Clandestino nel Mediterraneo 1/2

Ogni anno centinaia di persone annegano nel Mediterraneo mentre attraversano su imbarcazioni di fortuna lo stretto di Gibilterra o l’Adriatico nel tentativo di raggiungere l’Europa.

Fawzi Mellah ha deciso di seguire le peripezie di un gruppo di immigrati clandestini e di partire da un porto nei pressi di Tunisi alla volta di Pantelleria. Di questo viaggio, che attraverserà la Sicilia, Roma e Domodossola per arrivare fino in Svizzera, il giornalista e scrittore tunisino ci racconta le paure e le speranze dei dannati del mare, pronti a tutto pur di assicurarsi un futuro. Dalla traversata sul mare in tempesta all’attraversamento illegale di diverse frontiere, dalla brutalità dei doganieri alla cupidigia dei passeur, Mellah ci trasporta in un viaggio ai limiti dell’orrore. Eppure, nonostante tutto, dalla sua penna non traspira alcun pathos: egli ci offre un resoconto freddo e implacabile su uno dei drammi umani che affliggono la nostra era e derivano dai nuovi soprassalti della Storia e dal nuovo ordine economico mondiale.

Indice: 1. La folle pazienza dei cercatori d’oro,  2. Se non avete paura del mare,  3. L’Occidente comincia da Messina,  4. Scassinando la Svizzera…,  5. Trasudare la razza…

Questa Domenica pubblichiamo le prime tre parti. La prossima Domenica gli altri due. Una buona lettura.

1. La folle pazienza dei cercatori d’oro

Quei volti tesi verso le persiane chiuse del consolato, quasi a elemosinare verso una mano avara, erano stati sul punto di togliermi la voglia di intraprendere il viaggio. Tuttavia non rinunciai.
Raggiunsi il mio posto in coda alla fila e, dopo aver verificato con un’ultima occhiata se i miei documenti erano a posto, mi apprestai a darmi un qual contegno sfoggiando quel particolare sorriso cui sono tenuti coloro che il destino ha messo su una qualsiasi lista d’attesa.
All’alba di quella mattina eravamo suppergiù un centinaio, fra uomini e donne, a calpestare con impazienza il suolo davanti alle inferriate del consolato. Seri e risoluti, stringendo al petto i nostri passaporti, tentavamo di scacciare quel residuo di sonno che minacciava di intorpidirci e quelle vampate di stanchezza che rischiavano di scoraggiarci dal comune intento di eludere l’usitata astuzia di chi era preposto a farci da barriera.
Nonostante l’orario affisso a lettere dorate, gli impiegati tardavano a raggiungere i loro posti. Ben accorti, non pensavamo minimamente di prendercela con loro. Dovevamo attendere: e si attendeva, senza nervosismo manifesto né inutile astio. Lo spirito era già altrove. Completamente tesi verso l’agognato orizzonte che il visto ci avrebbe ben presto schiuso. Cercatori d’oro sicuri di noi stessi e del nostro filone, indifferenti alla fatica e al tempo, ritenevamo ovvio scontare con quella pazienza le future soddisfazioni. Che importavano, in quel momento, quelle ore di seccature e gli sguardi beffardi dei passanti!
La folla si era ingrossata e mi trovai molto velocemente all’ingresso del portone. Posizione vantaggiosa perché inespugnabile! In questo modo, non avrei più dovuto spingere, né protendermi. Bastava che mi appoggiassi ai battenti, mi lasciassi trasportare, che scivolassi sull’onda degli anonimi fino a farmi convogliare verso lo sportello. In una fila d’attesa, questo è un privilegio che si paga. Così ottemperai ben volentieri alle piccole richieste fattemi (prestare una penna, compilare un questionario, tradurre una disposizione…), che mi diedero modo di osservare come, in quella circostanza, i miei compagni, anziché sognare il loro viaggio, si fossero trovati a districarsi nella giungla impietosa delle direttive e dei regolamenti. Non c’era astuzia burocratica che non avessero previsto! Non uno sbarramento poliziesco nel quale non fossero riusciti a scovare un varco! La Francia s’era barricata? Bell’affare! Entrare per l’Italia? E se l’Italia si impunta? Non sarebbe da lei! Andare in Germania? La Germania ci caccia? E allora? Passare per l’Olanda! Insomma, contrariamente ai normali viaggiatori, i miei compagni non sembravano affatto aver visualizzato una destinazione precisa; si apprestavano solamente a mettersi in viaggio all’insegna della speranza…
Non appena il cancello si schiuse, l’iniziale calma diventò bruscamente disordine, e da lì rissa. Bisognava avanzare, difendere la propria posizione, giocare di gomiti, fare a pugni… Ahimè! Da parte mia, questo dispendio di energie fu inutile perché, raggiunto lo sportello, mi feci coprire di insulti da un’arcigna fiamminga, che giudicò la mia domanda di visto non giustificata in quanto l’anno precedente avevo già beneficiato di una similare autorizzazione. Nulla poté farle cambiare opinione: né l’invito del mio anfitrione belga, né il mio passaporto valido, né il denaro che esibii. Implorai, trattai, strepitai, implorai ancora; niente da fare! Alle mie suppliche rispose soltanto con dei versi infastiditi dai quali compresi soltanto che l’Europa di Schengen non ne voleva sapere di me…
Insistere? Rifare quell’odioso percorso di combattimento? A quale scopo! La fiamminga era stata così sicura delle istruzioni fornite da Bruxelles che era inutile sperare di poter abbattere a parole quello schermo di carte che l’Europa continua a erigere fra sé e i suoi vicini del Sud.
Abbandonai la funzionaria all’indigesto gergo dei formulari e i miei compagni alla folle pazienza dei cercatori d’oro…
Ne avevo abbastanza, via di là!
Vedendo come parecchi fra coloro che avevano subito la mia stessa sorte avessero preso in considerazione l’eventualità di aggirare gli sbarramenti per aprirsi a tutti i costi una strada verso l’Europa, fui incuriosito da quella nuova razza di emigranti. Sbalordito dalla loro energia e dalla loro abilità nel sapersela sbrigare, decisi di saperne qualcosa di più su di loro.
Usai un paio di parole scambiate lungo un tratto di marciapiede come approccio e riuscii così a tracciare qualche profilo: i miei interlocutori erano giovani dai 20 ai 25 anni; il loro livello di istruzione appariva molto elevato (titolo di media superiore o più); era evidente come fossero di origine cittadina; la maggior parte vantava un’esperienza professionale (nei campi del turismo, del commercio, dell’amministrazione…); non c’erano donne fra loro…
Visto che non facevano grandi misteri dei loro progetti, cominciai ad assillarli con domande da guastafeste:
“Sapete quello che state per lasciare; ma sapete davvero che cosa troverete? Però! La vostra vita, qui, nel vostro paese?”
“Un ammonticchiarsi di miserabili giorni non fa certo una vita…”, ribatté uno alto, rosso di capelli.
“E l’Europa? Come ve la immaginate?”
Un entusiastico applauso scaturito in sostituzione della risposta mi fece capire che per quegli uomini la rappresentazione dell’Europa si connotava molto più nella fascinazione del sogno che nella geografia dei continenti… Era un po’ come la Terra Promessa per Mosè, o l’India per Cristoforo Colombo…
“E le frontiere? Avete pensato alle frontiere?”
“Per i benestanti sono delle barriere, per noi sono soltanto degli stimoli al viaggio…”, esclamò di nuovo il rosso con un tono di scherno, che stava a significare come lui non avesse poi granché da perdere.
“E il mare, allora? Bisognerà pure attraversare il Mediterraneo per sbarcare sulle bramate rive!”
Un giovane dagli occhi ridenti mi riassunse in un’immagine quello che era il sentire comune:
“Il Mediterraneo è una vecchia puttana che gioca a fare la selvatica: basta saper saltare!”
In quella replica vi era un vigore commisto a una tale naturalezza che mi sentii incapace di rimproverare a quegli uomini il tenore dei loro sogni. Al contrario, vedendo la foga con la quale si apprestavano a giocare il tutto per tutto, finii per chiedermi in cosa mai il loro sogno fosse meno nobile rispetto a quello degli ebrei che traversarono il Mar Rosso, o a quello degli spagnoli che fecero vela sull’Atlantico…
Dopo tutto, mi dissi, alla guisa degli avventurieri mitici d’un tempo, anche i miei compagni erano pronti a rischiare corpo e anima per un sogno; e anch’essi ostentavano quella specie di fiera e attiva innocenza che produce i nuovi mondi…
Incitato da quei sogni a conoscere meglio i sognatori, mi misi subito all’opera per cercare di ampliare quei frammenti d’informazione che la breve intervista sul marciapiede mi aveva permesso di raccogliere.
Chi sono, dunque, questi oscuri emigranti contro i quali si barrica l’Europa?
A cosa aspirano nell’andare ad affrontare i pericoli del mare e le difficoltà delle frontiere? Quali progetti e quali illusioni si portano dietro nei loro fagotti? Com’è che diventano clandestini, illegali, sans-papiers? Per rispondere a queste domande, pensai, la cosa migliore sarebbe stata proprio quella di condividere la loro pena. Così, nel marzo del 1997 pensai bene di trasformare l’insuccesso patito al consolato nel soggetto di un reportage. Un ebdomadario tunisino e un quotidiano svizzero accettarono di pubblicare l’inchiesta(1), e io mi immedesimai nei panni di un clandestino, preparandomi segretamente a tentare la fortuna sul Mediterraneo. Senza visto, senza documenti, dotato soltanto di un po’ di denaro e di qualche raccomandazione a voce, mi misi alla ricerca del percorso più idoneo a ottenere il mio scopo.
Più semplice a decidersi che non a mettersi in pratica!
Non è affatto sufficiente voler oltrepassare quelle frontiere che un dolce eufemismo qualifica come verdi! Tanto più visto che si devono rispettare una caterva di condizioni e un ammasso di regole!
Bisogna innanzitutto essere giovani e godere di ottima salute. Alle verdi frontiere ci si incammina ogni giorno; talvolta di corsa; spesso fino a restare senza fiato. Chi è debole o malaticcio non resisterà a lungo. Questo spiega chiaramente come mai l’età media dei clandestini sia bassa (tra i 25 e i 30 anni). In certo qual modo si tratta di una specie di selezione naturale, che gioca in favore di Schengen, ma comunque seleziona l’afflusso verso il Vecchio Continente di una po­po­­lazione giovane ed eccezionalmente sana.
Per di più è necessario saper nuotare. Eh sì! Attraversando il mare su delle bagnarole rabberciate e spesso in preda tanto ai marosi quanto alle vedette di differenti polizie, bisogna almeno essere in grado di galleggiare sull’acqua! Le imbarcazioni sono raramente provviste di giubbotti di salvataggio ed è fortemente consigliato ai candidati all’illegalità di avere buoni rudimenti di nuoto. Non è per caso che la maggior parte dei racconti che si trasmettono fra i clandestini parlino di naufragi, di nuotate, di perdite di uomini in mare aperto…
Bisogna possedere anche un bel po’ di denaro. Dal Maghreb verso la Spagna o l’Italia, il passaggio può costare quattro o cinque volte il prezzo di un biglietto aereo! Senza contare poi le spese che si incontrano nel lungo cammino da intraprendere per arrivare a una qualsiasi destinazione in Europa. C’è proprio bisogno di molto denaro, infatti, per questo tipo di avventura. A conti fatti, dalle coste magrebine alle frontiere francesi, io stesso ho speso l’equivalente di due o tre buone vacanze in un Club Med in Martinica… Quanto ai miei compagni, ne ho conosciuti di quelli che si sono brutalmente indebitati e hanno messo in difficoltà le loro famiglie soltanto per potersi pagare la traversata. Il fatto più eclatante non è tanto che essi abbiano accondisceso a questa spesa, quanto che si siano poi trovati completamente legati a quella catena ben organizzata piena di gente disposta a prestare denaro… E chi presta il denaro, ovviamente, si guarda bene dall’avvertire su quale sia il tasso a cui pretenderà il rimborso…
