Sessualità: perché parlarne

 

Il caso Weinstein nel 2017, gli Epstein Files nel 2026, gli stupri… Le notizie sulla sessualità la associano più ai pericoli che alle esperienze felici. Negli anni ’80, l’AIDS la collega alla salute e l’omosessualità viene liberata mentre a sua volta libera. Vent’anni prima, è stata la contraccezione. Che dire dei tabù che hanno reso possibile il discorso sulle sessualità e delle strumentalizzazioni che lo attraversano?


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Una delle domande che si pongono oggi: quanto nel processo che porta alla definizione della sessualità dell’individuo è genetico e quanto è epigenetico? Quanto è scritto e quanto si impara? Quanto è scritto nel DNA del genoma, e quanto ogni individuo deve imparare volta per volta? Quanto nella sessualità è normale, quanto fa parte della inevitabile e naturale variabilità interna del sistema; e quanto dipende dalle condizioni esterne perinatali, ed è quindi potenzialmente accettabile o discutibile o rifiutabile?
Si parla, si scrive e si legifera molto di comportamenti legati alla sfera sessuale degli individui. Ma se si domanda ad una persona qualsiasi su cosa sono basati i suoi giudizi morali, da cosa prendono forza e giustificazione le argomentazioni e la logica delle decisioni, da dove viene il successo dei libri ed il senso di tante strane discussioni, ci si rende immediatamente conto che non esiste una base di conoscenza minima e sufficiente del problema. Il sesso è una delle cause portanti del comportamento degli esseri umani, e non potrebbe essere altrimenti; ma ogni individuo che non sia uno psicanalista o un medico specializzato dovrebbe sapere di cosa sta parlando. Oggi nelle nostre società genetica, epigenetica, genetica molecolare e neurobiologia hanno fornito risposte nuove e oggettive a molte domande antiche. Allo stesso tempo ne hanno poste altre; il problema rimane acuto e, stranamente, affrontato con grande superficialità, non risolto. Omofobia e femminicidi sono sullo sfondo.

Intervistato nel 1983 su come intendesse dare seguito alla pubblicazione del primo volume della sua famosa Storia della sessualità, Michel Foucault risponde al suo interlocutore: «Devo confessare che mi interessano molto di più i problemi posti dalle tecniche del sé, o da cose di questo ordine, che la sessualità… La sessualità è piuttosto monotona[1]!».

Si ricorda anche la frase ripetuta all’infinito da Jacques Lacan: «Non c’è rapporto sessuale». Con questa formula, egli nega, per semplificare, la dimensione relazionale insita negli atti sessuali tra due persone. Implicitamente, questa affermazione relega lo studio delle sessualità ai margini delle scienze sociali, che si interessano prevalentemente alle relazioni che legano, sciolgono e tendono l’umanità o una sua parte in diversi momenti e luoghi del mondo.

Eppure, non solo la storia, la sociologia e l’antropologia delle sessualità esistono, ma, a partire dall’HIV in particolare – la cui comparsa in Francia coincide con l’ascesa al potere di François Mitterrand – hanno il vento in poppa. È vero che il più delle volte queste discipline non si concentrano tanto sugli atti sessuali quanto su ciò che essi aiutano a pensare al di là di se stessi. Foucault come Lacan non avevano quindi del tutto torto: con la relativa eccezione delle indagini spesso statistiche condotte per comprendere l’uso dei nuovi contraccettivi o per arginare i rischi di trasmissione sessuale dell’AIDS, raramente è la sessualità più vicina alle pratiche a catturare l’attenzione nelle ricerche qualitative. Ma queste ricerche hanno bisogno di alibi per svilupparsi e guadagnare legittimità, mentre testimoniano un rapporto che è sempre politico e strumentalista nei confronti dell’argomento, in slittamenti che raccontano lo stato e i movimenti delle nostre società.

