Nella tradizione politica persiana, il concetto di “ritirata onorevole” ricorre ripetutamente. Dalla caduta dei Sasanidi al rovesciamento dello Scià nel 1979, il potere non è scomparso, ma è stato riorganizzato in modo da preservare i pilastri fondamentali del potere. Nel contesto contemporaneo, uno scenario possibile potrebbe essere un conflitto controllato ad alta intensità, in cui la pressione militare – diretta o indiretta – crea un dilemma esistenziale alla leadership iraniana. O un isolamento prolungato come quello di Venezuela, o una destabilizzazione catastrofica come quella della Siria.
La storia dimostra che le élite persiane tendono a preferire la sopravvivenza dello Stato al suicidio ideologico. In un contesto del genere, la leadership potrebbe accettare una caduta “eroica” orchestrata. Ovvero:
- — una sconfitta militare limitata presentata internamente come resistenza,
- — il ritiro negoziato di personalità di spicco,
- — garanzia delle reti economiche e dei patrimoni,
- — vie di fuga sicure o immunità istituzionale per parte dell’élite.
Il regime non crollerebbe in modo caotico, ma chiuderebbe un ciclo storico, consentendo alle stesse strutture di potere di riapparire in una nuova forma. Una transizione simile si è osservata quando la burocrazia imperiale dello Scià è stata in parte assorbita dal sistema rivoluzionario dopo il 1979.
Ancora più compatibile con la cultura politica persiana è un secondo scenario. Non una caduta spettacolare, ma una lenta mutazione interna. La Persia è sopravvissuta storicamente grazie alla continuità amministrativa. I conquistatori arabi hanno adottato le istituzioni persiane, i mongoli si sono persianizzati e persino la rivoluzione islamica non ha distrutto lo Stato, ma lo ha ridefinito. Oggi, la pressione militare ed economica esterna potrebbe fungere da meccanismo di risanamento interno:
- — allontanamento dei circoli ideologici estremisti,
- — rafforzamento dei pragmatici all’interno delle Guardie della Rivoluzione,
- — trasferimento del potere dagli organi teocratici a quelli tecnocratici,
- — graduale deideologizzazione senza rottura istituzionale.
In questo modello, il sistema non cade ufficialmente. Mantiene bandiere, simboli e retorica rivoluzionaria, mentre in pratica si trasforma in un regime nazional-statale di tipo post-rivoluzionario cinese o post-sovietico russo. Il cambiamento sarebbe presentato come una “correzione della rivoluzione”, non come un suo abbandono. Un elemento cruciale per una società in cui il concetto di dignità storica (izzat) ha un profondo significato politico. La costante storica persiana è: continuità attraverso il cambiamento/adattamento.
La lezione storica fondamentale è che la Persia raramente conosce tagli netti. Invece di un collasso come quello dell’Iraq o della Libia, il modello più probabile è:
- — scarico controllato della crisi,
- — riciclaggio delle élite,
- — continuità istituzionale dietro una nuova forma politica.
Sia attraverso un crollo eroico concordato, sia attraverso una transizione graduale del potere, il possibile sviluppo in Iran seguirebbe la logica storica della stessa tradizione statale persiana: lo Stato sopravvive, anche quando il regime sembra cambiare.
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Autore: Dimitris Stathakopoulos è un ottomanologo-turcologo, autore di numerosi libri di rilievo. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università Panteion ed è collaboratore del Laboratorio di Studi Turchi ed Eurasiatici dell’Università del Pireo. È anche avvocato presso la Corte Suprema e musicologo laureato in Musica Bizantina.
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