La guerra di aggressione di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran – perché, secondo il diritto internazionale, non si tratta di altro – getta questo Paese, ma anche la regione e il sistema internazionale, nella più completa incertezza. A ciò si aggiungono fattori che strutturano la nostra epoca da diversi anni, se non decenni, che sono disparati ma che improvvisamente si fondono e precipitano, nella più grande contingenza storica, quello che io chiamo un «momento di storicità» singolare, tale da far precipitare il nostro tempo in una nuova «situazione», destinata a ripetersi nel tempo[1].

Sarebbe ovviamente prematuro stilare un elenco di questi fattori e prevedere già ora quali saranno le conseguenze di questo “momento di storicità” che ancora fatichiamo a definire:
quello della guerra in Iran, o della guerra in Medio Oriente, o della terza guerra del Golfo, o della terza guerra mondiale – una prospettiva che le lobby militari cercheranno di diffondere, ma alla quale non credo francamente, con la consolazione che non sarò più qui, né i miei lettori, per giustificare il mio scetticismo iniziale se questa ipotesi si rivelasse esatta.
Tuttavia, è già chiaro come si creino sinergie tra: un nuovo «tempo mondiale» (per riprendere l’espressione dello storico sinologo Wolfram Eberhard) della rivoluzione conservatrice, che è essa stessa in relazione dialogica con le rivoluzioni conservatrici dell’interbellismo; la trasformazione tecnologica dell’arte della guerra in cui eccellono Israele e gli Stati Uniti e che conferisce loro una supremazia militare assoluta; la digitalizzazione totale delle nostre società, in particolare il loro controllo poliziesco, la loro comunicazione tramite Internet e i social network, nonché la loro economia e la sua integrazione nei diversi mercati internazionali; la crisi climatica; l’intensificarsi delle migrazioni internazionali; l’ascesa e la globalizzazione dei mercati della droga, ecc.
L’impensato della Repubblica islamica
Si capisce immediatamente che l’Iran è al centro di queste questioni: attore principale dei conflitti in Medio Oriente; banco di prova, suo malgrado, delle nuove tecnologie di guerra da un anno e persino da un decennio, a giudicare dagli attentati mirati contro i suoi scienziati e ingegneri nucleari; società iperconnessa, anche nella sua vita quotidiana più banale;
vittima di un inquinamento urbano sistemico, così grave a Teheran che in autunno le autorità hanno agitato lo spettro della sua evacuazione pura e semplice, e di una crisi idrica che minaccia di desertificare il Paese; luogo di transito e, sempre più, di produzione di oppio; luogo di passaggio, inoltre, dei migranti afghani e, potenzialmente, focolare di una forte emigrazione.
Questi diversi aspetti della «questione iraniana» – per riprendere la famosa espressione della geopolitica della fine del XIX secolo: la «questione orientale» – sono stati messi in secondo piano dal dibattito pubblico e dai decisori politici per decenni, a favore di un’infinita ripetizione della sola questione nucleare, sotto l’influenza della hasbara ma anche – in Francia – dalla “setta” dei diplomatici atlantisti, non necessariamente neoconservatori, favorevoli a Israele e molto attaccati alla salvaguardia del trattato di non proliferazione nucleare (TNP) del 1968, di cui l’Iran è firmatario, al contrario dell’India e del Pakistan, e che sarebbe stato svuotato dall’acquisizione della bomba da parte di Teheran.
Questa «agenda», come si dice ora, ha ucciso la riflessione e persino gran parte della ricerca nelle scienze sociali, ora soggette all’infamante accusa di complice compiacenza, se non addirittura di compromesso con la Repubblica islamica dell’Iran, dal momento che cercano di comprendere la società e la complessità delle relazioni politiche al suo interno – e ora, perché no, di antisemitismo, poiché ogni critica allo Stato di Israele è assimilata all’antisionismo, che a sua volta è diventato sinonimo di antisemitismo. Nel mirino, ovviamente, l’«Islam ». «Il polmone, vi dico!», esclamano gli esperti autoproclamati.