Questo articolo intende cogliere alcune delle scuse per pubblicizzare la sessualità che sono esistite dal secondo dopoguerra e le questioni politiche che esse implicano. Queste giustificazioni delineano diversi momenti cronologici, porosi gli uni rispetto agli altri ed essenzialmente illustrati da esempi osservati nella Francia continentale.

In nome della natalità

Gli anni ruggenti non sono stati così liberi e allegri come la formula lascia supporre [2]. Tuttavia, essi partecipano a ciò che Régine Beauthier e i suoi colleghi definiscono la «modernizzazione della sessualità[3]», un processo non lineare di ampliamento del campo delle possibilità sessuali. Ma il regime di Vichy si scontra con questa dinamica, tentando addirittura di ribaltarla, a favore di un progetto fondato su preoccupazioni maternaliste.

Con il pretesto di rilanciare demograficamente il Paese, il modello di sessualità ammesso da Philippe Pétain si restringe nuovamente al solo scopo riproduttivo, all’interno di una famiglia composta da un padre che lavora fuori casa e una madre casalinga, soggetta all’autorità del marito. Vengono adottate diverse misure per favorire questa morale natalista, come due leggi del 1940: una favorisce l’accesso al lavoro nel settore privato per gli uomini con più di tre figli; la seconda complica l’assunzione delle donne nella funzione pubblica per incoraggiarne la permanenza in casa e dedicarle all’educazione dei figli.

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Allo stesso tempo, si tratta di penalizzare la sessualità quando è sterile o non permette più di identificare il nome del padre, in particolare quella delle prostitute e delle donne adultere: un inasprimento delle pene a loro carico è presente in una circolare del 1941 e in una legge del 1942, che avrà tuttavia un’applicazione limitata, discrimina in modo particolare le infedeltà delle mogli dei prigionieri di guerra.

Anche l’omosessualità è presa di mira. Mentre dall’abolizione del reato di sodomia nel 1791 la legge francese non creava più disuguaglianze basate sull’orientamento sessuale, è con il pretesto della tutela dell’infanzia e, in questo caso, dei «minori di età inferiore ai 21 anni», che una legge del 1942 prende di mira le relazioni tra persone dello stesso sesso. In primo luogo viene presa di mira la sessualità tra uomini. La formulazione universalistica della legge riguarda tuttavia anche le lesbiche, anche se queste ultime vengono trascinate in tribunale meno spesso rispetto ai loro omologhi maschi.

Lo storico Michael Sibalis[4] mostra tuttavia la relatività della repressione dell’omosessualità durante la guerra. Il regime di Vichy, infatti, non riuscì a controllare i piaceri sessuali che, in molte occasioni, traboccavano. Contro ogni aspettativa, è l’immediato dopoguerra ad essere puritano, dai processi per «intelligenza con il nemico» che insistono singolarmente sulla «collaborazione orizzontale» di alcuni imputati con altri uomini, agli emendamenti del 1960 che classificano tra i flagelli sociali sia l’omosessualità che la prostituzione.

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Per quanto riguarda la legge del 1949 sulla censura, in nome del ripristino della buona moralità di una gioventù grezza in piena decadenza, essa inasprisce le disposizioni adottate nel 1939 sulla letteratura licenziosa, consentendo di vietare non solo i libri evidentemente pornografici o semplicemente erotici, ma anche l’insieme dei contenuti culturali che esaltano i meriti dell’ozio. «All’inizio degli anni ’50, secondo la storica Anne Urbain-Archer[5], un’ondata di pudore si abbatté sull’editoria francese», rafforzata da una forte autocensura nella speranza di sfuggire alle maglie della rete. Ricordare la rigidità morale e sessuale dei primi due decenni della guerra fredda significa comprendere da quali catene i sessantottini volevano liberarsi.

