1. Identikit della paura

 

L’etimologia della parola paura è da ricondursi alla radice indoeuropea pat, che significa letteralmente percuotere e in senso figurato incutere timore, atterrire. Da questa radice derivano il greco παίω=“io percuoto e poi il latino pavor=“paura/timore”, dal verbo paveo=“sono percosso/abbattuto” e, in senso lato, “io temo, ho paura”. Questa pluralità di significati: “far paura” / “aver paura”, ci aiuta a capire che la nostra paura, attraverso il linguaggio verbale e non verbale, i comportamenti e il modo di affrontare i pericoli, viene percepita dagli altri. In alcune situazioni la nostra paura è così intensa che le persone accanto a noi arrivano a sentirla come propria. La paura rompe i confini dell’io e del tu e ci spinge nel turbinio della paura collettiva.

La percezione della paura dell’altro è presente fin dai primi mesi di vita. I bimbi sono in grado di percepire le emozioni degli adulti grazie al loro essere sensibili al “clima” in cui vivono; pertanto, quando avvertono la paura degli adulti, si spaventano. La pandemia da Covid-19 offre un esempio recente. Come psicologi abbiamo fatto e continuiamo a fare molti interventi su genitori e adulti che hanno contatto con bambini e ragazzi per cercare di rasserenarli e far comprendere come il proprio modo di vivere l’emergenza e la graduale ripresa delle attività influenza i pensieri, le emozioni, le fantasie dei bambini/ragazzi che frequentano. Le paure possono nascere da esperienze personali e dal contesto socio-culturale di appartenenza.

Per quanto riguarda l’influenza dell’ambiente, per comprenderne la portata si può fare riferimento alle diverse paure vissute per esempio dai bambini italiani rispetto ai bambini ugandesi. Un volontario che svolge la sua attività da molti anni in Uganda ha toccato con mano la paura di quei bambini di essere rapiti e costretti a diventare soldati. Per questo, prima che faccia buio, in tanti lasciano il villaggio e vanno a dormire in posti che presumono siano sicuri.

Per quanto riguarda i bambini italiani, l’oscurità si popola di ladri, assassini, mostri; alcuni hanno le sembianze dei personaggi dei video-giochi in cui vince chi uccide. Un’altra paura che, secondo vari studi e ricerche, dipende dalla competitività esasperata e dalla spinta a primeggiare, si manifesta quando bambini e ragazzi devono affrontare situazioni nuove: in questi casi la paura nasce dalla sensazione di non farcela. Quando devono rispondere alle aspettative dei genitori, insegnanti e amici, la paura è quella di deludere le persone che per loro sono importanti.

Le paure degli adolescenti italiani riguardano sia l’ambiente esterno sia la propria dimensione relazionale. Per quanto riguarda l’ambiente esterno le paure più diffuse sono: a) gli attacchi terroristici, le guerre con uso di armi chimiche e batteriologiche; b) l’inquinamento e i conseguenti cambiamenti climatici, in quanto ritenuti responsabili di malattie e morte. Per quanto riguarda l’immagine sociale di sé nel mondo reale e digitale, molti ragazzi hanno paura di: a) non avere un futuro, non riuscire a trovare un lavoro stabile e formare una famiglia; b) non essere popolari, essere esclusi dal gruppo dei coetanei e venire etichettati come “sfigati”; c) essere brutti e conseguentemente avere poche possibilità di instaurare relazioni affettive.

