Rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzione. Io so benissimo cosa sono e come cominciano: c’è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice: «Oh, oh, è venuto il momento di cambiare tutto». Io so quello che dico, ci son cresciuto in mezzo, alle rivoluzioni. Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: «Qui ci vuole un cambiamento!». E la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano, e mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzione… E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente… tutto torna come prima!
Juan Miranda, in Giù la testa, di Sergio Leone
L’attuale assetto del mondo potrebbe essere compreso, e compresso, in quel breve periodo, a suo modo diagnostico, tratto dall’Ulisse di James Joyce che riporto nella traduzione di Giulio de Angelis, che recita:
«È un’era di esausto puttanesimo che brancola verso il suo dio»(1). In inglese: «It is an Age of exhausted Whoredom groping for its God».
Un lettore del mio blog, dallo stesso titolo(2), mi fece notare a suo tempo, molto opportunamente, che whoredom è lemma che allude al dominio e non a una semplice, diciamo così, predominanza e diffusione del meretricio. In altre parole, un vero e proprio regno della prostituzione generalizzata, con le sue istituzioni, le sue regole e la sua disciplina, non soltanto un’inclinazione ad acquistare «un gaio cesto di amore che amor non è mai»(3), come recita la canzone. Può anche darsi che quel dio possa chiamarsi rivoluzione e che quel brancolare sonnambolico degli umani sia il segno palese dell’esaurirsi delle possibilità di salvezza e redenzione. Più certo è il fatto che di cesti d’amore che amori non sono gli uomini continuano a farne collezione.
Accolgo, e proprio non potrei fare diversamente, la definizione che di rivoluzione ne dà Augusto Del Noce:
la rivoluzione, con la maiuscola e senza plurale, è quell’evento unico, doloroso come i travagli del parto, che media il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà raffigurato, né può essere altrimenti, attraverso una semplice negazione delle istituzioni e delle idee del passato; che genera un avvenire in cui non ci sarà più nulla di simile alla vecchia storia; che in ciò è la risoluzione del mistero della storia.(4)
Nell’accoglierla cercherò, nei limiti imposti dalla dimensione di questo lavoro, di applicare i suoi vantaggi euristici a una tesi leggermente diversa. Nell’introduzione citata di Del Noce la «rivoluzione totale», nel più rigoroso del suo significato, viene fatta coincidere con quello datogli da Marx. Operazione in sé corretta e facilmente utilizzabile in qualsiasi indagine sull’emergenza rivoluzionaria novecentesca in quanto tale. Ma in questo modo, per spiegare e interpretare la rivoluzione, si dà per scontato che coincida con la originaria posizione marxiana, e questo comporta, a mio parere, ipotizzare, e sostenere, una corrispondenza biunivoca tra la lettera marxiana e lo spirito della rivoluzione, che meglio sarebbe chiamare spiriti, data la varietà convulsa delle sue manifestazioni. In altre parole, confrontare il testo marxiano con l’azione rivoluzionaria come se questa dipendesse esclusivamente da quello e non fosse, invece, come credo, in condizione di fornirsi da sé stessa le ragioni del suo insorgere ed emergere come fenomeno storico.
L’azione rivoluzionaria moderna va certamente compresa ponendola sullo sfondo delle dottrine e delle filosofie che l’hanno pensata, ma non necessariamente la rivoluzione pensa all’unisono con queste stesse dottrine. Esiste un’autocomprensione spontanea della rivoluzione che trova in sé stessa le ragioni uniche e assolute per affermarsi come soluzione necessaria e adeguata alla condizione dell’uomo di cui rileva l’esperienza per considerarla meritevole di una radicale trasformazione.
Fa bene Del Noce a indicare tra gli scopi della rivoluzione quello di cancellare, nella «seconda fase del pensiero di Marx» – le famigerate Tesi su Feuerbach –, la «stessa nozione di natura o di essenza dell’uomo, così che l’umanità piuttosto che redimersi, è redenta dalla storia». Ma se questo, come vuole Del Noce, è quello che pretende Marx – e sappiamo che se così fosse non manifesterebbe tutto il suo pensiero – siamo sicuri che sia il vero obiettivo della rivoluzione nel suo procedere e affermarsi? Procedere che testimonierebbe, più ancora dell’adeguatezza delle tesi marxiane all’azione rivoluzionaria, la capacità della rivoluzione di dotarsi, in itinere, di una sua propria autocomprensione. Un comportamento che potremmo definire ‹opportunistico›, come lo è quello di certi organismi che si avvalgono dell’ambiente a loro circostante, orientato e determinato da altri, a proprio esclusivo vantaggio.
