Come si indebitano i governi africani
I prestiti cinesi all’Africa sono diminuiti notevolmente dal picco raggiunto nel 2016, costringendo molti paesi africani a cercare ingenti finanziamenti sui mercati obbligazionari nazionali. Alcuni paesi hanno gestito bene questa transizione; in altri, invece, la stretta creditizia ha comportato scadenze del debito ravvicinate e, cosa ancora più preoccupante, forti pressioni inflazionistiche.
Per decenni, il dibattito sul debito africano si è concentrato sui creditori esterni: i prestiti per le infrastrutture concessi dalla Cina, i prestiti agevolati erogati da banche multilaterali di sviluppo, come la Banca mondiale e la Banca africana di sviluppo, nonché le eurobbligazioni.
Queste discussioni, sebbene importanti, trascurano una trasformazione fondamentale che sta ridisegnando le finanze pubbliche in tutto il continente: i governi africani ora prendono in prestito più dai propri cittadini che dal resto del mondo messo insieme.
Questa evoluzione rappresenta uno dei cambiamenti più significativi, ma tuttavia sottovalutati, della politica economica africana negli ultimi due decenni. Nell’ambito di uno studio condotto in collaborazione con Mark Manger, David Mihalyi, Niccolò Rescia, Christoph Trebesch e Ka Lok Wong, abbiamo analizzato oltre 50.000 singoli prestiti e titoli di Stato in 54 paesi africani e abbiamo constatato che il debito interno ha silenziosamente soppiantato i prestiti esteri come principale fonte di finanziamento sovrano.
La nostra banca dati sul debito africano rivela che la dimensione dei mercati del debito interno è più che triplicata dal 2010, passando da 150 miliardi di dollari a quasi 500 miliardi di dollari oggi (si vedano «Obbligazioni interne» e «Titoli interni» nel grafico).
L’aumento dei prestiti nazionali racconta due storie molto diverse, a seconda del paese considerato. In paesi come la Tanzania, l’Uganda, la Nigeria e il Ruanda, questa espansione riflette un vero e proprio sviluppo del mercato: i governi allungano sistematicamente le scadenze delle obbligazioni, ampliano la loro base di investitori e creano curve di rendimento funzionali. Questi «costruttori di mercato» hanno utilizzato il debito nazionale in modo strategico, sostenuti da quadri macroeconomici credibili e da una crescita sostenuta del PIL.
Ma altrove, l’espansione del debito interno assomiglia meno a uno sviluppo che a un’ultima risorsa. In Ghana e in Mozambico, i governi si sono rivolti ai mercati locali non per scelta ma per necessità, inondandoli di buoni del Tesoro a breve termine mentre i finanziamenti esterni si esaurivano. Lo scambio del debito interno del Ghana nel 2022-2023 – che in realtà costituiva un default nei confronti dei detentori di obbligazioni locali – è avvenuto dopo anni di crescente dipendenza dal prestito interno a tassi insostenibili.
Questi percorsi divergenti rivelano una verità fondamentale: il debito interno non è né intrinsecamente buono né cattivo. Tutto dipende dai motivi per cui i governi contraggono prestiti e da ciò che realizzano con tali fondi. Per gli attori che sviluppano i mercati, il debito interno offre un finanziamento in valuta locale che riduce il rischio di cambio. Per i mutuatari che devono affrontare vincoli di liquidità, diventa una costosa soluzione di ripiego che amplifica il rischio di rifinanziamento senza porre rimedio alla fragilità di bilancio sottostante.
La differenza di costo è impressionante. I finanziatori multilaterali come la Banca mondiale applicano ai governi africani un tasso di interesse medio inferiore all’1%. I prestiti cinesi si attestano generalmente al 2-4%. Le obbligazioni internazionali registrano in media il 6-8%. Ma le obbligazioni nazionali superano regolarmente il 12%, con alcuni paesi che pagano oltre il 15% per contrarre prestiti nella propria valuta.
