La funzione iconica del rifugiato

 

Dal 2010, le immagini dei rifugiati sono onnipresenti sui nostri schermi. Che ispirino vergogna o compassione (il piccolo Aylan nel 2015), un senso di colpa o una paura di invasione alimentata dai soliti propagandisti dell’odio, queste immagini testimoniano il posto problematico che occupa il rifugiato nel nostro immaginario collettivo. Qual è la funzione iconica di queste immagini di rifugiati?

Dopo l’afflusso di migliaia di migranti a Lampedusa, gli interventi di Papa Francesco a Marsiglia hanno posto l’accoglienza dei rifugiati al centro della cronaca mediatica. Ma dal 2010 la figura del rifugiato occupa un posto centrale nell’immaginario collettivo, come testimonia la pletora di immagini di rifugiati sui nostri schermi. Repressi alle frontiere, ammassati in campi e hotspot, imbarcati su imbarcazioni di fortuna, i rifugiati ossessionano l’immaginario occidentale.

Questo “straripamento” di immagini rafforza l’idea di fondo di una sommersione migratoria. Senza dubbio siamo più esposti alle immagini che ai rifugiati stessi. Basta fare una semplice ricerca su Internet per vedere centinaia di migliaia, milioni di immagini di rifugiati in tutto il mondo. Non esiste soggetto più “fotogenico”, verrebbe da dire. Laddove 4 milioni di rifugiati ucraini sono passati inosservati, alcune migliaia di migranti in difficoltà minaccerebbero l’Europa con uno tsunami migratorio. La differenza tra queste due tipologie di migrazione non è solo culturale (europea/extraeuropea), ma è dovuta all’abbondanza di immagini e all’effetto focalizzante degli arrivi a Lampedusa. Ma soprattutto queste due migrazioni non occupano lo stesso posto nel racconto che l’Europa racconta di sé stessa. In un caso (la guerra in Ucraina) i rifugiati sono le vittime dell’invasione russa, nell’altro caso sono l’invasione stessa.

La piccola isola di Lampedusa, avamposto dell’Europa nel Mediterraneo, è diventata uno scenario in cui lo spettacolo della sommersione si svolge fino alla nausea. Il campo lessicale utilizzato dalla destra e dall’estrema destra supporta l’idea di un diluvio (“un continente si riversa sull’altro” secondo il partito Reconquest), sostituto acquatico della metafora della grande sostituzione. Questa retorica cancella le identità e le singolarità dei viaggi e li agglomera in una massa anonima e liquida, un’ondata. Si opera un ribaltamento retorico: non sono i migranti ad annegare, è l’Europa ad essere allagata, sommersa. Al reale affondamento delle navi dei migranti si sostituisce il retorico affondamento della civiltà europea.

Che ispirino vergogna o compassione (il piccolo Aylan, morto su una spiaggia in Turchia nell’estate del 2015), un senso di colpa o una paura di invasione alimentata dai soliti propagandisti dell’odio, queste immagini testimoniano il luogo problematico che il rifugiato occupa nel nostro immaginario collettivo. Qual è la funzione iconica di queste immagini di rifugiati?

Il controllo delle frontiere cessa di essere un problema di polizia e una questione geopolitica, diventa uno spazio rituale, scenografico, che mira a fantasticare sul confine.

Con il pretesto di eventi artistici o di moda socialmente consapevoli, i rifugiati sono sempre più spesso al centro delle performance mediatiche. La coperta di sopravvivenza del migrante sta diventando un accessorio di moda. Recentemente ha ispirato una performance avviata dal fotografo Ai Weiwei che aveva già scattato una foto di se stesso sdraiato su una spiaggia per ricordare la foto di Aylan Kurdi. Durante il gala di beneficenza “Cinema for Peace” a Berlino, ha chiesto agli ospiti di avvolgersi in una coperta di sopravvivenza. Alla settimana della moda di New York , l’artista americano Johny Dar ha presentato una collezione chiamata “ Jeans for Refugees ”, mentre il francese Etienne Deroeux ha incorporato pezzi di coperte di sopravvivenza in alcuni dei suoi pezzi. Il fotografo ungherese Norbert Baska è andato ancora oltre. Ha pubblicato sui social media foto di modelle in posa davanti al filo spinato o circondate in topless da agenti di polizia, un servizio di moda chiamato “Der Migrant” che rende glamour la tragedia dei rifugiati.

