L’eresia americana: bisogna bruciare Peter Thiel?

 

Il maestro di Palantir scende a Roma per impartire lezioni segrete sull’Anticristo. Di fronte a questo tentativo di regime change teologico, il padre francescano e consulente del Papa in materia di IA Paolo Benanti spiega perché la religione di Peter Thiel non è il cristianesimo, ma un’eresia.


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Se il tempo ha un senso, se la storia ha una direzione, allora l’essere umano diviene protagonista di questa storia, protagonista in una relazione con Dio che lo vede impegnato in prima persona nell’adoperarsi per la salvezza personale e comunitaria. Così, il tempo si apre alla speranza, viene orientato verso un miglioramento che, in termini secolarizzati, potremmo definire come utopia. Ogni rivoluzionario, dunque, non è solo produttore di tempo, creatore della storia, ma soprattutto colui che indirizza verso un’utopia, verso qualcosa che non c’è ancora ma che, prima o poi, ci sarà.


 

Per comprendere il percorso intellettuale e operativo di Peter Thiel, non basta osservarlo attraverso il prisma convenzionale del capitale di rischio o dell’innovazione tecnologica. Thiel è soprattutto un teologo politico che agisce nel cuore stesso dell’ecosistema della Silicon Valley.

Per molti, Palantir Technologies — la sua creazione più illustre — incarna o uno Stato nello Stato incaricato di sorvegliare le masse, oppure, al contrario, lo scudo dell’ordine occidentale. Per Thiel, essa rappresenta soprattutto la manifestazione concreta di una visione del mondo che rimette radicalmente in discussione i dogmi della modernità democratica.

Enigmatica e influente al tempo stesso, la sua figura non si delinea come quella di un semplice imprenditore, ma come quella di un pensatore che ha intessuto una complessa trama ideologica attingendo a fonti molto diverse: dalla filosofia mimetica di René Girard alla profezia anarchico-capitalista, per giungere recentemente a un quadro teologico-apocalittico tanto inquietante quanto strutturato.

L’insieme dell’azione di Thiel può così essere letto come un atto prolungato di eresia contro il consenso liberale: una contestazione dei fondamenti stessi della convivenza civile, che egli giudica ormai superati.

Prima di addentrarci nell’architettura ideologica di Peter Thiel, occorre tuttavia restituire al termine «eresia» il suo significato originario, sottraendolo alla sua accezione corrente di blasfemia o di semplice errore dottrinale, per restituirgli la dignità della sua etimologia greca. Hairesis indica originariamente una «scelta», un’opzione — l’atto di cogliere una parte distinguendola dal resto. Nel suo senso filosofico più profondo, l’eresia non è quindi la negazione della verità, ma l’isolamento di una verità parziale, staccata dal tessuto relazionale dell’insieme ed elevata al rango di principio assoluto. È l’assolutizzazione di un frammento separato dall’armonia del tutto: un’intuizione particolare sulla natura umana o sulle dinamiche sociali che, privata dei necessari contrappesi imposti dalla complessità del reale, diventa totalizzante — e, a lungo termine, tirannica.

È sotto questa angolazione che va letta la visione di Thiel: non come un semplice rifiuto dei valori occidentali, ma come la radicalizzazione patologica di alcune delle loro componenti – la competizione, la tecnologia, l’individuo – che, erette a unica bussola, conducono a risultati radicalmente divergenti dal progetto democratico comune.

L’intera azione di Thiel può così essere letta come un atto prolungato di eresia. Paolo Benanti

La profezia del monopolio: Thiel, René Girard e l’ombra della PayPal Mafia

Per comprendere il percorso che ha portato la Silicon Valley a passare da un gruppo di adolescenti utopisti nei garage a un centro nevralgico del potere geopolitico mondiale, occorre risalire ai fondamenti filosofici e relazionali che hanno sostenuto la sua ascesa più spettacolare. Al centro di questa trasformazione non c’è solo l’ingegneria del software, ma una forma di ingegneria delle anime e delle società, orchestrata da una figura che riunisce in sé il ruolo dell’investitore e quello del teologo politico: Peter Thiel.

Lungi dal ridursi a una semplice strategia d’affari, la sua visione costituisce la traduzione operativa di una precisa antropologia filosofica — quella di René Girard — incarnata e poi diffusa attraverso una delle reti di potere più influenti della storia recente: quella che viene chiamata la «PayPal Mafia».