L’espansione del credito interno rappresenta un’opportunità a doppio taglio
Questi tassi nominali riflettono solo una parte della realtà. Una volta adeguati all’inflazione, i costi del credito nazionale rivelano uno schema ben noto nella storia finanziaria: la repressione finanziaria. Molti governi africani azzerano di fatto il proprio debito pubblico attraverso l’inflazione, imponendo rendimenti reali negativi ai detentori di obbligazioni locali. Se da un lato ciò riduce l’onere reale che grava sulle finanze pubbliche, dall’altro scoraggia il risparmio nazionale e può danneggiare lo sviluppo stesso dei mercati che i governi sostengono di voler promuovere.
Ciò che è chiaro è che le opzioni di finanziamento esterno si sono notevolmente ridotte. I prestiti cinesi all’Africa, che hanno raggiunto un picco intorno al 2016, sono fortemente diminuiti dal 2021. I mercati obbligazionari internazionali sono diventati più selettivi e più costosi. Di conseguenza, i governi africani ora rimborsano collettivamente ai propri creditori esteri più di quanto ricevano in nuovi finanziamenti dall’estero — un deflusso netto che li costringe a fare ancora maggiore affidamento sui mercati nazionali.
Questa contrazione dei finanziamenti ha implicazioni pratiche che i tradizionali rapporti debito/PIL non mettono in luce. Il servizio annuo totale del debito ha superato i 100 miliardi di dollari nel 2026, con gli obblighi di rimborso che rimangono superiori a 60 miliardi di dollari fino al 2030. Questo onere concentrato all’inizio del periodo è dovuto principalmente al debito contratto sui mercati – sia obbligazioni internazionali che nazionali –, il che riflette i loro costi più elevati e le scadenze più brevi.
Il divario tra le scadenze è particolarmente preoccupante. Mentre i prestiti multilaterali hanno una durata media di oltre 25 anni e quelli cinesi si estendono su un periodo compreso tra i 10 e i 20 anni, le obbligazioni nazionali hanno generalmente una durata compresa tra gli 8 e i 10 anni, e molti paesi fanno ampio ricorso a buoni del Tesoro con scadenza inferiore a un anno. Ciò crea un circolo vizioso di rifinanziamento: i governi devono ricorrere continuamente ai mercati, esposti a improvvisi cambiamenti nel sentiment degli investitori.
L’espansione del debito interno rappresenta un’opportunità a doppio taglio. La crescita dei mercati del debito locale può rafforzare i sistemi finanziari, sviluppare le capacità degli investitori nazionali e offrire ai governi una maggiore indipendenza monetaria. I paesi che riescono a contrarre prestiti nella propria valuta riducono la loro vulnerabilità agli shock dei tassi di cambio.
Tuttavia, i pericoli sono altrettanto evidenti. Un accumulo sostanziale di debito interno può privare il settore privato di credito, creare pericolose interdipendenze tra la solvibilità dello Stato e la salute del sistema bancario e indurre le autorità a ricorrere a una riduzione del debito indotta dall’inflazione. La distinzione tra vero sviluppo finanziario e repressione finanziaria coercitiva risulta spesso più sottile di quanto i responsabili politici non riconoscano.
La banca dati sul debito africano offre un altro spunto fondamentale: la piena trasparenza in materia di debito è realizzabile anche con risorse modeste. Un piccolo gruppo di ricerca è riuscito a redigere un inventario dettagliato degli strumenti di debito africani sintetizzando informazioni accessibili al pubblico con l’ausilio di moderni metodi digitali. Ciò dimostra che le organizzazioni internazionali dotate di fondi sufficienti potrebbero facilmente estendere questi sforzi con maggiore coerenza.
Il miglioramento dei dati rappresenta più di un semplice successo accademico: costituisce il fondamento di una governance efficace. Mentre i modelli di indebitamento africani continuano ad evolversi, informazioni affidabili e dettagliate diventano indispensabili per effettuare valutazioni solide sulla sostenibilità del debito, sviluppare i mercati finanziari nazionali e facilitare il coordinamento tra i creditori.
Autore: Ugo Panizza è un economista e Professore di economia internazionale.
Questo testo è una traduzione dell’articolo «How African Governments Borrow» della rivista online Global Challenges n. 19, prodotta dal Geneva Graduate Institute, e intitolata «The End Of Development».
Fonte: AOCMedia
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