Una ragazza nichilista 1

IV

La casa dei Baranzov stava su un monticello; a nord del monte si scendeva verso un grande stagno, scavato, si intende, dalle mani dei servi della gleba. Qui era stato ricavato un giardino in stile Versailles con lunghi vialetti cosparsi di piestrisco, con aiuole fiorate a forma di vaso o di cuore e con una moltitudine di gazebo nei quali fiorivano gelsomino, tiglio e lillа. Un tempo, questa parte della casa avrebbe affascinato qualunque amante delle coreografie floreali. Ma adesso, al posto di quel giardiniere-artista affiancato da un completo staff di aiutanti che un tempo si occupavano del giardino, c’erano soltanto un contadino autodidatta e due ragazzi, e il giardino aveva infatti un aspetto squallido e pietoso.

Lo stagno adesso, coperto di alghe, serviva da focolaio per il gran numero di zanzare. I gazebo stavano cadendo a pezzi e nei viottoli era già spuntata l’erba. Non c’era più niente di lezioso da quando avevano smesso di occuparsi del giardino.

Dall’altro lato del monte, non quello della facciata, sulla quale si erano dati meno da fare e avevano lasciato che la flora crescesse secondo natura, anche adesso lì era molto bello. Un piccolo querceto si era spontaneamente avvicinato alla casa e dietro di esso la montagna, con uno scosceso dirupo, si buttava su un ruscello che, quando era in piena, frusciava e spumeggiava, ma nel periodo di siccità offriva alla vista una piccola valletta sabbiosa, nel mezzo della quale gocciolava un rigagnolo d’acqua. Tutto il dirupo era coperto di cespugli. In primavera diventava del colore del latte, con quei bianchi e profumati fiori di ciliegio selvatico, ovunque risuonavano i canti dei capirossi e di altri piccoli uccellini. Ogni tanto si presentava anche qualche usignolo mentre in autunno era una festa di noci e lamponi selvatici. In inverno il burrone era così sommerso dalla neve che uno spettatore avrebbe visto un solo fitto tappeto bianco steso su questo pendio, dal quale quì e là dal terreno spuntavano alcune canne nere.

Su questo versante le proprietà dei Baranzov finivano con questo burrone. Dall’altra sponda del ruscello cominciava già la tenuta di un altro latifondista: Stepan Mikhajlovic Vasilzev. Quest’ultimo, fino ad allora, non aveva mai dato fastidio al conte, dal momento che non aveva mai vissuto in quel podere. Quella casa stava lì da sempre, con le porte chiuse e le imposte serrate, il giardino da tanto trascurato che era si era trasformato in uno spiazzo verde e oscuro nel quale, sotto la volta d’ingresso, la lappola era cresciuta a tal punto da avere raggiunto dimensioni gigantesche, incredibili. Le soffici testoline dei botton d’oro biancheggiavano ovunque assieme a quel colore spento delle campanelle rinsecchite, dei garofani e delle colombelle.

Correva la voce che Vasil’zev fosse un uomo di grande cultura. In inverno viveva a Pietroburgo, dove era diventato professore presso l’Università Tecnica. In estate, nel periodo di vacanze, andava di solito all’estero ed era evidente che della sua piccola proprietà, ereditata dal padre, si era del tutto dimenticato. Ma in quel memorabile inverno, un giorno, presso l’ingresso di casa Vasil’zev si fermarono le slitte della posta con tanto di campanelli. Su di esse sedevano due gendarmi e, in mezzo ai due, il padrone stesso della proprietà.

La questione era semplice. Vasil’zev già da tempo passava per un liberale e si trovò in quella situazione, abbastanza sgradevole, nella quale molte personalità di Pietroburgo erano già. Quell’inverno, in occasione della ricorrenza di non-so-quale anniversario, professori e studenti dell’Istituto tecnologico¹ organizzarono un banchetto, al quale avrebbe dovuto presenziare il gran principe, alto protettore dell’istituto, ma Sua altezza fece capire che non era di suo gradimento incontrare Vasil’zev. A seguito di ciò, si intende, il non desiderato venne informato del fatto, ma rispose che in quel caso avrebbero dovuto mandargli un divieto ufficiale che impedisse lui di partecipare al banchetto, del quale egli si sentiva un organizzatore come tutti gli altri professori. è chiaro che il divieto ufficiale non arrivò mai e così, in quell’importante giorno, Vasil’zev sedette tranquillo al tavolo come tutti gli altri, nell’aula magna dell’Università.

Circa due giorni dopo l’accaduto, si presentò in visita dal professore un funzionario della polizia segreta, che lo invitò candidamente a dare le dimissioni e a trasferire il proprio domicilio presso la sua tenuta natale, senza possibilità di lasciarla. Per maggiore sicurezza, per la strada gli vennero affidati due angeli custodi in uniformi da gendarmi.

Queste erano le circostanze che stavano dietro al trasferimento di Stepan Mikhajlovich Vasil’zev nella tenuta del padre².

Facile immaginare quale scalpore suscitò questo avvenimento nel circondario. Sul nuovo arrivato e sui motivi che stavano dietro al suo insediamento spuntarono ben presto i più assurdi e esagerati pettegolezzi. Tanti vedevano nel professore un temibile cospiratore. Questo sospetto avvolgeva Vasil’zev come un velo mistico e, al tempo stesso, terribile e attraente, perché si sa che in Russia la gente, anche quella di vedute conservative, se solo non direttamente in stretta collaborazione con la polizia segreta, prova un istintivo, innato rispetto per i criminali politici.

I Branzov erano i vicini più vicini di Vasil’zev. Non deve sorprendere, quindi, che le due signorine Baranzov, Lena e Liza, sentissero, come dire, di detenere i diritti d’autore sulla vita di quell’interessante personaggio che le mandava al settimo cielo. Era scapolo e, francamente, non lo si poteva, con i suoi quasi quaranta, ancora considerare giovane; e per dirla tutta non era neppure un Adone. Ma vista la penuria di promessi sposi, anche lui poteva poteva costituire un buon partito.