In nome del corpo delle donne

I ricercatori in scienze umane e sociali che si occupano di sessualità prima della metà degli anni ’80 sono pochi. I pionieri sono così rari in Francia che i loro nomi vengono ripetuti all’infinito. Ci sono Alain Corbin e le sue filles de noce; Pierre Darmon e le défaillances conjugales; Jean-Louis Flandrin e les amours paysannes o l’Église et le contrôle des naissances; Philippe Ariès e André Béjin con le loro sexualités occidentales; Gilles Barbedette e Michel Carassou e la Parigi gay del 1925; Arlette Farge e Christiane Klapisch-Zuber e gli itinerari della solitudine femminile; Michelle Perrot e i suoi lavori sia sulle coppie che sulle zitelle; Francis Ronsin che racconta lo sciopero dei grembi.

Ciò che Ronsin, appunto, chiama «l’irresistibile progressione della pianificazione familiare[6]» a partire dagli anni ’50 – e la deviazione, in Francia, del fondo reazionario del progetto di Malthus per renderlo compatibile con la volontà rivoluzionaria di altri gruppi che miravano all’acquisizione della maternità felice –, ovvero il periodo dei dibattiti accesi intorno ai contraccettivi chimici e poi alla loro legalizzazione, corrisponde a un primo picco di pubblicazioni sulla sessualità, in nome della causa rappresentata dalla libera disposizione del corpo delle donne. Queste pubblicazioni sono allora più spesso di parte e giornalistiche che scientifiche, ma un primo grande studio viene finanziato con fondi pubblici e pubblicato nel 1972.

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Avviata subito dopo l’approvazione della legge Neuwirth del 1967, l’indagine diretta da Pierre Simon, ginecologo discretamente favorevole al diritto all’aborto, si ispira ai rapporti di Alfred Kinsey negli Stati Uniti, il primo sulla sessualità degli uomini nel 1948, il secondo su quella delle donne nel 1953. In questi lavori, sia in Francia che oltreoceano, viene affermata la dimensione sociale della sessualità. Lo studio francese si limita tuttavia ad affrontare l’eterosessualità, riflettendo l’opposizione del suo autore a qualsiasi forma radicale di politicizzazione della sessualità, mentre quelli condotti da Kinsey misurano un continuum che va da questa stessa eterosessualità all’omosessualità, passando per la masturbazione. Si può ritenere che il Rapporto Simon abbia avuto bisogno dell’alibi della nuova legge francese sulla contraccezione per vedere la luce, mentre quelli di Kinsey sembrano essere stati prodotti senza essere dettati da una contingenza statale, legislativa o moralizzatrice.

In nome della tutela della salute delle donne, oltre al diritto all’aborto promosso da Simone Veil e votato nel 1974[7] grazie al sostegno dei deputati di sinistra mentre il governo era di destra, anche le escissioni sono oggetto di studi e prese di posizione, con forti cambiamenti tra gli anni ’50 e il periodo più recente. Ancora nel 1958, secondo Armelle Andro e Marie Lesclingand, l’Organizzazione delle Nazioni Unite le considerava «operazioni rituali fondate sulla consuetudine[8]», mentre 60 anni dopo, l’ONU ne invoca l’eradicazione.

La Francia, nel 1979, è stata una pioniera europea nella loro criminalizzazione e, dal 2004, il loro intervento è rimborsato dalla previdenza sociale. Questa posizione francese – sostenuta dai primi scritti di antropologi che, come Nicole Sindzingre già nel 1977, collocano l’escissione nel quadro dei rapporti di dominio, o come Sylvie Fainzang nel 1985 la paragonano alla circoncisione [9] – si è tuttavia scontrata fino alla metà degli anni ’90 con l’opposizione tra femministe africane ed europee, prima che si delineasse un consenso mondiale.

