La fabbrica 1/2

Una rara ed efficace immagine della contemporaneità.

Una fabbrica enorme, quasi infinita, come mai s’era veduta. Migliaia di operai, impiegati, dirigenti; corridoi labirintici attraversati da altrettanti corridoi, quasi in un circolo senza fine; centinaia di uffici che si dispiegano ovunque. E per accedere alla fabbrica un intrico illimitato di stradine che salgono e scendono in un paesaggio quasi desertico.
Ma che cosa vi si produce? Qual è lo scopo di tale dispiegamento di mezzi? Il protagonista, dopo svariate vicende, arriva inconsapevolmente ad una risposta. Ma è una risposta che gli costerà la vita.
Emerge nel romanzo un senso di spaesamento e stordimento. Così come quell’immensa fabbrica, tutto si avvita circolarmente in una sorta di danza ipnotica: la storia, le alterne vicende dei personaggi, la stessa scrittura.
Il vuoto, lo slittamento, la ripetizione, la ridondanza pervadono alla fine quasi ogni passo di quest’opera; instillano lo sconcerto di una “sensazione”, piuttosto che la consapevolezza di un pensiero o di un ragionamento ben definito. Ma soprattutto ci offrono una rara ed efficace immagine della contemporaneità.

Immagine di copertina: “Un fantasma percorre l’Europa”, 1950. Olio e tempera su tela, di Armando Pizzinato.

“Ancora è presto per dire quel che sarà domani, quel che farò domani ancora non posso dirlo, ma di certo posso dire che non rinnego nulla di quanto ho fatto finora e ancora, che la mia ambizione rimane sempre quella di significare, a mezzo della pittura, ciò che maggiormente mi preme in quanto uomo di oggi: quel che riguarda l’uomo, la sua sorte, il suo futuro e dunque le speranze dell’uomo, le sue lotte, le sue conquiste. Amerei, a conclusione della mia vicenda, di poter venir definito: un «costruttivo» pittore della realtà”.

A. Pizzinato

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Indice: 1. L’edificazione, 2. Il nuovo impiego, 3. Il circolo, 4. La fabbrica, 5. La pioggia.

Oggi pubblichiamo le prime 2 parti, Domenica prossima il resto. Una buona lettura.