Vasil’zev, verosimilmente, si sarebbe stupito non poco se gli avessero detto quale ruolo egli giocava all’interno delle discussioni e dei progetti delle due ragazze. Per una strana combinazione di eventi, il professore durante il corso di tutta l’estate successiva non potè mettere piede fuori di casa, per evitare di incontrare Liza o Lena, e quanto più strano, per non sorprenderle entrambe sempre vestite con un qualche bizzarro vestito o in qualche strana e pittoresca posizione. Ma all’improvviso, un giorno, si scontrò con la vivace Lena che, come uno scoiattolo si arrampicò su un albero e astuta lo guardava da dietro il rigoglioso fogliame. Ed ecco che si accorse della languida Ofelia-Liza che si chinava verso lo stagno con una corona di nontiscordardimè nelle mani. E bisogna vedere in che modo naturale e grazioso urlavano quando venivano prese così di sorpresa.

Ma tutti questi incontri non portarono niente di che. Vasil’zev salutava con un inchino, ma serio e schietto, e chi s’è visto s’è visto. Nessuna parola di più veniva fuori. Non c’è da stupirsi, quindi, see signorine alla fine arrivarono alla conclusione che un altro orso così rozzo e privo di tatto al mondo non esistesse.

Ma se a Liza e Lena la conoscenza di Vasil’zev non riuscì, a Vera risultò in un modo molto semplice e, bisogna dire, lungi dall’essere poetico.

L’estate volgeva al suo termine, l’autunno era alle porte: autunno piovoso, sporco con la luce del sole che presto dava spazio alla sera. L’inusuale e obbligato tedio della vita di campagna, sempre più spesso, portava Vasil’zev al cancello della sua casa e lo costringeva a trovare gioia nelle sue lunghe passeggiate. Ma come tutte quelle persone che mai hanno vissuto nelle campagne russe, egli incontrava spesso sul suo percorso qualche genere di difficoltà e piombava, come gli sembrava, in grave pericolo.

Nel circolo di professori che aveva frequentato fino a quel periodo, a nessuno sarebbe mai venuto in mente di sospettare che Vasil’zev fosse un codardo. Al contrario, avevano una paura perenne che lui, con il suo temperamento ribelle del tutto fuoriluogo, li potesse compromettere.

Quando alla sua carriera universitaria, in maniera così imprevedibile, venne messa fine, anche i più audaci dei suoi amici tristemente dissero:

“Era inevitabile!  Con una testa ribelle come quella Vasil’zev è impossibile vivere in Russia!”

E lo stesso Stepan Mikhajlovich si scoprì una persona dall’animo molto coraggioso. Nei suoi più reconditi sogni, quei sogni che non si fanno sapere neppure al proprio migliore amico, il professore amava immaginarsi nelle più strane posizioni e più di una volta nella profondità del suo ufficio a combattere per difendere la propria barricata.

Non di meno, malgrado la sua rinomata caparbietà, bisogna dire che nei confronti dei cani di campagna, sui quali correva la voce che la primavera precedente avessero sbranato un mendicante che passava da lì, e dei buoi di quelle zone, che già due volte avevano incornato un pastorello, Vasil’zev aveva estremo rispetto e vedendoli avvicinarsi, in tutti i modi, li evitava.

Una volta gli capitò di allontanarsi abbastanza lontano da casa. Camminava, mani dietro la schiena come sua abitudine, capo chino, assorto nei suoi pensieri senza guardare ai lati. D’un tratto, ritornato in sè, si ritrovò in un grande imbarazzo. Attorno a sè un paludoso prato campestre nel quale era entrato da un angusto viottolo, e aveva la melma che gli arrivava fino alle caviglie. Davanti a sè un fiumiciattolo abbastanza largo, mentre da dietro si udì uno scalpitio e il muggito di una mandria di mucche.

“Ehi pastore! Chiama le tue bestie!” pensò di gridare Vasil’zev.

Ma il pastore, un ragazzino che poteva avere quindici anni, fiacco di corpo e di mente, che non sapeva fare altro che il pastore, farfugliò qualcosa come risposta e si mise a ridere con quella sua risata idiota, stupida e sguaiata.

Vasil’zev stava lì impalato senza sapere cosa fare.

“Andate attraverso il fiumiciattolo, non è molto profondo” si levò una voce giovane, quasi infantile, che però suonava di riso.

Guardò nella direzione dalla quale era arrivato quel buon consiglio e vide sulla collinetta, sull’altra sponda del ruscello, a circa venti passi da lui, nient’altro che una signorina, una ragazzina di quindici anni circa con un cappello di paglia con un nastro sbiadito attorno, in un vestitino di cotonina da quattro soldi, troppo stretto sul seno e troppo corto nelle gambe e nelle braccia.

Vera, anche lei spinta quì dalla noia, già da un po’, non avendo niente da fare, guardava quell’uomo smunto e buffo che si agitava davanti a quell’inezia.

“Saltate!Su coraggio!” gli gridò un’altra volta Vera, ma Vasil’zev non si decideva.

Allora Vera scese di corsa dalla collinetta, senza paura si immerse nella fitta melma con i suoi vecchi stivaletti, afferrò chissа da dove una tavola e di corsa la gettò al di là del ruscello, sporcandosi tutte le calzette bianche e i pantaloni grigi del soccorso.

Trovatosi adesso in salvo, Vasil’zev, si capisce, provò vergogna per la sua vigliaccheria. Dopo aver confusamente e frettolosamente ringraziato la sua soccorritrice, egli stava di fronte a lei con un sorriso che esprimeva per metà smarrimento e per metà costrizione. Non voleva andarsene subito e lasciare quella brutta immagine di sè ma, allo stesso tempo, non sapeva bene come attaccare bottone con quella piccola selvaggia che lo scrutava attentamente con quella sua impudente curiosità di adolescente.

– Cosa è quel libro? Posso dare un’occhiata?- si decise finalmente.

Vera aveva sottobraccio le sue amate vite dei santi.

Vasil’zev aprì una pagina a caso e lesse oltre:

“L’imperatore Diocleziano, furioso con il martire Isidoro, ordinò che le guardie lo portassero al Capitolino”

“Che cos’è questa stupidaggine?” scappò involontariamente a Vasil’zev.

Adirata, Vera sbarrò i suoi indignati occhi azzuri da Baranzov. Afferrato in fretta il suo libro, gli voltò le spalle e s’incamminò verso casa, senza neppure degnarlo di uno sguardo.