È poi anche necessario parlare o almeno arrangiarsi con una, due, se non tre lingue europee; d’altra parte, i rischi dei passaggi e i capricci dei passeur vi possono venire elencati sia in Francia che in Italia o in Spagna. Durante la mia peregrinazione, infatti, ho incontrato parecchi clandestini che, a dire il vero, si arrangiavano bene sia in francese che in italiano, e a volte persino in tedesco e spagnolo. Va detto, insomma, che, a differenza dell’aria inquietante e tetra suggerita dal vocabolo, questi illegali sono tutt’altro che dei poveracci e dei banditi; di norma sono persone interessate a tutto e ben informate.
Per raggiungere lo scopo, infine, bisogna scovare una rete di passeur e, una volta trovata, sapersi guadagnare la fiducia del capo. Non passa chi vuole: è il passeur che decide! Con quali criteri? Il mio pare che ne applicasse quattro: la quantità di denaro in valuta forte che siete disposti a pagargli, le ragioni che gli dovete esporre, il coraggio che dimostrate, la simpatia che gli ispirate… Insomma, è un po’ come nei consolati, a parte la minor burocrazia…
A me è stato necessario un buon mese di ricerche e di corse avanti e indietro per scovare un aggancio.
All’inizio, al primo incontro in un caffè, uno dei membri di quell’ambiente mi aveva preso per uno sbirro o un esaltato. La mia aria, a quanto pare, non corrispondeva per niente a quella dei clienti abituali. Quindi non mi promise nulla, e ci lasciammo senza aver preso alcun accordo. Furono necessarie almeno dieci telefonate e l’intervento di persone influenti perché accettasse che io fissassi un altro appuntamento e venisse presa in considerazione la mia richiesta.
Incontrai infine il capo. Assomigliava più a un assistente sociale che a un passeur, dato il quadro normalmente suggerito. Grassoccio, gentile e molto ben istruito sulle cose di questo mondo, sembrava più un consigliere che un trafficante.
Riuniti attorno a lui – eravamo cinque candidati in un caffè a pochi passi dall’imbarcadero dove attendeva il suo battello –, ci disse d’un tratto che le cose non sarebbero state così facili come noi pensavamo. Per convincerci, enumerò i problemi da considerare rischiosi:
1) Il mare è cattivo.
2) I guardacoste di qua sono implacabili.
3) Quelli dall’altra parte sono ancora più feroci.
4) Lui stesso non è in grado di dare alcuna garanzia.
5) Non vuole sul suo battello né corrieri di droga, né pregiudicati, né contrabbandieri. Condizioni e pericoli debitamente elencati, venne ai dettagli pratici:
“Niente valigie! Una piccola sacca, un po’ di cibo, molta acqua…”.
“Che fare dei passaporti?” mormorò uno dei candidati.
“Dovete decidere voi se portarveli dietro o meno” rispose il passeur con tono meno tagliente. Poi, ricordando che aveva una propria tesi sul problema, ci esplicitò il suo pensiero:
“Personalmente consiglio di tenerli con voi… ma senza farli mai vedere. Se vedete che le cose si mettono male, nascondeteli e dite che li avete perduti! Nessun poliziotto potrà costringervi a declinare la vostra vera identità”.
“Ci ha parlato di pericoli” sussurrò un altro candidato, “ma quali sono i rischi, voglio dire i pericoli che ci possono derivare”.
Il passeur fece una voce da notaio per fare il punto della giurisprudenza in materia:
1) Se ci becca il guardacoste di qui, i nostri passaporti saranno confiscati e noi fermati per delitto flagrante; un tribunale ci condannerà a parecchi mesi di prigione per attraversamento illegale di frontiera e saremo per parecchio schedati dalla polizia e dalla dogana.
Lui stesso, poi, ci giurò che avrebbe passato molti più guai di noi, perché, oltre a incorrere in pene similari alle nostre, avrebbe anche rischiato il sequestro del battello e una pesantissima sanzione.
2) Nel caso noi si cada in mano agli uomini della sponda di fronte, verremo tenuti in stato di arresto per qualche ora; ci saranno poi concesse due settimane per lasciare il paese, mentre i nostri nomi finiranno di colpo sullo schedario centralizzato che accomuna tutti i malcapitati clandestini.
Minacce a vuoto? Tentativi di giustificare il prezzo richiesto? Come poter giudicare prima del tempo i rischi che effettivamente comportava quell’impresa?
Venne il momento di discutere le motivazioni della partenza e il costo.
Il passeur ci prese uno a uno per parlare privatamente.
Le mie argomentazioni non gli sembrarono affatto convincenti (non feci altro che riportargli fedelmente il mio breve colloquio con la fiamminga del consolato). Mi credette a metà, finse di rigettare la mia domanda, ci pensò su a lungo e, colpito senza dubbio dalla quantità e dalla qualità delle mie raccomandazioni, finì per cedere. Voleva comunque ottomila franchi per il tragitto in programma! Mercanteggiai deciso, lui trattò con pari durezza e alla fine ci accordammo per cinquemila. Era ancora troppo caro, ma ormai avevo perso il tratto! Pagai. Con un supplemento di duemila franchi mi propose di fornirmi le coordinate di un “contatto” che, laggiù, mi avrebbe potuto aiutare negli spostamenti, nel trovare un alloggio e forse anche un lavoro. Pagai. Mi scrisse su un foglio anonimo il nome, anch’esso anonimo, di una persona da incontrare presso un altrettanto anonimo locale siciliano. Volevo altre garanzie? Andiamo dunque! Possono fare i raffinati quelli che si preparano a scivolare nell’illegalità? E poi, a ogni modo, avevo deciso di seguire la trafila alle stesse condizioni degli altri e fino in fondo. In fondo a dove? Caspita, non lo sapevo! Ma il più lontano possibile.
L’appuntamento venne fissato per l’indomani, verso le 21, poco distante dal luogo del primo incontro, vicino all’imbarcadero.
Misi qualche capo di abbigliamento in una sacca, protessi il mio passaporto con un sacchetto di plastica a tenuta stagna e presi (con mio grande disonore!) un giubbotto salvagente. Per precauzione, avvertii un giornalista di Ginevra, un amico a Parigi e un avvocato del posto.
“Ha analizzato attentamente questa sua temeraria impresa?”, mi chiese l’avvocato con un ultimo gesto di inquietudine.
“Credo… di sì…”.
“Non ne sono affatto certo! Lei mi dà l’impressione di considerare questa traversata come fosse una banale crociera! Si inganna! Non è per spaventarla, ma voglio ricordarle un volta per tutte che vengono rinvenuti periodicamente molti cadaveri frutto di questa lugubre passeggiata. Quando non se li prende il mare, è la Marina italiana che li aggancia e ne getta in acqua più della metà. Senza contare la totale mancanza di scrupoli dei passeur, che non esitano un secondo a sbarazzarsi del loro carico umano non appena compaia una minaccia. Mi creda, al suo posto, lascerei perdere questo reportage e mi accontenterei di un saggio sul fallimento della cooperazione occidentale nel nostro paese…”.
“Ma questi figli della miseria sono proprio la prova inconfutabile di questo fallimento!” gli risposi, per riconfermare almeno a me stesso l’importanza del progetto. Non è possibile scrivere nulla su questi uomini se prima non si sono condivisi con loro certi rischi.
“Io l’ho avvisata!” esclamò, cercando di spingermi ancora una volta a fare come la maggior parte degli intellettuali del mio paese: produrre l’ennesimo libro sul sesso degli angeli!(29
Scoraggiato da tanta ostinazione, alla fine mi descrisse i miei futuri compagni di viaggio:
“Se crede che questi clandestini siano degli ingenui, sbaglia di grosso! Droga, prostituzione, delinquenza, ignoranza… Ecco cosa va a trovare… Niente in comune con le generazioni precedenti…”.
Conoscevo le diatribe dei miei compatrioti sugli emigranti. In fondo, sono le stesse che si trovano sulle coste dall’altra parte. I ricchi di qua non si accontentano di riprodurre gli stessi modelli di vita dell’altra sponda, ma ne adottano anche i pregiudizi…
Lasciai il mio legale ai suoi turbamenti e corsi verso il miraggio.
Arrivai per ultimo, e constatai che all’appuntamento non c’erano tutti i compagni incontrati all’antivigilia. In compenso, ne erano comparsi dei nuovi. Il passeur aveva dovuto respingere qualcuno. Dal canto loro, alcuni candidati si erano senza dubbio ritirati davanti al costo proibitivo o avevano scelto un altro percorso. Altri li avevano rimpiazzati.
Si era in sei a scalpitare davanti alla bagnarola. Sei volontari pronti a partire alla ricerca dell’isola del tesoro.
Niente presentazioni. Niente nomi propri. Solo sorrisi gelidi e ansiosi. Il passeur era accompagnato da una specie di assistente burbero e collerico. Saremmo stati, allora, otto passeggeri a condividere una vecchia imbarcazione lunga 8-9 metri, larga e piatta. Di certo, quand’era nuova, doveva esser stata utilizzata come barca da pesca. Niente cabina. Niente giubbetti salvagente. Una tavola fissata. Un piccolo motore a poppa.
Era già notte. Ci imbarcammo inciampando in un ammasso di oggetti invisibili. Ci raccogliemmo gli uni vicini agli altri. Ridotto a piccolo cuscino la propria sacca, ciascuno si prese infine il tempo di guardare chi aveva vicino. Con fare benevolo, perché, all’inizio, i viaggi sono sempre promettenti.
Il capitano prese il timone.
Da lontano, gli abitanti del paese ci osservavano con quell’aria scettica e compassionevole che normalmente si scorge sulle facce degli uomini di terra quando guardano i marinai. I pescatori, probabilmente al corrente, ci lanciarono un saluto complice. Non pensammo minimamente a rispondere, perché il nostro capo ci aveva intimato di tacere.
Mollando gli ormeggi, il capo ci fece le ultime raccomandazioni e ci illustrò una sommaria procedura di sbarco: al suo segnale, quando il battello si fosse accostato a una piccola cala, saremmo dovuti scendere molto velocemente aiutandoci l’un l’altro. L’ordine era fare attenzione agli scogli e disperderci immediatamente in direzione della città.
“Conservate un po’ d’acqua per lavarvi all’arrivo!” ritenne necessario aggiungere.
“Dov’è che siamo diretti esattamente?” mi azzardai a chiedere.
“In Italia, per Dio!” replicò uno vicino a me.
“L’Italia è grande! Io voglio conoscere il luogo dove ci sbarcherà esattamente”.
“Non crederai che ti sbarcherò a Milano!” mi rispose il capitano. “Esattamente a Pantelleria”.
“E quanto tempo impiegheremo ad arrivarci?”
Non prese manco in considerazione la domanda. Preparò un nodo intorno alla barra del timone, si mise un thermos fra le gambe, mormorò Dio solo sa quale istruzione al suo assistente e quindi:
“Copritevi bene e dormite…” bisbigliò verso di noi, “non c’è più niente da vedere”.
È proprio quando non c’è più niente da vedere che le cose diventano interessanti, hanno detto non so quanti viaggiatori. L’im­magi­nazione è allora libera di inventarsi quello che gli occhi non hanno visto. E così, mentre le luci del molo rischiaravano ancora l’equipaggio, prima di prendere il largo, cercai di scandagliare almeno le facce dei miei compagni. Qual era la loro età? Tra i 25 e i 30 anni. L’origine? Cinque magrebini e un africano del Sahara meridionale. Tutto quello che potevo distinguere. Sufficiente per viaggiare insieme: troppo poco per dividere una situazione al limite… Meglio allora scambiare qualche parola.
Tra un mormorio e un sorriso, seppi che il mio vicino più prossimo era algerino. L’africano veniva dal Mali. Il terzo passeggero era libico. Il quarto algerino, il quinto un confratello tunisino. A parte il mio giovane vicino, tutti conoscevano l’Europa.
“Silenzio!” borbottò collerico l’assistente, “in nome di Dio! Volete che ci arrestino tutti prima di aver lasciato la baia? State zitti e mettetevi subito a dormire! Ve l’ha detto, non c’è più niente da vedere…”.
Eccetto il porto che si allontanava, due barche da pesca che rientravano e i riverberi della banchina che stavamo lasciando, non c’era davvero nient’altro da vedere. Allo stesso modo pure i miei compagni avevano già detto tutto quello che volevano dire. I loro volti avevano lasciato trasparire un assaggio dei loro segreti; soltanto il nero profondo del mare poteva ancora attirare l’attenzione di un clandestino in prova quale io ero.
Poco a poco, le pallide luci della costa si stemperarono completamente; la linea azzurrognola delle colline diventò quasi un quadro astratto per poi sparire di colpo.
Non c’era proprio più nulla da vedere.
Solo dormire…