In nome della salute

Gli studi e i discorsi che partono dal corpo delle donne per parlare di sessualità, se non regrediscono, vengono almeno ampiamente messi in secondo piano dopo l’arrivo dell’AIDS e l’esplosione senza precedenti delle ricerche sulle minoranze sessuali. Prima dell’HIV, altre «malattie veneree», come la sifilide, erano state oggetto di vari commenti e di allarmi morali. È in parte in loro nome che Alexandre Parent du Châtelet, medico come Pierre Simon, igienista e specialista delle fognature della capitale, pubblica nel 1836 la sua famosa inchiesta sociale su La Prostitution dans la ville de Paris. Ma la differenza di fondo tra il XIX secolo e gli scritti che si moltiplicano a partire dalla fine degli anni ’80 risiede nel posizionamento disciplinare e nella legittimità di chi li produce.

Con l’AIDS, la medicina cade dal piedistallo su cui troneggiava dalla scoperta della penicillina. Colta in fallo per incompetenza, viene soppiantata dalle scienze sociali, in particolare dalla sociologia e dall’antropologia, che contribuiranno, grazie all’alibi della pandemia, allo sviluppo senza precedenti delle ricerche sulla sessualità, in Francia come in molti paesi del mondo. La storia, inizialmente riluttante a interessarsi al tempo più presente, prende il treno in corsa. Inoltre, prima del 1996 e dell’accessibilità degli antiretrovirali nei paesi ricchi (trattamenti che trasformano la malattia da letale a cronica), questa disciplina è meno considerata dai finanziatori della ricerca scientifica come in grado di fornire risposte alla strage.

L’epidemia di AIDS è eminentemente politica, come ha dimostrato il gruppo riunito attorno a Patrice Pinell e Christophe Broqua[10]. Essa giustifica la nascita di associazioni ancora potenti come Aides e contribuisce, nell’Africa francofona, al soft power francese attraverso la sanità. La iniziale lentezza dei governi francesi nell’agire in modo adeguato all’urgenza dell’HIV giustifica anche la nascita di strutture come Act Up-Paris [11], di una radicalità fuori dal comune e che, pur avendo perso influenza nel 2026, è vista, attraverso quella che è stata definita la sua «furia creativa» o la sua «arte di morire», come portatrice di un modo di coniugare attivismo e performance che ha ispirato movimenti militanti attuali, come le Femen o, in un altro registro, Les Soulèvements de la terre.


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La concezione delle minoranze sessuali differisce sensibilmente tra queste due sorelle-nemiche. Aides sostiene l’ottenimento di diritti per rendere le minoranze integrabili nella società. Act Up vede piuttosto l’omosessualità maschile o qualsiasi altra pratica cosiddetta deviante come la leva da cui destabilizzare i vincoli sociali che fondano le discriminazioni. Fin dagli anni ’80, Act Up-Paris fa queer senza saperlo, lontano dai fasti della Repubblica, mentre Aides opera per consigliare i partiti di governo. I diritti ottenuti dalla fine degli anni ’90 (il PACS e la parità nel 1999; il matrimonio e l’adozione per tutti nel 2013; l’apertura della procreazione medicalmente assistita a tutte le donne cis nel 2021), di stampo apparentemente universalista come impone la costituzione francese, lasciano intendere che la strategia di Aides abbia dato i suoi frutti.

In ogni caso, con l’HIV si verifica ciò che il filosofo Massimo Prearo[12] definisce il «momento politico dell’omosessualità» e, di conseguenza, la declinazione della sessualità in una miriade di possibilità e denominazioni che mettono in crisi l’eterosessualità e la rendono visibile come norma.

In nome della libertà

In Francia, gli scritti sulla sessualità prodotti con intento preventivo riguardano per lo più i gruppi più colpiti dall’epidemia: in primo luogo gli uomini che dichiarano partner dello stesso sesso, ma anche le lavoratrici e i lavoratori del sesso o ancora le popolazioni migranti provenienti da paesi ad alta prevalenza. Quella che Wayne Brekhus definisce la unmarked sociology, ovvero una scienza sociale che basa le proprie analisi su persone dalla sessualità ordinaria, è poco sviluppata e tardiva, beneficiando tuttavia di un boom di studi sulla sessualità che non si è esaurito dopo che l’AIDS ha smesso di essere un pericolo così acuto. Infatti, le ricerche sulla sessualità proseguono al di là dell’alibi dell’epidemia di HIV e, paradossalmente, è proprio quando la malattia preoccupa meno che queste ricerche, spesso articolate con i lavori sul genere, cominciano ad essere considerate più legittime all’interno dell’istituzione universitaria.