Alcuni tratti della nostra cultura alimentano queste paure giovanili e spesso le rendono permanenti. Trovano terreno fertile nell’individualismo, nella conflittualità famigliare, negli eccessivi impegni lavorativi e sociali dei genitori, nel mito dell’autonomia (bastare a se stessi) e della ricchezza, nelle relazione consumate velocemente per il predominio del principio del piacere e dell’emozione travolgente. Le paure entrano ed escono dalla vita umana continuamente. Affrontata e vinta una paura, le altre, anche se simili, non spariscono e si ripresentano sotto nuove sembianze. Se non sono patologiche, si armonizzano con l’età, il livello di sviluppo bio-psico-socio-spirituale raggiunto, le esperienze fatte, la storia personale, familiare e la cultura di appartenenza. Ne consegue l’indispensabilità di mantenere un rapporto con la paura, quindi: − riconoscere di avere paura; − identificare la paura dandole un nome; − entrare nella paura e non scappare o negarla; − raccontare la propria paura utilizzando il linguaggio preferito (parola scritta e pronunciata, disegno, musica, ecc.).

Tutti, dai bambini agli anziani passando dai giovani e dagli adulti, devono avere la possibilità di vivere le paure accanto alle persone che sono importanti per loro e di fare esperienza di essere ascoltati empaticamente senza sentirsi inadeguati, ridicoli, immaturi. Le paure sono compagne inseparabili dell’esistenza di ciascuno, perché parte integrante della natura umana; possono essere considerate anche “patrimonio dell’umanità” perché hanno e avranno sempre una funzione protettiva e di sviluppo del singolo e della specie: perciò le paure vanno accolte e rispettate.

Un esempio di paura “longeva” è quella dell’abbandono, che ci accompagna fin dai primi istanti di vita. Questa tipologia di paura richiede un impegno costante in alcuni campi relazionali, quali l’attenzione all’altro, il dialogo, il coinvolgimento. Sono invece comportamenti inadeguati i molteplici tipi di controllo che, con le nuove tecnologie, possono essere compiuti all’insaputa della “vittima” e riguardare ogni aspetto della vita (luoghi frequentati, tempi di permanenza, spostamenti, siti visitati, ecc.); poco efficaci sono anche l’interrogatorio, la ricerca delle tracce delle bugie o del tradimento passando al setaccio il cellulare, i vestiti, ecc.

Un’altra paura che ha resistito al passare dei secoli ed è universale, è la paura della morte, anche se nelle società occidentali è tutt’ora in atto il tentativo di estrometterla dai discorsi, anche quando l’appuntamento con essa è prossimo, come accade quando la persona è ricoverata in hospice (strutture sanitarie per malati terminali). La paura ha un legame indissolubile con la vita; più si sente respinta ed emarginata, più diventa impertinente: entra ed esce dai nostri pensieri ed emozioni senza chiedere permesso, come è successo con la pandemia. Il Covid-19 ha rianimato con inaspettata durezza le nostre paure: morire da soli, isolati dagli affetti famigliari e dal conforto religioso per i credenti. Forse dobbiamo fare uno sforzo di creatività amorevole per entrare in questo dolore e lenirlo, inventando momenti di comunione solidale fra tutti, sia per chi ha vissuto la perdita di familiari, amici, colleghi, sia per coloro che non hanno vissuto quelle esperienze.

 

2. Paura, coraggio, resilienza

 

Del coraggio si sono occupate fin dall’antichità la filosofia, la mitologia e le religioni, diventando oggetto di studio della psicologia in tempi recenti. Affrontare il tema del coraggio non è facile, perché è una parola poliedrica: è considerato un sentimento, ma anche un comportamento; può riferirsi a un singolo atto oppure a un modo di essere. Nel coraggio convergono le influenze della sfera emotiva, cognitiva, affettiva e motivazionale. Inoltre il coraggio poggia sullo spessore umano e sulla struttura di personalità; s’innesta su fulcri caratteriali e valoriali; risente del clima socioculturale della comunità in cui si vive.

Talvolta il coraggio è confuso con la temerarietà. Con il primo, la persona tenta di superare la difficoltà attraverso l’accettazione della propria paura e l’elaborazione di una strategia che tenga conto dei rischi e delle modalità per contenerli (individuando varie soluzioni). Con la temerarietà invece, la persona agisce senza riflettere e molti comportamenti sono finalizzati a dimostrare a se stessi e agli altri di non avere paura.