Nel corso della sera a Vasil’zev venne più di una volta in mente quel ridicolo episodio, e altrettante volte esso suscitò in lui riso e una leggera stizza.

Il giorno dopo, non rendendosi conto dell’accaduto, si diresse di nuovo verso il posto del disonore e con una certa sorpresa si imbattè in Vera. Stava lì col viso assorto e pensieroso, sul ruscello, come se aspettasse Vasil’zev.

“Buongiorno!” disse, porgendole amichevolmente la mano.

“Possibile che io stia sognando?” borbottò lei al posto di rispondere, alzando i suoi occhioni su di lui, il cui sguardo era adesso spaventato, quasi supplichevole.

Il giorno prima, sentendo quel parere poco lusinghiero sul proprio libro, aveva iniziato coll’arrabbiarsi, ma presto l’ira si era trasformata in sentimenti ben più pesanti.

Pensò: ”Tutti parlano di questo vicino intelligente e colto. Dovrebbe sapere tutto. E come la mettiamo con questa storia del racconto sul martire?”

Il dubbio era così tormentoso che andava chiarito adesso che si poteva.

“Ce l’ha ancora con me per il libro, vero?” attaccò Vasil’zev. “Ma, signorina, giudichi da sè. L’imperatore Diocleziano regnava a Bisanzio, e il Capitolino si trova a Roma. Come potè ordinare alle guardie di mandare il martire Isidoro così lontano?”

“Ah, questo intendeva! Cioè, soltanto che non è vero?”

“Come soltanto? Mi sembra che basti!”

“E qual è la verità, sono esistiti questi martiri?”

“Certo che sì”.

“E che li torturavano, li bruciavano e li braccavano come bestie?”

“Questo è tutto testimoniato”

“Grazie a Dio” disse Vera, tirando un sospiro di sollievo.

“Come? Grazie a Dio che li hanno torturati?”

Quel tipetto di ragazzina cominciava decisamente a piacere a Vasil’zev.

“Ah, cioè… no” barbugliò Vera confusa e imbarazzata. “Volevo dire che almeno sono esistite persone così buone, sante, i martiri appunto”.

“I martiri ci sono anche adesso” asserì serio Vasil’zev.

Verа rivolse a lui gli occhi, con uno lungo sguardo meravigliato.

“Sì, in Cina” realizzò lei infine.

Vasil’zev si mise di nuovo a ridere.

“Perché andarli a cercare così lontano? Ce ne sono anche di più vicino”.

Vera continuava a fissarlo, mentre sul suo visetto sempre di più comparivano segni di perplessità.

“Possibile mai che non abbia mai sentito parlare che in Russia ci sono persone che stanno in galera, deportati in Siberia e talvolta anche impiccati. E mi chiede se ci sono martiri!”

“Si ma da noi vengono deportati solo i più cattivi, i criminali!…”

Queste parole scapparono dalla sua bocca da sole. Non finì di pronunciarle, che una tinta rossa si impresse sul suo volto, pensò: “Ma il mio vicino È un deportato!”

“Capita anche che ti mandino per qualcos’altro” disse Vasil’zev a mezza voce.

Passarono alcuni minuti e continuarono a camminare. Vera silenziosa, col capo chino, tirava nervosamente, il collo del vestitino con le dita. Pensieri strani, addirittura del tutto assurdi, sgorgavano come in cascata al’interno della sua testa. Aveva terribilmente paura di dire qualcosa di stupido: aveva offeso il suo vicino e la questione le era così importante, di vitale importanza, che non la si poteva lasciare così.

“Perché l’hanno deportato?” disse lei improvvisamente e velocemente, senza guardare Vasil’zev.

Lui ghignò allora.

“Davvero lo vuole sapere?” chiese come se la stesse stuzzicando.

Vera fece cenno di sì con la testa, ma era il suo voltò che parlava per lei.

“E anche sui martiri di oggigiorno vuole sapere?”

Gli occhi di Vera si illuminarono di una luce ancora più vivida.

“Se vuole le racconto. Ma le anticipo subito che toccherà parlare di un grande amico”.

Il volto di Vera si illuminò.

“E anche di Diocleziano e del Capitolino bisognerà parlare. Sicura che mi ascolterà?”

“Certo che la ascolterò!”

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  1. L’Istituto tecnologico di San Pietroburgo era noto per essere un focolare di docenti e studenti frondisti, insieme all’Accademia di medicina e chirurgia e all’Università (rispettivamente il 12,6%, il 25,9% e il 10,8% degli studenti che presero parte all’“andata al popolo” ne provenivano).
  2. La sorte di Vasil’cev ricorda quella di A.N. Engelgardt (1825-1893), famoso chimico, professore all’Istituto di agronomia di San Pietroburgo, mandato al confino nella sua tenuta di Smolensk nel 1870, dove scrisse le notevoli Lettere dalla campagna sulla condizione dei contadini e dell’agricoltura negli anni Settanta e Ottanta.

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V

Proprio nel giorno successivo Vasil’zev andò in visita dal conte Baranzov. I due legarono ben presto e quando, dopo un po’ di tempo Vasil’zev espresse il desiderio di dare lezioni gratuite a Vera, la proposta venne accettata con notevole riconoscenza tanto più che il conte, malgrado la sua spensieratezza, aveva dei rimorsi riguardo il fatto che la piccola Baranzov era cresciuta con la stessa educazione di qualunque altra bambina della campagna.

Le sorelle di Vera, da quel momento, non ebbero più dubbio alcuno sul fatto che alla sorellina fosse riuscito di affascinare il vicino e si congratularono con lei per il successo. Prendere in giro l’ammiratore entrò comunque presto nelle loro abitudini.

Inizialmente questo scherzo e queste discussioni infastidivano e confondevano Vera ma, poco per volta, cominciò a trovare il lato buono della cosa. D’altronde è sempre bello quando si dice che qualcuno si è innamorato di te. Perfino Vera ai suoi stessi occhi crebbe e cominciò a fare l’abitudine al fatto che avesse condotto un ammiratore nei meandri del suo cuore.

“E allora? Come era con te oggi? Non si è ancora dichiarato? Dai…non ce lo nascondere, ti prego! Dai racconta tutto” così la torturavano dopo ogni lezione che Vera seguiva con Vasil’zev.