Ma prima di arrivare al periodo più contemporaneo, ricordiamo che il «momento minoritario» degli anni ’80 e ’90, conseguente ai rischi legati all’AIDS, beneficia anche dell’insediamento alla guida della Repubblica francese di un governo socialista: la legge del 1982, proposta dall’allora Guardasigilli Robert Badinter e presentata dalla deputata dell’Isère Gisèle Halimi, abolisce la distinzione di età per la maggiore età sessuale in caso di omosessualità e vieta la schedatura da parte della polizia dei gay noti. Questa legge non permette di raggiungere la parità di diritti tra le persone indipendentemente dalla loro identità sessuale – tale parità (ad eccezione dell’impossibilità di accedere alla PMA per le persone trans e gli uomini cis) sarà raggiunta solo a partire dalla legge sulla bioetica del 2021, ovvero 40 anni dopo. La legge del 1982 aumenta tuttavia sensibilmente le libertà. Al Palace, famoso locale parigino, la vie en rose può ormai sbocciare senza ostacoli.

Il vento di nuove libertà che soffia sugli anni Ottanta riguarda anche gli eterosessuali. Le radio pirata si sono moltiplicate negli anni Settanta. La loro trasformazione in radio libere e autorizzate nel 1981 ha un impatto sulla liberalizzazione dei costumi. Anche se, secondo Thierry Lefebvre e Sébastien Poulain[13], la loro età dell’oro non competitiva e priva di controllo statale è di breve durata, alcune hanno lasciato il segno, come Carbone 14, che nel 1982 propone il programma «l’amour en direct», in cui una coppia viene registrata durante i propri amplessi. Da notare che la frequenza occupata da questa radio anarchica di destra viene rapidamente riassegnata alla radio Fréquence Gaie, lasciando intendere che l’omosessualità intellettualizzata (e prevalentemente politicizzata a sinistra) fosse allora più accettabile per lo Stato rispetto all’espressività licenziosa tra una donna e un uomo.

Oltre a queste radio, gli anni ’80 sono anche quelli del pieno sviluppo di riviste come Actuel, che attorno a Jean-François Bizot, il suo fondatore, accumula provocazioni, con la famiglia benpensante come capro espiatorio. Questo mensile era il libro da comodino dei fondatori di Canal +. Questa televisione, primo canale francese a pagamento, vede la luce nel 1984 e un anno dopo, ogni mese, trasmette un film pornografico così mal criptato che una generazione di adolescenti, oggi di mezza età, «vi ha scoperto un teatro sessuale[14]» di massa. Le Journal du hard viene ancora trasmesso nel 2026, ma la codifica è diventata così complessa che solo gli abbonati a Canal + vi hanno accesso.


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Il 1985 è infine l’anno della creazione dei primi «3615 » (tra cui il famoso «3615 Ulla» del 1987, fondato da Xavier Niel, attuale capo di Free), servizi di messaggistica cosiddetti «piccanti» su Minitel, che si rivolgono a un numero di utenti e utenti ben più consistente rispetto alle antiche pagine libertine del Chasseur français o, fino al 1970, di La Vie parisienne. Per lo più eterosessuali, questi spazi di incontri online si rivolgono a poco a poco anche agli uomini tra di loro (molto meno alle lesbiche). L’arresto nel 1991 del serial killer Remi Roy, che vi cercava le sue vittime, rende pubblici per la prima volta i pericoli che ne derivano, il che non può non richiamare l’attuale mediatizzazione dei rischi di molestie legati ai social network e a Internet.

