Litio e pace

 

«La pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creativi all’altezza dei pericoli che la minacciano… La messa in comune delle produzioni di litio e delle terre rare assicurerà immediatamente l’instaurazione di basi comuni di sviluppo economico, primo passo verso la Federazione mondiale, e cambierà il destino di questi continenti a lungo destinati alla fabbricazione di armi da guerra di cui sono stati le vittime più costanti».


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Per preservare la pace mondiale non bastano le buone intenzioni politiche o morali – la sovrastruttura –, occorre anche mobilitare il piano infrastrutturale – le risorse materiali. Questo credo, che fu quello della CECA in materia di carbone e acciaio, dovrebbe ispirare la messa in comune delle risorse minerarie necessarie alle nuove tecnologie e alle energie rinnovabili.

Era durante un viaggio tra Neuchâtel e Losanna, nel 2019, che interrogai mio padre sulla dichiarazione di Philippe de Villiers, il quale accusava l’Unione europea di essere stata creata dalla CIA per servire gli interessi americani[1]. Come prova additava il denaro che il Centro di ricerche europee con sede a Losanna, in Svizzera, avrebbe ricevuto dalla Fondazione Ford[2].

Ridendo di una tale assurdità, mio padre, l’economista Werner Rahm[3], che insieme a François Cardis lavorava all’epoca, nel 1957, al Centro di ricerche europee[4] diretto da Henri Rieben, confermò che avevano ricevuto quella borsa di studio senza alcuna richiesta o contropartita. La paragonò alle borse di studio che io stesso avevo potuto ricevere dagli Stati Uniti[5], ricordando che, fondamentalmente, l’idea dell’Europa fosse nata molto prima, all’indomani della seconda guerra mondiale, dalla ricerca di soluzioni per evitare una nuova guerra tra Francia e Germania dopo quelle che avevano devastato l’Europa tra il 1870 e il 1945 e causato circa 10 milioni di morti tra francesi e tedeschi.

Ciò che mi spiegò allora era relativamente semplice da comprendere. Le condizioni di vita in Europa erano notevolmente migliorate a partire dal XIX secolo con l’uso delle energie fossili, del carbone e dell’acciaio, che hanno dato agli esseri umani una potenza energetica inaudita[6], rivoluzionando i modi di riscaldamento e di costruzione degli edifici, di produzione e di trasporto dei beni di consumo, degli alimenti, dei materiali o degli indumenti, e più in generale trasformando il nostro modo di vivere, proiettandoci nel comfort della vita «moderna» in cui ci troviamo ancora e di cui non possiamo immaginare di fare a meno.

Ma questo nuovo stile di vita, in cui il freddo e la fame endemici appartenevano ormai alla storia antica, creava anche una totale dipendenza dalle energie fossili e dall’accesso a queste risorse. Le miniere di carbone e di ferro non erano distribuite equamente sul territorio europeo, il che avvantaggiava naturalmente i paesi che le possedevano, i quali si arricchivano più rapidamente degli altri con l’industrializzazione.

Le guerre tra Germania e Francia, quelle del 1870-1871, del 1914-1918 e del 1939-1945, erano per mio padre, al di là delle argomentazioni ideologiche o patriottiche, mosse dalla necessità di possedere le miniere di ferro della Lorena, indispensabili per questo nuovo stile di vita basato sul carbone. Perché il ferro è, grazie alle alte temperature rese possibili dal carbone, alla base della produzione dell’acciaio con cui si costruivano macchine e navi, opere di ingegneria civile o binari ferroviari, nonché armi da guerra, conferendo un potere inequivocabile ai paesi che possedevano le miniere.

Riconquistare, con il fiore all’occhiello, l’Alsazia e le miniere di ferro della Lorena ai tedeschi nel 1914, che le avevano sottratte ai francesi nel 1871, prima che il regime nazista le riprendesse nel 1940, era in definitiva la garanzia di poter raggiungere e conservare quella prosperità materiale in cui tutti i popoli volevano ormai vivere.

Se non volevamo che in Europa scoppiassero nuove guerre, mi spiegava mio padre, era necessario che francesi e tedeschi smettessero di contendersi il ferro e il carbone, che le miniere non appartenessero più alla Germania o alla Francia, ma che queste risorse, essenziali per la vita delle società industrializzate del XX secolo, appartenessero d’ora in poi a entrambi i paesi contemporaneamente. «La Ruhr, la Saar e i bacini francesi lavoreranno di concerto e faranno beneficiare tutti gli europei del loro lavoro pacifico», auspicava Robert Schuman il 9 maggio 1950.

