Come si può far entrare il cambiamento climatico nel cervello umano?

 

Il nostro pianeta si sta riscaldando. Perché così tanti di noi sono apatici di fronte a questo cambiamento catastrofico? 

Un problema di tale portata come il cambiamento climatico richiede una profonda riflessione sul nostro stile di vita e sul modo in cui viviamo su questo pianeta.

– Alcuni dei motivi per cui molte persone sembrano non preoccuparsi del cambiamento climatico includono: la nostra attenzione è rivolta alla risoluzione dei problemi odierni; il fatto che il cambiamento climatico appaia un fenomeno vasto e intangibile; la relativa lentezza dei cambiamenti; e il nostro desiderio di mantenere lo stesso stile di vita.
– L’apatia di alcune persone può essere spiegata dal fatto che sono generalmente meno emotive; che sono politicamente conservatrici; o che si sentono impotenti a fermarlo.
– Recenti ricerche dimostrano che il modo in cui presentiamo i dati climatici può comunicare meglio ciò che sta accadendo al nostro ambiente.


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Lo smascheramento delle falsificazioni, la revoca dell’errore, la critica dei suoi presupposti e dei suoi effetti perversi, è l’unico pathos che i cercatori della verità rivendicano. La verità non si uniforma a regole, non si sottopone a leggi, a specie e generi, non si confonde con la doxa, non cessa di disturbare i pensieri del benpensante. In quanto creazione, mette in questione, lavora una materia, fa saltare le gerarchie degli essenti, modifica gli assetti e rovescia i concetti. Tutto ciò disloca la filosofia, ossia la lotta per la verità, in un territorio di frontiera, in un corpo a corpo con le innumerevoli fenomenologie dell’errore e del falso, con lo spaccio delle facili verità e della verità che semplifica, ma anche della verità che, per costituzione, è più fragile della menzogna e meno pervasiva. La menzogna interseca invece i suoi doppi, (manipolazione, copia, simulacro, falsa coscienza) che la rendono invasiva e dilagante, nelle forme della vita individuale e sociale. A differenza della verità che ama esporsi, la menzogna “ama nascondersi”: è un’arma che rientra nel fodero, come il silenzio di Jago dopo che questi ha colpito nel segno.


 

L’allarme più forte che risuona in tutto il mondo in questo momento è quello del cambiamento climatico, ma sembra che in molti si siano ormai abituati ad esso.

Gli esperti del clima si trovano intrappolati in un paradosso: possono prevedere conseguenze disastrose per il pianeta in cui viviamo, eppure la maggior parte delle persone non riesce a capacitarsi leggendo i titoli dei giornali. Continuiamo a scorrere le notizie e a vivere le nostre vite. Le foreste vengono bruciate da  incendi apocalittici , i nostri cieli si tingono di rosso e intere città vengono devastate, e noi continuiamo a scorrere le notizie. Le estati si trasformano in grigliate umane, con sempre più persone  che muoiono di caldo , e noi continuiamo a scorrere le notizie. Il nostro mondo è diventato meno ospitale e noi sembriamo apatici al riguardo.

Da dove deriva l’apatia climatica? I ricercatori hanno cercato di rispondere a questa domanda utilizzando esperimenti altamente artificiali. Lo studio più promettente dimostra che il modo in cui presentiamo i dati allarmanti a nostra disposizione può fare la differenza.

Perché, per quanto il cambiamento climatico sembri essere un problema del mondo esterno, si rivela anche una fonte di problemi che affliggono il nostro mondo interiore: il cervello umano.

“Nessuna generazione sperimenta la totalità della perdita”

Il nostro cervello si concentra sull’urgenza del presente: i nostri antenati dovevano trovare cibo subito, cercare riparo  subito e riprodursi… beh, si spera subito, ma certamente prima di morire. Il cambiamento climatico è un problema di domani. Oggi abbiamo bollette da pagare, figli da andare a prendere a scuola e pasti surgelati da scaldare al microonde.