E la piccola Baranzov, quasi contro voglia, cominciò a raccontare tutto e sempre malvolentieri, un po’ rincarava la dose. Solo Dio sa come venne fuori tutto ciò. Le sorelle erano così brave a spiegare e sviscerare ogni parola detta da Vasil’zev, che queste cominciarono ad assumere un contenuto assolutamente diverso da quello che avevano quando erano state pronunciate.

Neppure Vera stessa si accorgeva come il vicino, poco a poco, si era impadronito dei suoi pensieri e di come l’immagine di lui era cambiata ai suoi occhi in maniera del tutto visibile.

“Uno spillungone insignificante, con il viso color sabbia e i cui occhi miopi sembrano non vedere niente anche da dietro gli occhiali” questo avrebbe scritto del vicino subito dopo averlo conosciuto lì, nello stagnetto. Ma adesso, da quando lui era diventato il suo noto ammiratore, lei voleva proprio ergerlo a eroe, e ogni giorno riusciva a trovare in lui nuovi lati positivi. Quel giorno trovò che avesse un bel sorriso; il giorno dopo avrebbe scoperto che, quando rideva, gli si formavano attorno agli occhi delle simpatiche e buffe rughette e che di quelle rughe si era pazzamente innamorata.

Adesso viveva in quello stato di cronica e inconsapevole attesa. Per ogni lezione si preparava all’evento che le avrebbe scosso il cuore e durante la lezione era nervosa, turbata e in continua trepidazione: “Sarà oggi?”

Un giorno, Vera e Vasil’zev erano da soli nella stanza. La lezione era già finita ma l’insegnante ancora non si preparava ad uscire. Mise da parte il libro, si mise sulla poltrona e, reggendosi la testa col braccio, si immerse nei suoi pensieri, cosa che gli capitava di frquente. Vera sedeva lì accanto immobile. Ad un certo punto, chissà perché, cominciò a sentirsi a disagio e a tremare in modo terribile. Posò gli occhi sulla mano regolare, smunta e abbronzata di Vasil’zev e involontariamente si concentrò su una grossa vena blu che iniziava nel polso, si faceva largo fra alcuni peli scuri, subito dioi diventava più stretta e serpeggiava fino al dito medio.

Cominciava già l’imbrunire. Tutto gli oggetti cominciavano a miscelarsi nel buio del cielo e i loro contorni a perdere definizione. La mano di Vasil’zev si chiudeva come avvolta nel buio, Vera sforzava involontariamente la vista. Sentiva uno strano torpore e col passare dei minuti le veniva sempre più duro fare qualunque movimento. Il cuore le batteva forte forte. Nelle orecchie le suonava qualcosa che sembrava lo scorrere lontano dell’acqua.

Vasil’zev improvvisamente si riprese da quell’assopimento. “Veruccia bella” cominciò teneramente come se stesse dando seguito ai sui pensieri precedenti e, affettuosamente, appoggiò la sua mano su di lei.

“Eccola!” così arrivò come un lampo in testa a Vera. ”Adesso arriverà la dichiarazione!”

Ma i suoi nervi erano troppo tesi. Nel petto improvvisamente qualcosa le si formò e le andò dritto alla gola. Ancora un’altra parola e sarebbe crepata.

“La prego! Per favore! Non lo dica! Si che lo so!” le scappò con un urlo soffocato.

Si lanciò verso il lato opposto della stanza.

Lo sbalordito Vasil’zev la guardò smarrito per qualche istante.

“Veruccia, cos’hai?” chiese lui allafine calmo e spaventato.

Il suono della sua voce riportò subito Vera in sè stessa e le fece capire dell’enorme, terribile stupidaggine che aveva fatto. Cosa avrebbe dovuto fare adesso? Come spiegargli?

“Io pensavo…mi era sembrato che…” balbettò in modo sconnesso e ansimando. Vasil’zev non toglieva lo sguardo dai suoi occhi e l’espressione di inconsapevole smarrimento, poco per poco, si trasformava sul volto di lui in spiacevole e nervoso sospetto.

“Vera, io voglio, io pretendo che lei mi dica cosa le era sembrato!”

Le stava di fronte e la sua voce suonava secca, metallica. I suoi occhi miopi come due viti penetravano il suo sguardo. Di fronte a quello sguardo fisso alla ricerca della verità, Vera sentì di perdere la volontà e qualunque autocontrollo. Sapeva perfettamente che l’ammissione sarebbe stata vergognosa ma, fosse anche stata una questione di vita o di morte, lei non avrebbe potuto non rispondergli, dirgli la verità.

“Io pensavo…che lei si fosse innamorato di me” si lanciò alla fine quel sussuro appena percettibile, rotto.

Vasil’zev, come punto da una vespa, lasciò la sua mano.

“Ah Vera, non siete per niente meglio delle altre. Vedi che smorfiosetta!¹” pronunciò egli con dissapore, e lasciò la stanza.

Vera rimase sola nella stanza, triste, distrutta.

“Oh Signore…vergognati! Che ne sarà di me dopo questa vergogna!”

Questo fu il primo pensiero che le venne in mente il giorno successivo, alcune ore dopo un senso di preoccupante e febbrile smarrimento.

Ancora presto, dai letti delle sorelle arrivava il loro respiro regolare, cadenzato e perso nel sonno. Il giorno prima esse non si erano accorsero di niente, non avevano sospettato nulla. Ma cosa avrebbero detto, non appena lo avrebbero saputo. Essere stata per tutto un mese l’eroina di un romanzo interessante ed intrigante romanzo e poi, tutt’un tratto, ritrovarsi semplicemente una stupida bambina con la puzza sotto il naso. “Che vergogna, che vergogna!”

Vera ficcò la testa sotto le coperte, e pianse amaramente, in modo convulsivo, mordendo il cuscino con i denti, per spegnere il battito dei suoi singhiozzi.

Lena si girò nel suo letto. Le sorelle stavano cominciando a svegliarsi.

“E se loro non ne sapessero niente?”. Questo pensiero spense di colpo le lacrime di Vera. Si alzò come se niente fosse successo e durante il giorno andò giro, conversò e persino sorrise. A tratti, per qualche minuto, dimenticava ciò che era accaduto il giorno prima ma nel cuore aveva adesso un dolore fisso, del tutto nuovo.

