Sotto forma di schiavo (doulos)

Il vero carattere radicale “della rivoluzione permanente e antitotalitaria” del Cristianesimo

Mi chiedo se nella nostra cultura moderna l’anima sia stata ridotta a un valore economico, se gli esseri umani al di sotto di una certa soglia di reddito cessino di avere valore. Non sono pedine, non sono nemmeno sulla scacchiera. Senza valore, diventiamo sacrificabili. Se guadagni abbastanza, in qualche modo diventi visibile, investito (!) di un valore che deve essere notato. Sospetto che la mia riflessione sia più che fondata. È in questa prospettiva che va compreso il vero carattere radicale del Cristianesimo. Ognuno di noi ha un valore infinito.

Adoro immergermi nella storia, andando oltre le nozioni generali e addentrandomi in pagine e pagine di dettagli noiosi. Non posso farlo tutti i giorni, né spesso. Ma mi aiuta a colmare le lacune che spesso vengono trascurate nelle trattazioni più generali. La mia incursione più recente è stata in un libro intitolato “Gli schiavi nel mondo greco e romano” (di Jean Andreau e Raymond Descat, 2006). È facile trarre conclusioni sulla schiavitù antica dai film o dalla televisione, o semplicemente dal suo ruolo nella retorica a favore della schiavitù. È molto più interessante approfondire l’argomento da vicino.

 

Gli schiavi erano ovunque. C’erano schiavi personali, schiavi domestici, schiavi impiegati nelle miniere, persino schiavi comunali (che svolgevano lavori stradali, idraulici, di archiviazione, contabilità e varie altre mansioni). Gli schiavi potevano possedere altri schiavi (pensateci). Si poteva nascere schiavi, essere condannati alla schiavitù, essere catturati e ridotti in schiavitù, e così via.

Gli schiavi non erano considerati uguali (sorpresa!). Nel mondo romano (pagano), una persona era considerata un genio.

Ogni romano, uomo e donna, possiede un genio, uno spirito (che da un certo periodo in poi viene chiamato Giunone per le donne). Questo genio è la personificazione divinizzata della personalità individuale, di tutte le qualità e i difetti della persona. (capitolo 5)

Gli schiavi non possedevano un genio. Questa è l’equivalente della perversione moderna che sostiene che gli schiavi africani non avessero un’anima. Gli autori dell’opera che stavo leggendo si interrogavano sugli schiavi che ricevevano la manomissione (diventavano liberi). Acquisivano un genio? Sembra che la questione non sia mai stata trattata nella letteratura antica a nostra disposizione. A dire il vero, ho sempre pensato che le distinzioni di classe conservino tracce di questa idea, una sorta di superstizione culturale che si rifiuta di morire. Abbiamo un’anima, ma non ne siamo del tutto sicuri. Sono (chiunque essi siano) veramente umani? Credo che il modo in cui a volte vengono trattati i poveri endemici sia pervaso dal suggerimento che manchi qualcosa. Se li istruissimo, forse, otterrebbero un’anima – un’anima vera. La dignità di ogni individuo umano continua a essere uno degli insegnamenti più importanti della fede cristiana.

Essere uno schiavo comportava alcuni svantaggi peculiari:

Sebbene il padrone avesse il potere di punire lo schiavo, sottoporlo a torture e farlo uccidere, esistevano comunque delle convenzioni da rispettare. Non era giustificabile che il padrone uccidesse uno schiavo di nascosto e lo facesse sparire in segreto. Certo, succedeva, ma non era la prassi normale. Se il padrone voleva far giustiziare uno dei suoi schiavi, doveva coinvolgere la sua famiglia e alcuni amici nella punizione, e l’esecuzione doveva essere compiuta in pubblico, in particolare davanti agli altri schiavi, a titolo di esempio. (ibid.)

Gli schiavi potevano testimoniare in un processo, ma le informazioni da uno schiavo dovevano essere estorte con la tortura per essere considerate attendibili. Anche in tal caso, si riconosceva che potevano comunque mentire sotto tortura: incredibile, vero?

A quanto pare, la crocifissione era una forma comune di esecuzione per gli schiavi. E questo fatto mi porta a riflettere su quel giorno.

San Paolo descrive la “mente che era in Cristo Gesù” nella sua crocifissione nel famoso passo che inizia in Filippesi 2:5. Egli dice che Cristo,

«…spogliandosi di ogni gloria, assumendo la forma di servo e divenendo simile agli uomini… si fece obbediente fino alla morte, alla morte di croce…»

Questo brano è tratto dalla New King James Version, una traduzione generalmente fedele. Tuttavia, i tentativi di parafrasare (di ampliare le parole) spesso perdono la forza espressiva del testo originale. Cristo non “si spogliò di ogni reputazione” (questo lo farebbe sembrare un gentiluomo inglese che si finge venditore ambulante). Letteralmente “svuotò se stesso”. Inoltre, “assumendo la forma di servo” ne attenua l’impatto. “Servo” suona come un accordo economico. Piuttosto, egli “assunse la forma di schiavo” (doulos). È il termine comune per schiavo, proprio quel tipo di “non-persona” che è spesso oggetto di crocifissione.