Una foto distribuita da Reuters ha fatto ampia circolazione nel 2015. Si vedono migranti avvolti in coperte di metallo di sopravvivenza che combattono il freddo sulle rocce in riva al mare. È stata scattata da Jean-Pierre Amet al confine italiano vicino a Ventimiglia.

Questa foto va ben oltre la polemica scatenata dal blocco imposto dalle autorità francesi per vietare l’ingresso in Francia ad alcune centinaia di profughi provenienti dall’Italia, come ha appena fatto il ministro Darmanin con i profughi di Lampedusa. Questi profughi avvolti nelle coperte di sopravvivenza non hanno quasi più sembianze umane, sono fantasmi, esseri anfibi che emergono dalle acque, mostri acquatici provenienti dal profondo del nostro immaginario mitologico. Non sono più completamente umani, sono fantasmi, mutanti. Sembrano appartenere ad una specie diversa dalla nostra e vanno respinti come corpi estranei. La foto di Jean-Pierre Amet ci invita ad analizzare l’arrivo di questi rifugiati non in termini giuridici, politici o addirittura morali, ma in termini mitologici su un palcoscenico dove si svolge una sorta di performance. Non si tratta più di regolare i flussi di popolazione in un contesto socioeconomico ed ecologico che ne aggrava le cause, ma di entrare in una guerra mondiale, in un conflitto tra la nostra civiltà e un’altra specie che la minaccerebbe.

Il controllo delle frontiere cessa di essere un problema di polizia e una questione geopolitica, diventa uno spazio rituale, scenografico, che mira a fantasticare il confine (il muro di Trump), a mettere in atto il confine. Impone un sacrificio rituale di cui i profughi pagano il prezzo.

Le immagini dei profughi, dei naufragi in mare, dei muri di contenimento, delle barriere di polizia, degli arresti razziali sui treni, non mostrano solo operazioni di polizia, risposte di sicurezza portate avanti da Stati sovrani, “con umanità e fermezza”, alle incursioni illegali nel territorio nazionale. Al contrario, descrivono uno straripamento, l’impossibilità di gestire questi afflussi di popolazione, di respingerli o di integrarli. Danno credito alla fantasia di un’Europa bastione da difendere a tutti i costi e producono una scenografia visiva dello stato di emergenza di fronte a presunte invasioni. Questi rifugiati vestiti con tute di sopravvivenza proiettano l’immagine di un altro assolutamente inassimilabile (“che non ha vocazione all’integrazione”). Lo Stato che li segue non produce l’immagine della sovranità territoriale ma l’iperbole mediatica di Stati sopraffatti e impotenti.

È qui che Lampedusa ci invita nella nebbia di un progetto europeo dormiente. Quest’isolotto d’Europa nel Mediterraneo si distingue per la sua fragilità, la sua vulnerabilità, la sua esposizione ai quattro venti degli spostamenti delle popolazioni. Testimonia un’Europa bisognosa di sovranità: tra gli Stati nazionali che perdono sovranità e un’Europa priva di sovranità.

Quanto più lo Stato è disarmato, tanto più deve dar prova del suo volontarismo. L’atteggiamento del “volontarismo” neoliberista è la forma che la volontà politica assume quando il potere viene privato dei suoi mezzi d’azione. Ma la sua credibilità è giocata sul potere effettivo dello Stato. Se questo potere non ha più i mezzi per esercitarsi, il volontarismo viene smascherato come postura. Deve quindi raddoppiare la sua intensità, deve mostrarsi con più forza per ristabilire la sua credibilità, manifestazione che accentuerà ulteriormente il sentimento di impotenza dello Stato. Dobbiamo quindi riprodurre costantemente l’esercizio della forza sotto forma di caccia ai rom, espulsioni di rifugiati, blocco migratorio e operazioni di polizia alle frontiere per ristabilire la credibilità della sovranità cartacea. Indipendentemente dalla loro relativa efficacia, la loro funzione è quella di drammatizzare il potere di un potere impotente.