Per citare solo due esempi di questi pregiudizi deleteri, ricordiamo innanzitutto che nessuno ha mai dimostrato la determinazione della Repubblica islamica a dotarsi di armi nucleari. La cosa più probabile è che si stesse preparando a diventare un «paese di soglia», sul modello del Giappone: pronto a varcare la soglia in caso di minaccia diretta, secondo una logica di deterrenza, ma senza violare il TNP che ne vieta l’acquisizione. Ricordiamo anche che la Repubblica islamica aveva rinunciato al programma nucleare dello Scià e lo aveva ripreso solo dopo il sostegno fornito dai paesi occidentali alla guerra di aggressione dell’Iraq nel 1980 e la completa rinuncia della comunità internazionale quando quest’ultimo ricorse ad armi chimiche vietate dalla prima guerra mondiale. Ricordiamo infine che l’Iran aveva finito per firmare un accordo sulla limitazione delle sue ambizioni nucleari nel 2015 e che gli Stati Uniti ne sono usciti unilateralmente nel 2018, su iniziativa di un certo Donald Trump.
D’altra parte, abbiamo continuato a considerare l’Iran solo attraverso la lente dell’Islam, un errore che l’antropologa Fariba Adelkhah[2] ha presto denunciato. In primo luogo, riprendendo il discorso della Repubblica islamica dell’Iran che parlava naturalmente di rivoluzione “islamica”, mentre la rivoluzione del 1979 non si riduceva a questa sola dimensione né si basava esclusivamente sulle cosiddette forze islamiche, nella loro diversità e nelle loro contraddizioni. La rivoluzione del 1979 aveva una dimensione nazionalista, peraltro assunta dai khomeinisti. E anche una dimensione sociale, sia nelle zone rurali che in città e all’interno della classe operaia. Aggiungiamo che gran parte del clero non ha aderito alla rivoluzione e che i religiosi rivoluzionari erano ben lungi dall’essere tutti khomeinisti. Il paragone vale quello che vale. I khomeinisti hanno confiscato la rivoluzione del 1978-1979 proprio come avevano fatto i bolscevichi con quella del 1917 in Russia, eliminando i loro concorrenti.
L’Iran è già entrato in guerra civile?
Dimenticarlo significa condannarsi a non comprendere alcuni eventi importanti che hanno segnato il corso della Repubblica islamica: la fase di terrore rivoluzionario che si ripeterà a intervalli regolari, in particolare durante l’estate del 1988, con i grandi massacri dei prigionieri politici nella prigione di Evin e senza dubbio anche altrove, e nel gennaio 2026; il tentativo e il fallimento della riforma agraria all’inizio degli anni ’80 e il perpetuarsi o l’ampliamento di solidi interessi fondiari a livello locale; la costituzione di potenti reti finanziarie nei meandri e nelle falsità della banca islamica; i movimenti autonomisti, indipendentisti o regionalisti nelle province periferiche, schiacciati fin dai primi anni della Repubblica; l’autonomizzazione economica dei guardiani della rivoluzione, su richiesta di Rafsanjani, all’indomani della guerra contro l’Iraq, per garantire il loro autofinanziamento, un’autonomizzazione economica abbastanza simile a quella dell’Esercito popolare di liberazione in Cina su iniziativa di Deng Xiaoping, alla fine degli anni ’70; lo sviluppo di un’economia a cavallo tra pubblico e privato, in linea con lo spirito neoliberista dell’epoca; last but not least, la costituzione di una vera e propria società politica grazie a elezioni non democratiche, ma relativamente pluralistiche, in particolare a livello locale, una società politica che, certamente, oggi è in crisi, ma che sarà impossibile cancellare in caso di caduta del regime e che ha generato una forte coscienza nazionale.