Ci sono atteggiamenti e comportamenti inadeguati/disfunzionali, che non aiutano a superare le paure, anzi le radicano. Alcuni esempi: a) cercare di affrontarle con l’esclusivo uso della razionalità. Con i bambini bisogna evitare frasi del tipo: “Ormai sei grande, devi essere forte”. Oppure con gli adulti: “Non capisco alla tua età ancora hai paura…”; “Una persona intelligente come te…”; b) evitare confronti: “Prendi esempio da…”; “Tuo fratello non ha paura di…”; c) mostrare insofferenza: “Ancora questi discorsi, comportamenti, scelte!”.

Quali strade aprono al coraggio?

 

2.1. La conoscenza di se stessi. La consapevolezza dei propri punti di forza, dei limiti e delle fragilità porta all’elaborazione di un’immagine di sé inscritta nell’equilibrio tra “ideale” e “reale”. Questa costituisce una base solida per mantenere nel tempo l’autostima come giudizio che ciascuno ha di sé; è il risultato di valutazioni plurime che riguardano sia l’essere (quanto riteniamo di valere, di essere competenti, affidabili, capaci di amare e farsi amare) sia l’agire (mettere in atto comportamenti adeguati nelle varie situazioni). All’elaborazione dell’autostima concorrono, oltre ai fattori individuali, anche le influenze provenienti dalle persone che fanno parte della rete relazionale (famigliari, amici, coetanei, colleghi, ecc).

 

2.2. Il superamento della vergogna di parlare delle proprie difficoltà e dei propri problemi. Questo è possibile in contesti dove la persona può raccontare la sua sofferenza e sentirsi ascoltata con attenzione e senza i filtri dei pregiudizi. Il 7 maggio l’OMS ha evidenziato che la pandemia farà aumentare la richiesta di supporto psicologico. È importante un intervento tempestivo, perché più tardi s’inizia ad affrontare il disagio, maggiore sarà il tempo necessario per ritrovare equilibrio e serenità.

 

2.3. Prendersi cura della resilienza: termine che deriva dal latino resilio=saltare, rimbalzare. La fisica è stata la prima scienza a utilizzare il vocabolo in un ambito disciplinare specifico e si riferisce alla capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. In ambito psicologico, la resilienza indica la “capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne rinforzato o addirittura trasformato” (E.H. Grotberg). Sembra che ogni persona nasca con una dotazione innata di resilienza, che necessita di costanti cure ed attenzioni per non essere dispersa. La resilienza personale non basta per non essere sopraffatti dalla paura; bisogna fare rete con la resilienza della comunità in cui si vive, si lavora e si trascorre il tempo libero. Ecco qualche caratteristica della resilienza della comunità.

 

  1. a) Senso di appartenenza, che nasce: − dal sentirsi socialmente accettati e dal riconoscere di avere un patrimonio di idee, sentimenti, interessi, valori e stili di vita simile alle persone che fanno parte del proprio mondo socio-relazionale; − dalla volontà di valorizzare la diversità e integrare la propria con quella degli altri; − dalla convinzione che l’unione fa la forza e quindi le difficoltà e i problemi sono più facilmente risolvibili se esaminati insieme a persone di cui ci fidiamo.

 

  1. b) Avere leader e non “capi”: b1) i capi generalmente ascrivono a sé i successi, accusando i collaboratori, considerati sottoposti, di incapacità e superficialità quando non vengono raggiunti gli obiettivi o le situazioni evolvono in modo negativo. I leader invece si considerano parte integrante della squadre di lavoro e in caso di eventi negativi ne condividono le responsabilità. Inoltre riescono a compiere analisi con uno sguardo che permette di scorgere nei fallimenti anche le opportunità;

b2) i capi raramente riconoscono ai singoli e al gruppo di lavoro le qualità umane e professionali; faticano a incoraggiare l’autonomia nello svolgimento delle attività assegnate poiché preferiscono avere il controllo della situazione illudendosi di evitare disastri; non favoriscono la creatività, portando a un generale appiattimento della progettazione delle attività e del coinvolgimento dei collaboratori, con il risultato che molti si limitano a fare il necessario e l’indispensabile. Diversamente, i leader stimolano i collaboratori a non accontentarsi di sopravvivere e di adattarsi e basta. Nel caso della pandemia, i leader sono stati capaci di tenere vivo lo slancio vitale e delineare scenari lavorativi futuri più umani, più equi nella distribuzione delle risorse e più rispettosi dell’ambiente.