C’è anche da considerare che il cambiamento climatico è un problema amorfo. Un predatore è fatto di carne e ossa: lo si può evitare o, se necessario, combattere. Ma il cambiamento climatico non può essere affrontato fisicamente; non è visibile a occhio nudo; e le sue manifestazioni isolate – un incendio qui, uno tsunami là – non sono facilmente attribuibili ad esso. Gli incendi boschivi e le onde distruttive ci sono sempre stati. Ciò che cambia è l’intensità, la frequenza, la portata, ma questi cambiamenti nel tempo potrebbero non essere percepiti dal cervello.

E’ stato pubblicato nel 1995 un saggio sconvolgente che illustra questo concetto usando i pesci come esempio. Il numero e la diversità dei pesci in uno specchio d’acqua possono crollare nel tempo senza che i pescatori se ne accorgano. Non è che non abbiano gli occhi; è che quando vanno in pensione, il numero di pesci è inferiore rispetto a quando hanno iniziato, ma la generazione successiva di pescatori non lo sa. Per loro,  questo  numero inferiore è normale. Non hanno mai visto com’era il lago cinquant’anni prima.

L’autore del saggio, Daniel Pauly, l’ha definita “sindrome del cambiamento dei parametri di riferimento”. La prima volta che si entra in un ecosistema, si stabilisce per noi il parametro di riferimento di ciò che è normale; se il cambiamento è abbastanza lento, non sembrerà drastico. Per  Vox , David Roberts l’ha riassunto così: “Nessuna generazione sperimenta la totalità della perdita”. Il tipo di grave inquinamento atmosferico che stiamo vivendo quest’estate a causa degli incendi boschivi è una novità per noi; per i bambini nati ora, sarà la normalità. Poco a poco, la nostra specie si abitua a una situazione in peggioramento senza mai percepire appieno il cambiamento. Siamo, in effetti, come rane bollite.

Difetti del cervello, reali e discutibili

In uno dei racconti di Robert A. Heinlein si trova  una lunga invettiva  contro la nostra stupidità collettiva, che culmina in questa perla: “L’uomo non è un animale razionale; è un animale che razionalizza”.

Potremmo pensare che le nostre decisioni siano ponderate con cura, ma è molto più probabile che ricorriamo a scorciatoie mentali o che ci lasciamo guidare dalle emozioni, giustificando la nostra scelta a posteriori. Il modo in cui reagiamo alle notizie sui cambiamenti climatici ne è un triste esempio.

Richiede una risposta, certo, ma è difficile sfuggire al richiamo della normalità. Abbiamo visto quanto fosse difficile, durante la pandemia di COVID-19, per le persone indossare le mascherine e cambiare le proprie abitudini di fronte a una malattia debilitante. Non appena si è diffusa una sensazione di sicurezza, queste misure sono state abbandonate per ricominciare a sentirsi “normali”. Con il riscaldamento globale, questa stessa riluttanza ad accettare cambiamenti nelle nostre vite ci impedisce di prestare attenzione al problema. Vogliamo solo che le cose sembrino normali.

Inoltre, esistono predisposizioni in certi tipi di persone che le rendono particolarmente restie ad affrontare il problema del riscaldamento globale, la più ovvia delle quali è che l’apatia ambientale può essere semplicemente una comune apatia. Una  serie di esperimenti  lo ha dimostrato in modo piuttosto chiaro: alcune persone sono semplicemente meno emotive in generale e quindi meno coinvolte emotivamente con il mondo. Non sono psicopatiche; ma quando vengono mostrate foto di persone sofferenti o di ricompense egoistiche, la loro reazione generale è più vicina a un “meh” che a un “Oh mio Dio!”. La minaccia incombente di un pianeta in fiamme viene elaborata in modo molto simile.

Per altri, è la  mentalità del laissez-faire e l’avversione alle regolamentazioni governative, a loro tanto care, a influenzare il loro pensiero sul cambiamento climatico. I conservatori e coloro che votano repubblicano negli Stati Uniti sono  meno propensi  ad accettare le evidenze scientifiche sul cambiamento climatico o le politiche proposte per mitigare questa catastrofe in atto. C’è anche il problema che i paesi più ricchi, che in genere hanno contribuito maggiormente alle emissioni di gas serra nell’ultimo secolo, saranno i meno colpiti dalle conseguenze.