Arrivò di nuovo il giorno della lezione.

“Cosa succederà adesso?” pensava Vera diventando gelida, qualunque pensiero legato a Vasil’zev le venisse in mente.

Alle tre arrivo di corsa un ragazzino dalla tenuta confinante con in mano una lettera del padrone nella quale si leggeva che era ammalato e, scusandosi, diceva che non sarebbe potuto venire per la lezione.

“Grazie a Dio!” pensò Vera con sollievo.

Di nuovo cominciò per lei la vecchia e noisa vita che aveva prima delle lezioni con Vasil’zev. Nuovamente riprese a saltellare di angolo in angolo senza sapere cosa fare, a cosa dedicarsi.

Dal momento che lei non faceva la misteriosa, le sorelle cominciarono ad insospettirsi e iniziarono con una serie di fastidiose ed inopportune domande. Vera per il momento cercava in ogni modo di evitare la loro compagnia.

Così quella settimana passò e ne iniziò una nuova. Di Vasil’zev neppure l’ombra.

“Non sarebbe più venuto!” pensava Vera con una qualche maliziosa malinconia. Ma una volta, stava nella stanza vuota dove facevano lezione, sfogliantdo distrattamente e senza interesse un libro già letto almento dieci volte quando, improvvisamente nel corridoio, udì dei passi a lei familiari.

Il sangue le andò tutto diretto verso il cuore e, per un attimo, le sembrò che le stesse per scoppiare. Il primo istinto fu quello di saltare in piedi e scappare via di corsa, ma prima che riuscisse a compiere quest’opera, Vasil’zev era già nella stanza.

Aveva l’aspetto pacato e piacente di sempre, come se niente di particolare fosse accaduto in quei dieci giorni, comunque come se non ci fosse mai stato nessun problema. E Vera? Lo aveva odiato così tanto la settimana precedente ma adesso tutta sè stessa era presa da un flusso di spirito positivo. Di certo era ancora vergognata, da morire, ma la felicità era il sentimento predominante in quel momento.

“Vera amichetta mia, così non si può andare avanti!” disse con quella voce calma e affettuosa, che gli adulti hanno quando parlano ai bambini. ”Tra di noi, c’è stata una piccola incomprensione, incomprensione abbastanza grave e incresciosa, ma adesso noi ne parliamo per benino, una volta per tutte, mettiamo da parte la questione e saremo amici come prima. Veruccia io ho quarantatre anni, sono già vecchietto, quasi tre volte più vecchio di lei. Io potrei essere suo padre, non suo marito. Innamorarmi di lei, da parte mia sarebbe stata, non soltanto una stupidaggine, ma soprattutto una bassezza. E grazie a Dio, non mi è mai venuto in mente di innamorarmi di lei. Ma devo dire che le ho voluto bene, tanto sinceramente e voglio con tutto il mio cuore che da questa bambina sbocci una bella persona. Inoltre, soltanto le smorfiosette si immaginano, cara Vera, che non si possa stare più di una mezzoretta con un uomo senza dovere flirtare e lei non è una di quelle ragazzine smorfiose? Dico bene?”

Vera stava di fronte a lui, in silenzio, con il capo chino e grosse lacrime versava sulle sue ciglia ma in questo momento non sentiva di odiarlo.

“Mi ascolti amica mia, mi dia la sua mano“ continuò Stepan Mikhajlovich. ”Per dimostrale, quanto io tengo alla sua amicizia, le dirò adesso qualcosa che già da moltissimi anni non dico a nessuno. Soltanto una volta nella mia vita ho veramente amato una ragazza. Una migliore, più carina non l’ho mai più incontrata. Ma il suo destino fu terribile, dopo l’attentato fallito organizzato da Karakozov[2].

Quella volta li arrestarono tutti e li portarono via. Bastava una sola parola impudente che ti mandassero in carcere. E lei la spedirono proprio lì. Le carceri erano allora stracolme di gente e le toccò di stare sei mesi in uno scantinato umido e buio all’interno del quale gocciolava acqua. E lei era così tenera, fragile! Quando venne esaminato il suo caso, dimostrarono che non c’erano prove a suo carico e così la liberarono. Ma in quel dannato scantinato aveva contratto una malattia, che sembra al mondo non ce ne siano di peggiori. Le era venuta l’osteoporosi, l’osteoporosi carceraria, così la chiamavano. Nell’arco di tre anni, mia cara Vera, ella morì, di morte lenta. Io, si intende, non l’avevo lasciata un attimo durante tutto quel tempo, e ogni giorno dovevo vedere come la malattia inesorabile la deteriorava e le portava via la vita. Le sofferenze a cui era sottoposta erano così grandi che anch’io che la amavo più ogni altro al mondo decisi che la morte sarebbe stata la sua liberazione. Ora vede, Vera cara, una persona che ha dovuto passare tutto questo nella vita non può considerare l’amore come uno scherzo. Si, in un questo paese cose del genere sono possibili, e quasi non si ha neppure il diritto di pensare al proprio amore, alla propria felicità personale”.

La voce di Vasil’zev si interruppe dalla commozione. Vera taceva, e versava lacrime amare.

Un po’ dopo, Vasil’zev le mostrò un ritratto della sua ex fidanzata fino alla sua tragica malattia: un bel viso, intelligente, abbronzato con due scuri occhi da sognatrice. A Vera sembrò di non avere mai visto un viso più bello di quello lì; con grande ammirazione sfiorò con le labbra il ritratto come fosse il volto di un martire e con le lacrime agli occhi ripetè il voto fatto da bambina: trovare le corone di spine dei martiri. Soltanto non sarebbe andata a cercarli in Cina, adesso sapeva che anche in Russia ce n’erano tanti.

Dopo quel giorno, non vi furono più incompresioni tra Vasil’zev e Vera: l’amicizia era consolidata per sempre.

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1. In russo: kisejnaja baryšnja, letteralmente, “signorina in mussolina”. L’espressione, che fece fortuna, era stata adoperata dallo scrittore N. Pomjalovskij in Felicità borghese (1861), e descriveva una ragazza leziosa, dagli orizzonti limitati.