Note

(1) Degli estratti sono stati effettivamente pubblicati su La Tribune de Genève (Ginevra, 1 maggio 1997), Hebdo (Losanna, 1 maggio 1997) e Réalités (Tunisi, 8 maggio 1997).
(2) Ahimè! Nella maggior parte delle nostre università, i ricercatori sono molto più attratti dall’astrazione dei concetti e dalla comodità dei loro uffici che dal brulichio del mondo… Sfogliando qua e là, non ho trovato alcuna ricerca compiuta, da vicino o da lontano, su questi flussi di immigrazione. Per contro, invece, molte tesi e memorie sull’Islam, il nazionalismo arabo, Ibn Khaldoun, Averroè, la modernità, il postmoderno e così via!

 

2. Se non avete paura del mare…

Dormire? Là! In quella bagnarola!
Manco a pensarci. Anzi, capimmo subito che avremmo dovuto lottare contro il sonno. Non che dovessimo star svegli per fare qualcosa in caso di pericolo, piuttosto bisognava vegliare, restare in agguato, essere presenti a noi stessi nel caso che…
Fumavamo ascoltando il mare. Il capitano e il suo compare bisbigliavano. Noi facevamo lo stesso. Il mio vicino (lo chiameremo Jeff) mi confidò allora che veniva da Costantina, che aveva cercato di iscriversi a un’università francese ma che non era riuscito a ottenere il visto. Era diretto in Francia, attraverso l’Italia, dove dei compagni l’avevano già preceduto. Contava di rivederli a Roma.
Cominciò a sua volta a pormi domande; non ebbi il tempo di rispondergli: bisognava star zitti perché veniva dritta verso di noi una luce tremolante che sembrava inquietare il capitano. Questi, allora, rallentò l’andatura, non perché andassimo velocemente, ma per affievolire il rumore del motore.
Le fievoli luci baluginarono un po’, poi si allontanarono…
Pescatori? Guardacoste? Un altro passeur che faceva traiettoria un po’ più a sud? Non lo sapremo mai.
Riprendemmo la conversazione, cui ora si unì il tunisino. Forte e deciso, la sua meta era decisamente Palermo. Conosceva bene la città, ma non contava né di stabilirvisi né di andare più a nord. Era Palermo e solo Palermo che gli interessava.
Gli chiesi, visto che aveva l’aria di conoscerne bene i paraggi, di indicarmi cosa fare una volta arrivati a Pantelleria.
“Per prima cosa, bisogna evitare di muoversi in gruppo” disse tranquillamente. “Per questo genere di cose è meglio essere da soli. Poi, non si deve assolutamente attardarsi a Pantelleria: bisogna prendere prima possibile il traghetto per Trapani. In fondo, la cosa più difficile è proprio percorrere i tre o quattro chilometri che separano la spiaggia dal porto di Pantelleria. Se riesci a passare quel tratto, sei già a metà del cammino. A ogni modo, una volta arrivati a Trapani, è fatta!”
Trapani, un piccolo porto di pescatori contro l’imponente apparato di Schengen!
Ormai era notte fonda. Le coste e le loro luci rassicuranti (o perlomeno familiari) erano completamente scomparse. Eppure non era trascorsa neanche un’ora della nostra navigazione. Faceva sempre più freddo. Mi raggomitolai meglio che potei dentro la mia giacca a vento. Fatica sprecata! L’angoscia aumentava di brivido in brivido e non smettevo di tremare. L’aveva indovinato o ero io che senza accorgermene battevo i denti? In ogni caso, il mio compatriota pensò bene di offrirmi un sorso di tè e di bisbigliarmi quasi fosse un’iniziazione:
“Mancanza di sonno e freddo! Lo so, fratellino; ci sono abituato. Dovrai farci l’abitudine, perché sono i nostri più fedeli compagni. Un clandestino, cioè, ha sempre freddo e quando s’addormenta, lo fa sempre con un occhio solo…”.
Quello del Mali taceva. Fumava fissandoci con una specie di sorriso pensoso e partecipe. Come se avesse saputo quello che davvero ci attendeva dall’altra parte. Mentre il tunisino parlava, riempiendoci di consigli, l’africano disapprovava silenziosamente con un cenno del capo.
Le sole frasi che pronunciò lungo tutta la traversata furono per dirci che non sapeva nuotare e che era partito per raggiungere suo fratello a Lilla.
Gli chiesi se conosceva già la Francia, se sapeva per dove passare, se aveva un qualsiasi contatto… Non rispose…
Jeff mi spiegò subito che non si dovevano porre domande di questo genere.
Un clandestino non fa un interrogatorio! Avrei dovuto fare in modo di tenere un comportamento diverso. L’altro algerino si inserì subito nel discorso per informare il nostro compagno africano che avrebbe dovuto evitare a ogni costo Ventimiglia, Mentone e la Costa Azzurra perché, ce lo giurava:
“L’esercito francese non esita un attimo a sparare e non intima neppure l’alt!”(3)
Mi premurai di assicurare che in Francia l’esercito non sta sulle frontiere e che le cose sono ben lontane da una visione così semplicistica; alzarono le spalle davanti alla mia ingenuità.
Oltre che a tacere, avrei dovuto imparare che nel novero dei clandestini i racconti (non importa quali!) si diffondono assai velocemente, e raramente si ha il tempo di sceglierli, e che in tutti i casi è meglio drammatizzare le cose piuttosto che addolcirle.
Quante cose da imparare e mettere in pratica! E non ero ancora arrivato alla fine dell’apprendimento…
Condividemmo i viveri acquistati da poco (e già era un’eternità!). Mangiammo delle arance. Fumammo. Il libico ci offrì un pezzetto di cioccolata dicendo che in nessun caso voleva attardarsi in Sicilia. Contava di ritornare a Roma in quanto, ci assicurava, a Roma le cose sono più facili che altrove in Europa. Raccontava che avrebbe potuto ottenere un visto ma che il consolato italiano aveva tardato a rispondere a causa delle indagini che Roma faceva regolarmente sui cittadini libici…
Da lontano, un’altra volta, alcune luci scintillanti ci sorpresero e ci costrinsero al silenzio. Stavolta, tuttavia, il capitano non abbassò il regime del motore, accontentandosi di fissare il punto da cui ci era sopravvenuta l’inquietudine.
Data la loro grandezza e il loro numero, quelle luci stavano a indicare che doveva trattarsi di un cargo o di un piroscafo che faceva la nostra stessa rotta, ma un po’ più a nord.
Un piroscafo?
Nella vita normale li prendevo spesso.
Ricordi d’altri tempi. Provai a immaginare quello che i passeggeri stavano facendo. Alcuni dovevano essere al bar, ad ascoltare della musica e a bersi un bicchiere. Altri sul ponte a guardare le stelle. Altri ancora nelle cabine a leggere un giornale, accarezzare una donna, o anche a dormire. Fra qualche ora sarebbero arrivati freschi e riposati in un porto illuminato. Ricchi presso i ricchi. Nobili fra i nobili. Sicuri dei loro visti, degli indirizzi dei loro corrispondenti e del denaro che avrebbero dichiarato senza tema ai doganieri, avrebbero potuto guardare il mondo dritto negli occhi, senza aver bisogno di nascondersi dietro a un nome fittizio, né di lottare contro il sonno, né di inventarsi la storia di aver perduto il passaporto, e se ne sarebbero infischiati bellamente della polizia e dei ficcanaso…
Potevano forse immaginare che, a un tiro di voce dalle loro cabine, sei viaggiatori clandestini, attanagliati dalla paura e dal freddo, stavano andando nella loro stessa direzione… ma certamente non nel loro stesso mondo?
Mi assopii in mezzo a questi pensieri e alle immagini d’un altro pianeta. Quello degli umani che avevo lasciato solo qualche ora prima.

Oggi, nella quiete del mio ufficio, non so come definire l’emozione che allora mi aveva assalito. Tristezza? Malinconia? Nostalgia? Probabilmente un po’ di tutto. Quel che è certo, è che non avevo più la sensazione di vivere nella stessa condizione di spazio e tempo dei passeggeri regolari del piroscafo: loro andavano risolutamente dritti verso una destinazione conosciuta e scelta in precedenza; noi, noi ci stavamo lentamente barcamenando verso un porto che non avevamo affatto scelto e di cui conoscevamo ben poco. Quelli sapevano chi li attendeva dall’altra parte; noi potevamo a malapena immaginare il colore della spiaggia che ci avrebbe accolti. Una sensazione penosa e strana. La medesima sensazione di vertigine di cui forse avevano risentito gli astronauti in partenza verso qualche meta cosmica…
Vertigine… Ecco, questa può essere la parola giusta…
In fondo, stavo facendo poco a poco (agli albori di questa traversata clandestina) non solo l’esperienza dell’illegalità – un semplice cambiamento di stato giuridico – ma quella, molto più preoccupante, di una temporalità inedita. Un nuovo modo di percepire la durata del tempo. Un ritmo completamente diverso dagli uomini comuni. I passeggeri regolari di quel piroscafo e noi, gli oscuri del battello, non appartenevamo più al medesimo tempo né vivevamo più nel medesimo spazio. Noi, ormai, non avremmo più guardato la terra dalla medesima angolazione. Per esempio, le rive che stavamo lasciando e che mi erano familiari mi apparivano improvvisamente lontane e straniere. Il piroscafo che ci precedeva, là in fondo, mi sembrava una cosa straordinaria e inverosimile, quasi fosse un vascello di marziani. La sua stessa velocità mi sembrava un prodigio. Più avanti, durante il percorso via terra, quest’impressione strana e dolorosa mi si ripresenterà più di una volta; temporalità e bioritmo del clandestino sono effettivamente d’una natura particolare. Vivendo fuori dalla legge, insomma, un clandestino vive fuori dal normale tempo civile, lontano dalla condivisione ordinaria e armonica del trascorrere del tempo. A confronto con gli altri, la sua vita non si evolve se non in una temporalità fatta di tappe obbligate e di brusche interruzioni impreviste. È un ritmo caotico, che non tiene conto né del presente né del futuro. Come parlare dell’avvenire a delle persone che coniugano a malapena quel tempo già insostenibile che è il futuro immediato?

In ogni caso, per quanto mi riguardava, dovetti imparare quel nuovo modo di coniugare tempo e spazio il più velocemente possibile. E quando le mie abitudini – piuttosto borghesi – opposero resistenza, i miei compagni di cordata mi pregarono di reprimerle, almeno per loro.
Jeff mi diede una scrollata.
“Faresti meglio a stenderti sul fondo della barca invece di dondolare così sul bordo!” mi disse, offrendosi di prepararmi un cuscino con la sua sacca.
Rifiutai e gli promisi che avrei fatto attenzione.
Il compagno del Mali non aveva atteso i consigli di Jeff. Si era già sistemato sul fondo dell’imbarcazione. Raggomitolato, con un impermeabile che lo copriva fino al collo, la testa avvolta in una sciarpa, recitava, gemendo, qualche preghiera. Era evidente che il mal di mare aveva cominciato a tormentarlo. Le onde si erano infittite e minacciavano di metterci in una brutta situazione.
Si trattava del vento? O avevamo doppiato uno di quei promontori che liberano di colpo l’aria e agitano i battelli? Chi lo poteva dire?
Subito l’onda alza il mare che si scurisce e diventa spumoso, e gli spruzzi ci vengono addosso come una pioggia di spine. Intuitivo, l’africano aveva capito tutto prima; la sua paura dovuta al non saper nuotare era stata miglior consigliera delle nostre bravate. Ci stringemmo intorno a lui. In sei su una superficie che non raggiungeva i dieci metri quadri. In mezzo a un’accozzaglia di cordami, bidoni, scatole, arnesi, bottiglie vuote… Rannicchiati gli uni contro gli altri, con le braccia che stringevano il vicino, tremanti di freddo oltre che di paura…
Se non avete paura del mare, finirete per morire annegati, dicono gli irlandesi. Chiaro che il nostro comandante lo sapeva. Prese le cose seriamente, sedette sull’asse, senza lasciare un attimo la barra del timone e fissando non so cosa all’orizzonte. Per un momento era la situazione del mare a preoccuparlo, e non guardava più i sei malcapitati rannicchiati davanti a lui.
E così, non era più l’avidità del passeur che bisognava temere, ma i capricci del mare. Mi avevano avvertito di questo pericolo. Mi avevano detto che il vero sbarramento all’emigrazione clandestina è il mare. Mi era stato ripetuto che spesso il Mediterraneo è complice di Schengen. Io, ignorante, non ci avevo creduto. Mi spaventavano più la vigilanza dei guardacoste e la brutalità dei passeur che l’umore del nostro mare. Mi ero sbagliato!
In quel momento, il passeur s’era dimostrato scrupoloso e i guardacoste discreti. Ma il mare! Il mare! In quel momento il beccheggio fu così forte che cominciai a sperare in un controllo (c’era motivo di un controllo! E in queste condizioni la ragione imponeva di arrendersi). Ma a chi? Non c’era alcun faro in vista! Né una luce! Ah! Sperai che con l’ondata successiva apparisse una vedetta dei guardacoste! Il male minore!
Mi alzai e chiesi stupidamente al capitano se avessimo già superato il confine. Mugugnò e mi fece segno di rimettermi disteso. Nel contempo, promettendo di svegliarmi non appena avessimo oltrepassato il confine, qualsiasi fosse stato, mi raccomandò anche di dormire.
Sballottati dalle onde e inondati di schiuma, sprofondammo nella notte.
Mi rannicchiai contro il mio vicino e, anziché osservare il mare – da cui proveniva il vero pericolo – mi apprestai a tenere d’occhio i due piloti del battello. Mi avevano talmente prevenuto contro i passeur e i loro compari che cominciai a immaginare le cose peggiori. Non si raccontava forse che all’avvicinarsi di una minaccia certuni avevano abbandonato il loro carico umano in mare aperto, che erano del tutto senza scrupoli, e che non esitavano affatto a far correre enormi rischi ai loro passeggeri?
L’angoscia e l’oscurità contribuivano senza dubbio ad accrescere le mie apprensioni. Col senno di poi, oggi mi dico che quel passeur era stato corretto e sapeva il fatto suo. Aveva compiuto onestamente un lavoro disonesto. Aveva corso con noi gli stessi pericoli. Avevamo letteralmente condiviso la stessa pena. Che ci avrebbe guadagnato gettandoci al largo in mare aperto? Alleggerire la sua imbarcazione? Andiamo! La barca era senz’altro più resistente ai flutti se zavorrata e non alleggerita.
Avrei appreso dopo – ma l’ho già accennato sopra – come il clandestino abbia spesso l’immaginazione fertile sia in merito alle cose peggiori che a quelle migliori, e come, in ogni situazione, tenda a raccontare delle storie e ad ascoltare quelle narrate dagli altri.
Di fatto, non sono ancora riuscito a liberarmi di quella nottata e delle impressioni che m’aveva lasciato. Ancora oggi, seduto serenamente dietro la mia scrivania, mi trovo a percepire l’esatta sensazione che fu mia durante quelle ore di beccheggio e di pericolo. Ne attribuivo la causa alla paura, ma non ne sono più tanto sicuro, perché si tende a usare questo termine per definire una grande varietà di sensazioni che non hanno sempre connotazioni comuni. Allora, subito all’inizio (senza dubbio eravamo stati sorpresi per il brusco levarsi del vento e per l’inizio del beccheggio), si era trattato di inquietudine, ma fu per poco. Poi sopravvenne una sorta di silenzioso turbamento (ciascuno di noi si era dovuto chiedere se il mare ci avrebbe lasciato qualche possibilità di passare, o almeno di ritornare in porto), ma non fu tanto pressante come si potrebbe pensare. Il vero terrore arrivò in seguito (noi eravamo realmente spaventati da quelle acque rumoreggianti e da quelle onde che si accavallavano), tuttavia, per quanto me ne posso ricordare, non fu una cosa che si protrasse a lungo.
Inquietudine, turbamento, spavento: ecco le sensazioni fugaci (quelle che passano presto, insomma) e reali (che si sa da cosa sono provocate). Ma la paura, quella vera! Quella che ti attanaglia per giorni, e non molla mai il suo intento, e non ti lascia respirare neanche se ti stringi contro il vicino. Quella che non ha una causa apparente o un volto identificabile. In poche parole, quel sentimento (non la semplice sensazione ma il sentimento) che gli psichiatri chiamano comunemente angoscia non lo provai affatto di fronte a quei pericoli. L’angoscia sarebbe arrivata più tardi. Senza motivo. Mentre attraversavo le Alpi. E quella mi avrebbe perseguitato per due giorni. Fino alla fine dell’itinerario, ad Annemasse.
Anche ripensandoci, adesso, non riesco proprio a fare alcun confronto con quanto provai sul battello e, soprattutto, non so a cosa fosse dovuto: il passaggio a piedi attraverso il valico del Sempione si sarebbe rivelato meno pericoloso della traversata in mare, le Alpi si mostrarono meno capricciose del Mediterraneo, ed era evidente che il passeur conosceva molto bene il suo territorio. Eppure, un’emozione opprimente e diffusa aveva avvelenato il resto del viaggio. Ed è questa emozione – e questa soltanto – che voglio chiamare paura, e non i momenti di spavento fisico che avevamo vissuto sul battello.
Me la sarei sentita addosso, insomma, non appena arrivato a Domodossola.