Da un po’ di mesi la valle di Noghere era tutto un viavai di automezzi, un vaivia d’automezzi rombanti assordanti. Tutto era un puzzo, fumoso puzzo, là, nella valle di Noghere, così tranquilla un tempo andato, ora divenuta un cantiere intasato. Il cantiere era stato inaugurato non molto tempo fa, ma già da Muggia si potevano scorgere nella loro imponente possanza, o malcreanza nei confronti d’una piana che s’allarga dal mare fin sui monti, le infrastrutture del nuovo edificio. Superato il colle boscoso di santa Barbara, quasi prospiciente il mare, s’apriva una vasta area brulla e tormentata, aspra e agitata, come un prolungarsi dell’acque in piagge terranee ardenti urenti, lungo la quale ormai da tempo, diffusa in un formicolío brulichío formicolante fitto fitto, s’indovava il nuovo comprensorio industriale simile al fiorume di messiticcio. Mentre là, nel bel mezzo del portaticcio, tra lo sciaguattío del fiume scorrente ricorrente e il calpestío del selciato lúbrico sdrucciolevole affollato via via più frequentemente, in una posizione dominante ergente, s’alzavano dei ciclopici pelasgici muri maestri, segni presaghi d’un oprare solenne pletorico colossale, il quale faceva tosto pensare al tempo antico/quando col divino misuravansi l’umane genti,/vane gesta dell’eroico furore e perdenti,/ sì da farsi perenne il destino inimico.
L’investimento era stato cospicuo, erano intervenuti sia enti pubblici, sia la società finanziaria che gestiva e aveva in concessione per scopi industriali l’intera valle. Il progetto parve sin dapprincipio molto ardito e complesso, coniugare il profitto con il mondo naturale sconfitto. Sbancamento, escavazione, demolizione. Scavare. Scavare. Distruzione, sbancante escavante distruzione che demolisce scavando, triturando, macinando, squassando, avellendo svellendo. Per tale ragione il sopraffino oprare escavante era stato commissionato a un’azienda specializzata che disponeva di decine e decine di camion attrezzatissime benne escavatrici sbancanti escavanti trituranti, con un romorío gracidante crocidànte, regolare e irregolare, roco fumoso, ruggito ferroso, frómbo squasso scasso che nemmeno cedeva nel tempo notturno, né nel dì festivo e diuturno. Regolarità snervante, snervante regolarità, irregolare, irregolare regolarità. Frastuono. Rimbombo frómbo, frómbo rimbombo, frastuonante regolare irregolare. Pure nei giorni festivi diuturni, pure ne’ dolci e soavi sonni notturni. Viavai, vaivia, viavai, vaivia d’automezzi, arrivavano, aspettavano, caricavano di terre sanguinolente e ferite, ripartivano, arrivavano, aspettavano, caricavano di terre sanguinolente e ferite, ripartivano, arrivavano, aspettavano, caricavano di terre sanguinolente e ferite, ripartivano.
Per chi abitava nei paraggi, era stato un periodo duro, ma il comune del luogo, d’accordo con la multinazionale, aveva elargito pingui compensi: “il meccanismo funziona bene – diceva il sindaco – ma dev’essere oleato lubricato, come ai vecchi tempi, quando furono costruiti i depositi. Se han permesso quell’oleoso lúbrico bituminoso scempio, tutto si può fare, tutto si può osare”.
“Ma guardi che i tempi sono mutati. Bisogna pure stare attenti, dopo i recenti eventi”, osservava tremulo pavido l’assessore all’urbanistica.
“No, bisognava sempre immer wieder stare attenti. È soltanto per colpa di qualche inesperto tarpano che ora ci si trova a centellinare millesimare ogni parola, ogni atto, anche quando si fa un piccolo miserrimo appaltino da un miliardino”.
“È per tale ragione che oggi sono così tremulo e pavido, mi sento come una merdaccia”.
“Per questa volta taccia. Tale sua titubanza lagnanza non ha senso alcuno, per quest’opera ostacolo non ne abbiamo nessuno. Per questa volta siamo bene coperti, in alto, molto in alto”, s’inciprignò questa volta soddisfatto del misfatto il sindaco buontempone con tenebrosa ghígna.
Ciò cui alludeva del tempo andato, non era certo un bell’operato: tutt’intorno, assedianti soffocanti opprimenti, sorgevano svariati depositi di olio combustibile, enormi olenti puzzolenti, che avevano trasformato le prische opíme lestre, la piana e parte delle pendici del monte prospiciente divallante digradante sino sul mare, in un continuo contiguo cantiere, spingendo piante e animali a rannicchiarsi inguattandosi sempre più in quota, come se da lì veggiessero l’umana corte che vien avante/li tocca e sfiora colla mano dell’amante,/cordiale lentezza d’una marea impietosa/che diviene repente ruina procellosa/e coll’onde avvolge la battigia/d’ogni vita cancellando le vestigia.