2. Fallito attentato contro Alessandro ii, il 4 aprile 1866 a San Pietroburgo.

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VI

Maggio era quasi alle porte. La primavera quell’anno era passata come un lampo. Dopo che i fiumi si sgelarono e la neve smise di cadere, il freddo rimase ancora per molto; tutto andava avanti lento, fiacco e senza voglia: un passo in avanti e due indietro. Bisognava pregare con insistenza, persuadere ogni prato, ogni filo l’erba di essi affinchè si decidesse a scrollarsi di dosso quel letargo invernale e rilasciasse da sotto terra un pezzettino di foglia tenera e infreddolita. Niente spumeggiava del solito ardore primaverile.

All’improvviso una notte, cadde una pioggerellina calda e tranquilla: da quel momento una specie di magia si sprigionò. Cadendo, quella pioggia, era come se avesse versato qualcosa sul terreno, qualcosa mischiato alle gentili e piccole goccioline di pioggia. Tutto cominciò a crescere e in tutto rifiorì la voglia di vivere. Ogni cosa si affrettò ad andare avanti, spronando e stimolando le altre, come se temesse di non rientrare nei tempi. Qualunque elemento decise di avvalersi del proprio diritto all’esistenza.

Così gli abitanti di Borki si svegliarono e rimasero di stucco di fronte a quella meraviglia. Cosa era stato fatto in una sola notte! Non si riconoscevano nè giardini, nè campi e nè foreste. La sera prima tutto era nero, nudo; ma quel mattino, invece, tutto aveva acquisito una sfumatura di verde chiaro. E l’aria, l’aria non era quella del giorno prima. Niente odorava così e neppure in questo modo respirava.

Era uno di quei momenti nei quali la natura non riesce quasi a darsi pace. Le betulle avevano già indossato quel fogliame candido e trasparente che sembrava fosse di pizzo. Enormi e gonfie gemme di pino cadevano sulla terra e, appiccicaticcie, inebriavano l’aria di un aroma piacevole, ubriacante. Il giallo polline dai boschetti di ontani e dai cespugli si lasciava trasportare ovunque insieme ai bianchi petali degli amareni e dei ciliegi selvatici. Gli abeti avevano messo su degli enormi e chiari germogli che sporgevano dritti come candele e facevano uno strano effetto in mezzo a quei vecchi rami, lì da chissà quanto tempo. Soltanto la quercia stava lì sola, ancora nuda, tetra come se non avesse sentito l’arrivo della primavera.

Da sud, ogni giorno arrivavano in volo nuovi ospiti. Già quella settimana passata si erano riunito nel cielo un primo nero trangolo di gru. Un picchio stava già bussando alla finestra di un vecchio faggio e le rondinelle si sistemavano sotto i balconi, scartabellando i loro vecchi nidi, facendo aspra battaglia con i passeri che durante l’inverno si erano impossessati delle loro vecchie dimore.

Il suolo emanava calde esalazioni. Sembrava, così si avvertiva, che lì giù, nelle viscere della terra, era in corso uno strano e segreto macchinio. Non si poteva fare un passo, per non calpestare il concepimento di una qualche nuova vita, fosse essa di un filo d’erba, di una muffa o di un insetto. Lo stagno assisteva alle animate dichiarazioni d’amore che avevano luogo al suo interno. Ogni buca brulicava delle più svariate e bizzarre forme di vita: ce ne saranno state almeno un miliardo! E ogni elemento all’interno di quel tutto si dava da fare, fremeva permeato della coscienza dell’importanza del proprio sè.

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In quell’ex bella casa Baranzov sedeva, piegata su una scrivania, una giovane ragazza di circa diciotto anni, alta, slanciata, con un profilo delicato, regolare e con pensierosi occhi azzurri delineati da ciglia nere. Di fronte a lei un libro aperto, un volume di Dobroljubov, ma era evidente che le venisse difficile carpire il senso di ciò che stava leggendo. Per un minuto gettò la testa indietro e la schiena sulla spalliera della sedia; le mani cominciarono involontariamente a giocare con un temperino di osso e negli occhi si faceva spazio un’espressione di attesa mista a tensione, come se stesse aspettando qualcuno che però non arrivava.

In questa giovane bellezza era difficile ritrovare quell’adolescente abbronzata e magrolina che era Vera. Erano passati tre anni da quella dichiarazione d’amore a Vasil’zev. Apparentemente in quegli anni non avvenuto niente di importante, nessuna emozione forte, ma per Vera erano stati ricchi di riflessioni interne. L’amicizia con Vasil’zev era continuata ed era sempre più forte mentre aveva del tutto eliminato qualunque tipo di rapporto con i familiari. Le sorelle si erano stufate di canzonare il loro vicino e avevano lasciato perdere. I genitori, dal canto loro, per una loro innata noncuranza, dal momento che la vicinanza di Vera e Vasil’zev era iniziata quando lei era una bambina, adesso non ritenevano che fosse il caso di ostacolarla, tanto più che adesso la piccolina stava diventando adulta.

Tuttavia, da un po’, la figura di Vasil’zev agli occhi dei vicini signori era fortemente cascata. Era responsabile davanti ai loro occhi di alcune importanti mancanze. Per primo aveva dato tutta la sua terra ai contadini non affrancati, che prima la lavoravano, causando un notevole danno alle sue tasche e dando un cattivissimo esempio a tutta la provincia. In secondo luogo sospettavano che egli si immischiasse nei fatti altrui, dando di sua iniziativa ai contadini di altri signori consigli, sovvertendo così alcuni patti che, ora questo, ora quel furbo latifondista, aveva fatto con i grossi contadini, al fine di spartirsi le terre.

In fin dei conti benchè chiaramente non si potesse provare niente contro di lui che fosse illegale, tuttavia tutti erano d’accordo che egli non si comportasse come richiedeva la sua posizione sociale e che evidentemente dimenticava di essere stato confinato nella sua tenuta per motivi politici, cosa che gli imponeva una determinata cautela. Qualcuno tra i suoi amici aveva provato a fargli intendere che anche il governatore aveva iniziato ad avere il dente avvelenato contro di lui, ma a questo Vasil’zev non aveva prestato nessuna attenzione.

Allora mentre i proprietari terrieri ce l’avevano a morte con Vasil’zev, i contadini stravedevano per lui e non sapevano come ringraziarlo per il suo arrivo. I primi tempi, in realtà, avevano evitato la sua compagnia e perfino la restituzione delle terre senza riscatto era stata accolta con diffidenza.