L’intuizione girardiana: monetizzare il desiderio mimetico su scala planetaria

Questa storia inizia negli anni ’80, all’Università di Stanford. Studente di filosofia, il giovane Peter Thiel scopre lì il pensiero di René Girard. Per la prima volta, l’antropologo francese, noto per la sua teoria del desiderio mimetico, gli offre una chiave di lettura del reale che si rivela al tempo stesso destabilizzante e decisiva.

Al centro della teoria girardiana c’è l’idea che il desiderio umano non sia né autonomo né spontaneo, ma fondamentalmente mimetico: desideriamo ciò che gli altri desiderano, non per il valore intrinseco dell’oggetto, ma perché il desiderio altrui lo designa come desiderabile. Apparentemente innocua, questa dinamica porta tuttavia con sé un notevole potenziale distruttivo: quando due o più individui desiderano la stessa cosa, la convergenza dei desideri li trasforma inevitabilmente in rivali, scatenando una competizione che può degenerare in violenza mimetica — una spirale conflittuale in grado di disgregare il tessuto sociale.

Thiel non si limita a studiare questa teoria: la interiorizza. La trasforma in una dottrina operativa per il mondo degli affari. Laddove la ragione economica classica e la retorica capitalista celebrano la concorrenza come motore del progresso, Thiel, attraverso il prisma girardiano, vi vede invece una trappola mortale: una forma di follia collettiva che eroderebbe i profitti e distruggerebbe il valore.

Se la concorrenza costituisce l’equivalente commerciale della violenza mimetica, allora la strategia vincente non è quella di essere un concorrente migliore, ma di rifiutare la concorrenza stessa.

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Nel suo famoso libro Da zero a uno — che si può leggere come un trattato girardiano applicato alle startup — Thiel sostiene che l’obiettivo di un’impresa non deve essere quello di prevalere in un mercato saturo, ma di creare qualcosa di assolutamente unico al fine di raggiungere una posizione monopolistica. In questa prospettiva, il monopolio diventa l’unica via di fuga dalla violenza mimetica del mercato, l’unico spazio in cui diventa possibile produrre e catturare un valore duraturo. Nel mondo degli affari, Thiel si è basato su questa intuizione filosofica per realizzare i suoi investimenti più fruttuosi.

Si sa, ad esempio, che ha utilizzato la teoria del desiderio mimetico per anticipare il successo di Facebook, investendo molto presto nel social network, in un’epoca in cui questo era ancora agli albori. Laddove molti vedevano solo un altro blog un po’ geek destinato agli studenti, Thiel vi ha individuato una «macchina mimetica» perfetta: una piattaforma concepita per sfruttare un bisogno umano fondamentale — osservare gli altri, imitarli, desiderare ciò che essi desiderano.

Avrebbe così esposto lui stesso a Mark Zuckerberg le teorie di René Girard, persuadendolo a passare alla scala industriale con una formula d’impatto: «chi possiede una macchina per produrre desiderio possiede il mondo». Per lui, l’introduzione del pulsante «Mi piace», e la sua successiva evoluzione, non ha costituito solo un’innovazione tecnica: ha rappresentato la perfetta attuazione algoritmica del desiderio mimetico, un dispositivo destinato ad amplificare e monetizzare il desiderio mimetico su scala planetaria.

Per il giovane Thiel, influenzato da Girard, il monopolio diventa l’unica via di fuga dalla violenza mimetica del mercato. Paolo Benanti

La genesi del potere: l’alleanza della «PayPal Mafia»

Ma le idee, per quanto potenti, non bastano a costruire imperi. Hanno bisogno di uomini, capitali e una struttura operativa. È qui che entra in gioco la «PayPal Mafia», quel gruppo di ex dipendenti e cofondatori di PayPal che rappresenta senza dubbio una delle più forti concentrazioni di talento imprenditoriale e di potere economico della nostra epoca. Questa alleanza non ha nulla di teorico; al di là del mito, si è forgiata nell’intensità di un ambiente estremamente competitivo e nella lotta comune per la sopravvivenza di PayPal ai suoi esordi.