 

2.4. Lavorio personale sulle proprie paure, dove ci accorgiamo che interferiscono nella quotidianità creando blocchi e strategie di evitamento, è indispensabile rivolgersi ai professionisti della salute mentale per migliorare la qualità della vita propria e delle persone che abbiamo accanto.

 

2.5. Stabilire e mantenere relazioni significative, dove coesistono fiducia, empatia, autorevolezza, senso della vita, rispetto delle fragilità. La capacità di fidarsi dipende in parte da noi e in parte dall’altro, che può essere una persona, un gruppo di lavoro, di volontariato, un gestore di servizi, un’istituzione. Per quanto riguarda noi stessi ci fidiamo e affidiamo quando riconosciamo all’altro le qualità per capirci e accoglierci; si genera così la sicurezza che ci permette di affrontare difficoltà oggettive, come quelle create dalla pandemia, oppure più soggettive, come per esempio la paura di viaggiare in aereo.

La fiducia è indispensabile per far maturare le nostre predisposizioni, per crescere con un’equilibrata dose di autostima. La qualità e l’intensità della fiducia che abbiamo in noi stessi e negli altri dipendono anche dalle esperienze pregresse. È fondamentale aver avuto e avere al nostro fianco, adulti e coetanei amorevoli, coerenti, fedeli agli impegni presi e alla parola data; persone capaci di criticare circoscrivendo i dissensi, disapprovazioni a comportamenti e atteggiamenti specifici, senza degenerare in attacchi distruttivi diretti alla persona nella sua interezza.

 

3. Dal coraggio alla speranza

 

Nel difficile contesto di drammi, malattia e morte, specialmente quelle vissute durante la pandemia, è indispensabile continuare a farci la domanda che Kant poneva alla filosofia: “Che cosa posso sperare”? Immaginiamo un altopiano che rappresenta l’oggi: è circondato da boschi da cui potrebbero uscire animali pericolosi, ma grazie alla distanza le probabilità di mettersi in salvo sono elevate. Al contrario, l’incontro con animali inoffensivi sarebbe favorito da un lento avvicinamento. Dall’altopiano si possono vedere la valle, che custodisce il nostro passato, e le vette delle montagne, che rappresentano il futuro. Da lassù, a un passo dal cielo, la realtà materiale appare piccola piccola, mentre la realtà spirituale si apre all’infinito e all’eterno.

La risposta alla domanda di Kant potrebbe essere: spero di guardare la valle in ogni fase della vita con serenità, pace e soddisfazione; spero anche di riuscire a percorrere il sentiero che dall’altopiano porta alle cime e viceversa per tutta la vita con stupore e curiosità.

Quale speranza? La speranza sganciata dalle effimere mete dell’avere soldi e beni in smisurata eccedenza, dal fare carriera prestigiosa senza occuparsi di chi ci sta a fianco, dal raggiungere la notorietà in qualsiasi modo anche con comportamenti immorali e lesivi della dignità umana. La speranza che dimora nell’essere e cresce tra le domande sul senso della vita e della morte, tra i nostri propositi esistenziali, che si concretizzano nelle impronte che desideriamo restino nelle persone che abitano la nostra esistenza.