In nome della sicurezza

A metà degli anni ’90, una corrente femminista si erge contro l’industria del porno, di cui Canal+ è vista come l’artefice dello sviluppo, e contro il carattere degradante per le donne di certi usi e retoriche della liberazione sessuale. Con l’avvento del XXIe secolo, una logica di estensione dei diritti che si possono definire liberali entra in dialogo, o addirittura in conflitto, con una motivazione dei diritti che assumono un carattere protettivo per quanto riguarda il lato positivo della medaglia, e di sicurezza nel suo rovescio.

Le leggi sullo stupro, assolutamente necessarie, sono presenti fin dal Codice penale del 1791, ma è solo nel 1980 che viene punito in nome della protezione delle vittime e non più solo per preservare l’onore delle famiglie. Bisogna attendere il 1992 perché venga penalizzato lo stupro coniugale. E il 2018 perché la prescrizione del reato di stupro venga estesa a 30 anni. Per quanto riguarda la prostituzione, pur non essendo vietata in Francia, da oltre 20 anni le leggi non smettono di complicarne l’esercizio: nel 2003, l’adescamento attivo e passivo diventa un reato punibile con una pesante pena pecuniaria e detentiva. Questa parte della Legge per la sicurezza interna (LSI) viene abrogata nel 2016, ma per passare, nello stesso anno, alla penalizzazione dei clienti, sul modello svedese.

Nel 2017, si verifica l’esplosione mondiale del caso Harvey Weinstein, con la denuncia pubblica da parte di un gruppo di donne del mondo del cinema delle aggressioni sessuali e degli stupri commessi da questo produttore hollywoodiano. Di conseguenza, nascono ovunque movimenti #metoo («anch’io»), e in particolare #metoo associati a professioni specifiche, come ad esempio l’architettura. Il fatto che queste denunce provengano dagli ambiti professionali deve far riflettere: mentre le donne occidentali hanno in maggioranza lasciato le loro case, è forse questo il nuovo spazio di potenziali violenze nei loro confronti e c’è forse l’organizzazione implicita o quasi inconscia di un continuum che va dalla casa al lavoro?

Comunque sia, mentre l’omosessualità è più o meno normalizzata nelle metropoli, sono ormai i pericoli dell’eterosessualità per le donne ad essere messi sotto accusa e a costituire la parte più consistente del discorso pubblico sulla sessualità. In Francia, #balancetonporc, creato sulla scia di #metoo dalla giornalista Sandra Muller, incita inizialmente (non è più così nel 2026) a denunciare nominativamente uomini stupratori o molestatori, distruggendo reputazioni senza alcun processo, mettendo in discussione, a torto o a ragione, la fiducia nell’istituzione giudiziaria.


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A poco a poco, i rischi sessuali corsi dalle donne diventano un cavallo di battaglia dei gruppi di estrema destra. Il collettivo Némésis, femonazionalista e xenofobo, esiste dal 2019 ed è attivo in Francia, Svizzera e Belgio. Studi di scienze sociali mostrano come il Front e poi il Rassemblement national – al contrario del partito di Éric Zemmour, che rivendica maggiormente una posizione maschilista – strumentalizzino da 15 anni un certo femminismo [15]. Le esigenze di sicurezza vengono regolarmente trasformate in un’arma securitaria, a sua volta montata ad arte contro le lotte antirazziste, sia che si tratti dei fatti di Capodanno a Colonia nel 2015 o delle tensioni nei pressi della stazione della metropolitana Marx Dormoy a Parigi durante le elezioni legislative del 2017[16].