Mi chiedo se nella nostra cultura moderna l’anima sia stata ridotta a un valore economico, se gli esseri umani al di sotto di una certa soglia di reddito cessino di avere valore. Non sono pedine, non sono nemmeno sulla scacchiera. Senza valore, diventiamo sacrificabili. Se guadagni abbastanza, in qualche modo diventi visibile, investito (!) di un valore che deve essere notato. Sospetto che la mia riflessione sia più che fondata. È in questa prospettiva che va compreso il vero carattere radicale del Cristianesimo. Ognuno di noi ha un valore infinito.


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I padri non si interessano esclusivamente di ciò che capiterà all’uomo dopo la morte; l’oggetto principale del loro interesse è invece ciò che diventerà l’uomo in questa vita. Dopo la morte non si dà terapia dell’intelletto. La terapia deve dunque iniziare in questa vita, perché «nell’Ade non vi è pentimento». Per questo la teologia ortodossa non è ultramondana né futurologica né escatologica, ma è puramente intramondana. Poiché l’interesse dell’ortodossia è per l’uomo in questo mondo, in questa vita, e non dopo la morte. 


È fondamentale, ai fini della predicazione del Vangelo e della nostra comprensione della morte di Cristo sulla croce, che la lettura delle Scritture non sia appesantita dai toni edulcorati di una parafrasi. Cristo si spogliò di sé stesso e assunse la forma di uno schiavo. Divenne ciò che, nella cultura dell’epoca, rappresentava il più infimo degli infimi: un essere umano troppo umile per essere considerato un’anima. Si trattava già di una forma di crocifissione che si estendeva a una vasta fetta di popolazione in tutto l’impero.

San Paolo visse nella stessa cultura. È significativo che si descriva costantemente come “schiavo di Cristo”, espressione poi addolcita in “servo di Cristo”. I traduttori hanno smorzato l’impatto di questa espressione, rendendola più accessibile anche al politico più viscido. Paolo si definì schiavo. San Paolo non solo si definì schiavo, ma scrisse con audacia che “in Cristo Gesù non c’è né schiavo né libero”. San Paolo non è un paladino della giustizia del primo secolo. Non sta dicendo a Roma cosa dovrebbe fare in materia di diritti umani. Ci sta dicendo (e mettendo in pratica con la sua vita le sue stesse parole) quale sia già la giustizia del Regno di Dio (così come si sta rivelando nella Chiesa). San Paolo, orgoglioso cittadino di Roma, si spoglia di sé stesso per diventare schiavo di Cristo. Questa è la giustizia di Dio. Cristo si è fatto schiavo affinché noi potessimo diventare Re.

C’è una meravigliosa storia secondaria, nascosta tra le righe delle lettere di San Paolo. È quella di Onesimo. Onesimo era apparentemente uno schiavo fuggiasco che incontrò a Roma. Il suo padrone, Filemone (sì, proprio quel Filemone), ricevette una lettera da San Paolo (dal carcere), recapitata nientemeno che dallo schiavo fuggiasco. San Paolo scrisse:

« …anche se in Cristo ho il coraggio di comandarvi di fare ciò che è necessario, tuttavia per amore preferisco rivolgermi a voi – io, Paolo, vecchio e ora anche prigioniero per Cristo Gesù – vi prego per mio figlio Onesimo, che ho generato durante la mia prigionia. (Prima non vi era di alcun aiuto, ma ora è utile a voi e a me). Ve lo rimando, vi mando il mio stesso cuore. Avrei voluto tenerlo con me, perché mi servisse in vostro favore durante la mia prigionia per il Vangelo, ma ho preferito non fare nulla senza il vostro consenso, affinché la vostra bontà non fosse forzata, ma spontanea. Forse è per questo che è stato separato da voi per un breve tempo, affinché voi lo riaveste per sempre, non più come schiavo, ma più che schiavo, come un fratello carissimo – specialmente a me, ma quanto più a voi, nella carne e nel Signore». (Filemone 1:8-16)

La tradizione vuole che Onesimo sia stato in seguito nominato vescovo. Alcuni studiosi suggeriscono che fu lui il primo a raccogliere le lettere di San Paolo che oggi costituiscono gran parte del Nuovo Testamento (il che contribuisce a spiegare la presenza di questa lettera personale a Filemone nella raccolta).

La distanza tra schiavo e vescovo, nel contesto culturale dell’epoca, evidenzia quanto profondamente il Vangelo di Cristo abbia trasformato i suoi seguaci. Non assistiamo a un’“evoluzione” o a un “cambiamento graduale di coscienza”. Piuttosto, le implicazioni complete del Vangelo sono presenti fin dal suo inizio.

Per noi Cristo ha assunto la forma di servo, spogliandosi di sé stesso. Solo nel suo servizio troviamo la libertà perfetta. Gloria a Dio.

Autore: Padre Stephen Freeman è arciprete della Chiesa ortodossa in America.

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