Furono fatte opere di canalizzazione, nuove infrastrutture stradali per facilitare i collegamenti tra il porto e l’entroterra, tra cui un’autostrada che arrivava direttamente a Lubiana. Si riteneva infatti che lo sbocco imbocco verso i paesi balcanici rappresentasse una tappa decisiva per la rinascita economica della zona soprattutto all’indomani dell’integrazione europea.
Poco era rimasto della laguna di Noghere, che si distendeva lì, a levante e che scintillava ogni mattino, alla luce dell’aurora. Oh oh oh. Vi svernavano varie specie di anitre razze codiróssi coturníci bibbi cèceri crovèlli oche selvatiche erranti silvane che, a stormi – novellano i nonni – sfioravano piando starnazzando il campanile di Servola e, per nulla intimidite dai pennacchi solfurei della ferriera che già alla fine dell’ottocento fuoriuscivano vaporosi fumiganti da cupe ciminiere estollentesi mastodontiche inquietanti, si gettavano di là, a capofitto in quell’oasi protetta dal vento. Sullo sfondo, ancora maiestatico e maestoso e fastigiato ma ormai sminuito dalle immani e immense e giganteggianti costruzioni, il ciglione carsico, non più boscoso e fruscoloso e infrascato da fitte perìploche come un tempo, a causa de’ frequenti, sempre più frequenti, incendi estivi. Pareva una sorta di muraglia castramento, un baluardo usbergo càssero eretto a difesa delle alte terre dell’altopiano altezzose alteggianti anch’esse immense giganteggianti, contro i forti venti del mare o le acque inesorabili de’ venti soffianti spiranti sferzanti che nelle procelle s’allargavano fino sotto rocce bórri forcelle, fagocitando ingoiando introiettando, sborrando erodendo di volta in volta lembi di terra, guàldi greppi bòrni spaldi, irti acclivi, erti declivi.
Eppure permaneva ovunque, in quella valle, uno stridente contrasto tra la natura selvaggia, di cui si scopriva ancora qualche frammento tassello brindello, e la folle fascinosa prepotenza delle opere murarie che ormai avevano occupato quasi completamente l’imbocco della valle. Eppure…
“Ha visto che stridente contrasto tra la natura selvaggia e la folle prepotenza delle opere murarie”, disse l’assessore al sindaco, mirando un po’ discosto il cantiere che ormai aveva invaso il centro abitato del comune.
“Non è poi tanto folle tale prepotenza. Ci porterà un bel po’ di quattrini e darà lustro a questo luogo obliato e inviso e irriso. Diventeremo oggetto di interesse per i giornali, la Tv. Vedrà, vedrà che ho ragione”. La voce suadente e persuasa del sindaco, ovvero forte d’innumeri peritanze suasive persuasive, tranquillizzò per un po’ l’animo diffidente dell’assessore insipiente.
Il silenzio che accompagnava il paradossale ciangottío del rivo circondato dai canneti che scendeva giuso dall’ubertosa Valrosandra screziata da miriadi di calcarei feldispatici intagli, ricchi scultorei picchi scoscesi, galestri ortoclasi aspri asprigni, affollati da coraggiosi impavidi vitigni, ritti i colli che sovrastanti ne signoreggiavano ombreggianti il diramarsi pur variegato, come liberato evacuato dalla lapídea costrizione, si mischiava (il silenzio credo…non senz’altro il diramarsi sebbene variegato di ricchi scultorei picchi scoscesi, a loro volta signoreggiati dagli irti ispidi crespi colli sovrastanti), senza tema di contrasto, con il clangore fastidioso e insistente delle gru, de’ magli che battevano e ribattevano sulle strutture metalliche. Battere Ribattere Sbattere. Battere Ribattere Sbattere. Subbie, mazzapicchi, mazzeranghe, sgorbie, menarole, riàvoli, ciàppole, beccastrini, tutto un brancichío buggerío d’una bordaglia vociante bucinante. E mentre le escavatrici lavoravano inesauste, scavavano scavando sbancando, escavando, lassù, proprio sul cacúme che ricorda lo scalatore Emilio Comici, poteva capitare ancora di intravvedere il roteare solenne e soave e silente d’un abuzzagardo, d’un bozzàgro o d’una guèia, che roteava appunto sinuosa roteante, quasi a simulare in quel bizzarro frullío il circolo dell’umano destino.
Le mura perimetrali della fabbrica erano già state innalzate nella loro possente imponenza, imponente possenza: anche etiam a occhio inesperto, apparivano l’espressione d’un’opera abnorme abnormale anormale, anomala, che non avrebbe avuto eguali nella zona prossimale. Accanto indovata, sulla sinistra, sorgeva una palazzina di sette piani, prefabbricata: era una struttura provvisoria di vasta portata, che fungeva da centro direzionale. In essa si sovrintendevano i lavori, si assumeva il personale e, soprattutto, si incominciava a pianificare il lancio del prodotto.