È anche il terreno fertile dei fatti di cronaca: quando delle donne scompaiono in una foresta o in un parcheggio sotterraneo, si immagina il loro stupro sulle pagine e sulle prime pagine dei giornali. Contro la realtà statistica delle minacce effettive, basta un passo dagli omicidi londinesi di Jack lo Squartatore[17] ad oggi per convincere tutte le donne che è a loro rischio e pericolo occupare lo spazio pubblico di notte e che, così facendo, sono forse donne «di facili costumi»…

Le morali della sessualità

È legittimo chiedere di essere al sicuro ovunque. Questa richiesta vale per tutte e tutti. La sua componente di sicurezza sfrutta una rivendicazione fondata, per spingerla verso restrizioni di libertà e una contrapposizione di cause pure ugualmente giuste. Non c’è dubbio che le principali sfumature che accompagnano gli sguardi mediatici e scientifici sulla sessualità, sia in nome della riproduzione della specie, del corpo delle donne, della salute, delle minoranze, della libertà o ancora della protezione, abbiano cause e conseguenze sociali e politiche pesanti. Esse sono anche il prodotto della morale così come ne generano.

La socio-storica Francine Muel-Dreyfus[18] scrive che «All’opposto [degli anni ruggenti], l’eterno femminile ridefinito da Vichy deve privilegiare la naturalezza, gli abiti sobri, il trucco discreto, in altre parole deve de-erotizzarsi». A Parigi nel 2026 e da una decina d’anni a questa parte, all’uscita dalle scuole medie e superiori, sui banchi delle università, nella metropolitana durante il giorno, le giovani generazioni di entrambi i sessi adottano spesso abiti ampi e comodi che lasciano intravedere poco le curve del corpo. Le donne attive, giovani o meno giovani, smettono di truccarsi e indossano scarpe da tennis. I modi di sedurre sembrano essere cambiati, almeno nello spazio pubblico.


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Dobbiamo rallegrarci che gli strumenti di una relativa tortura abbigliamento – dal corsetto di un tempo per la vita sottile ai tacchi a spillo delle nostre madri per la lunghezza delle gambe – stiano scomparendo? Dobbiamo interpretarlo come un segno di emancipazione? O dobbiamo preoccuparci che lo sviluppo di un corpo sobrio e in gran parte nascosto testimoni, nei luoghi di insegnamento, nelle strade, nei trasporti e negli uffici, l’incorporazione di nuove regole di controllo e di pudore più legate al genere di quanto sembri? La risposta è certamente paradossale, tra ideologie assunte e riflesse, effetti perversi, costrizioni e abitudini. Tanto più che, parallelamente, in alcune vie commerciali dei grandi centri dell’Île-de-France, i saloni di manicure, i parrucchieri per donne e i barbieri per uomini stanno conquistando tutte le vetrine.

Sono stati soprattutto gli adulti ad essere oggetto di studi e dibattiti sulla sessualità. Insieme al carattere apparentemente strutturale degli incesti all’interno delle famiglie, recenti scandali potrebbero spostare l’attenzione verso nuove popolazioni e articolarsi, per diventare un dispositivo, con quella che sembra una de-erotizzazione pubblica e una re-erotizzazione privata del corpo, in particolare femminile. La pedocriminalità all’interno della Chiesa cattolica, in particolare con la relazione presentata in Francia nel 2021[19], o ancora il caso del 2026 delle aggressioni sessuali su bambini molto piccoli nel settore parascolastico parigino, sono suscettibili di fare della protezione dei bambini il prossimo alibi della storia e della sociologia delle sessualità, e il prossimo motore della morale sessuale, ben oltre l’infanzia.

Note

[1] Michel Foucault, Dits et écrits II, 1976-1988, Gallimard, 2001, p. 1428.

[2] Sylvie Chaperon, Catherine Deschamps, Emmanuelle Retaillaud, Christelle Taraud, Storia delle sessualità in Francia. XIX-XXI secolo, Armand Colin, 2024. Questo libro approfondisce molti dei punti trattati in questo articolo.