Tra i suoi membri figurano personalità che hanno letteralmente ridisegnato il panorama tecnologico — e quindi sociale — del XXI secolo. Per citare solo alcuni nomi, al fianco di Peter Thiel, vero e proprio padrino intellettuale del gruppo, troviamo Elon Musk, che in seguito fonderà Tesla e SpaceX; Reid Hoffman, creatore di LinkedIn; Max Levchin; Chad Hurley, Steve Chen e Jawed Karim, fondatori di YouTube; Jeremy Stoppelman di Yelp o ancora David Sacks, attuale «zar dell’IA e delle criptovalute» di Trump, e l’influentissimo Marc Andreessen.

Ciò che accomuna questi individui non è solo il fatto di aver condiviso gli uffici. Hanno elaborato una cultura comune e si sono sviluppati in un ambiente intellettuale e operativo fondato sulla fiducia reciproca, su una visione tecnocratica del futuro e su un’audacia imprenditoriale poco attenta alle convenzioni e alle norme.

La PayPal Mafia ha funzionato come una rete fitta e fortemente interconnessa, una rete di interessi fondata, come un’alleanza, sul sostegno reciproco. Quando PayPal fu venduta a eBay nel 2002 — liberando sia capitali che talenti — i suoi membri non si dispersero. Al contrario, rimasero legati, finanziando le rispettive nuove imprese, consigliandosi a vicenda e reclutandosi per nuovi progetti. La loro rete ha funzionato come un moltiplicatore di potenza: il successo di uno contribuiva al capitale — sia finanziario che relazionale — del successo dell’altro.

Thiel, come si è detto, ha svolto un ruolo decisivo nel finanziamento di Facebook, ma ha anche incoraggiato Hoffman a lanciare LinkedIn e sostenuto le ambizioni spaziali di Musk. La PayPal Mafia costituisce in questo senso un’illustrazione concreta della teoria delle reti: un ristretto gruppo di uomini che, grazie a legami forti e a una visione comune, riesce a esercitare un’influenza sproporzionata sull’intero sistema.

Ma grazie a Thiel, un elemento girardiano ancora più profondo continua a tenere insieme questo gruppo. Thiel ha infatti sempre cercato di evitare la concorrenza basata sul desiderio mimetico all’interno stesso dei suoi team. In PayPal, constatando che l’imprecisione nella ripartizione dei ruoli generava rivalità distruttive, attribuì a ciascuno responsabilità così nettamente distinte che ogni dipendente disponeva di un quasi-monopolio sul proprio compito, neutralizzando così ogni conflitto e favorendo una cooperazione concentrata.

Questa filosofia manageriale — che valorizza un individualismo spinto all’estremo all’interno di una struttura fortemente coordinata — è diventata uno dei tratti distintivi delle imprese nate da questa diaspora. È senza dubbio l’eredità concreta più profonda di Peter Thiel.

La teoria del desiderio mimetico ha quindi rivelato la loro vera dimensione politica: se gli esseri umani sono macchine per imitare, allora chi controlla gli algoritmi che suggeriscono chi o cosa imitare, controlla la società. Paolo Benanti

Una rivoluzione invisibile: Peter Thiel e il colpo di Stato della Silicon Valley

Il passaggio dall’impresa digitale al potere politico non è stato un incidente di percorso, ma il logico risultato di queste premesse ideologiche e strutturali. Le imprese fondate o finanziate dalla PayPal Mafia non si sono limitate a vendere prodotti: hanno ridefinito le infrastrutture stesse della socialità, del lavoro, dell’informazione e della sicurezza.

Facebook ha colonizzato le relazioni umane.

LinkedIn ha mappato e strutturato il mondo professionale.

YouTube ha democratizzato — pur frammentandola all’estremo — la produzione video.

Palantir Technologies — fondata da Peter Thiel con il sostegno della CIA tramite il suo fondo di venture capital In-Q-Tel — ha introdotto la logica dell’analisi dei dati nel cuore stesso degli apparati di intelligence e militari. Quella che inizialmente era un’ambizione economica — creare monopoli per sfuggire alla concorrenza — è diventata una questione politica nel momento in cui queste piattaforme hanno raggiunto dimensioni globali.

Applicata ai social network, la teoria del desiderio mimetico ha quindi rivelato la loro vera dimensione politica: se gli esseri umani sono macchine per imitare, allora chi controlla gli algoritmi che suggeriscono chi o cosa imitare, controlla la società. Le piattaforme non sono neutre. Sono, come ha dimostrato Geert Lovink 1, l’incarnazione di una particolare ideologia: strumenti che modellano i comportamenti e ridefiniscono le norme sociali.