Tutti questi fenomeni sono stati documentati dalla ricerca nelle scienze sociali, a cominciare dai lavori di Fariba Adelkhah, disponibili in «tutte le buone librerie», e da altri autori, antropologi, geografi, demografi, economisti. Tuttavia, la loro restituzione è stata spesso respinta, essendo immediatamente sospettata di fare il gioco di un regime odiato, o addirittura di tradire un compromesso con esso. La conoscenza, la comprensione della complessità, il senso della sfumatura non erano più di rigore quando si parlava di una Repubblica ridotta all’“islam”, alla ‘bomba’ e al “terrorismo” . Il regime stesso era ridotto alla sola figura della Guida della Rivoluzione, presentata come un “dittatore”, e alla sua ipostasi, il malvagio corpo dei guardiani della rivoluzione, instancabilmente definito “esercito ideologico del regime”, mentre si è sempre trattato di una “polidittatura”, secondo la provocatoria formula del geografo Bernard Hourcade. E noi continuiamo a ripetere: la «Repubblica dei mullah».
Mentendo, ci siamo impediti di vedere che, già nel 1988, su istigazione dello stesso ayatollah Khomeini, la Repubblica islamica ha riconosciuto il primato della ragion di Stato sulla ragion religiosa, attraverso un Consiglio di discernimento della ragion di Stato, che si è ampiamente secolarizzata, anche a livello politico, che si è militarizzata sotto la guida dei famosi guardiani della rivoluzione e che ha fatto propria la causa nazionalista.
Situazione termidoriana o rivoluzione conservatrice?
Cosa dire, allora, della guerra di aggressione di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran? Che è senza uno scopo preciso, che si basa su premesse errate e che l’impossibilità, per un’operazione militare esterna, a fortiori aerea, di risolvere un problema politico ne risulterà drammaticamente decuplicata. Vi sono piaciuti la Libia, il Mali, l’Afghanistan, l’Iraq, il Libano, Gaza? Allora ADORERETE, in lettere MAGA, l’Iran.
Eppure c’erano altre letture possibili. Da parte mia, all’inizio degli anni ’90 avevo proposto un paradigma termidoriano. Gli ignoranti – e oggi sono legione – avevano protestato, accusandomi di attribuire alla Repubblica islamica una virtù di «moderazione», categoria quanto mai filosofica che oggi sostituisce il pensiero e un’impossibile virtualità democratica, poiché, signore, l’Islam e la democrazia sono due cose diverse, una volta per tutte…
Era ignorare il fatto storico che il Direttorio aveva una politica estera espansionistica, spesso avventuristica, e che Termidoro rimanda a un momento di trasformazione di un’élite rivoluzionaria in una classe politica professionale, destinata a perpetuarsi – i suoi leader erano soprannominati i «Perpetui » – tenendo a distanza il popolo attraverso un regime rappresentativo, il meno democratico possibile, e avviando, in modo spudorato, un processo di accumulazione primitiva di capitale. Mano lunga sui beni nazionali!
Da questo punto di vista, l’Islam è solo una variabile di aggiustamento, a volte molto funzionale – lo status giuridico del waqf, del bene di mano morta, è estremamente favorevole al partenariato pubblico-privato che caratterizza il neoliberismo –, che non avrebbe dovuto distrarci dai confronti politicamente essenziali. Nata da una vera e propria rivoluzione, la Repubblica islamica ha tutto a che vedere con la Cina di Deng Xiaoping, la Russia di Putin o la Cambogia di Hun Sen, e poco in comune con l’Afghanistan dei talebani, l’Algeria del FIS o Daesh[3]. In altre parole, l’Islam non era la giusta griglia di analisi.
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Qual è la situazione oggi? Il paradigma termidoriano rimane fecondo? Sì, sotto molti aspetti, perché i Perpetui del 1979, o meglio del 1989, sono ancora lì, sebbene decimati dalle bombe del Nemico, e hanno preso il controllo dell’economia sotto le sanzioni internazionali, spesso grazie alle sanzioni internazionali. Ma la lettura dei lavori di Fariba Adelkhah, in particolare dei suoi ultimi articoli («Che cosa sta succedendo in Iran? » e « L’Iran è già entrato in guerra civile? ») e gli scambi di opinioni che ho con lei, mi portano a esplorare un’altra direzione concettuale che ho aperto da due anni. (leggi: « Il volto francese di una rivoluzione conservatrice globale»).