Ma non bisogna essere ricchi o conservatori per essere percepiti come apatici su questo argomento. È difficile per un individuo sentirsi in controllo di un problema di tale portata, e per alcuni di noi si è instaurata una sorta di “lutto anticipatorio”. Renee Aron Lertzman racconta la sua esperienza parlando con i residenti della regione dei Grandi Laghi in un capitolo del suo libro intitolato  “Il mito dell’apatia”.  La loro apparente indifferenza era un meccanismo di difesa contro un’ansia irrisolvibile. Quando un residente parlava di un fiume o di una spiaggia vicina, “lo faceva con nostalgia”, scrive, “come se il luogo stesso non esistesse più”. Si stavano rassegnando a un evento futuro perché si sentivano impotenti a fermarlo.

Gli psicologi hanno indicato una serie di “difetti cerebrali” per spiegare questa apatia climatica, proponendo concetti come l’avversione alla perdita, il bias ottimistico e il nostro desiderio di gratificazione immediata. L’elenco dei bias cognitivi  tra cui scegliere sembra infinito: il nostro cervello è pieno di problemi quando cerca di pensare con chiarezza. Dovremmo però essere consapevoli del fatto che alcuni di questi presunti bias derivano da studi discutibili, mentre altri sono stati smentiti. E sebbene spiegare un fenomeno complesso come l’apatia climatica con “questo piccolo trucco che il tuo cervello ti fa” possa sembrare una soluzione elegante, è una grossolana semplificazione.

Al di là delle speculazioni psicologiche da salotto, sono stati condotti studi scientifici per cercare di superare l’apatia climatica. Il problema? Sono altamente artificiosi.

O è successo o non è successo

Si possono testare interventi per scuotere le persone dall’apatia osservando quanto  sforzo fisico  sono disposte a impiegare per risolvere il problema del cambiamento climatico dopo un determinato intervento… ma se lo sforzo fisico che si misura consiste nel  cliccare su un gran numero di caselle sullo schermo di un computer in dieci secondi , non sono sicuro che questo sia applicabile al mondo reale. Lo stesso vale quando si mostrano ai partecipanti online dichiarazioni scritte per far cambiare loro idea, ma  nessuno di questi testi proviene da fonti di parte,  in modo da non confondere le acque. Nella vita reale, le persone ascoltano i politici e gli influencer che preferiscono, quindi, di nuovo, quanto è utile questa ricerca? 

Questo è un problema nella psicologia sperimentale. Quando l’obiettivo è controllare il maggior numero possibile di variabili, si finisce per creare situazioni talmente distanti dalla realtà che i risultati ottenuti non hanno alcuna rilevanza su di essa.

Un articolo che mi ha però dato speranza è stato quello sulla visualizzazione dei dati pubblicato l’ anno scorso . Quando si parla di cambiamenti climatici, spesso convertiamo i dati grezzi in grafici per renderli più facili da comprendere e per individuare le tendenze. In questo studio, gli scienziati hanno dimostrato che mostrare grafici di temperature in aumento nel tempo non era molto efficace per far comprendere alle persone l’impatto dei cambiamenti climatici; al contrario, ciò che funzionava meglio erano grafici che si potevano riassumere con la frase “o è successo o non è successo”.

Un esempio che viene fornito è un grafico che copre diversi decenni e indica se un determinato lago si è ghiacciato in quell’anno (il che si traduce in un punto nella parte superiore del grafico) o se non si è ghiacciato (il che si traduce in un punto nella parte inferiore del grafico). O è successo o non è successo. Le persone che hanno partecipato allo studio sono state in grado di comprendere meglio che, nel tempo, il lago si ghiacciava sempre meno. Hanno notato quello che sembrava un cambiamento improvviso. Per essere chiari, non c’è stato alcun cambiamento improvviso; il cambiamento è stato graduale, perché il cambiamento climatico stesso è graduale, ma pensavano  di  poter individuare sul grafico il punto in cui il lago aveva iniziato a ghiacciare molto meno frequentemente rispetto a prima. Il cervello umano ha difficoltà a comprendere i cambiamenti incrementali. Se riusciamo a presentare dati reali in un modo che renda il cambiamento più evidente, potremmo essere in grado di sensibilizzare le persone su questo tema. 