[3] Régine Beauthier, Valérie Piette, Barbara Truffin, La modernizzazione della sessualità (XIXe-XXe secolo), Éditions de l’Université de Bruxelles, 2010.

[4] Michael Sibalis, « Homophobia, Vichy France, and the “Crime of Homosexuality” : The Origins of the Ordinance of 6 August 1942 », GLQ : A Journal of Lesbian and Gay Studies, vol. 8, n°3, 2002.

[5] Anne Urbain-Archer, L’Encadrement des publications érotiques en France (1920-1970), Garnier, 2019, p. 485.

[6] Francis Ronsin, La Grève des ventres : propagande néo-malthusienne et baisse de la natalité française, XIXe-XXe siècle, Aubier-Montaigne, 1980, p. 213

[7] 50 anni dopo, nel 2024, l’IVG diventa una libertà fondamentale sancita dalla Costituzione francese dopo che l’attualità statunitense ha messo in luce la fragilità del diritto all’aborto.

[8] Armelle Andro, Marie Lesclingand, «Le mutilazioni genitali femminili: stato dell’arte e delle conoscenze», Population, vol. 71/2, 2016.

[9] Nicole Sindzingre, «Un eccesso per difetto: escissione e rappresentazione della femminilità», L’Homme, vol. 13/3, 1979; Sylvie Fainzang, «Circoncisione, escissione e rapporti di dominio», Anthropologie et société, vol. 1/9, 1985.

[10] Patrice Pinell, Christophe Broqua (a cura di), Une épidémie politique. La lotta contro l’AIDS in Francia (1981-1996), Presses Universitaires de France, 2002.

[11] Sulle origini di Act Up-Paris, si veda il film del 2017 diretto da Robin Campillo: 120 battiti al minuto.

[12] Massimo Prearo, Le Moment politique de l’homosexualité. Mouvements, identités, communautés en France, Presses Universitaires de Lyon, 2014.

[13] Thierry Lefebvre, Sébastien Poulain, Radios libres : 30 ans de FM. La parole libérée ?, INA/L’Harmattan, 2016.

[14] Sylvie Chaperon, Catherine Deschamps, Emmanuelle Retaillaud, Christelle Taraud, Storia delle sessualità in Francia, p. 383.

[15] Sylvain Crépon, Inchiesta nel cuore del nuovo Front National, Nouveau Monde Éditions, 2012; Magali Della Sudda, Le nuove donne di destra, Hors d’atteinte, 2022.

[16] Catherine Deschamps, «Chi sono le vittime del quartiere di La Chapelle?», Multitudes n. 72, 2018.

[17] Judith Walkowitz, «Jack the Ripper and the Myth of Male Violence», Feminist Studies, vol. 8/3, 1982.

[18] Francine Muel-Dreyfus, Vichy et l’éternel féminin : contribution à une sociologie politique de l’ordre des corps, Le Seuil, 1996.

[19] Rapporto del 5 ottobre 2021 della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE), presieduta da Jean-Marc Sauvé.

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Autrice

Catherine Deschamps è antropologa e sociologa. Docente presso l’École nationale supérieure d’architecture de Paris La Villette, è membro del LAVUE-LAA (CNRS 7218). Le sue pubblicazioni vertono in particolare sulle lavanderie a gettoni, sul genere negli spazi urbani e sulle minoranze sessuali. La sua tesi di dottorato è stata pubblicata da Balland nel 2002 con il titolo Le Miroir bisexuel. Insieme a Christophe Broqua, nel 2014 ha curato L’Échange économico-sexuel, edito da EHESS. Più recentemente, nel 2024, presso Armand Colin, insieme a Sylvie Chaperon, Emmanuelle Retaillaud e Christelle Taraud, ha co-scritto una Storia delle sessualità in Francia. XIX-XXI secolo. Lontana mille miglia dai suoi lavori accademici, le capita di scrivere racconti ispirati alle immagini dell’artista Jean-Marie Vivès.

Fonte: AOCMedia