
Un giorno bisognerà riconoscere, molto meglio di quanto cercheremo di fare oggi, che siamo i primissimi lettori degli ultimi seminari di Jacques Lacan. Non è cosa da poco. Ciò costituisce una responsabilità di fronte al vecchio nuovo che ciò rappresenta, sia per la psicoanalisi – quell’oggetto a del pensiero – sia per il pensiero di Lacan – quell’oggetto a della psicoanalisi – sempre in movimento, sempre in fuga verso l’orizzonte, in questo ciclo di pubblicazioni che si estende ormai da mezzo secolo.
Nessun’altra opera avrà visto la luce in questo modo, in una diffusione oceanica che raggiunge, a ondate, nuove generazioni di lettori senza dubbio sempre più lacaniani, man mano che si allontanano nel chiaroscuro le figure di Jacques Lacan stesso e dei suoi seminaristi o analizzandi. Scommettiamo, tra l’altro, che alla maniera di Karl Marx che non era marxista, nemmeno Lacan si definirebbe oggi lacaniano. È una questione di prospettiva, che è proprio il tema principale di questo Libro XIII appena uscito. Se il soggetto è diviso, che dire del suo sguardo?
Insomma, eccoci in prima linea, in una percezione immediata, rischiosa, di un’opera sempre all’opera, fino all’ultimo seminario, il libro XXV, di cui sappiamo già che si intitolerà Il momento di concludere. Ma concludere cosa, e come, non lo sappiamo ancora. Leggere Lacan oggi è, senza avere l’ultima parola né la parola «fine», sempre un atto prematuro.
In un disordine significante, assunto fin dall’inizio da Lacan in persona, la pubblicazione del Libro XIII, intitolato come potrebbero essere in fondo tutti gli altri «L’oggetto della psicoanalisi», è quindi un evento degno di ciò che poté essere l’uscita di un nuovo volume de Alla ricerca del tempo perduto dopo la morte di Proust.
Così come ci piacerebbe leggere ciò che diceva la critica del 1927 all’uscita de Il tempo ritrovato, dobbiamo testimoniare, in quanto lettori, cosa significhi scoprire nel 2026 un Seminario del 1966, annata eccellente come ci ricorda in questi giorni un enotecario presso Gallimard.
Che la parola di Lacan si scongeli esattamente come in Rabelais dimostra in ogni caso che egli avrà vinto la sua scommessa pascaliana di avere una seconda vita: quella che egli ha chiamato in una delle sue più belle falsificazioni – piena di spavalderia – la «poubellication». Di questa scommessa, di cui si parla ampiamente in questo Libro XIII, Lacan nota che «la posta in gioco è l’esistenza di un partner», ed eccolo qui. Da cinquant’anni, Jacques-Alain Miller è all’opera apostolica per trasformare la Parola in Libro.
I seminari escono ora sempre più rapidamente, al ritmo di uno all’anno, e si nota che Miller si diverte sempre di più con l’oggetto libro e con ciò che Genette chiamava il «paratesto»: copertina (qui, un famoso quadro di Balthus che deve essere costato un occhio della testa in diritti di riproduzione, Thérèse rêvant, controintuitivo rispetto al puritanesimo dell’epoca, ma che illustra perfettamente uno dei concetti preferiti di Lacan, quello di fessura; quando due anni fa, per il Libro XV, L’atto psicoanalitico, aveva scelto una foto di Freud scattata da suo genero, bella battuta); quarta di copertina (che ora redige lui stesso con brio – prima citava il Maestro – bel effetto di liberazione); lussuoso risvolto di copertina dove si pavoneggia l’elenco dei Seminari pubblicati e non pubblicati. Ad ogni pubblicazione, ritroviamo così le gioie dei bambini quando il capitalismo ci dava un assaggio – ciuccio fetido – dell’oggetto piccolo a, alimentando in noi quel desiderio a cui si cede, o meno, di collezione. Freud e Lacan sono collezionisti.
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La collezione dei seminari di Lacan vi ricorda quando guardavate le quarte di copertina di Tintin, Asterix o Lucky Luke, per vedere quelli che avevate già letto, quelli che non possedevate, quelli che avevate preferito leggere e rileggere. E potevate passare ore quasi perdute a ricordare l’ordine in cui li avevate scoperti, come si ricorda per Proust di aver iniziato con La Prisonnière. E poi, le discussioni infinite con gli amici che sapevano o credevano di sapere, voi capivate subito la differenza.