Nota

(3) Queste voci non erano per niente infondate… Alcune settimane prima, infatti, dalle parti di Mentone delle guardie di frontiera francesi avevano fatto fuoco su un’auto di sans-papiers, uccidendone uno. Un episodio isolato? Sicuramente, ma c’era di che impressionarsi e inquietarsi…

 

3. L’Occidente comincia a Messina

Annunciate dalle luci giallastre che sembravano lanterne all’orizzonte, le rive di Pantelleria si rivelavano poco a poco con il sorgere del giorno fresco e pallido. Erano le cinque.
Noi stavamo arrivando dopo sette ore di navigazione, senza inconvenienti di rilievo, su un battello aggiustato alla bell’e meglio. A dire il vero, non era stato poi così difficile! Sicuramente il vento e il freddo ci avevano intimorito e mostrato i denti, ma si erano rivelati senz’altro meno minacciosi di quanto i marinai ci avessero raccontato. In ogni caso, in quella nottata si erano nettamente schierati contro il campo di Schengen, dal momento che ci avevano lasciato avvicinare al miraggio europeo.
Procedevamo a basso regime in direzione della terra, con la prua puntata verso il sole. Il primo contatto con l’Occidente avveniva dunque da est…
Cominciammo a congratularci fra di noi piuttosto rumorosamente, la qual cosa costrinse il capitano a richiamarci all’ordine continuando a ripetere come la manovra fosse ben lungi dall’essere conclusa. Il suo assistente ci pregò seccamente di sederci. Tuttavia sembrava lui stesso felice di essere arrivato.
Il compagno del Mali salmodiò qualcosa che doveva essere un versetto del Corano. Jeff si cambiò velocemente la camicia e il maglione. Il libico sorrise. Imbracciammo tutti le nostre sacche e attendemmo il segnale del capitano. Questi fece del suo meglio per avvicinarsi a un’insenatura rocciosa. Era chiaro che il battello non voleva rispondere. Allora, virando a tribordo, lasciando l’imbarcazione andare alla deriva per qualche centinaio di metri, si vide di nuovo la terra. Si trattava, in breve, di una spiaggia di sabbia nera, una piccola cala aperta a ovest.
A motore spento la barca dondolò verso la spiaggia. Ormai faceva chiaro a sufficienza per vedere il paesaggio. Triste e insignificante. Ciottoli neri. Coste grigiastre. Pochi alberi. Una terra che si intuisce misera e austera.
Non c’erano che poche casupole bianche arroccate ai fianchi delle colline e quattro palme che mostravano da lontano i loro ciuffi. Non si sarebbe creduto di essere nel Mediterraneo.
Saltammo uno dopo l’altro sulle rocce. Ci facemmo lanciare le nostre sacche dall’assistente che ci degnò appena di un breve saluto. Il capitano trovò la pazienza per dirci:
“Che Dio vi accompagni!”
Senza chieder niente, né manco salutarci, il libico e il tunisino girarono intorno alla scogliera e s’incamminarono insieme a passo veloce. Quello del Mali si attardò un po’ sulla spiaggia guardando il battello allontanarsi. Era chiaro che non sapeva ancora da che parte incominciare. Chiesi a Jeff che intendesse fare.
“Andare a Roma!” mi rispose come se ne vedesse già i campanili!
“Ho un contatto a Trapani, ci si potrebbe andare insieme” gli proposi senza pensarci due volte.
Si sciacquò il viso, rise per un bel po’, bevve un sorso d’acqua a garganella e con aria tranquilla proclamò:
“Perché no? Anch’io ne ho uno là…”.
Decidemmo allora di fare squadra insieme.
L’africano aveva fatto capire che dapprima avrebbe voluto recuperare la sua essenza interiore. Lo lasciammo così alle sue meditazioni mattutine.
Faceva freddo. Ma che importava! Immediatamente ci rademmo! Cambio di pelle! Ritorno a un’apparenza di vita terrestre! Accidenti a Schengen! E pure ai carabinieri! Essere puliti, diamine! Ecco un diritto elementare che nessuna polizia al mondo sarebbe riuscita a contestarci! Adoperammo tutta l’acqua che rimaneva per raderci e lavarci. Ci cambiammo le scarpe. Indossai un nuovo abito.
Il sole era ormai abbastanza alto quando lasciammo la piccola insenatura e a nostra volta aggirammo la scogliera. Quello del Mali era ancora là quando noi eravamo già in alto. Lo vedemmo che contemplava il cielo stiracchiandosi.
Una strada asfaltata offriva i suoi servigi e la seguimmo. Senza vergogna né vera paura. Orgogliosi e alteri! Come se l’esser scampati al mare e ai suoi pericoli, ai guardacoste e alle loro vedette, ci avesse donato se non le ali, almeno un diritto. Quello di essere vivi, di occupare uno spazio, di essere belli e ottimisti in quel tranquillo mattino su una piccola isola ancora addormentata. Per un po’ ci saremmo considerati dei normali turisti. Degli allegri villeggianti! Al diavolo la paura! Al diavolo il domani! Non ci si pensava più, camminando con passo veloce verso gli uomini. Verso la terra degli uomini. Fossero italiani o cinesi, non ce ne preoccupavamo troppo. C’erano degli uomini e avrebbero compreso. Il fatto che fossimo privi dei visti che ci autorizzavano a esser là non ci dava ancora preoccupazione. In ogni caso ci saremmo trovati fra uomini, e questi uomini ci avrebbero compreso…
Delinquenti, questi due allegri camminatori? Andiamo, suvvia!
Eravamo, lo giuro, felici e fiduciosi. Immersi in quella specie di pienezza che la fine di un incubo offre quasi come una grazia. Certamente ogni tanto ci guardavamo attorno per assicurarci che nessuno ci spiasse e che nessun képi ci seguisse, ma in quel momento eravamo felici.
Camminammo. In quale direzione? Quella che ci offriva la strada asfaltata. Il mare alla nostra sinistra, il sole alle spalle, la montagna a destra…
Più andavamo avanti, meno ci sentivamo spaesati. Il paesaggio rassomigliava sempre più a quello che avevamo lasciato dall’altra parte del mare. La stessa terra friabile. Gli stessi cespugli. Le stesse coltivazioni a terrazzi (un po’ di vigne, alcuni olivi, delle palme, dei fichi d’India, dei ciuffi di lavanda…). Le stesse case basse. Gli stessi muretti di terra argillosa e paglia. Gli stessi colori bianchi e rosa.
Un autobus arancione ci superò. Fu la nostra bussola: un autobus non può che condurre a una città! Dopo uno o due chilometri arrivammo davvero a un incrocio. I segnali indicavano: Pantelleria (dritto), l’aeroporto (nella stessa direzione), Bukkuram (a destra). C’erano tutte le indicazioni; non ci potevamo sbagliare. Se l’avessimo seguita, l’amichevole strada asfaltata ci avrebbe condotto senza colpo ferire alla nostra città-scalo.
Per arrivarci impiegammo meno di un’ora. Nel frattempo, le strade, i panorami, le architetture, la gente e i molti cartelli incontrati non avevano mancato di confermarmi la prima impressione: ci trovavamo su un terreno proprio familiare. Non solo i tipi fisici erano gli stessi dei nostri, ma anche i nomi dei luoghi e dei paesi suonavano decisamente arabi (Damussi, Gadir, Bugeber, Bonsulton…).
Insomma, era una copia di casa nostra quella che eravamo venuti a visitare!
La sola idea mi rasserenava molto: è possibile aver paura di gente che tanto ci rassomiglia?
Era sabato. La piccola città di Pantelleria si risvegliava. Il sole aveva fatto il suo viaggio senza tenere il broncio. Rendeva il clima dolce e gradevole. Un vero inizio di primavera!
Davanti al porto, i caffè erano già pieni di gente. Noi facemmo quello che fanno tutti: caffè espresso e dolci a volontà! Visto che si deve fare, così sia!
A dire il vero, non conoscevo bene il copione (o, per meglio dire, avevo un po’ di timore a entrare nel mio nuovo ruolo di clandestino, quasi fossi un attore al suo debutto). In quel frangente avevo (ancora) un’andatura sicura e dritta. Parlavo a voce alta. Chiedevo i caffè con quel particolare tono spesso tipico di quei turisti che sanno di poter contare sul loro conto in banca e sulla loro carta di credito. Davo (ancora) l’aria di un uomo sicuro di sé, del suo passaporto e delle sue buone ragioni.
Jeff non faceva a meno, anche allora, di rimbrottarmi e ricordarmi che noi, malgrado tutto, eravamo dei clandestini. Da poco, senz’altro, ma clandestini di fatto. Mi consigliava di parlare più discretamente e di mantenere un certo… contegno…
Guardandomi attorno, ritenni che il suo timore fosse esagerato. Darsi un contegno? Di che tipo e per quale motivo? In quel caffè, a ogni modo, mi sembrava del tutto inutile! Nessuno ci aveva notato. Anzi, non ci avevano neanche degnati di uno sguardo. Non eravamo neanche turisti: eravamo proprio nel nostro! Quasi a casa!
Mi attenni comunque al comportamento raccomandatomi da Jeff, perché (il seguito del viaggio l’avrebbe ampiamente dimostrato) presentivo che aveva ragione.
Ci informammo presso un’agenzia di viaggi accanto al caffè su tutti i movimenti dei traghetti per Trapani, Marsala e Palermo. Ci confermarono che un traghetto della compagnia Siremar avrebbe lasciato Pantelleria, diretto a Trapani, alle 13. Acquistammo i nostri biglietti (12 mila lire l’uno). Erano le 10, avevamo ancora da attendere tre ore…
Che fare?
Le stesse cose che sono soliti fare i turisti: visitare i dintorni.
La città era troppo piccola. Ne concludemmo il giro in meno di un’ora, per poi ritrovarci sulla sommità di una collina a picco sul porto. Seguimmo la strada. Orrore! Dritta davanti a noi stava una caserma! Bisognava essere dei cretini per gettarsi nella tana del lupo solo tre ore dopo essere sbarcati! Ridiscendere! E di corsa! Confondersi fra la folla brulicante e anonima della città…
L’imbarcazione della Siremar (un traghetto di tutto rispetto, bianco e blu, a due camini) era in porto (in questo caso, quando dico “porto” intendo, a dire il vero, un molo ingombro di barche da pesca e servito da un semplice marciapiede). Vetture e passeggeri stavano imbarcando; non ci restava che unirci a loro. Mentre ci avvicinavamo al traghetto, Jeff ebbe un sussulto al cuore, quasi un inizio di apoplessia; si arrestò bruscamente e gridò:
“Accidenti! Maledizione! I controlli!”
Effettivamente un uomo in uniforme era appostato all’inizio della passerella e stava controllando i passeggeri. Tanto peggio! Non potevamo più tornare indietro. A che sarebbe servito rimandare l’ora della partenza! Non c’era che quel battello per Trapani. Insomma, o quello o niente! Ci dirigemmo verso il marciapiedi con lo stesso animo di quei giocatori che hanno puntato tutti i loro averi su di un cavallo. Incoscienti e coraggiosi. Lascia (detenzione amministrativa, grane con la polizia, ritorno al mittente…) o raddoppia (Roma, Svizzera, Francia…). Chi avrebbe esitato? La sfacciataggine paga: non si trattava di un poliziotto… ma di un impiegato della compagnia marittima. Controllava solo i biglietti. Ci imbarcammo senza difficoltà…
Il viaggio, ce l’avevano detto, sarebbe durato sei ore. Pretendevo a buon diritto di dormire. Ma la veglia precedente mi aveva insegnato – mio malgrado – l’arte di lottare contro il sonno. Non dormii per niente. Ma perché improvvisamente quella sensazione di panico? Eppure, fino ad allora, in città, mi ero sentito tranquillo e gioioso, mentre adesso, su quella barca, ecco la stessa inquietudine riportatami da quella veglia. Non c’era stato niente di nuovo. Nessun allarme particolare. Anzi, il viaggio pareva andare come previsto. E allora? Perché quel peso alla bocca dello stomaco? Perché improvvisamente, su quell’imbarcazione italiana, avevo ripreso la lotta contro il sonno? Quando chiesi al mio compagno come si sentisse, mi confermò il medesimo atteggiamento vigile, la stessa volontà di non lasciarsi piegare dalla sonnolenza. Era giorno, dormire non avrebbe dovuto creare problemi. Accomodati sui nostri sedili, con le sacche a farci da cuscini, rimanemmo a lungo in silenzio. Attorno a noi, il mare non si agitava più; il vento s’era calmato; gli altri passeggeri ammiravano il paesaggio.
Io non ammirai proprio niente. Pensavo distrattamente ai nostri compagni di veglia. Non li avremmo più rivisti. Non ce n’era neanche uno sul traghetto. Da dove erano passati? Erano rimasti a Pantelleria? E per far che? Avevano forse deciso di tentare la fortuna a Marsala? Erano stati arrestati? Ci pensai per un po’, poi finii per lasciar perdere e concentrarmi sull’andamento delle operazioni. Mio malgrado, presi allora una nuova e deplorevole abitudine: conoscere degli uomini, perderli di vista, incontrarne degli altri, abbandonarli a loro volta, rivedere di nuovo i primi, ridimenticarli… Per sua natura la cometa dei clandestini è fugace e volatile, gli uomini sono abituati a incrociarsi, perdersi, ritrovarsi, riperdersi ancora. Le amicizie sono rare; il tempo non permette loro di nascere.