Dal punto di vista che qui assumo, la rivoluzione si manifesta essenzialmente in debito, pressoché inestinguibile, seppure parziale, verso sé stessa e solo verso sé stessa. La rivoluzione in marcia – e la rivoluzione si concepisce sempre in cammino – ha da rendere conto quasi esclusivamente a sé stessa. Già la dinamica storica che innesta e/o di cui è espressione possiede una sua autonomia, per quanto relativa e non assoluta, nei confronti degli obiettivi che dottrine e filosofie politiche le prospettano. Esse sono sempre, o quasi sempre, un passo avanti alle sue azioni… o indietro, a seconda dei punti di vista. È così che l’agire rivoluzionario, nel corso del suo sviluppo, acquisisce quell’autonomia che fa sua la pretesa di presentarsi sempre come evento inedito e significativo di una determinata situazione storica. E nonostante il mondo attuale, il nostro, sembra aver abbandonato, almeno a uno sguardo disattento, il lessico rivoluzionario, in realtà il suo tendere, il suo stesso proiettarsi nel futuro maschera malamente la presenza della rivoluzione nella conformazione delle cose così come oggi si presentano e si impongono alla nostra esperienza.
In realtà la forma oggi assunta dal mondo, oltre che utilizzare la grammatica rivoluzionaria ogni volta che gliene si dà occasione, è ancora impregnata di rivoluzione, quando non addirittura, in alcuni casi evidenti, direttamente agita. Gli ultimi arrivati, ma è solo un esempio quasi scontato, sono i gruppi dell’ecologismo ‹radicale›, sempre più spesso direttamente impegnati in forme di agitazione para-rivoluzionarie a servizio diretto delle nuove esigenze di ristrutturazione del modo di produzione capitalistico.
Ma è il mondo, così come si presenta nella moltitudine dei suoi linguaggi e della sua stessa autorappresentazione, a concepirsi rivoluzionario e non solo rivoluzionato. Le forze che un tempo amavano, non senza civetteria, chiamarsi e proclamarsi rivoluzionarie sono quelle che hanno forgiato e plasmato il presente, tanto da potersi affermare, questa la mia tesi, che il mondo attuale è l’ultima forma assunta dalla rivoluzione. Ultimo stadio fornito dalla natura proteiforme di entrambi.
Le due guerre europee potrebbero essere intese come il primo grande setaccio della rivoluzione. La dimensione realistica, materiale, del confronto bellico, ha smontato a uno a uno i miti politici del secolo precedente… per poterli poi rilanciare adeguatamente riconfigurati. Ne ha costruito di nuovi, ma quello che più impressiona è stata la capacità delle conflagrazioni belliche contemporanee di fornire al linguaggio politico un vero e proprio nuovo paesaggio teorico, che nel tempo si è rivelato irreversibile e intrascendibile. È la guerra a presentarsi come elemento catalizzatore della rivoluzione novecentesca. Occa-sione, stimolo e conseguenza insieme, di circostanze tali da incardinarsi profondamente nell’azione politica rivoluzionaria, orientarla e dirigerla come una marionetta, di nascosto, dietro e sopra le quinte teatrali sul cui sfondo si svolgono gli eventi storici. L’immagine della marionetta tornerà nel corso di queste riflessioni, in uno dei luoghi più frequentati dai commentari dedicati alla rivoluzione post-sessantotto, vale a dire le riflessioni sulla storia di Walter Benjamin. Significherà pur qualcosa il fatto che l’opera del critico tedesco, così impregnata di sfiducia nella prospettiva rivoluzionaria reale, abbia esercitato sul pensiero post-sessantotto una profonda presa.