Vogliamo lasciare l’eco delle nostre parole e risate, il calore dei nostri abbracci e carezze, la luce dei nostri sguardi, l’arcobaleno dei nostri sogni oppure il grigio della superficialità, il freddo dell’egoismo o peggio il flusso ghiacciato dell’indifferenza e della prepotenza? La speranza “buona” per noi e per gli altri è l’unica che possa addentrarsi nelle difficoltà, nelle delusioni, nelle paure, come una punta di diamante senza scheggiarsi. Così possiamo attraversarle e andare oltre, senza rimanere impigliati e dedicarci alla ricerca di nuove risposte alle sfide della vita.

Ci vuole coraggio a scegliere la speranza “buona”: i sentieri da percorrere sono spesso impervi, nascosti tra le anse dell’essere, come la solitudine, il silenzio, l’introspezione, l’accettazione dei limiti e delle fragilità, ma il dono ultimo è incommensurabile, è l’eternità certa, non solo per coloro che hanno il dono della fede, ma anche per coloro che, come lo scrittore Buttitta, pensano all’immortalità senza volto, quella che si perde nei gesti di chi ci ha amato e abbiamo amato e che indefinitamente passa di persona in persona:

 

«Ognuno di noi in un determinato momento, è tutti gli uomini, tutti gli uomini morti precedentemente. Non solo quelli che hanno il nostro stesso sangue. […] Credo nell’immortalità: non nell’immortalità individuale, ma in quella cosmica. Continueremo a essere immortali, al di là della nostra memoria sopravvivono le nostre azioni, i nostri gesti, i nostri atteggiamenti, tutta quella parte meravigliosa della storia dell’universo – anche se non lo sapremo mai, ma è meglio non saperlo»[1].

 

La speranza “buona” è sorgente di benessere bio-psico-socio-spirituale quando la persona è in “salute”; svolge, invece, un ruolo supportivo quando è affetta da patologie o si trova in situazioni critiche. Da alcuni studi è emerso che persone con un buon livello di speranza riescono ad adattarsi rapidamente a condizioni di stress e dimostrano flessibilità nel trovare obiettivi e percorsi alternativi qualora quelli identificati precedentemente risultino poco adeguati alle circostanze. Quando invece la persona è affetta da una patologia, la speranza contribuisce a concentrarsi maggiormente sugli obiettivi da perseguire anziché su di sé e sulla malattia.

È possibile sperare anche nella fase terminale della vita, sia nel caso di morte per vecchiaia sia per malattia. Come? Indicando un orizzonte di senso legato al “fine ultimo” della vita, di ciascuna vita. Il compito di tutti, indipendentemente dalla professione e dal credo religioso, è slegare i lacci che ci avvinghiano alle “cose”. In alcuni casi, la stretta è anche pervasiva e la cosa diventa un tutt’uno con l’essere, “cosificandolo”. La speranza libera il nostro essere e lo sospinge oltre, contagiando gli altri che respirano la nostra speranza e rinforzano così la loro.

Parlare di paura e riflettere sui possibili modi di affrontarla è difficile, perché essa è una realtà complessa e in divenire. La paura arriva nelle profondità dell’essere: ci interroga sul senso della nostra vita; insinua dubbi sui nostri valori e scelte; annebbia i nostri orizzonti.

Dobbiamo imparare a rapportarci con la paura; quella delle persone care e quella nostra, ma anche delle persone lontane nel tempo e nello spazio. Dobbiamo riuscire a sostenere con la paura un rapporto diretto e indiretto, ad esempio quello che viviamo attraverso le varie fonti, tra cui i mezzi d’informazione e i social media. In questi casi, la distanza affettiva e spazio-temporale non deve anestetizzare il dolore e lo spaesamento, condizione ideale per la crescita e proliferazione dell’indifferenza. Il riconoscimento della nostra e altrui paura, può aiutarci a contrastare la solitudine, la paura della malattia, della disabilità, della morte e aprirci all’autentica solidarietà fraterna.

 

[1] A. BUTTITA, Il carretto racconta, Giada, Palermo 1982, in “Babele”, aprile 2007, pp. 15-16.