Dopo pensarono che dovesse essere un sempliciotto ma, poco per volta tuttavia, capirono che le sue azioni non erano dettate da stupidità. Si accorsero che ogni qualvolta chiedessero a lui questioni di lavoro, Vasil’zev dava loro una mano d’aiuto o un consiglio chiaro e acuto. Da quel momento non lo evitarono più anzi, per ogni ingarbugliata questione familiare o per la redazione di una richiesta al giudice, si presentavano da Vasil’zev fiumi di gente.

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Nel tempo libero Vera e Vasil’zev amavano leggere e conversare. Le loro discussioni erano per lo più su temi astratti che non riguardavano loro personalmente e, come tre anni prima così anche adesso, uno dei loro temi preferiti era quello dei “martiri” contemporanei. Vera, come anche prima, ma che dico come prima, mille volte più di prima, era decisa a calcare le loro orme.

Ma indossare la corona di martire era una cosa che aveva posticipato, in un futuro ancora lontano; proprio in quel momento la sua vita era meravigliosamente bella e giorno dopo giorno si riempiva sempre di più e sempre di maggiore bellezza.

Quegl’ultimi giorni soltanto si erano un po’ rivelati noiosi e malinconici. A Vasil’zev era toccato di andare da qualche parte per conto dei contadini e per due settimane non era stato a casa. È terribile come si trascina il tempo quando non hai neppure la speranza di parlare un po’ con un amico la sera, quando non si ha bisogno di niente e quando tutto ti va bene.

Ma grazie a Dio quei giorni volarono via. Quel giorno, dopo mezzodì, arrivò un bambino dalla casa vicina dicendo che il signore era arrivato e che avrebbe preso un tè con loro.

Vera pensò: “Fra una mezz’oretta sarà qui!”

Fu presa da una tale esplosione di gioia incontenibile che non riusciva a stare ferma un attimo, mise da parte il libro e andò alla finestra. I raggi di sole che entravano le coprivano il volto di una patina rosea che esaltava il suo viso rubicondo e ben presto la costrinsero a socchiudere gli occhi.

Pensava: “Che bello lì al cancello! Mai, mi sembra, ho visto qui una primavera così stupefacente e meravigliosa! E guarda come è tutto rigoglioso! È proprio un miracolo, un miracolo! Stamattina presto era tutto così nudo, triste, mentre adesso si possono raccogliere mazzi interi di bucaneve e ?6224? Sicuramente loro sono già pronti ad essere raccolti. C’è una favola che racconta di un giovanotto che aveva una vista così acuta, da poter vedere l’erba crescere. Ti immagini in primavera che confusione. Se provo a guardarla fisso, mi sembra, no no…non potrei…E questo cos’è? Un cuculo ha fatto cu-cu. È il primo di quest’anno! Gesù che incanto! È così bello che perfino nel cuore mi verrebbe da piangere”.

Quando Vasil’zev entrò, Vera si lanciò ad accoglierlo con tanto ardore, che  anche lui perse la sua solita flemma.

La prese per tutte e due le mani e la guardò teneramente, con ammirazione.

“Che cosa le è successo Vera? A prima vista non l’avevo riconosciuta! L’avevo lasciata due settima fa una ragazza e adesso arrivo e … ”.

Non finì la frase, ma il suo sguardo diceva tutto.

Le guance di Vera avevano uno spiccato colorito e senza volerlo lei abbassò lo sguardo. Stava così bene, era così contenta di vederlo! In queste due settimane, effettivamente, in lei era avvenuto un certo cambiamento. Le sue mani non erano mai state così fredde e le sue guance non erano mai state così rosse davanti a lui. Istintivamente, per nascondere l’emozione, Vera cominciò a scartabellare i libri sulla scrivania.

“No, Vera, oggi non lavoreremo, avanti dai! Piuttosto stiamo un po’ così!”

Si era buttato sulla sedia, davanti alla finestra e fumava una papirosa.[1] Lei gli stava seduta accanto e il cuore le batteva forte forte, come le ali di un uccellino.

Sul cancello d’ingresso era già buio. Il cielo, alto lassù, era di una tinta blu scuro, ma muovendosi verso ovest, si sbiadiva e all’orizzonte si contornava di una chiara striscia color ambra. Le rane nello stagno cantavano tutte in coro. Agli angoli della stanza e sul soffitto il ronzio acuto delle prime zanzare si mescolava a quell’immobile ed imperturbabile rumore di niente. Un maggiolino minacciosamente volava vicino alla finestra, riempiendo l’aria di un rumoroso e grave ronzio.

Nei cespugli che separavano la cucina dal giardino, qualcosa di chiaro baluginava. Una figura femminile, con un fazzoletto sulla testa, fermatasi un minuto, titubante osservava attentamente se qualcuno la stesse seguendo. Allora svelta svelta si lanciò sgambettando in direzione del boschetto. Dopo un minuto, da lì arrivò, una voce maschile, un affettuoso sussurro e una pacata e allegra risata. Da lontano, dalla fattoria, giungeva il suono melanconico del piffero di giunco del pastore-virtuoso di campagna.

“Mi racconti di quest’affare dei contadini. Ne ho sentito parlare oggi a tavola, in maniera così schifosa e terribile” disse ad un tratto Vera, anche se evidentemente non sentiva dentro di parlare; la sua voce suonava forzata.

Vasil’zev trasalì, come se si fosse risvegliato.

“Sì lo capisco che mi condannano” disse portandosi la mano sulla fronte. “Ma non perdo la speranza di potere piegare l’opinione pubblica riguardo alla condizione di questi poveri contadini. Le racconterò nei dettagli Vera, ma dopo. Adesso non ce la faccio! … ”.

Di nuovo alcuni minuti di silenzio. Si sentivano soltanto il ronzio delle zanzare e il suono del piffero che il pastore stava strimpellando.

“Vera, si ricorda una discussione, tre anni fa? Allora ero così sicuro che questo non sarebbe mai successo…Ma nel frattempo…Vera mi dica, io le sembro veramente vecchio?”.

Quest’ultime parole volteggiarono appena percettibili, in un sussurro tremolante. Vera voleva dire qualcosa ma la voce le si era spenta.