La rivoluzione è o non è una guerra? Si avvale della guerra come di uno tra i suoi strumenti o è lo strumento par excellence? Sono domande che non trovano risposte univoche e definitive. Eppure dovrebbero occupare il centro della riflessione. È un altro tema nel quale riecheggia, comunque lo si voglia guardare e spiegare, il dilemma relativo alla strumentazione più idonea a rappresentare – non dico a realizzare, perché è evidente che gli strumenti scelti da qualsiasi politica divergono quasi sempre in misura variabile ma significativa dagli scopi che si prefiggono programmaticamente – la rivoluzione come tappa essenziale e necessaria del transito degli uomini dal regno del Male a quello del Bene.
L’interrogativo prima della Grande guerra fu: la rivoluzione richiede la partecipazione alla violenza bellica scatenata dalla borghesia o l’opposizione alla guerra? Le alternative possibili, il sì alla guerra e/o il no, provocano, insieme a molte altre cause, la nascita del fascismo. Durante la guerra, il cui scatenarsi non è stato possibile impedire, la domanda diventa: «la strada verso la pace» passa attraverso la rivoluzione o al contrario è la rivoluzione a essere possibile grazie alla pace? È in questo modo, su questa scala di interrogativi che può misurarsi il progresso o il regresso della rivoluzione novecentesca, osservandola dal punto di vista migliore: la Russia sovietica. La guerra, ereditata, nel caso della rivoluzione russa, ma tendenzialmente da tutte le rivoluzioni europee del Novecento – rivoluzioni in fieri e/o attivate e sconfitte – può e deve trasformarsi da guerra rivoluzionaria, nell’immediato seguito, in rivoluzione tout court. Naturalmente non sono passaggi privi di pericoli e, infatti, il caso italiano con il socialrivoluzionario Benito Mussolini che, fiutata l’aria di tragedia che incombe sull’Europa, pensa bene di parteciparvi, a suo modo, piuttosto che subirla, sta ad indicare come la guerra sia lo snodo delle rivoluzioni, se non addirittura il suo «cuore di tenebra»(5). Un po’ come lo Stato borghese che deve trasformarsi in Stato proletario – le cui caratteristiche concrete si possono definire quasi solo nel fuoco degli eventi – e in società senza Stato a un dipresso.
La guerra rientra all’interno di quella strana dialettica secondo la quale l’esistente, sotto la pressione e la spinta possente della rivoluzione, può benissimo, sebbene a costo di sforzi sovrumani e, in quasi tutti i casi, disumani se non anti-umani, trasformarsi in un contrario che non è la pace bensì una guerra di diverso tipo. È un ‹contrario› mai riconosciuto dai leader rivoluzionari. Conside-rare onestamente quegli effetti obbligherebbe, quasi necessariamente, a prendere le distanze dalla Rivolu-zione in quanto tale, vale a dire ritenerla sostanzialmente incapace di risolvere le questioni che l’hanno provocata.
La tragedia di una figura come Trotsky, sulla quale mi soffermerò in seguito, sta tutta nella caparbia volontà di rimanere all’interno della rivoluzione pur avendone constatato l’insostenibilità, sempre oscillando tra la presa d’atto e la negazione – opportunistica? – del fallimento rivoluzionario.
Note
1. J. Joyce, Ulisse, Mondadori, Milano 1960, p. 280.
2. https://itisanage.tumblr.com/
3. È un verso della canzone di Mogol-Battisti dal titolo Il nostro caro angelo, tratto dall’album, del 1973, con lo stesso titolo: «Come prostitute che nella notte vendono un gaio cesto d’amore che amor non è mai».
4. A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Rusconi, Milano 1992, p. 5.
5. Sul tema, cruciale, del rapporto tra conati rivoluzionari, guerra e le trasformazioni ideologiche che hanno comportato, si confronti l’importante volume di L. Gorgolini, Gioventù rivoluzionaria. Bordiga, Gramsci, Mussolini e i giovani socialisti nell’Italia liberale, Salerno Editrice, Roma 2020. Ne ho dato recensione sul quotidiano “Avvenire” del 2 ottobre 2020.
Autore: Riccardo De Benedetti, (1955), filosofo, giornalista, scrittore, dal 1979 al 2000 è stato redattore della rivista di filosofia “aut aut”, fondata nel 1951 da Enzo Paci.
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