L’idea secondo cui la presenza quotidiana sui nostri schermi di profughi, di immigrati privi di documenti, arrestati dalla polizia, come quella di barche naufragate abbandonate in mare che crollano sotto i corpi dei naufraghi, come quella dei muri o del filo spinato, sarebbe La questione dei confini di controllo è un’illusione. “Manca completamente”, scrive Wendy Brown, “il posto iconico che occupano nell’erosione della sovranità statale.”

I muri responsabili del contenimento dell’ondata di migranti alle frontiere non segnano tanto la rinascita della sovranità statale quanto piuttosto l’icona della sua erosione.

Nel suo libro “Muri. Muri di separazione e declino della sovranità statale (Les Prairies Ordinaires, 2009), Wendy Brown ha smascherato anni prima delle farneticazioni di Trump il paradosso del volontarismo degli stati-nazione bisognosi di sovranità che si manifesta nella moltiplicazione dei muri di separazione. Questi muri segnalano che il diritto e la politica sono incapaci di governare i molteplici poteri liberati dalla globalizzazione e dalla colonizzazione caratteristici della tarda modernità: l’uso del controllo e del blocco mira a porre rimedio a questa situazione di ingovernabilità.

Contrariamente alle apparenze, i muri incaricati di contenere l’ondata di migranti alle frontiere non rappresentano tanto la rinascita della sovranità statale quanto piuttosto l’icona della sua erosione. “Nella misura in cui appaiono come esempi iperbolici di sovranità dello stato-nazione”, scrive Brown, “rivelano, come tutte le iperboli, che qualcosa di esitante, vulnerabile, dubbioso o instabile si nasconde nel cuore stesso di ciò che intendono esprimere – proprietà che sono esse stesse antitesi della sovranità… Lungi dall’essere iterazioni della sua sovranità, i nuovi muri dello stato-nazione partecipano ad un panorama globale costituito da flussi interni e barriere all’interno degli stati-nazione.”

Queste prestazioni e queste costruzioni proiettano un potere e un’efficacia che non possono esercitare concretamente e che nella realtà contraddicono. Producono l’immagine del potere statale di fronte al suo decadimento. Sono muri di carta. Raffigurano poteri protettivi legati a una sovranità vacillante… Ed è quello che abbiamo visto a Lampedusa nella sfilata dei leader politici nazionali ed europei. Lì si esprimeva un panico e il tentativo di mascherarlo: qualcosa di esitante, vulnerabile, dubbioso o instabile.

L’iconografia dei rifugiati designa i difetti nella sovranità degli stati-nazione e costituisce, attraverso la ripetizione nello spazio pubblico, una performance collettiva in cui i rifugiati sono gli attori riluttanti. La funzione iconica del rifugiato mira meno a dissuadere i migranti dal venire in Europa o a spaventare gli europei minacciati da una presunta invasione, quanto a gestire l’immagine della frontiera inoperante. I migranti illegali non costituiscono solo “l’esercito di riserva del capitale” (Marx), ma costituiscono un “esercito di comparse” arruolato nel teatro della sovranità perduta.

Christian Salmon è scrittore e ricercatore presso il Centro Ricerche su Arti e Linguaggio.

Fonte: aoc media.fr, 23-10-2023


https://www.asterios.it/catalogo/noi-rifugiati

“Abbiamo perso la casa, vale a dire la familiarità della nostra vita quotidiana. Abbiamo perso il lavoro, vale a dire la certezza di essere di qualche utilità in questo mondo. Abbiamo perso il nostro linguaggio, vale a dire la naturalezza delle nostre reazioni, la semplicità dei nostri gesti, l’espressione spontanea dei nostri sentimenti “.

In questo testo vibrante e incredibilmente pioneristico, la crisi d’identità del popolo ebraico, qui descritta con tanta chiarezza, ricorda la difficile situazione di tutti i rifugiati.