Era notte a Trapani. Sbarcammo proprio davanti al ridotto della dogana! Tre bandiere coronavano la scura facciata della costruzione: quella italiana, quella siciliana e quella europea. Insomma, le tre realtà con le quali dovevamo ormai confrontarci…
A pochi metri da lì, le vedette dei carabinieri puntavano al largo la loro prua. Si preparavano a partire o erano appena ritornate da una ricognizione in mare? Noi transitammo davanti agli uomini in uniforme; stavano conversando tranquillamente. Fingemmo di conoscere il luogo. Ci allontanammo dal porto con passo svelto e falsamente deciso per chiedere, a un po’ di distanza, dove si trovasse la stazione… Per fortuna, stava a qualche centinaio di metri…
La stazione!
Ah! Le stazioni! Stanno al clandestino come il seno materno sta al lattante, la stella al pastore e la bussola al marinaio. Sopprimete le stazioni e traumatizzerete a colpo sicuro tutte le migliaia di uomini e di donne il cui solo torto è quello di andare per il mondo senza un visto. Perché il problema è dove andare se non si sa dove andare. In che direzione muoversi quando non si ha un indirizzo preciso? Dove sedersi quando si sono esauriti i fondi a disposizione per un caffè? O ancora meglio: dove si ha la probabilità più alta di incontrare qualcuno altrettanto povero, uno così disgraziato, uno così illegale?
La stazione!
Quella di Trapani è piccolissima. Color ocra, pulita, tranquilla. Credo che abbia una sola linea: Trapani-Palermo. Non c’è problema per scegliere il treno. Bastava che quella sera ci dirigessimo verso quella stazione per avere almeno una direzione di marcia.
Erano le 20; bisognava pensare a un posto per dormire. Senza troppe illusioni sull’indirizzo che avevo in tasca, chiesi tuttavia dove si trovasse il caffè dove avrei dovuto trovare il mio contatto. Me l’indicò un marinaio. Ci ricredemmo: densa di fumo e brulicante di gente, la taverna conteneva tutti i rumori di un sabato sera. Pescatori, marinai, contadini e soldati, appena arrivati o in partenza, affogavano i loro pensieri in grandi bicchieri di marsala. Una musica tremolante e fievole produceva sospiri languidi e inebriamenti amorosi. Ma quella sera, al caffè, non c’erano donne che potessero ascoltare queste romanze…
La mia sensazione fu che si trattasse di un ritrovo essenzialmente maschile in cui si raccontavano in musica le pene d’amore sofferte dagli uomini a causa delle donne.
Trangugiammo anche noi il nostro calice di marsala, poi, aiutati dal vino, trovammo finalmente il coraggio di chiedere al barista se conosceva il mio contatto. Sì! Lo conosceva benissimo. Quella sera non si era ancora visto. Avremmo dovuto attendere, quindi, o ripassare un’altra volta… In quell’occasione Jeff mi stupì per la sua maestria nel parlare un italiano praticamente perfetto.
“L’ho imparato guardando i programmi della rai” mi disse con semplicità.
Trascorremmo la notte in una pensione umida, povera e molto distante dal centro. Il costo (70 mila lire per tutti e due!) ci aveva sedotto. L’ingresso, lo stato dell’edificio e la poca consistenza dei materassi ci chiarirono molto rapidamente la modicità della tariffa. Ma là, dannazione tutta particolare dei clandestini, non riuscimmo a prender sonno; la pensione risuonava senza soluzione di continuità di litigi, di voci colleriche, di sciacquoni mal regolati…
Eravamo una dozzina di clienti a dividere le tre camere di quel piano; i padroni abitavano al pianterreno. Fra i nostri vicini c’erano: tre tunisini, un piccola famiglia di albanesi, cinque africani. Poiché non vi erano letti e armadi a sufficienza, l’assegnazione dei posti fu fatta alla cieca, o meglio secondo un ordine fantasioso: i primi arrivati, senza preoccuparsi d’altro, si erano accaparrati i primi materassi liberi. Gli albanesi (due adulti e un bambino) avevano a disposizione un’intera camera. Sarebbe stato quasi impossibile farli spostare da là: la donna con il bimbo era rimasta tutto il giorno a presidiare quel posto.
I due giorni successivi, ancora una volta, dovemmo camminare, camminare, camminare… Facevamo due o tre chilometri per raggiungere la stazione, sperando di raccogliere qualche informazione utile ai nostri piani. Le coorti di confratelli ci avevano accolti; prendemmo velocemente le nostre nuove abitudini. L’espresso al bar. Una panca al sole. Uno spuntino al tonno. Una ventina di sigarette fumate in qualche ora. Una vaga, interminabile attesa. Di cosa? E chi fra noi avrebbe saputo dirlo? Sapevamo almeno cosa stavamo attendendo? Come se l’attesa comune a parecchi di noi non fosse più veramente un’attesa! Perché, per quanto stupido possa sembrare a quelli che non vivono senza orologio e agenda, noi non davamo proprio l’impressione di aspettare. Eravamo semplicemente là. Seduti su una panca di fronte alla stazione di Trapani.

Volevamo l’Italia, ebbene, eccola! Un posto al sole di fronte a una stazione addormentata.
Ma non eravamo per niente passivi. Durante quelle ore di attesa dialogavamo, ci frequentavamo. Là non c’era bisogno di protocolli. Ognuno scambiava spontaneamente quel poco che sapeva; ci spartivamo senza avarizia le scarse notizie del giorno. Beninteso, non si parlava che di clandestini, di naufraghi, di nuotate. Si teneva di giorno in giorno una specie di cronaca macabra e ripetitiva chiamata dai marinai bretoni “les fortunes de mer”, che sta a indicare il racconto preciso e circostanziato di tutte le disgrazie che l’oceano può infliggere ai malcapitati che osano sfidarlo. In quei due giorni, “la fortune de mer” di cui parlammo riguardava un “carico di uomini” affondato al largo di Brindisi e salvato dai carabinieri all’ultimo momento da morte certa. Si trattava, dalle informazioni che allora, di bocca in bocca, circolavano fra noi, di un centinaio di pakistani e di cingalesi, trasportati su un vecchio battello proveniente da… Cipro… Malta… Egitto…
Vallo a sapere…
Trovatomi per la prima volta davanti a questo tipo di racconti orrendi, all’inizio avevo la tendenza a non prenderli troppo alla lettera e a considerarne più della metà derivata da una forma di paranoia, o perlomeno frutto di un’immaginazione un po’ troppo fervida. Mi sbagliavo. La lettura dei giornali confermava ogni volta i racconti dei miei compagni. Anzi, tutti quei racconti di naufragi erano riportati e filmati perfettamente dai media italiani. I miei compagni non si inventavano né amplificavano alcunché. Ma a prescindere dallo spavento che causavano e dallo sgomento che provocavano nei clandestini, quei racconti – e soprattutto la velocità con la quale si propagavano – dimostravano come, per forza di cose, i clandestini si aggiornassero sulla realtà propria della clandestinità…
La domenica sera, al caffè il cui indirizzo mi era stato venduto a peso d’oro, incontrammo Toni – chiameremo così il mio contatto a Trapani –, un siciliano simpatico e incostante che promise di sistemare in un solo colpo i nostri problemi di alloggio e impiego! Conosceva, disse, moltissimi agricoltori della costa di Mazara, Salemi, Alcamo e Marsala che avrebbero potuto ingaggiarci. In principio saremmo stati nutriti e alloggiati e avremmo guadagnato in più un po’ di spiccioli.
“Un salario o un po’ di spiccioli?” provai a chiedere. Non ebbi risposta.
Tutto quello che Toni acconsentì a dirci fu che bisognava darsi da fare per ottenere un posto, che i candidati si accalcavano ai portoni e che ci saremmo visti l’indomani verso le 9 allo stesso caffè per avere una risposta alle nostre domande.
Gli offrimmo un bicchiere. Non parlammo molto. Non ci chiese nemmeno che cosa sapevamo fare. Non conosceva i nostri nomi.
Bisognava dunque attendere.
Attendere.
Un clandestino trascorre più della metà del suo tempo (della sua vita?) ad aspettare. La risposta di un passeur. L’arrivo in un porto di fortuna o sconosciuto. La buona volontà di un contatto. L’incontro di un amico. La benevolenza di un datore di lavoro in nero. Un’amnistia. Un’elezione presidenziale. L’arrivo di qualcuno della sinistra al potere. La perdita del potere del medesimo qualcuno della sinistra. Una manifestazione di intellettuali. L’occupazione di una chiesa. L’espulsione… Riassumendo, dicevo prima che non si poteva parlare di avvenire a delle persone che vivevano una temporalità fatta di piccoli futuri immediati; e aggiungevo subito che non poteva più trattarsi di una questione di avvenire per della gente che impiegava la parte essenziale dei suoi giorni ad aspettare che qualcosa accadesse.

Ora, il peggio era che a Trapani non era successo niente!
Toni, difatti, non risolse nessuno dei nostri molti problemi. Non era ancora la stagione dei grandi lavori agricoli, ci disse il martedì. Bisognava che pazientassimo ancora o che partissimo per andare più lontano.
Da parte mia, non ero veramente dispiaciuto, perché non volevo attardarmi a Trapani. Ma Jeff non ci sentiva da quest’orecchio. Aveva bisogno di un po’ di denaro.
Mi lasciò nel pomeriggio, andando verso il porto e la zona industriale della città; si assentò fino all’inizio della sera e ritornò alla stazione con un messaggio di speranza. Forse aveva trovato un lavoro. L’avremmo saputo l’indomani verso le 11.
Che aveva fatto? Chi aveva incontrato?
Non gli chiesi nulla.
Il giorno dopo, verso mezzogiorno, su un camioncino ci venne a cercare un colosso sorridente e bonaccione. A sentire Jeff, Pavarotti (così lo chiamammo di comune accordo) era il socio di un indefinito contatto magrebino che viveva tra Roma, Parigi e Algeri. C’era bisogno di più dettagli e garanzie per accettare l’aiuto che ci proponeva? Suvvia! Che importa se un gatto è bianco o grigio, purché ci rivolga un sorriso. Quell’adagio cinese può esser messo sul frontespizio del libro d’oro della clandestinità.
Pavarotti tuttavia non ci rivolse alcun sorriso.
Più dinamico di Toni (le cui coordinate mi erano costate duemila franchi), ci scarrozzò da Trapani a Erice, poi da Mazara ad Alcamo. In sua compagnia visitammo molte fattorie, una panetteria artigianale, un allevamento di polli e anche dei caffè. Risultati zero. Era chiaro che non era la stagione adatta all’assunzione di lavoratori e anche la concorrenza pareva spietata. Priorità ai siciliani; dopo agli albanesi; poi agli immigrati regolari. Logico e impeccabile.
“A Palermo o a Napoli avreste più possibilità” ci assicurò.
Era senz’altro meglio seguire il consiglio di quell’esperto e non attardarsi in un mercato chiaramente saturo.
Gli offrimmo un buon cuscus siciliano; in cambio ci offrì dei consigli. Quasi per scusarsi di non esser riuscito ad aiutarci, ci diede man forte nelle nostre contrattazioni con gli affittacamere: avremmo dovuto lasciar loro il denaro pagato anticipatamente per le due notti se avessimo deciso di lasciare Trapani prima della scadenza prevista. Pavarotti trovò le parole giuste e noi recuperammo il denaro.