Solo Dio sa, in che modo la mano di Vasil’zev si trovava su quella di Vera. Da quel tocco ad entrambi si bloccò il respiro, non arrivava una parola alle labbra, e tutti e due si mossero di scatto.

“Stepan Mikhajlovich! Vera! Siete qui?” si udì la squillante voce di Liza nel corridoio.

Vasil’zev si allontanò di scatto.

“A domani Vera!” disse egli e, intrufolandosi nella stretta finestra che dava sul giardino, sparì nell’oscurità.

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Notte di primavera, notte passionale, fragrante, piena di mistica magia e ammaliante emozione: questa era la notte che aleggiava nel cielo. I fuochi nel suolo erano spenti. Tutti i suoni, a poco a poco, si mettevano a tacere. Il piffero del pastorello già da tempo taceva e le rane si erano calmate, così come le zanzare che non ronzavano più. Di tanto in tanto si sentiva soltanto un qualche strano fruscio tra i cespugli, il rumore di qualcosa che cascava nello stagno o una ventata che portava da terre lontane l’ululato lamentoso di un cane alla catena, straziato dalla solitudine in quella meravigliosa e magica notte.

Vera non dormiva, soffocava in quella grande e fredda stanza da letto, nella quale adesso si era sistemata, staccandosi dalle sorelle. Si alzò dal letto, aprì la finestra e appoggiò le calde guancie al freddo vetro. Ma questo non la rinfrescò. Il volto le scottava come prima, il cuore le era terribilmente bloccato e un’inquieta insicurezza intrisa di felicità si impadroniva di tutta la sua esistenza.

Com’era calmo tutto intorno! Il boschetto sembrava adesso enorme, profondo. Gli alberi stavano lì, alti, scuri, si muovevano tutti insieme e sicuramente parlavano di qualche grosso mistero che dovevano tenere segreto. In mezzo alla tranquilla notte si udì un un suono melodico; era la troica[2] delle poste che andava per la grande strada. L’aria era così limpida, così trasparente che il tintinnio dei campanelli arrivava da lontano, da circa cinque verste. Per un minuto quel rumore cessò, sicuramente la troica era passata dietro una collinetta; e infatti dopo poco continuò a echeggiare di nuovo, in modo distinto, sempre più vicino. Evidentemente andava rapida, a tutta velocità, e adesso si sentivano anche lo sbattere delle fruste, la voce del postiglione e lo scalpitio dei cavalli. Ma ecco che quei rumori si zittirono nuovamente. Strano! Avevano da poco ricominciato a risuonare. Sicuramente la troica si dovette fermare da qualche parte lì vicino.

Che strano come riesca a spaventare il suono delle campanelle della posta. Pur sapendo che non dovrebbe arrivare nessuno, probabilmente sta arrivando un convùciliatore o un sovraintendente per una qualche indagine. Eppure quando si sente quel suono argenteo provenire dalla strada il cuore ti comincia a battere e ti viene voglia di andare lontano, in paesi sconosciuti.

“Mio Dio, com’è bella la vita!”.

Vera agitava le mani, con gesti inconsapevoli, automatici come fosse in preghiera. Vasil’zev si definiva un materialista, anche Vera era a conoscenza di quelle nuove teorie e pensava seriamente, di non credere più assolutamente in Dio. Ma tuttavia in quel minuto la sua anima era colma di immensa e accorata riconoscenza verso colui che le stava regalando quella felicità e per una vecchia, infantile, indelebile abitudine, implorò ardentemente quel Dio di cui non ammetteva l’esistenza.

“Signore, io so che al mondo c’è molto dolore, ingiustizia e povertà. Io voglio aiutare la gente, sono pronta a dare la mia di vita. Soltanto mio Signore, dopo, non adesso. Adesso ho così voglia di felicità, una voglia che mi logora”.

Per un attimo Vera era riuscita a distrarsi da quel sonno agitato.

“A domani!” questo pensiero le portò di nuovo alla mente un chiaro raggio di sole, ricominciò così quella estenuante dolce trepidazione, calda e beata eccitazione.

L’alba aveva già occupato il cielo e i galli avevano già cantato. I passeri si erano messi a cantare sotto la finestra inquieti e rumorosi, ma lei non dormiva per niente; fantasticava nel letto con il viso caldo e le mani infreddolite. Soltanto dopo il sorgere del sole, Vera finalmente si addormentò in un sonno profondo.

Per questo dormì a lungo. Era tardi, già un po’ dopo mezzodì, quando di nuovo fu travolta dall’incomprensibile coscienza, di quanto di felice era avvenuto il giorno prima. Come si dorme bene il giorno successivo ad una grande ed inattesa gioia!

Vera era distesa sul suo letto e ancora si coccolava dopo il risveglio.

“Ma che faccio? E i miei bambini?”[3] le balzò in mente. Saltò giù dal letto e cominciò a vestirsi ma, guardando l’orologio, si accorse che era così tardi che non valeva ppure la pena di affrettarsi. Decise così di ritornare a letto, chiuse gli occhi e sorridendo candidamente pensava alla felicità che l’aspettava tra un pochettino.

La cameriera con attenzione bussò alla porta per vedere se la signorina fosse in camera ed entrò.

“Anisja, cara, perché non mi hai svegliata prima?” la salutò felice Vera.

“Signorina, è già forse la quinta volta che entro; ma dormiva così dolcemente, che mi sembrava un peccato svegliarla”.

“Che cos’è che ha oggi di così strano in volto?” pensò Vera.

“È successa una disgrazia signorina” disse Anisja così profondamente commossa, e con quella voce, quasi contenta, che ha sempre la servitù quando annuncia una notizia importante o una di poco conto.

“Che cosa?” urlò Vera, saltando giù dal letto.

Ancora non sapeva, di cosa si trattasse, ma il suo cuore già temeva il peggio.

“La polizia stanotte è arrivata all’improvviso dal nostro vicino” disse Anisja.

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[1] Sigaretta col bocchino di cartone.

[2] Tira a tre cavalli.

[3] Evidentemente qui l’autrice ha omesso qualcosa nella narrazione. Potrebbe essere che Vera insegnasse ai bambini della zona (“i miei bambini”).


https://www.asterios.it/catalogo/virginia-e-langelo