Nel corso del secondo decennio del nostro secolo, questa influenza è diventata esplicita. La pressione verso una monetizzazione sempre più spinta, necessaria per soddisfare i mercati finanziari dopo le quotazioni in borsa — si pensi in particolare all’OPA su Facebook nel 2012 — ha portato all’implementazione di strumenti di profilazione e micro-targeting che hanno reso l’opinione pubblica manipolabile a un livello senza precedenti.

Lo scandalo Cambridge Analytica è stata solo la punta dell’iceberg di un processo più ampio: i dati comportamentali estratti grazie alle logiche stesse di queste piattaforme sono stati utilizzati come armi politiche.

Peter Thiel stesso incarna questo cambiamento. È passato dal ruolo di investitore libertario a quello di attore politico centrale — sostenendo apertamente Donald Trump e finanziando candidati che condividono la sua agenda anti-establishment.

La sua visione, alimentata sia dal pessimismo antropologico di René Girard sulla violenza delle folle sia dalla profezia della fine dello Stato-nazione formulata nell’opera The Sovereign Individual, alla quale ha scritto la prefazione 2, lo ha portato a considerare la tecnologia non solo come uno strumento di profitto, ma come uno strumento per gestire il declino delle istituzioni democratiche liberali.

Se la democrazia è esposta alle derive irrazionali della violenza mimetica, allora la tecnologia offre, in questa prospettiva, un’alternativa: un ordine fondato sul controllo dei dati, sulla previsione algoritmica e su una gestione tecnocratica delle masse.

L’ideologia che permea questo gruppo — e più in generale la Silicon Valley — si è progressivamente evoluta verso forme di post-umanesimo, in particolare attraverso le correnti del movimento TESCREAL (Transumanesimo, Estropianesimo, Singularitarismo, Cosmismo, Razionalismo, Altruismo efficace e Long-termismo). Queste filosofie, sostenute in particolare da Elon Musk, vedono nella tecnologia lo strumento per superare i limiti biologici e sociali dell’essere umano. L’Effective Altruism (altruismo efficace) e il Longtermism (lungoterminismo), in particolare, promossi da figure come Dustin Moskovitz, trasformano l’accumulo di capitale in un imperativo morale destinato a «salvare il futuro» — anche a costo di giustificare un relativo disinteresse per le disuguaglianze presenti in nome di un ipotetico bene futuro dell’umanità.

In fondo, quella che era iniziata come l’avventura imprenditoriale di un gruppo di giovani nerd e outsider a Palo Alto si è rivelata essere la costruzione di una nuova architettura del potere. Armati delle intuizioni filosofiche di Girard diffuse da Thiel, la PayPal Mafia ha capito prima di molti altri che nell’era digitale il vero potere non risiedeva più nel controllo dei mezzi di produzione, ma nel controllo dei mezzi di imitazione e di connessione. Hanno costruito una «Torre» digitale per collegare il mondo — ma soprattutto per governarlo.

Quando hanno cominciato ad apparire le crepe di questa costruzione — polarizzazione, disinformazione, controllo algoritmico — è diventato chiaro che le piattaforme non erano semplici piazze pubbliche virtuali, ma potenti macchine ideologiche in grado di sfidare la sovranità degli Stati e di riscrivere le stesse regole della convivenza democratica. Ciò che era nato come impresa economica si è trasformato in potere politico perché ha toccato la radice stessa del legame sociale: il desiderio, l’imitazione e la violenza che ne deriva. Per riprendere l’espressione di Marietje Schaake, si era verificata una rivoluzione invisibile: la Silicon Valley aveva dato il via a un colpo di Stato permanente 3.

Le imprese di Peter Thiel non rientrano solo in un modello economico: costituiscono un atto di guerra asimmetrica contro l’ordine costituito. Paolo Benanti

Una rivincita computazionale: l’insurrezione della Generazione X contro l’ordine boomer

Per cogliere appieno la natura sovversiva del progetto di Peter Thiel e del suo entourage, non basta mapparne le coordinate filosofiche, occorre anche comprenderne la dimensione generazionale. Si possono infatti riconoscere nella loro azione i tratti di una frontiera storica propria della Generazione X che attraversa tutta la Silicon Valley. Mentre la narrativa dominante tende a identificare l’innovazione tecnologica con i millennials o la Generazione Z, la realtà è che l’architettura profonda del potere digitale è stata disegnata dalla Generazione X — spesso definita la «generazione dimenticata». È in questo spazio intermedio, schiacciato tra l’opprimente eredità demografica dei boomer e l’irruzione digitale delle generazioni successive, che ha avuto luogo uno spostamento silenzioso ma radicale del potere.