Gli autobus blu della compagnia Segeste facevano un continuo servizio di navetta fra Trapani e Palermo. Non avevamo che l’imbarazzo della scelta. Il biglietto di sola andata costava tremila lire, si poteva fare. Prendemmo il mezzo delle 16. Faceva bel tempo. Il paesaggio era piacevole e ridente. Nessuno ci spiava (vero è che potevamo esser presi benissimo per dei siciliani!). Arrivammo a Palermo, la città dell’emigrazione e delle meraviglie. Di sicuro avevamo meno denaro che alla partenza. Jeff era molto meno entusiasta, ma erano gli imprevisti del viaggio. Nell’insieme, potevamo essere contenti. La polizia italiana ci aveva dato tregua; avevamo ancora un po’ di denaro per pagarci da mangiare ed energia sufficiente per scalare una montagna. Cosa chiedere di più?
La testa al sole, mi addormentai.
Per poco, diamine! Il viaggio non durò che poco più di un’ora. Erano le 17. La stazione di Palermo ci attendeva.
Era chiaro che non eravamo gli unici. Ci avevano preceduto decine di pretendenti. Chi tra di loro era siciliano? Chi immigrato regolare? Chi clandestino? Chi semplicemente un marinaio che aveva fatto scalo là? Chi era del luogo? Chi veniva da fuori? Hai voglia a indovinare! Mischiatevi! Mischiatevi e Dio riconoscerà certamente i suoi in questo bel mosaico di etnie, in questo brusio di lingue, in questa baraonda di facce così differenti e tuttavia così somiglianti.
Girovagammo come tutti tra le sale d’attesa e i marciapiedi, i marciapiedi e le strade adiacenti, le strade adiacenti e i posteggi dei taxi, i caffè di fronte e ancora i marciapiedi. Ero stremato! Dormire! Ah! Un letto! Alla mancanza di un letto, mi venne in soccorso la cattolicissima chiesa siciliana: nell’atrio centrale della stazione, una mano pietosa aveva eretto una cappella. Si trattava di una piccola stanza bianca che poteva contenere una decina di persone. Poche file di sedie, una grande croce appesa alla parete, un piccolo candeliere acceso, una statuina della Madonna e… silenzio. C’erano delle donne vestite di nero, un paio di barboni, due o tre ragazze. Trovai un posto. Un’anziana mi sorrise. Finsi di pregare…
Nel frattempo, lungi dal lasciarsi andare a quel tipo di sotterfugi, Jeff aveva accostato un gruppo di marocchini. Quelli gli diedero l’indirizzo di una pensione nel quartiere della Cala.
Erano circa le 20; Palermo viveva. Attraversammo il pianeta degli uomini – piazzette carine, terrazze aperte e accoglienti, trattorie ricche – ma non era ancora cosa per noi. Noi? Per noi c’era la zona verso il porto, alla fine di un viottolo scuro e sporco, gli avanzi ingombranti di un quartiere ora sventrato e cadente. I resti di vecchie dimore che nessuno aveva pensato a demolire. Rovine pullulanti di gente. Indicibile. La Cala? Un affresco gotico senza poesia, fatto di gru e magazzini abbandonati, e in più una spaventosa miseria…
Una piccola signora che occupava abusivamente essa stessa un appartamento sporco e aperto a tutti i rumori del mondo attorno ci chiese 70 mila lire per dividere una stanza con altri alloggiati. Quanti erano quegli altri? Come dividere i letti? Dove mettere i bagagli? Dove lavarsi? Domande bislacche e inconcepibili alla Cala! Dei non meglio definiti corridoi fungevano da camere; materassi rachitici servivano da letti; teli resi lucidi da ettolitri di sudore erano simulacri di lenzuola… E un odore… Ah! L’odore della Cala! Il mare e la nafta, pesce marcio e vecchia naftalina, lo stesso olio riusato decine di volte per friggere, il tanfo delle alghe e le zaffate dei maccheroni all’aglio… Conoscevo, certo, quegli odori, ma fino ad allora li avevo sentiti uno alla volta. Distintamente. È infatti molto raro trovarli mescolati tutti insieme in uno medesimo effluvio. Ma in quell’innominabile pensione, tutti questi odori si mescolavano insieme, senza distinzione alcuna.
La signora pretese, e ottenne, che le pagassimo tre notti anticipate.
Preso subito da un tardivo rimpianto, dissi al mio compagno che mi sarei rifiutato di dormire in quella pensione. Piuttosto le banchine o la cappella della stazione! Per calmarmi, Jeff ce la mise tutta, raccontandomi come fosse sul punto di trovare un piccolo lavoro a Palermo e che non potevo proprio fargli perdere l’affare. Facemmo finta di capirci; offrii una pizza; lui sognò a voce alta di un matrimonio bianco e di una sistemazione; in più, satolli di vino e di immagini di donne inaccessibili, decidemmo di concludere quella lunga e interminabile serata alternando il nostro itinerario per le vie oscure e per quelle illuminate di Palermo.
Lui mi raccontò allora che uno dei marocchini incontrati nel pomeriggio gli aveva fissato un incontro per l’indomani e che si trattava di trovare un posto di venditore di sigarette…
Sull’onda di questa prospettiva di impiego e di una vita migliore, rientrammo a “casa”, dove tre africani e due asiatici avevano avuto la buona idea di precederci. Gli asiatici dormivano; gli africani stavano contando i loro soldi e, brontolando, regolavano i loro affari; non avevano per nulla l’aria di essere soddisfatti di come gli era andata la giornata. Non comprendendo le loro questioni, li lasciammo al loro da fare.
Io mi misi in testa di trovare la doccia.
“Ah! Questa abitudini da turista viziato!” borbottò Jeff. “Quando mai prenderai, cugino, le vere abitudini del clandestino?”
“Devo lavarmi i denti!”
“In questo casino? Ma sei matto, parola mia! E cercare un pozzo nel deserto del Gobi? Ho guardato dappertutto: manco un lavandino! Andiamo! Dormi, vecchio mio, e non rompere più con queste storie! Otto uomini su dieci vanno a letto senza lavarsi i denti! E allora? Per una volta farai come il resto del mondo!”
Nient’affatto scoraggiato, misi sottobraccio le mie cose da bagno, e iniziai a fare in punta di piedi tutto il giro della pensione.
La ricerca rischiò bruscamente di diventare un battibecco generale!
Svegliati all’improvviso, gli altri pensionanti mi avevano preso per un ladro. Un occhio sul bagaglio e uno su di me, mi presero per il collo, mi riempirono di invettive e mi costrinsero a raggiungere il mio letto. Protestai a mia volta, mi scusai, balbettai degli insulti… invano; la loro energica decisione fu senza appello…
Jeff, ovviamente, aveva seguito tutta la scena.
“Cercare una doccia in questo bordello! Ma la smetterai?” mormorò come epilogo. “Da adesso comportati e fai come quegli otto su dieci di cui ti ho parlato…”.
Rimisi al suo posto la mia trousse da bagno ormai incongrua, ripromettendomi che mi sarei lavato l’indomani alla stazione.

Il giorno dopo, alla stazione, non c’era traccia del marocchino che s’era proposto di trovarci un ingaggio come venditori di sigarette di contrabbando. Jeff, comunque, si ostinava. Ancora una volta, mi lasciò mettendosi in testa di trovare un modo di guadagnarci da vivere in quella città. Senza troppe illusioni lo lasciai fare e, fedele alla mia cappelletta, vi dormii un bel po’.
Quando ritornò, stravolto e trascinando i piedi, Dio sa con quale andatura, dovette arrendersi alla penosa evidenza che cominciava a ossessionarmi: poco denaro in tasca, niente prospettive di lavoro, nessun contatto in vista e, per completare il quadro, un alloggio infetto!
Di solito, uno solo di questi motivi sarebbe bastato a convincere anche l’individuo più irragionevole che era ora di cambiare il tiro.
Jeff, tuttavia, non ci pensò nemmeno. Non che fosse esageratamente testardo o irrealista, ma in lui la forza della speranza aveva preso il posto della realtà.
E così, non furono certo le mie ragioni o i motivi che addussi, a convincerlo a seguirmi a Roma, bensì l’inquietante notizia che ci accolse al nostro ritorno alla pensione: due dei nostri vicini africani si stavano affannando a raccogliere i loro bagagli; il terzo non c’era; la camera era in una condizione indescrivibile! Sorpresi da tale guazzabuglio e da tutta quella fretta, offrimmo il nostro aiuto e chiedemmo discretamente se fosse accaduto qualcosa di grave.
“Il nostro amico è stato arrestato dai carabinieri! D’improvviso, alla stazione” fece uno dei due uomini. “Se gli dà l’indirizzo della pensione siamo fottuti; ci sarà una retata stanotte!”
“E allora?” disse spavaldo Jeff con il tono da avvocato sicuro del fatto suo. “Passeremo la notte al distretto di polizia e poi, domani, dovranno darci un lasciapassare valido per due settimane… tempo sufficiente per vedere, venire…”.
“Noi il lasciapassare ce l’abbiamo già” rispose l’africano. “Sono passati più di cinque mesi…”.
I nostri vicini lasciarono velocemente la pensione.

Quanto a noi, buttammo le nostre cose nelle sacche e, non avendo la possibilità di andare altrove, attendemmo febbrilmente che i carabinieri venissero a cercarci, ci interrogassero e ci dessero i loro famosi lasciapassare…
Trascorremmo la notte fumando, organizzando un mucchio di stratagemmi e facendoci mille raccomandazioni…
Al posto della polizia era sopravvenuta la stanchezza!

L’indomani, mentre vagabondavamo nelle vie brulicanti di Palermo, rendendoci conto che effettivamente non avevamo molto da fare in quella città, Jeff fece svogliatamente il punto della situazione, ricontò il suo denaro, borbottò invettive, sembrava dubitasse del mondo, mi parlava vagamente del suo amico a Roma, e poi, più che altro per disperazione, si rassegnò a seguirmi…
L’autobus della Segeste lasciò Palermo diretto a Roma alle 18. Centomila lire per la sola andata. Non era certo regalato! Più costoso del treno. Ma non si deve prendere il treno quando si è clandestini! Si tratta di una precauzione elementare perché, è risaputo, gli accertamenti di identità sono più frequenti sui treni che sugli autobus…
Scegliemmo quindi la Segeste. Il mezzo era pieno. I turisti sfoggiavano le loro brave mappe, alcuni siciliani si confidavano parlottando fitto fitto Dio solo sa quali segreti; dei soldati si raccontavano a voce alta storie di sesso e di denaro; una musica sdolcinata riempiva il tutto di un’aria di vacanza. Non ci scomponemmo, il viaggio si annunciava di tutto riposo! Ah, un dettaglio che precedette la partenza: al momento di partire, due poliziotti si misero a osservare il veicolo; poi uno saltò a bordo, guardò i viaggiatori, parlò con l’autista e scese… Nel frattempo, anziché stare attento ai veri protagonisti della scena, Jeff non aveva smesso di pizzicarmi la mano e di guardarmi negli occhi come se fossi stato un veggente…

“La paura dei gendarmi è l’inizio della…” gli bisbigliai stupidamente all’orecchio.
“Chiudi il becco!” mi rispose con rabbia.
“No! Non è una frase mia; è un modo di dire…”.
“Va a farti…”.
All’inizio dell’autostrada, mi mollò la presa delle braccia e abbassò la guardia per poi gratificarmi di un sorriso luminoso che è tipico di alcuni convalescenti alla fine di una febbre perniciosa. Scartammo le nostre vettovaglie; ci dividemmo il succo di frutta, mangiammo, con l’anima in pace e le palpebre che si socchiudevano. La vita – specie quella di un clandestino – offre sempre qualche piccolo istante di una felicità semplice e tranquilla; bisognava essere là per gioirne. Avevamo una decina d’ore davanti a noi; ero deciso ad assaporarmele una a una.
Adesso, il famoso stretto di Messina mi svegliò bruscamente da quella beatitudine sommaria nella quale avevo cominciato a calarmi. Il traghetto gigante trasportava da una riva all’altra vetture, autobus, treni e camion producendo un tal baccano che era fuori discussione mettersi a dormire! Senza contare poi che il paesaggio (vuoi industriale, vuoi marittimo) di quello stretto valeva la pena di essere visto. Ne seguì che lasciai perdere qualsiasi idea di dormire e mi misi a contemplare il genio italico all’opera davanti ai nostri occhi, con le sue immense gru, i suoi macchinari complessi e i suoi uomini ingegnosi. Laggiù, a due chilometri appena, avremmo potuto vedere fisicamente il Nord e il Sud apparire, girarsi le spalle, collaborare e ignorarsi. A sinistra la Sicilia… agricola, povera, popolosa… A destra già l’Europa…
Quella brutale contrapposizione dei due mondi – così percettibile a Messina – mi aveva tolto fino all’arrivo a Roma tutte le speranze di riposare. Quello che mi impedì di dormire era stata la brusca sensazione che, lasciando la Sicilia e mettendo piede sul continente, saremmo passati da una civiltà a un’altra. Ci saremmo veramente spostati da una terra familiare a un mondo estraneo. A Messina – come dirlo a Jeff? – l’Oriente finiva davvero; cominciava l’Occidente. Sia per il peggio che per il meglio. Dovevo dire al mio compagno che da quel momento le cose si sarebbero fatte serie? Dovevo avvertirlo che ormai noi saremmo stati dei neri a casa dei bianchi, degli arabi fra gli europei, dei musulmani fra i cristiani, dei poveri fra i ricchi, dei disoccupati in mezzo ai lavoratori, dei senzatetto fra i possidenti, dei sottosviluppati in mezzo agli evoluti, dei premoderni fra i postmoderni? Sì! A denti stretti cercai di elencargli queste dicotomie affinché comprendesse che a Roma, Milano, o Lione, non avrebbe più avuto la stessa accoglienza quasi fraterna di Palermo. Le parole tuttavia non uscivano. No. Tanto peggio! Non gli avrei detto nulla. Non avevo nemmeno il diritto di abbattergli il morale. A ogni modo, con o senza di me, avrebbe avuto mille occasioni di rendersi conto (in positivo e in negativo) di quanto ci distingueva dal Nord nel momento in cui saremmo stati a…

Roma. Stazione Termini. Martedì, ore 7.
A dire il vero, mentre adesso nella tranquillità del mio ufficio scrivo “martedì”, mi rendo conto che cito il nome del giorno solo per comodità, o forse semplicemente per ritrovare oggi un qualche riferimento a una specie di normalità, quella che permette a un uomo normale di riconoscere i giorni della settimana, di distinguere i periodi di lavoro, i momenti di pausa, le piccole vacanze, le ferie vere e proprie… In breve, quella temporalità della comune vita sociale che apprendiamo fin dalla scuola materna. Quell’“uso” del tempo che ci schiavizza ma nello stesso tempo ci libera in funzione di una sorta di routine, un’inconscia adesione al ritmo della società circostante.
A dire il vero, l’arrivo a Roma in quel mattino brumoso di fine marzo avrebbe potuto essere di martedì come di sabato, lunedì o giovedì! Che importanza poteva avere, in fondo, per due clandestini che nessuno attendeva da nessuna parte e ai quali, al contrario, tutto preannunciava che erano degli indesiderabili? Tutto! Compreso l’autista del taxi al quale avevamo chiesto dove si trovasse il quartiere di Trastevere. Aveva aperto una portiera pensando che volessimo infilarci nella sua vettura, ma non appena si accorse che non era quella la nostra intenzione, ci maledisse riversandoci in faccia quei vocaboli italiani per i quali non c’è alcun bisogno di traduzione.
Dopo parecchi caffè, decidemmo di incamminarci.
Ma verso dove?
Il quartiere e la strada segnati sul foglietto di Jeff potevano trovarsi tanto dietro la stazione quanto in una indefinita periferia…
Camminammo dritti avanti e, sia ben chiaro, dopo un’ora di marcia forzata ci ritrovammo a qualche passo dal nostro punto di partenza, perché le strade e i viali di Roma avevano il cattivo gusto di curvare e svoltare a nostra insaputa.
Acquistare una carta della città!
Jeff torse il naso per questa spesa imprevista, ma infine l’ebbi vinta. La carta, tuttavia, non servì a nulla. Certo che indicava Trastevere! Un labirinto di vie e piazze. Ma non la nostra via! Brutto presagio! Non mi sono mai piaciute le vie che non compaiono sulle guide ufficiali. Niente però era ancora perduto. Grazie alla nostra piccola mappa potevamo almeno orientarci un po’. Sapevamo almeno da che parte incamminarci e come ovviare all’inganno delle curve. Dopo altre due ore di marcia ci ritrovammo in un quartiere che sembrava spuntare da un film di Fellini. Tram mussoliniani. Personaggi che sembravano appartenere più a Cinecittà che a un luogo normale. Una moltitudine di parrucchieri. Trattorie e tabaccai traboccanti. Mercati di ortaggi e fiori. Un’indubbia povertà raddolcita però da una promiscuità permanente, un continuo stare gli uni accanto agli altri, un’allegrezza calorosa e confortante.
Nessuno, comunque, seppe indicarci la via!
Probabilmente Jeff aveva trascritto male il nome oppure, più facilmente, gli avevano dato un indirizzo fasullo.
Non si raccapezzava! Si affannava:
“Com’è possibile! Ma com’è possibile! È un amico; non ha potuto raccontarmi delle storie! In nome di Dio! Non ha potuto mentirmi!”
Nel codice d’onore di Jeff era chiaro che gli amici non potevano mentire in alcun caso. Tentai di fare battute idiote per convertirlo a una visione più relativa e umana dell’amicizia e dei suoi costumi; niente da fare. Jeff iniziò a vivere il suo primo disinganno. Si adirò. Il solo pensiero che un amico potesse dare un indirizzo falso non era ancora entrato a far parte dell’universo mentale del mio giovane compagno. Ci pianse quasi. E ne aveva ben donde! Da quell’amico non dipendeva soltanto il nostro soggiorno nella città eterna, ma anche buona parte dell’avvenire di Jeff. La sua possibilità di arrivare in Francia. La sua iscrizione all’università. Il suo possibile lavoro in Italia. Quel tanto di denaro che serviva a proseguire il viaggio. In breve, senza esagerare, posso assicurare che da quel pezzetto di carta spiegazzato, che cominciava a insozzarsi di sudore, dipendeva la nostra sopravvivenza.

