ha costruito un complesso industriale della censura di proporzioni enormi e lo sta utilizzando per interferire nei processi democratici.


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Nel recente rapporto della Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti si conferme ciò che molti di noi sostengono da anni: che l’UE ha costruito un complesso industriale della censura di proporzioni enormi, progettato per controllare la narrativa pubblica, emarginare le voci critiche e persino interferire direttamente nelle elezioni.

I critici dovrebbero sentirsi giustificati dopo la pubblicazione di una relazione provvisoria della Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti intitolata The Foreign Censorship Threat (La minaccia della censura straniera). Basandosi su migliaia di documenti interni delle Big Tech e sulle comunicazioni con le autorità di regolamentazione europee, la relazione conferma in modo dettagliato che Bruxelles è stata impegnata in quella che i repubblicani della Commissione Giustizia della Camera descrivono come “una campagna decennale per ottenere il controllo globale della narrativa online”.

Questi sforzi, culminati nell’attuazione nel 2022 del Digital Services Act (DSA), il regime di regolamentazione di Internet più radicale mai introdotto nel mondo occidentale, sono iniziati già nel 2015, quando la Commissione europea ha istituito una serie di “codici” e “forum” attraverso i quali poteva esercitare pressioni sulle piattaforme affinché censurassero la libertà di espressione. Non si è trattato di iniziative isolate, ma di una strategia deliberata volta, secondo le parole della commissione, a “mettere a tacere l’opposizione politica e sopprimere le narrazioni online che criticano l’establishment politico”.

In effetti, la pubblicazione delle comunicazioni interne delle principali piattaforme tecnologiche mostra come l’architettura normativa europea, costituita da una rete interconnessa di istituzioni UE non elette, grandi aziende tecnologiche e ONG (la maggior parte delle quali finanziate dallo Stato o dall’UE), abbia ristretto i confini della libertà di espressione consentita.

La principale difesa della leadership dell’UE è stata che i suoi vari “codici di condotta” sono volontari. Tuttavia, la corrispondenza interna citata nella relazione mette in discussione questa affermazione. Le e-mail di Google e di altre aziende tecnologiche suggeriscono che le piattaforme ritenevano di dover conformarsi alle aspettative della Commissione. Le aziende ritenute non conformi possono incorrere in multe fino al 6% del fatturato annuo globale e, in casi estremi, nella sospensione dal mercato dell’UE. Tali sanzioni creano forti incentivi per le aziende ad adottare regole di moderazione più severe e applicate a livello globale, anche quando tali regole riguardano utenti ben oltre i confini europei.

I documenti interni indicano inoltre che i forum, apparentemente basati sul consenso, spesso operavano sotto la “forte spinta della Commissione europea”. I dibattiti su temi politici controversi, dalla politica migratoria alle questioni di genere, erano al centro dell’attenzione normativa.

Il grado di interferenza descritto è sorprendente e spesso assomiglia a una supervisione minuziosa e in tempo reale del discorso politico. Come sottolinea il rapporto, ad esempio, l’EU Internet Forum (EUIF) – ufficialmente un’iniziativa volontaria – si è evoluto da un focus ristretto sulla lotta al terrorismo a un mandato più ampio che includeva il controllo della “satira politica”, della “retorica populista” e persino della “sottocultura dei meme”. In altre parole, l’enfasi si è lentamente spostata dalla rimozione dei contenuti illegali alla dissuasione dei punti di vista politicamente scomodi. […]

Forse l’affermazione più grave contenuta nel rapporto è che il complesso industriale della censura dell’UE si è esteso ben oltre il semplice controllo della narrativa fino a influenzare direttamente le elezioni. Il rapporto mostra che, da quando il DSA è entrato in vigore nel 2023, la Commissione ha esercitato pressioni sulle piattaforme affinché adottassero misure di moderazione più severe prima delle elezioni in diversi Stati membri dell’UE, tra cui Slovacchia, Paesi Bassi, Francia, Moldavia, Romania e Irlanda, nonché durante le elezioni del Parlamento europeo del 2024. […]

Il caso più grave è quello delle elezioni presidenziali rumene del 2024. Il primo turno di votazioni, in cui il candidato populista indipendente Călin Georgescu era risultato vincitore, è stato annullato dopo che le autorità hanno sollevato accuse di influenza coordinata da parte della Russia online, e Georgescu è stato successivamente escluso dalla partecipazione al ballottaggio. Tuttavia, all’epoca non sono state prodotte prove verificabili pubblicamente a sostegno dell’accusa di interferenza e un documento interno di TikTok ha esplicitamente informato la Commissione europea di non aver trovato “alcuna prova” di una rete coordinata di questo tipo. L’annullamento rende chiaro che la narrativa dell’“interferenza russa” è diventata una giustificazione generica per la soppressione o la delegittimazione del dissenso politico e per una palese interferenza elettorale da parte di Bruxelles.

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