Il volto francese di una rivoluzione conservatrice globale
Sulla base dell’esperienza storica dell’Europa tra le due guerre mondiali, ho proposto un paradigma o un tipo ideale di rivoluzione conservatrice in sette punti:
- la rivoluzione conservatrice fornisce un repertorio identitario nazionale durante il passaggio dall’impero allo Stato-nazione, nel contesto di una società di massa in preda all’urbanizzazione;
- è il risultato della guerra, generalmente ma non necessariamente della sconfitta, o addirittura dell’occupazione militare;
- attribuisce la sventura politica a un Altro, anche se interno;
- promuove una tematica dell’Uomo nuovo, le cui origini religiose sono evidenti e che partecipa a una resurrezione o a una redenzione morale, culturale, persino fisica, del popolo attraverso la pratica dello sport e dell’igienismo;
- si basa su un virilismo antiborghese, eteronormativo e violento, che dovrebbe essere il fautore della Storia e dell’Uomo nuovo, in spregio al diritto e al parlamentarismo, e di cui Georges Sorel è stato il teorico più in vista, nella sua ambivalenza politica;
- essa procede attraverso l’invenzione della tradizione secondo il modello del fondamentalismo identitario, eventualmente di orientamento religioso, senza che ciò implichi necessariamente la fede, insistendo sull’autenticità e la purezza del popolo da ritrovare, salvare o istituire, eventualmente grazie all’eugenetica;
- si basa sul risentimento delle categorie subalterne o declassate nei confronti dei benestanti o degli stranieri, eventualmente interni, che si suppone siano più fortunati grazie allo sfruttamento parassitario del popolo a cui si dedicano – risentimento alimentato dall’umiliazione culturale, sociale o nazionale; dalla regressione, dall’incertezza o dalla povertà economica; la relegazione allo status di minoranza etnico-religiosa all’interno dei nuovi Stati nati dalla disgregazione degli imperi; o ancora l’esodo.
Da questo punto di vista, il «momento storico» che sta vivendo l’Iran (e che ci fa vivere l’Iran) fa parte di questa esperienza di rivoluzione conservatrice e si inserirà probabilmente nell’attuale movimento di espansione su scala globale.
In altre parole, sarebbe più opportuno confrontare l’Iran di oggi e di domani con la Cina, la Russia, l’India, la Turchia e persino, horresco referens agli occhi di alcuni, con l’America e Israele, piuttosto che con questo o quel paese cosiddetto islamico. È abbastanza facile vedere in che modo la Repubblica islamica corrisponda (e talvolta non corrisponda, perché una società reale non coincide mai esattamente con un ideale-tipo, che è una proposta concettuale, non una descrizione o una rappresentazione) al paradigma della rivoluzione conservatrice.
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Come interpretare il conservatorismo contemporaneo?
La sua caratteristica è quella di associare l’idea rivoluzionaria, strappata al monopolio ideologico della sinistra, con la conservazione o la restaurazione dei valori cosiddetti tradizionali e con la definizione fondamentalista, völkisch, della nazione o piuttosto del suo presunto popolo. Il filosofo Ernst Bloch parlava a questo proposito della «simultaneità dei contrari», di cui l’esaltazione della tecnica da parte di Ernst Jünger o Filippo Tommaso Marinetti, entrambi piuttosto indulgenti, per usare un eufemismo, nei confronti rispettivamente del nazionalsocialismo e del fascismo, fornisce una buona illustrazione.
Da questo punto di vista, la storia dell’Iran mantiene evidenti «affinità elettive» con la sensibilità rivoluzionaria-conservatrice. E questo senza che la rivoluzione del 1979 abbia introdotto una rottura radicale, contrariamente a quanto cercano di convincerci i suoi detrattori. L’ideologia dei Pahlavi era ariana e veicolava un fondamentalismo civilizzatore. Rafsanjani ha ripreso questo riferimento già nel 1991, visitando le rovine di Persepoli che alcuni militanti ben intenzionati volevano radere al suolo pochi anni prima (e che oggi l’intelligenza artificiale fa attraversare alla figlia del pretendente al trono su un cavallo bianco, lanciando rose al popolo entusiasta!)