Tutti quelli che poggiano tranquillamente il loro sedere in un qualunque ufficio, o in un austero salotto, non possono assolutamente sapere che cosa rappresenti un indirizzo sgualcito nelle mani di un clandestino. Per quelli che sono sempre sicuri di poter mangiare ogni giorno e di trovare alla sera il loro piatto di minestra e il loro letto pronto, è del tutto inimmaginabile calarsi nello smarrimento provato da Jeff in quel momento. E Jeff, in quella giornata, clandestino dalla testa ai piedi, non era affatto identificabile con quel banale dato statistico che vede accapigliarsi i politici sulla scia di un non meglio distinto fenomeno sociologico sceverato fino all’osso dai ricercatori; la sua situazione era quella di un uomo sgomento, l’inizio di una deriva, la spiaggia dove potevano arenarsi tutte le speranze. Non potevo più scherzarci sopra perché, rispetto della sua delusione, il destino della mia avventura non rappresentava, in verità, che un’insignificante peripezia. Decisi di entrare senza indugi in un posto di polizia, al fine di sviscerare il mistero di quell’indirizzo da fonti più attendibili.
Il caso volle che non fosse necessario affrontare il nemico nella sua tana, perché là c’era una caserma dei vigili del fuoco.
“In nome di Dio!” gridai: se gli stessi vigili del fuoco non avessero saputo nulla di quella via, mi sarei fatto papa!
La conoscevano!
Non si trattava allora di un indirizzo fasullo!
Jeff… l’amico… Roma… il futuro… noi… Tutto divenne reale in un batter d’occhio!
Ci avventammo, quasi volando, verso il mercato delle pulci di Porta Portese. Vi trovammo la pensione, ma non l’amico!
Discrezione propria degli affittacamere in nero o buonafede? La signora non ci sapeva dire neanche dove fosse andato ad abitare.
“Sì, ha alloggiato qui per parecchie settimane” ci disse “ma ha trovato di meglio e più vicino al suo lavoro, così ha traslocato…”.
“Dove possiamo trovarlo?”
“Ah! Non molto lontano! A Porta Portese… Piazza Navona… Piazza di Spagna…”.
Non sapevamo, allora, quale fosse la distanza che separava quei quattro angoli di Roma!
Ma che importava quanto si sarebbe dovuto camminare e la fatica che ne sarebbe derivata!
La cosa fondamentale non era in fondo rintracciare il nostro futuro consigliere? E allora? Camminare un po’ più o un po’ meno…
Eravamo felici!
Certo, non avevamo ancora visto l’amico; eravamo ben lontani dall’averlo trovato, ma eravamo contenti. Credo si trattasse di quella stessa felicità che provano gli astronauti quando la base li informa come la procedura di ritorno sulla terra sia stata avviata. Si trovano ancora a migliaia di chilometri dalle loro case, il viaggio è ancora lungo e può essere pericoloso, ma il ritorno sulla terra è iniziato…
Partecipammo entrambi della stessa gioia perché l’amico di Jeff era là, a Roma, ed era un po’ come sentirsi a casa.
Prendemmo domicilio presso la signora.
La donna e Jeff contrattarono duramente e la pigione per tutti e due si attestò a 150 mila lire la settimana.
“Pagamento anticipato!” gridò l’affittacamere e, come la cosa non la riguardasse, ritenne utile precisare che, per quel prezzo, avremmo avuto egualmente diritto a una doccia.
“Una doccia alla settimana! Ma niente donne e prostitute a casa mia. E neanche droga! E non mettetevi a cucinare!”
La camera era cieca. Si trattava più di uno sgabuzzino che di una vera stanza. Letti bassi e scomodi. Lenzuola rattoppate e coperte sottilissime, da asceti. Il tutto grigio. Ma dopo tutto era accettabile. Avremmo saputo più tardi che i nostri vicini di pianerottolo erano somali (quattro in una stanza) ed egiziani (due in un’altra). In tutto otto pensionanti in un piccolo appartamento miserabile e buio. La nostra gentile affittacamere e suo marito, dunque, dovevano sopravvivere con il solo introito garantito da quel piccolo alloggio di quattro stanze situato al pianterreno di quello stabile in rovina in uno dei quartieri più insalubri di Roma…
Andammo a dormire a metà pomeriggio per risvegliarci alla mattina del giorno dopo. Avevamo freddo. Le coperte erano poco più che lenzuola. L’umidità corrodeva i muri e i corpi. Ma non era troppo grave. Cominciavamo a recuperare la mancanza di sonno accumulata a cominciare dal viaggio in barca.
Non so quale sia stato il pretesto che spinse la nostra amabile affittuaria a rifiutarci la prima doccia. Forse era un po’ presto e la doccia veniva concessa ai pensionanti solo dopo un periodo di prova. In ogni caso, dovemmo raderci e fare una toilette sommaria in cucina, davanti all’acquaio.

Verso mezzogiorno ci incamminammo alla ricerca del nostro contatto per esporgli prima possibile le nostre necessità: lavorare (Jeff), avere informazioni precise sulle leggi e sulle procedure italiane in materia di immigrazione (io), conoscere i canali per avere in prestito del denaro (Jeff), avere un contatto per passare in Francia o Svizzera (io)…
Facemmo due o tre volte il giro completo del mercato delle pulci di Porta Portese. Era un luogo magico! Parlarne qui sarebbe del tutto assurdo, da quanto il discorso richiederebbe di essere sviluppato, con descrizioni e incisi. Nondimeno, vale la pena ricordare almeno questi tre punti:
1) È quasi certo che due terzi dei venditori là presenti sono clandestini.
2) È praticamente sicuro che tutta la mercanzia in vendita lo è.
3) È chiaro che quel luogo svolge un servizio utile a tutti e soprattutto ai poveri e ai disoccupati sempre più numerosi a Roma…
Dopo molti interrogatori e un muro di diffidenza che dovemmo superare, un rigattiere magrebino ci disse che il nostro uomo doveva trovarsi certamente in Piazza Navona. Lavorava la domenica al mercato delle pulci e il resto della settimana a Piazza Navona. Ma cosa ci faceva? Il nostro informatore aveva appena avuto il tempo di prender fiato per darci la risposta che Jeff mi aveva già fulminato: continuavo ancora a far domande, non avevo capito che era sconveniente…
Ci mettemmo dunque alla ricerca dell’amico come i disoccupati si recano da Manpower. Salvo che, era logico, il nostro futuro collocatore non aveva né un ufficio, né un’insegna sulla strada, mentre noi dovevamo rincorrerlo da una parte all’altra di Roma nella speranza di incontrarlo.
Non c’era verso di trovarlo, ma in compenso scoprimmo a Piazza Navona, Piazza di Spagna e Piazza di Trevi una fioritura di mestieri insoliti, un sacco di professioni di cui personalmente ignoravo sia l’esistenza che il nome: acconciatore di cavalli alla moda dei rasta, domatore di piccioni, “mescolatore” di carte, cambiavalute che converte le banconote in spiccioli per i turisti desiderosi di gettare qualche monetina nella fontana di Trevi, convogliatore di turisti giapponesi… Imparai molto velocemente che queste tipologie di mestieri non erano del tutto improvvisate o lasciate alla libera scelta dell’imprenditore. Le corporazioni erano più o meno organizzate sulla base di criteri quali l’anzianità, il controllo di una fetta di territorio, la nazionalità, la visibilità… In questa gerarchia, trovammo anche degli italiani (che sembravano detenere il monopolio delle fruttuose attività di ritrattisti, musicisti…), insieme a cingalesi ed egiziani (che occupavano il settore dello smercio di frutta secca e di popcorn…) e anche a magrebini (che facevano i parrucchieri ambulanti, i cercatori di taxi, gli sguatteri…).
Pochi mendicanti! Nessuna parvenza di gente rassegnata o che si lasciasse andare! Straordinaria e ammirevole capacità di superare la miseria e di recuperare dalla vita tutto quello che poteva offrire! Gloriosa e inesauribile inventiva degli esseri umani! Ed ecco che, proprio mentre gli economisti e i politici ripetono a colpi di argomentazioni complicate e di cifre più o meno credibili come in Europa sia ormai più che finito il tempo dell’impiego fisso, migliaia di uomini e donne (e fra essi moltissimi illegali) creano mille e un modo per trovarsi un lavoro, un impiego, una qualsiasi attività e guadagnarsi il pane quotidiano. Senza aspettarsi nulla dallo stato né dal mercato, si inventano un lavoro, si creano il loro posto e investono tutto quanto in loro possesso fino a crearsi un avvenire, o almeno a darsi un presente…
In ogni caso, per quanto riguarda i sans-papiers, durante tutto quel loro volontario vagabondare non ne ho visto uno solo che rimanesse inattivo o senza speranza. Certamente tutti facevano trasparire la loro rabbia verso le leggi, le pastoie e gli insopportabili pregiudizi, ma non ce n’era nessuno che avesse dubbi sulla vita. Un giorno, tutti ne erano sicuri, l’avrebbero trovata. Nel frattempo, tutti si davano da fare per accumulare qualcosa per il futuro immediato, per costruirsi un po’ alla volta qualcosa che rassomigliasse a un avvenire.
Quello era precisamente il caso del nostro amico.
Sulla trentina, sguardo fiero, passo elastico, laureato in matematica, proveniva da una famiglia abbastanza agiata, ma, da più di un anno “hitiste”(4) ad Algeri, sognava di proseguire ancora gli studi (fare un dottorato); non aveva ottenuto nessun visto per un paese europeo. Stanco di vivere ancora in casa e senza una prospettiva di assunzione, nonostante la sua formazione universitaria, decise un giorno di “tentare la frontiera”.
Prima ancora di raccontarci le molte peripezie del viaggio che l’aveva condotto a Roma (l’avrebbe fatto in seguito), ci rese partecipi della sua intenzione di sposarsi e forse anche di riprendere gli studi. In ogni caso, sembrava molto indaffarato e pareva lavorasse sodo (tutte le sere in una pizzeria, la domenica a Porta Portese e alcuni giorni a distribuire volantini pubblicitari nelle cassette delle lettere).
“Vergogna, figlio del mio paese!” scoppiò a ridere Jeff, “toglieresti così il pane di bocca agli italiani! Mentre migliaia di poveracci sono qua a patire la disoccupazione, tu, tu ti guadagni il pane con tre lavori!”
Il sabato ci condusse a visitare la sua Roma. Un dedalo di strade di cui solo un iniziato conosce la configurazione esatta. Gironzolammo guidati da lui per le viuzze tranquille, le piazze ombrose, le corti interne propizie ai flirt e ai traffici. La Roma dei neorealisti italiani incrociava qua e là personaggi felliniani. Le prostitute dalle anche opulente mostravano le loro cosce davanti ai bracieri. Falsi handicappati facevano corse infernali sulle sedie a rotelle. Zingari impomatati mimavano Madonna e Michael Jackson. Veri mendicanti si contendevano angoli di marciapiede… Le scale che percorremmo non furono quelle dei musei o dei monumenti, ma quelle che ci portarono a vedere una popolazione di facce cordiali e di sorrisi complici. A ogni fermata, un caffè annaffiato di consigli e informazioni. Qui, l’indirizzo di una casa occupata. Là, il nome di un prete amico. Qui ancora, le coordinate di un’impresa che ingaggiava sans-papiers. Là, una raccomandazione per una signora specializzata nei matrimoni bianchi…
L’arte di arrangiarsi come modo di vita. L’eterna solidarietà dei poveri con i poveri…