Figure come Elon Musk, Larry Page, Sergey Brin e Peter Thiel non sono semplici imprenditori: incarnano l’avanguardia di una generazione che, essendo cresciuta sulla linea di demarcazione tra l’analogico e il digitale, ha saputo trasformare la propria marginalità politica in supremazia tecnologica. Questa generazione detiene oggi le chiavi del potere. Occupa più della metà delle posizioni di leadership mondiale nel settore tecnologico. Ma anche questo dato quantitativo non basta a spiegare la natura della loro «eresia».

Nella sua configurazione attuale, la Silicon Valley può essere letta come una grande rivincita della Generazione X contro le strutture di potere ereditate dai baby boomers. Laddove i padri avevano occupato e cristallizzato le istituzioni tradizionali — banche, grandi imprese gerarchiche, industria automobilistica, custodi dell’informazione mediatica — gli eredi della Generazione X non hanno né cercato lo scontro frontale né tentato la riforma interna. Hanno scelto una strategia di aggiramento molto più efficace: rendere obsolete le vecchie istituzioni. Hanno capito che il vero potere non risiedeva più nel controllo delle strutture fisiche o finanziarie classiche, ma nell’esercizio di una nuova sovranità: il potere computazionale.

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A questo proposito, l’epopea delle startup della Silicon Valley rappresenta per questa generazione l’equivalente esistenziale del Maggio ’68: una rivoluzione non condotta nelle strade o nelle università, ma con i server e le righe di codice, al servizio di un obiettivo preciso: smantellare le rigide gerarchie e la fedeltà aziendale che costituivano l’ossatura del «mondo boomer». A differenza delle grandi rivoluzioni del XX secolo, non è ideologica ma pragmatica: questo atto di ribellione eretica non rifiuta le vecchie convenzioni per principio, ma in nome dell’efficienza.

La creazione di universi economici paralleli ne costituisce l’espressione più tangibile: PayPal nasce per rendere obsoleto il sistema bancario tradizionale; Amazon disintegra il commercio fisico; Google sottrae ai media il monopolio dell’accesso alla conoscenza; Tesla sfida l’industria automobilistica basata sulle energie fossili. Queste aziende non sono solo un modello economico: costituiscono un atto di guerra asimmetrica contro l’ordine costituito. Peter Thiel incarna perfettamente questo spirito di «architetto silenzioso». La sua visione politica e imprenditoriale è quella di chi, trovando le vie del potere tradizionale bloccate da una gerarchia gerontocratica, decide di costruire una via d’uscita laterale: un monopolio che non compete con il vecchio mondo, ma lo rende obsoleto.


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Cos’è il cristianesimo? Il Diouomo, risponde padre Justin Popovic. Soltanto il Diouomo. Una risposta, questa, che viene approfondita nell’intreccio di un serrato confronto tra due “visioni del mondo”, tra due culture, tra due civiltà. La civiltà dell’“uomo”, puramente immanente, paga di sé, senza alcun orizzonte di ulteriorità, che riduce l’uomo a insetto e produce unicamente mostri, e la civiltà del “Diouomo”, il Cristo, che, lungi dal mortificare l’uomo, ne esalta le potenzialità, ne moltiplica le forze, ne dilata all’infinito la misteriosa grandezza. Il Diouomo o il nulla. Il Diouomo o il nichilismo più tetro e più barbaro. L’essenza del cristianesimo sta qui: nella mano tesa del risorto Diouomo all’uomo che giace nei sepolcri dei suoi peccati, delle sue disperazioni, delle sue morti. Il libro di padre Justin, dunque, nell’inno che tesse al Cristo Diouomo, si dimostra in realtà un inno cantato all’uomo: la cristologia è l’unica chiave per l’antropologia. Quella vera. Libro denso, che introduce nel cuore del cristianesimo e del suo messaggio pulsante di vita risorta, e nel contempo mette a nudo le radici nichilistiche presenti nella nostra cultura europea.


In Europa si tende spesso a deridere la formula «fake it till you make it» (“Fingi di averlo fino a quando non lo ottieni”), riducendola al massimo a una forma di cinismo. In realtà, essa esprime molto bene il rifiuto radicale delle credenze e del lungo periodo propri del mondo configurato dalla generazione dei baby boomer: traduce un’accelerazione imposta da coloro che hanno deciso che le precedenti regole del gioco non erano più valide.