 

Figura 1: Grafico ispirato al diagramma presente nell’articolo di Grace Liu e altri del 2025. Per ogni anno, un punto indica se un lago fittizio si è ghiacciato o meno. Poiché il grafico originale, che utilizza dati reali, è a pagamento, ne abbiamo creato uno simile a scopo illustrativo.

Il problema della crescita perpetua

Per fortuna, l’apatia climatica  sembra svanire  dalle nostre menti collettive, proprio come, se mi permettete il paragone infelice, un ghiacciaio che si scioglie. C’è una citazione famosa e piuttosto incisiva (di cui non sono riuscito a rintracciare la fonte): “Il cambiamento climatico si manifesterà come una serie di disastri visti attraverso i cellulari, con filmati che si avvicinano sempre di più a dove vivi, finché non sarai tu a filmarli”. Sempre più persone stanno filmando le manifestazioni distruttive del riscaldamento globale. Sempre più persone sono costrette a preoccuparsi. Questa necessità di sperimentare il cambiamento climatico in prima persona ci è costata però molto tempo per mitigarne i danni. Il momento di riparare una perdita nota nella tua barca non è a tre ore dalla costa con i piedi sommersi; comunque, meglio tardi che mai.

Possiamo migliorare la nostra società per prevenire alcuni dei potenziali danni   dovremmo anche adattarci ai danni che non possiamo evitare. I combustibili fossili non sono il futuro. L’industria petrolifera ha riconosciuto internamente  fin dalla metà del XX secolo  che il suo prodotto avrebbe causato cambiamenti catastrofici al nostro ambiente, e le compagnie petrolchimiche hanno iniziato a strumentalizzare i dubbi negli anni ’80 per garantire il loro arricchimento: un’ulteriore ragione per cui alcune persone sembrano non curarsene, perché sono arrivate a credere alla propaganda delle compagnie petrolifere.

Un problema di tale portata come il cambiamento climatico richiede una profonda riflessione sul nostro stile di vita e sul modo in cui viviamo su questo pianeta. Come molti hanno sottolineato, dobbiamo mettere in discussione il nostro sistema di “crescita perpetua” che impone a ogni azienda di incrementare costantemente i profitti trimestre dopo trimestre. Una crescita illimitata impoverisce le risorse limitate del nostro pianeta. Un’azione concreta che possiamo intraprendere è quella di tenere sempre presente il cambiamento climatico quando andiamo a votare.

Per quanto riguarda come spronare più persone a uscire dall’apatia e ad agire, dovremmo mobilitare ogni strumento a nostra disposizione. Gli appelli emotivi funzioneranno con alcuni, ma non con altri. Le visualizzazioni di dati binari – il lago si è ghiacciato o non si è ghiacciato quell’anno – funzioneranno con alcuni, ma non con tutti. I problemi complessi richiedono una serie di soluzioni.

L’apatia non implica disinteresse. Può essere un meccanismo di difesa. Dobbiamo tutti essere indulgenti con noi stessi nell’affrontare un problema di proporzioni senza precedenti.

Messaggio chiave:

– Alcuni dei motivi per cui molte persone sembrano non preoccuparsi del cambiamento climatico includono: la nostra attenzione è rivolta alla risoluzione dei problemi odierni; il fatto che il cambiamento climatico appaia un fenomeno vasto e intangibile; la relativa lentezza dei cambiamenti; e il nostro desiderio di mantenere lo stesso stile di vita.
– L’apatia di alcune persone può essere spiegata dal fatto che sono generalmente meno emotive; che sono politicamente conservatrici; o che si sentono impotenti a fermarlo.
– Recenti ricerche dimostrano che il modo in cui presentiamo i dati climatici può comunicare meglio ciò che sta accadendo al nostro ambiente.