Enunciata quel giorno, l’idea della «Comunità europea del carbone e dell’acciaio» (CECA), proposta da Jean Monet e Robert Schuman, si basa su un principio semplice: per preservare la pace mondiale non bastano buone intenzioni politiche o morali. È necessario mettere in comune le risorse materiali, la produzione di carbone e acciaio: «la circolazione del carbone e dell’acciaio tra i paesi aderenti [alla CECA] sarà immediatamente esentata da ogni dazio doganale e non potrà essere ostacolata da trasporti differenziali».

Salvaguardare la pace significa proporre oggi, come nel 1951, una politica innanzitutto infrastrutturale.

Agire a livello infrastrutturale («materialmente») tanto quanto a livello sovrastrutturale («impensabile») è quindi per Robert Schuman l’unica garanzia di una pace reale: «La solidarietà di produzione che si creerà in questo modo dimostrerà che qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventa non solo impensabile, ma materialmente impossibile[7]».

È questa messa in comune del ferro e dell’acciaio, delle condizioni materiali, che ha creato la pace in Europa da 75 anni, forse più dell’ideale della democrazia.

Di fronte al riscaldamento globale e all’esaurimento delle energie fossili, non sarà più il carbone la posta in gioco di domani. Si può combattere per le ultime gocce di petrolio come oggi in Venezuela o in Iran, ma, più fondamentalmente, sono il litio, le terre rare e gli altri metalli necessari alla produzione di energie rinnovabili e alle tecnologie digitali a costituire il carbone e l’acciaio di oggi. E se la ricerca di carbone e acciaio è stata alla base delle guerre dell’era industriale dal 1870, la ricerca di minerali critici e terre rare potrebbe essere alla base delle guerre della nostra era tecno-climatica.

Accanto alle argomentazioni patriottiche sovrastrutturali avanzate da Vladimir Putin, il presidente americano Donald Trump ha la candore di enunciare chiaramente gli obiettivi infrastrutturali: vuole la Groenlandia per appropriarsi delle sue risorse di terre rare, vuole aiutare l’Ucraina a condizione di ottenere contratti di sfruttamento delle sue risorse minerarie.

Questa corsa ai minerali critici, al litio, alle terre rare può portare alla guerra e alla disperazione, esattamente come in Europa nella sua corsa al ferro e al carbone tra il 1870 e il 1945, e come la corsa al petrolio ha causato le guerre dalla seconda guerra mondiale in poi. E che dire degli attuali appelli al sovranismo, ai rapporti di forza e all’aumento dei dazi doganali… quando Robert Schuman proponeva di abolire questi ultimi affinché si potesse acquistare in Germania o in Francia allo stesso prezzo il ferro o il carbone tedesco o francese, unica garanzia di pace.

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Ciò che occorre prevedere oggi per salvaguardare la pace è forse proporre soluzioni sia infrastrutturali che sovrastrutturali, come fecero con successo Jean Monnet e Robert Schuman, rendendo la guerra in Europa «inimmaginabile», ma soprattutto «materialmente impossibile». Salvaguardare la pace significa forse, per la Francia, proporre oggi, come nel 1951, una politica innanzitutto infrastrutturale, la messa in comune mondiale delle risorse, lo sviluppo delle energie rinnovabili.

Dobbiamo lottare contro il riscaldamento globale, condurre una politica concreta, prima di dover rispondere, con le armi, con l’ideologia, con il nazionalismo, alle conseguenze di crisi infrastrutturali che avrebbero potuto essere evitate se avessimo investito risorse sulle cause piuttosto che sulle conseguenze.

Salvaguardare la pace forse non significa proprio trincerarsi dietro nuove barriere doganali e un rinnovato patriottismo, forse non significa proprio costruire una sovranità europea contro la Russia, alla Cina o all’America, forse non significa spendere 413 miliardi di euro entro il 2030 per le forze armate francesi, né gonfiare i muscoli ideologici, né praticare il rapporto di forza, ma forse, al contrario, lavorare a monte su una Comunità mondiale, ad esempio, delle terre rare e del litio, prendere atto del successo pacificatore in Europa della Comunità europea del carbone e dell’acciaio da 75 anni, dopo 70 anni di guerra, e mettere in comune tutte le risorse minerarie necessarie alle nuove tecnologie e alle energie rinnovabili, senza dazi doganali, primo passo verso una «federazione mondiale», per riprendere la denominazione di «federazione europea» di Maurice Schuman.