La Generazione X ha imposto nuovi modelli organizzativi — strutture piatte, meritocrazia basata sui risultati, flessibilità — non come concessioni, ma come armi destinate a muoversi più velocemente delle istituzioni che voleva superare. Oggi, attraversando le infrastrutture che ha creato — dai social network al cloud — abitiamo in realtà il territorio conquistato da questa rivincita generazionale.

Quando il potere computazionale è diventato potere politico, la Generazione X, da dimenticata, è diventata demiurga di un nuovo ordine. Paolo Benanti

Ma per Thiel e i suoi simili, questa conquista non era ancora un risultato pacificato. Costituiva lo strumento di una governance tecnocratica destinata a superare definitivamente le lentezze della democrazia parlamentare — percepita forse come l’ultimo residuo politico della generazione precedente — al fine di affrontare le sfide apocalittiche del futuro.

La questione che rimane in sospeso è questa: come può questo potere alternativo, dirompente, essere ancora integrato – se ciò è ancora possibile – in strutture democratiche che rischiano ormai di essere liquidate come sopravvivenze obsolete, piuttosto che difese come una conquista della civiltà?

Perché l’eresia di Thiel non si ferma all’economia: si estende alla struttura stessa del potere politico, attingendo alla profezia formulata da The Sovereign Individual 4. Questo testo, venerato nella Silicon Valley come un testo fondatore, annuncia l’inevitabile declino dello Stato-nazione, destinato a dissolversi sotto l’effetto della rivoluzione digitale e delle criptovalute.

Secondo questa visione, la violenza non sarebbe più redditizia come un tempo, mentre il capitale, diventato fluido e privo di radicamento territoriale, sfuggirebbe alla morsa fiscale dei governi. Si delinea quindi un futuro neomedievale in cui la politica democratica non è più che un relitto e dove l’insieme dei servizi essenziali alla vita in società — compresa la sicurezza — sono privatizzati e amministrati da entità corporative.

In questo universo emerge una nuova aristocrazia di «individui sovrani»: un’élite cognitiva distaccata dalla geografia, che opera in un cyberspazio libero da giurisdizioni, lasciandosi alle spalle una massa di individui diventati superflui. Thiel adotta questa prospettiva non solo come diagnosi, ma come programma, finanziando tecnologie che accelerano questa dissoluzione e costruendo, paradossalmente, gli strumenti destinati a controllarne gli effetti.

Palantir e la scrittura thieliana del reale: strutture di un’eresia politica

Il culmine di questo edificio ideologico appare nell’ultimo saggio teologico di Peter Thiel (leggi sotto), scritto in collaborazione con Sam Wolfe, dove la contestazione della democrazia assume una forma esplicitamente apocalittica.

Viaggi alla fine del mondo. (L’Anticristo e l’Apocalisse del reazionario e gay idiota Peter Thiel arriva a Roma, in Vaticano)

Thiel rilegge la modernità scientifica, inaugurata dalla Nuova Atlantide di Francis Bacon, non come un processo di emancipazione, ma come un progetto sacrilego volto ad «abolire Dio» e persino il caso stesso. La «Casa di Salomone» immaginata da Bacon — istituzione segreta consacrata a una conoscenza onnisciente capace di «realizzare tutte le cose possibili» — diventa sotto la sua penna l’archetipo di Palantir. Pur riconoscendo il lato oscuro di questa ambizione tecnologica, avvicinando la figura del sovrano baconiano all’Anticristo biblico che promette falsamente «pace e sicurezza», Thiel sembra considerare questo destino come inevitabile. La sua visione si cristallizza nel dilemma formulato da Alan Moore in Watchmen 5: l’umanità si troverebbe di fronte a un’alternativa binaria e terribile — «Ozymandias o la guerra nucleare».

In altre parole: o un regime tecnocratico mondiale che impone la salvezza attraverso la menzogna, o la distruzione totale. In questa esegesi apocalittica, Thiel attinge anche, in modo inaspettato, all’immaginario del manga One Piece. Il «Governo mondiale» che vi appare, promettendo l’ordine assoluto a prezzo della libertà, diventa per lui la rappresentazione perfetta di un katechon secolarizzato: un potere che trattiene il caos.