I Pahlavi erano furiosamente modernisti e favorevoli alla tecnologia moderna, compresa quella nucleare, a partire dagli anni ’70. La Repubblica islamica ha seguito le loro orme, anche nel nucleare, nella balistica, nel digitale, nella criptovaluta. Mahmoud Ahmadinejad ha sognato di diventare il Mossadegh dell’atomo. E il clero non è da meno in materia di tecnofilia, se non addirittura di scientismo.
Infine, monarchici e repubblicani sono almeno d’accordo sulla loro concezione molto nazionalista, per non dire xenofoba, se non addirittura, a volte, francamente razzista della città, a scapito degli arabi, degli afghani e persino degli africani, alcuni dei quali frequentano l’Università o gli insegnamenti religiosi di Qom. Gli attori politici iraniani condividono ampiamente l’immaginario ferito e narcisistico di una grande civiltà plurimillenaria declassata e relegata nel corso dei secoli alla subalternità internazionale – condizione umiliante da cui la Cina si sta liberando facendo balenare la possibilità di una rivincita tecnologica dei dannati della terra.
Queste linee di continuità dalla monarchia Pahlavi alla Repubblica islamica non significano che nulla sia cambiato sotto il sole dell’altopiano iraniano. E a volte in meglio. La transizione demografica è stata gestita in modo spettacolare. Il livello di istruzione è aumentato. L’Università produce ricercatori, ingegneri, informatici, medici altamente qualificati. Le studentesse sono la maggioranza. Le campagne sono state elettrificate e servite da strade asfaltate. D’altra parte, si sono accumulati anche i problemi, le politiche pubbliche erratiche, i fallimenti. Infine, l’Iran conta oggi più di 90 milioni di abitanti, la stragrande maggioranza dei quali vive nelle grandi città, in particolare nella megalopoli di Teheran, e si proietta nel mondo attraverso una diaspora politicamente ed economicamente diversificata, stabilitasi principalmente in Nord America, Europa e nel Golfo.
Il pretendente al trono, la cui totale assenza di senso del ridicolo è senza dubbio una delle sue caratteristiche principali, a giudicare dalla sua iconografia sui social network, ha appena rilasciato una testimonianza piuttosto divertente su questo Iran “potenziato “. Intervistato dal podcast dell’influencer Patrick Bet-David, Pahlavi ha risposto candidamente che poteva solo immaginare di vivere ”a tempo parziale“ in Iran, poiché ”la sua vita sociale e i suoi impegni personali erano per lo più negli Stati Uniti, dove aveva vissuto la maggior parte della sua vita”.
La mia ipotesi è quindi che il futuro dell’Iran, ancora indistinguibile tra le bombe, la polvere delle macerie e la sofferenza del suo popolo, si giocherà sul registro di una rivoluzione conservatrice, indipendentemente dalla forza politica che la incarnerà. Questa si nutrirà del risentimento per la sconfitta militare contro l’Iraq nel 1980, poi nel 2024 in Libano e Siria e, dal giugno 2025, nello stesso Iran – risentimento che sarà veicolato dalle «famiglie dei martiri ” e dai guardiani della rivoluzione o dai loro ausiliari, in particolare quelli che sono stati dispiegati all’estero, il cui rimpatrio ricorda quello dei Corps francs nella Germania tra le due guerre, e ai quali viene talvolta attribuita la brutalità della repressione di gennaio. Risentimento anche per la crisi economica e l’iperinflazione all’origine delle proteste di inizio anno. Il rancore o l’odio di coloro che hanno dovuto prendere la strada dell’esilio, che hanno perso i loro beni o che hanno visto i loro cari assassinati dalla Repubblica islamica, il cui ricordo represso tormenta la città come il dolore degli arti amputati.
Questa rivoluzione conservatrice troverà facilmente il suo capro espiatorio, che potrebbe essere proprio quegli “irresponsabili” di Femme Vie Liberté che hanno pugnalato alle spalle la rivoluzione, o quegli “agenti del Mossad” che hanno guidato i missili nemici, anche solo con le loro parole, o ancora gli intellettuali e gli accademici che hanno portato avanti il pensiero indipendente e odiati sia dai sostenitori della Repubblica islamica che dai suoi oppositori esterni.