Con Lacan, come dimostrerebbe senza dubbio un sondaggio, spesso si inizia con il Libro XX, Encore, perché è breve, perché si è sentito dire che è lì che pronunciava la sua famosa frase «non c’è rapporto sessuale», perché il titolo è bello e fa meno paura di quello del Libro XI con cui tutto è iniziato. I quattro principi fondamentali della psicoanalisi è il primo seminario pubblicato quando Lacan era ancora in vita, il quale aveva deciso, insieme al genero, di iniziare da lì il suo insegnamento. È quello che stabilisce nel modo più socratico possibile che la psicoanalisi è davvero una scienza. Encore prevale ancora e sempre perché mette a proprio agio il novizio, inevitabilmente un po’ perplesso sulla questione dell’illeggibile che è forse, a ben pensarci, solo quella del leggibile.
C’è da qualche parte in questo parlécrit, al di là di quelle aperture in cui l’intelletto vacilla, delle formule, delle invenzioni linguistiche, dei giochi di parole, come nel libro XV dove Lacan propone di inventare il verbo «déconnaître»
Lacan dichiara infatti: «Dovete comunque mettervi a leggere un po’ gli autori – non dirò del vostro tempo, non vi dirò di leggere Philippe Sollers, è illeggibile, come me del resto – ma potete leggere Joyce, per esempio. Vedrete lì come il linguaggio si perfeziona quando sa giocare con la scrittura.»
Ecco cosa rilassa il letterato che forse comincia a vedere come attraversare il Rubicone: a cavallina o a « salti e capriole » (Montaigne) tra il leggibile e l’illeggibile, secondo il principio de La Lettre volée, quella pietra angolare dell’insegnamento di Lacan, che mostra che l’illeggibile serve solo a mascherare il leggibile, e l’invisibile il visibile, mentre c’è molto gioco nell’«io».
Roland Barthes, che non era psicoanalista, ma che aveva scritto la prefazione proprio a Philippe Sollers e che padroneggiava abbastanza bene queste questioni, diceva in sostanza la stessa cosa: che trovava alcuni passaggi di Lacan illeggibili, ma che in mezzo a ciò c’erano lampi di genio, puro piacere letterario, o come diceva lo stesso Lacan «un’immagine nel tappeto» (Libro XV). Basti pensare all’incipit di Encore, degno dei più grandi scrittori, che ti inchioda fin da subito come lettore perseverante: «Mi è capitato di non pubblicare L’Etica della psicoanalisi. A quel tempo, per me era una forma di cortesia – dopo di voi, prego, vi cedo il posto… » L’impero di Encore era iniziato così.
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Quindi, in mezzo a equazioni da mal di testa, acronimi impronunciabili, schemi (ce ne sono tantissimi, tra l’altro fatti davvero bene, nel Libro XIII), nodi al massimo borromei, matemi o Dio solo sa cosa, c’è da qualche parte in questo parlécrit, al di là di quelle brecce dove l’intelletto vacilla, delle formule, delle invenzioni linguistiche, dei giochi di parole, come nel libro XV dove Lacan propone di inventare il verbo «déconnaître» offrendo questo esempio: «il déconnaît a pieno regime ». Oppure in Il Transfert, quelle pagine sui ricchi che faremmo bene a rileggere oggi, quando la questione di amarli o odiarli, se non è la stessa cosa, si ripropone con tanta forza.
Qui, in questo Libro XIII appena pubblicato, si troverà, nello stesso ordine di idee, questa affermazione piuttosto sorprendente:
«Ai tempi di Victor Cousin, solo i borghesi hanno il diritto di dedicarsi all’agio. Coloro ai quali è affidato nella società il compito di riflettere su ciò che accade, e che potrebbero avvertire il popolo di ciò che effettivamente si nasconde dietro ciò che si chiama progresso, sono pregati di rientrare in quell’ordine di decenza di cui ho voluto poco fa dare l’enorme emblema in una forma scandalosa, quello del maiale castrato. In altre parole, li si invita a rimanere nei limiti della decenza del pensiero che si chiama eclettismo”.
È crudele, questo colpisce contro il sss, il soggetto supposto sapiente, una di quelle sigle a cui ci si abitua in fretta.
Per concludere provvisoriamente, Lacan fa così parte di quegli autori che si leggono solo con una mano; l’altra tiene una matita per sottolineare, per esempio, questa espressione alla pagina seguente dove lo psicoanalista parla di leggere «alla luce della candela dell’irriflessione dove si sospende tutto il nostro destino». A margine, la matita scrive, non si sa perché, il nome di Mallarmé, mentre, per la citazione precedente, aveva scritto quello di Bataille. È un gioco che vale la candela, aggiunge, anche quella che tuttavia non sembra granché. Non si capisce tutto di Lacan. Ma si è anche costretti a dire che non se ne capisce nulla. Diciamo che si nuota, che si rema. Laggiù, nella lontananza della prospettiva, verso l’isola leggibile.
Autore: Arnaud Viviant è giornalista, critico letterario e scrittore.
Fonte: AOCMedia

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