La concezione thieliana del tempo non è in fondo né lineare né escatologica in senso cristiano: è tragicamente ciclica — e quindi pagana. Paolo Benanti

Ma questa speranza dialettica — l’idea che il crollo di questo ordine leviatano possa aprire una nuova era di libertà — si rivela, a un esame più attento, una falsa speranza. Perché ciò che Thiel immagina non è la parusia cristiana, cioè l’evento finale che redime la storia interrompendola, ma una semplice rinascita all’interno del ciclo girardiano del tempo. La distruzione dell’ordine costituito non conduce al Regno dei Cieli: riattiva solo il meccanismo della violenza mimetica.

Dal caos emergerà necessariamente un nuovo capro espiatorio, attorno al quale si ricostituirà un ordine provvisorio, destinato anch’esso a crollare. La sua concezione del tempo non è quindi in fondo né lineare né escatologica in senso cristiano: è tragicamente ciclica — e quindi pagana. L’apocalisse che egli invoca non è la fine dei tempi. È solo la fine di un tempo: una distruzione necessaria per purificare il sistema e rilanciare l’eterno ritorno della violenza fondatrice. Da quel momento, la sfida lanciata da Thiel non oppone più democrazia e autoritarismo: assume la forma di una scelta escatologica riassunta in modo binario — «Anticristo o Armageddon».

Di fronte al rischio di un caos ingovernabile — climatico, nucleare o derivante da un’intelligenza artificiale fuori controllo — egli postula che la salvezza possa venire solo da un potere centralizzato, totalizzante, vicino al governo mondiale dispotico ma salvifico di Ozymandias.


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Palantir diventa così la sintesi di queste visioni apparentemente contraddittorie: una macchina girardiana in grado di identificare e neutralizzare le minacce prima che esploda la violenza mimetica, in altre parole un sistema planetario di gestione del capro espiatorio. Allo stesso tempo, Palantir diventa la «Casa di Salomone» che conferisce a un’élite un potere quasi divino di sorveglianza e predizione.

Peter Thiel agisce su due registri simultanei, rivelatori della profondità della sua eresia politica: da un lato, finanzia le forze centrifughe che erodono lo Stato-nazione; dall’altro, arma lo Stato per instaurare un controllo panottico. Quando le democrazie liberali adottano i suoi strumenti, non acquisiscono solo un software: importano un’ideologia che considera la trasparenza un ostacolo e il dibattito pubblico un lusso diventato insostenibile.

Accettando la tecnologia di Thiel attraverso la scrittura del reale di Palantir, le istituzioni adottano implicitamente la sua diagnosi: la società sarebbe una massa mimetica incapace di autogovernarsi, e l’unica alternativa all’apocalisse sarebbe un ordine tecnocratico imposto da un’élite di sovrani.

In questa visione, la democrazia intesa come autogoverno di cittadini uguali è già morta — e non resta che, nell’oscurità di un data center, la gestione clinica del suo cadavere.

Fonti

  1. Vedi ad esempio: Geert Lovink, Sad by Design: On Platform Nihilism, Londra, Pluto Press, 2019.
  2. William Rees-Mogg e James Dale Davidson, The Sovereign Individual: How to survive and thrive during the collapse of the welfare state, prefazione di Peter Thiel, New York, Simon & Schuster, 2020 [prima edizione nel 1997].
  3. Marietje Schaake, «Il colpo di Stato della Silicon Valley» in Le Grand Continent, L’Impero dell’ombra. Guerra e terra ai tempi dell’IA, Parigi, Gallimard, 2025, pp. 61-82.
  4. William Rees-Mogg e James Dale Davidson, The Sovereign Individual, op. cit.
  5. Serie di fumetti edita dalla DC Comics, pubblicata nel 1986–1987 e creata dallo sceneggiatore Alan Moore, dal disegnatore Dave Gibbons e dal colorista John Higgins.

Fonte: Le Grand Continent

Autore: Padre Paolo Benanti è sacerdote e consulente in intelligenza artificiale presso il Papa. Ordinato sacerdote nel maggio 2009 nel convento di Massa Martana, in Italia, ha conseguito un dottorato in teologia morale presso la Pontificia Università Gregoriana nel 2012. Qui insegna dal 2008 e svolge attività di ricerca sulle nuove tecnologie e sull’intelligenza artificiale. È professore di Filosofia morale presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli.


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