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La politica oggi è forse questa: agire prima sulle questioni materiali piuttosto che dopo sui valori ideologici, estendere globalmente i principi della Comunità europea del 1950 nel senso di una costruzione materiale della pace. E, parafrasando la dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio 1950, la Francia potrebbe proporre nel 2026 che «La pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creativi all’altezza dei pericoli che la minacciano… La messa in comune delle produzioni di litio e delle terre rare assicurerà immediatamente l’instaurazione di basi comuni di sviluppo economico, primo passo verso la Federazione mondiale, e cambierà il destino di questi continenti a lungo destinati alla fabbricazione di armi da guerra di cui sono stati le vittime più costanti[8]».

Il lettore potrebbe chiedersi perché un architetto prenda posizione su un argomento così lontano dal suo ambito di competenza. Cercheremo di giustificarci, a chi voglia ascoltarci, ricordando che l’idea della comunità europea, prima di essere difesa dai politici Jean Monet e Robert Schuman, era germogliata in un ingegnere, il belga Lodoïs Tavernier.

[1] È interessante leggere a questo proposito la «nota di riflessione di Jean Monet del 3 maggio 1950», in cui quest’ultimo scrive che l’interesse degli Stati Uniti all’epoca era solo quello di aumentare la produzione di acciaio della Germania, senza curarsi se ciò fosse a scapito della Francia, riprodotta in Ce jour-là, l’Europe est née (9 mai 1950), collana Cahiers rouges, Centro di ricerche europee, Fondazione Jean Monet per l’Europa, 1980.

[2] Vedi l’intervista a Henri Rieben, fondatore ed ex direttore del Centro di ricerche europee.

[3] Dottore in scienze commerciali ed economiche, Werner Rahm, nato nel 1935, ha lavorato per circa 7 anni per il Centro di ricerche europee al momento della sua fondazione a Losanna nel 1957. Vi ha svolto contemporaneamente la sua tesi intitolata «Il mercato svizzero del ferro e la costruzione dell’Europa», pubblicata nella collana dei Cahiers rouges dal Centro di ricerche europee nel 1964.

[4] Fondato nel 1957, il Centro di ricerche europee è diventato nel 1978 il Centro Jean Monet, dove oggi sono conservati tutti i suoi archivi.

[5] Nel 2010 e nel 2011 ho ricevuto la borsa di studio «Jean Labatut Professorship» per insegnare all’Università di Princeton e nel 2018 una borsa di studio della Graham Foundation a sostegno della pubblicazione del libro Climatic Architecture, uscito nel 2023 per le Edizioni ACTAR in Spagna.

[6] È stato calcolato che i nostri stili di vita contemporanei mobilitano continuamente, per ciascuno di noi, l’energia di 200 schiavi (che arano e raccolgono nei campi, che azionano l’ascensore, che riscaldano le nostre abitazioni, che guidano la metropolitana, che tessono i nostri vestiti, trasportano i nostri beni di consumo, ecc. Vedi Ian Morris, *Foragers, Farmers, and Fossil Fuels: How Human Values Evolve?*, Princeton University Press, 2015.

[7] Dichiarazione del 9 maggio 1950, riprodotta in Ce jour-là, l’Europe est née (9 mai 1950), coll. Cahiers rouges, Centre de recherches européennes, Fondation Jean Monet pour l’Europe, 1980.

[8] «La pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creativi all’altezza dei pericoli che la minacciano… La messa in comune delle produzioni di carbone e acciaio assicurerà immediatamente l’instaurazione di basi comuni di sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni a lungo destinate alla fabbricazione di armi da guerra di cui sono state le vittime più costanti. » Dichiarazione del 9 maggio 1950, riprodotta in Ce jour-là, l’Europe est née (9 mai 1950), coll. Cahiers rouges, Centre de recherches européennes, Fondation Jean Monet pour l’Europe, 1980.

Philippe Rahm, Architetto, DOCENTE PRESSO L’ÉCOLE NATIONALE SUPÉRIEURE D’ARCHITECTURE DI VERSAILLES, PROFESSORE ASSOCIATO PRESSO LA HAUTE ÉCOLE D’ART ET DE DESIGN DI GINEVRA (HEAD – GINEVRA, HES-SO).

Fonte: AOC