È ancora impossibile sapere chi avrà la meglio. I bombardamenti israelo-americani possono paradossalmente salvare la Repubblica, almeno temporaneamente, nella misura in cui hanno accelerato la successione della Guida della Rivoluzione e soffocato la ripresa delle proteste nelle università che si registravano da diversi giorni – il che, tra l’altro, la dice lunga sull’inutilità della politica di Donald Trump e dei suoi meriti democratici. Oggi, i missili si uniscono alle armi delle forze dell’ordine per dissuadere gli iraniani dal scendere in piazza, come li invita a fare la Casa Bianca con impassibile cinismo. Il suo inquilino esita ancora tra tre candidati per la successione – una dichiarazione surreale che vorremmo poter ridere se non ci fossero così tanti morti e distruzione in gioco.
Ma, tra i possibili pretendenti, nessuno promette un futuro radioso. Una soluzione “alla venezuelana”, attraverso la cooptazione di una personalità o di una fazione della Repubblica islamica, comporterebbe un deficit di legittimità insormontabile, sia all’interno che all’esterno del Paese. I mujaheddin del popolo sono un movimento armato settario, se non totalitario. Pahlavi è un’ancora di salvezza marcia, un intermitente del trono, suscettibile di trascinare parte della popolazione in un neo-arianismo kitsch e, soprattutto, di scatenare un Terrore bianco già annunciato dalla virulenza di una parte della diaspora, quella dei ci-devant di Coblence-CA o del Front de Seine a Parigi, il cui odio di classe nei confronti dei parvenus della Repubblica islamica non avrà limiti.
In tutti questi casi, la democrazia tanto auspicata dal popolo iraniano non sarà senza dubbio all’appuntamento. Assisteremo più probabilmente a una forma di rivoluzione conservatrice, sotto bandiera repubblicana o di altro tipo, che trarrà la sua energia da quarant’anni di umiliazioni incrociate e che si esprimerà con un nazionalismo estremo. Il che rischia di farci rimpiangere la Repubblica islamica, vilipesa ma che, in un modo o nell’altro, faceva prevalere una ragion di Stato, abbastanza banale nelle sue pretese di potere, nel cuore di una regione in preda alla guerra civile e ai movimenti armati.
Nel suo scivolone, il conflitto in corso lo dimostra ancora una volta. L’irrazionalità, in questo caso, proviene proprio dagli aggressori che non hanno voluto ascoltare l’esplicito avvertimento dell’ayatollah Khamenei: in caso di attacco israeliano o statunitense, l’Iran avrebbe portato la guerra su scala mediorientale. Ci siamo, e questo non ci rende più razionali. Denunciamo l’aggressione… iraniana!
Il «momento storico» della guerra in Iran rivela la nostra cecità, la nostra perdita di senso della realtà sotto l’effetto dell’«arsenico» (Victor Klemperer) del linguaggio ideologico che ci avvelena da decenni e ci fa accettare la guerra come modalità di gestione della politica, nel più totale disprezzo del diritto internazionale[4]. Ci immerge in una “situazione” di incontrollabile squilibrio dell’ordine mondiale di cui Alfred Döblin ci aveva dato un assaggio nel suo profetico e geniale Monts Mers et Géants, pubblicato nel 1924 e recentemente tradotto in francese da Gallimard.

[1] Jean-François Bayart, L’Énergie de l’État. Pour une sociologie historique et comparée du politique, La Découverte, 2022.
[2] Fariba Adelkhah, « Islamofobia e malessere nell’antropologia: essere o non essere velate in Iran », Politix, 2007/4 n. 80, 2007.
[3] Jean-François Bayart, « Il concetto di situazione termidoriana: regimi neorivoluzionari e liberalizzazione economica », Questions de recherche/Research in Question, 24, 2008.
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Autore: Jean-François Bayart è Politologo, professore all’IHEID di Ginevra, titolare della cattedra Yves Oltramare “Religione e politica nel mondo contemporaneo”.
Fonte: AOCMedia
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