Calda e soleggiata, l’ora della siesta ci spinse dolcemente verso Piazza di Spagna. Le sue scalinate, grazie al Cielo, erano gratuite e di libero accesso, e noi ci installammo senza scrupoli o vergogna. Sicuri di noi e del nostro aspetto decoroso. Felici fra felici. Vedemmo qualche képi e qualche uomo in uniforme, ma niente che potesse turbare l’atmosfera tranquilla della siesta romana. Ci immedesimammo subito in quell’aiuola variopinta. Infatti, grazie a non so bene che sorta di extraterritorialità, quelle gradinate non avevano l’aria di essere esclusivamente italiane. Nel loro naturale cosmopolitismo, sembrava appartenessero a chi le occupava. A ogni modo, in quel giorno sembrò rivelassero ai miei occhi un singolare spazio di libertà che incontro ancora qua e là, e dove l’idea stessa del visto non può che essere di cattivo gusto.
Volevo far parlare ancora la nostra guida delle leggi e delle pratiche italiane in materia di immigrazione. Mi aveva talmente riempito di dettagli precisi che finii per chiedermi come un matematico fosse riuscito a familiarizzare con una materia così secca e arida qual è il diritto e soprattutto con le sue parti più difficili: il diritto pubblico e il diritto comparato.
“L’Italia” mi disse “non possiede ancora delle vere e proprie leggi sull’immigrazione. È solo da poco (con un governo di sinistra) che le cose hanno cominciato a organizzarsi. È a causa della pressione della destra (che fa dell’immigrazione il suo cavallo di battaglia), dell’opinione pubblica (che nella stragrande maggioranza è ostile agli immigrati) e dell’Europa che il Parlamento italiano sta discutendo una legge particolarmente dura per gli immigrati, specie per gli ultimi arrivati. Per ora, le misure che regolano questo dominio sono ancora favorevoli agli stranieri. Così, per esempio, il visto per l’Italia è relativamente più facile da ottenere che per la Germania o la Francia. Basta avere un qualsiasi motivo, l’invito di un corrispondente del luogo, un biglietto di ritorno e un po’ di denaro. Se hai qualcuno che ti ospita sul posto, lo spaventano un po’ raccontandogli che è responsabile delle tue spese, ma in verità nessuno bada a queste disposizioni. In ogni caso, non sono necessari certificati d’alloggio, né controlli del comune, né tutte le complicazioni francesi. Il matrimonio con un’italiana ti dà automaticamente il diritto a un permesso di soggiorno che puoi trasformare in domanda di naturalizzazione già sei mesi dopo il matrimonio. In merito ai clandestini, esiste pure una legge votata nel 1992, ma è quasi inapplicabile. È la famosa legge Martelli. Secondo quel testo di legge, un clandestino fermato dalla polizia deve entro 15 giorni lasciare il territorio nazionale… a sue spese… Il clandestino ha perciò tutto il tempo necessario a svanire nel nulla… o a trovare un lavoretto… almeno per pagarsi il biglietto di ritorno… Contrariamente alla Francia o alla Svizzera, comunque, l’Italia non conosce la reclusione amministrativa per gli espulsi; non esiste insomma, un centro di raccolta per i clandestini. E ci sono spesso anche delle amnistie, come dire delle approssimative regolarizzazioni per quelli che hanno avuto la fortuna di trovare un lavoro. Ne segue che tu, a tutt’oggi, hai la possibilità di ottenere, un giorno o l’altro, dei documenti ufficiali.
“Ma tutto ciò sta cambiando.
“Si parla di allineare subito la legislazione italiana a quella degli altri paesi dell’Unione. Adesso, lo sai bene, ci sono stati degli irrigidimenti in tutta Europa. Così, si dice che sotto la spinta della Germania e della Francia, i paesi che hanno ancora una legislazione piuttosto morbida (come l’Italia, la Grecia o la Spagna) si stiano ormai apprestando all’entrata in vigore di Schengen: che significa fermare e allo stesso tempo proibire l’immigrazione. Così, in Italia stanno per introdurre la detenzione cautelativa degli espulsi. Quindi li parcheggeranno in quei famosi centri che sono la vergogna di paesi come la Francia o la Gran Bretagna…”.
Senza acredine, l’amico aveva imparato a memoria l’insieme delle leggi italiane in merito all’immigrazione. Bisognava agire!
Ma il suo incubo volgeva alla fine. Non aveva più bisogno di sceverare ordinanze e regolamenti. Stava per approfittare dell’attuale momento italiano per entrare all’università e prepararsi, inoltre, anche al matrimonio con una napoletana. Di che colore sarebbe stato il suo matrimonio? Lo prendemmo un po’ in giro, apprezzando la sua imperturbabilità, la sua rettitudine e il suo buon senso; non avevo dubitato per un istante che il suo fosse un matrimonio d’amore e non di convenienza, uno di quegli affari infamanti e a pagamento che sono chiamati “matrimoni bianchi”.

La domenica preferii lasciare che i due amici stessero fra di loro e andai a gironzolare per conto mio. Certamente i due compari avrebbero avuto mille cose da raccontarsi e, d’altra parte, anch’io avevo bisogno di starmene un po’ per conto mio a riflettere sull’andamento delle operazioni. Come proseguire quest’avventura? Dove andare dopo Roma? In Francia? In Svizzera? In Austria? Caspita, non lo sapevo proprio! Valeva la pena almeno di pensarci in astratto, come se mi fossi recato in un’agenzia di viaggio a consultare i depliant delle vacanze! Niente di tutto ciò poteva dipendere dalla mia decisione. Tutto stava nelle mani della mia guida e della cerchia dei suoi appoggi. Avrebbero potuto spedirmi in Costa Azzurra come in Tirolo! Bisognava essere pronti! In ogni caso, non ero ancora arrivato alla fine di quel viaggio e delle sue emozioni. Avrei dovuto abbandonare comunque Jeff e il piccolo clan che formavamo; dire la verità come stava (come l’avrebbero presa?); mettermi nella condizione di attendere buone o cattive sorprese; prepararmi a incontrare nuove facce; ammansire un nuovo stuolo di contatti; sborsare ancora del denaro…
Libertà e dipendenza: ce n’è di che filosofare su questo paradosso della condizione umana, e non è certo meno faticoso viverlo! I sedentari che si beano della comodità della sicurezza e della protezione della legge si sono già sistemati; ma che dire di quelli che hanno scelto l’alea della strada clandestina? Per loro non c’è mai nulla che allevi il peso del paradosso. Ossessionati dal loro grande sogno di indipendenza, in definitiva non fanno che vedersi tessere attorno migliaia di fili che gli si attaccano addosso e li paralizzano. Spesso incespicano proprio là dove credono di prendere il volo; si piantano sempre dove avevano pensato di poter infrangere gli ostacoli. Il più piccolo disguido per loro è un dramma: un affittacamere bisbetico, un poliziotto più curioso degli altri, un’informazione mal interpretata, i capricci di un passeur… In breve, se il paradosso della libertà e della dipendenza è un luogo comune, diciamo allora che i clandestini ne hanno ereditato la parte più onerosa. Che la finiscano allora! Che smettano di brandire le loro energie in vista di una minima speranza! Dopo tutto, uno è ancora libero di dare forfait e mettere fine al suo viaggio! Oh, certo, amici ben pensanti! Voi sembrate essere persone di buon senso. Ma sul campo non primeggia il buon senso, ci sono le vie obbligate! Così, supponiamo che, per stanchezza e disgusto, un clandestino decida di fare marcia indietro, anche questo sarebbe nuovamente difficile da realizzare: mancanza di denaro, drammatica sensazione di fallimento, problemi da affrontare sul posto, impossibilità di recuperare il denaro investito nell’avventura… In una parola, l’illegale che si dà per vinto non è più solo un avventuriero che annuncia scioccamente il suo ritorno all’ovile; la sua è un’impresa che va a pesare sul bilancio della sua vita, egli diventa un impresario che riconosce il suo fallimento. Chi, dopo aver tanto investito, accetterebbe facilmente la fine del suo affare?

La stanchezza cominciò a pesarmi. Temevo il suo arrivo più della paura: è lei quella che assottiglia la forza distillando dal cuore dell’avventura il veleno del dubbio. Si sa, la stanchezza è per il clandestino una piccola morte che riempie i battelli del ritorno senz’altro più degli arresti e delle espulsioni. Dovevo premunirmi.
Ma dove avrei trovato l’energia indispensabile?
A San Pietro!

Come se l’istinto di sopravvivenza mi avesse ordinato di riprendere le forze dal mito dell’apostolo che battezza, incominciai a camminare senza davvero comandare i miei passi verso la grande basilica. Pietro – l’apostolo del santità fuori dalle leggi, che aveva fatto dell’illegalità una fede e della compassione una religione – mi avrebbe sicuramente offerto sollievo alla pesantezza di quei giorni.
La piazza – ahimè! – sembrava più un mercato che il sagrato di una chiesa. Sotto gli sguardi lontani delle statue, sembrava di farsi strada in mezzo ai mercanti del tempio, i giapponesi un po’ brilli e gli americani in calzoni corti. Neanche la parte interna della chiesa era risparmiata. Un continuo brusio di risate e scoppi di esclamazioni. Flash accecanti. False preghiere. Vera negligenza.
Lasciai la Pietà a coloro che la fotografavano e mi sedetti su uno dei banchi davanti al coro. Il sole stava lentamente tramontando. Se ne potevano seguire i raggi dorati nello scintillio che producevano sulle colonne e i rosoni. L’ora era dolce. Incominciai ad assopirmi, ma non certo a dormire. Socchiusi pure gli occhi e mi lasciai avvolgere teneramente nelle dolci armonie di un organo che annunciava la funzione della sera. Le navate si riempirono; si fece silenzio; un coro di bambini intonò un cantico…
Nulla di più familiare e di più enigmatico che la preghiera – è l’aspirina dell’anima – mi stava dando sollievo…

Lunedì mattina, come la maggior parte dei lavoratori di questa città, ci preparammo a incominciare una proficua giornata all’insegna dell’operosità. Non sarebbe stato solo il caso a decidere dei nostri giorni visto che, il giorno prima, la nostra guida si era impegnata a organizzare per noi molti incontri e a presentarci un certo numero di contatti.
Stavamo su una piccola nuvola rosa! Risveglio tutte le mattine canticchiando. Battute salaci. Caffè ristretti. Grandi croissant. Dolci al miele. La ridda delle mattinate. Passi rapidi e decisi. Al diavolo le vene varicose! Eravamo in via di normalizzazione. In apparenza, comunque, avevamo le stesse preoccupazioni di chiunque: un lavoro, un alloggio, qualche lira…
Oggi, ripensando a tutto ciò, mi accorgo che la nostra guida non solo ci aveva offerto un porto d’attracco e un orecchio attento (cose per le quali si era già meritata in pieno la nostra riconoscenza); ma, oltretutto, ci aveva anche dato modo di ritrovare una temporalità un po’ più normale; intendo dire, cioè, un modo reale di impiegare il nostro tempo, con giornate riempite di incontri, di itinerari da percorrere, di gente da incontrare, di affari da regolare. In breve, una vita un po’ meno sconclusionata. Una reintegrazione nel ritmo del tempo sociale! Sfogliare di nuovo un calendario! Come ci rinvigorì! Bisogna aver vissuto le ore nella maniera vuota e agitata dei clandestini per apprezzare il vero valore di questo regalo che l’amico nostro ci fece. Bisogna aver conosciuto la frustrante vacuità dei giorni inutili per poter comprendere quanto, a quel punto, la routine quotidiana potesse essere dolce e confortevole. Alzarsi la mattina, bersi un caffè, leggere il giornale, andare al lavoro, pranzare, ritornare al proprio posto, ritornare a casa, sbrigare le mille e una cose della giornata… Difficilmente si ammette che questi gesti familiari facciano parte di noi, siano per noi… Senza di quelli, saremmo davvero membri di una comunità? Non è forse proprio questo rituale, in definitiva, che ci identifica un poco? Abitudini piccolo borghesi? Alienazione? Tristezza opprimente dei giorni sempre uguali? Gesti e fatti di routine che riempiono la vita e massacrano l’immaginazione? La pensavo così, prima. Come tutto il mondo, sognavo anch’io di rotture audaci e di vasti spazi di tempo libero, libero, senza alcun calendario. Adesso, non so più davvero cosa significhi mantenere questi sogni. Mi domando se essi nel complesso non costituiscano un lusso supplementare che solo i ricchi e gli integrati nella società si possono permettere. Quel che è certo, è che tutti i miei compagni di sventura non avrebbero sognato, viaggiato, né affrontato le difficoltà e i pericoli se non proprio per poter godere, un giorno, proprio di questa routine e mantenerla tale serenamente senza che una legge o un decreto minaccino di strappargliela. Un’altra cosa certa è che i giorni in cui non sapevamo cosa fare ci apparivano più come montagne da scalare che come semplice tempo libero da impegnare. Non v’è dubbio, inoltre, che il nostro amico, offrendoci la possibilità di utilizzare in qualche modo il nostro tempo, ci restituì un po’ della nostra umanità.
Il nostro primo incontro importante avvenne in una moschea – in realtà, si trattava di un vecchio garage – dove ci trovammo accalcati in una quarantina di clandestini ad ascoltare un imam e discutere di un sacco di problemi pratici e urgenti: il modo migliore di coordinare gli sforzi con i militanti italiani contro il razzismo e l’inasprimento delle leggi sull’immigrazione, l’indirizzo di imprese che cercavano personale in nero, i nomi dei medici compiacenti… C’erano somali, libanesi, tunisini, marocchini, algerini e anche due italiani convertiti, i quali facevano del loro meglio per insegnarci come sopportare le terribili ingiustizie di Dio senza maledirle.

Senza ricadere nel romanticismo, mi resi conto che si trattava di un bella sensazione di fratellanza! Naturalmente, il luogo e il fervore che suscitava, la preghiera e i versetti del Corano appesi ai muri contribuirono parecchio alla nostra reciproca benevolenza, ma c’era qualcosa di più. Va detto che là si erano riunite per caso più di una quarantina di solitudini sovrapposte. Si era formata una specie di comunità. O perlomeno un senso di comunità dettato dal bisogno. Non era poi tanto male! Nel caso, sarebbe servita almeno a confortare ciascuno di noi e a strapparlo per un istante dal suo isolamento. Cosa niente affatto trascurabile! Sono così rare le circostanze in cui la compassione degli uomini supplisce a quella di Dio, che sarebbe ingiusto non evidenziare quella che noi abbiamo vissuto in un garage romano adibito a moschea…
Abituato ai giornali e a ai dibattiti tipicamente francesi sull’Islam e sulle sue molteplici infiltrazioni, mi aspettavo di trovare qualche proselito barbuto e minaccioso. Non ne vidi nessuno. O almeno non lo seppi riconoscere. Certo, all’uscita dalla moschea, tre o quattro personaggi ci consegnarono dei volantini in arabo che denunciavano le atrocità in Algeria (i volantini non specificavano di che atrocità si trattasse); un giovane ci tenne un lungo discorso sulle “scappatelle” saudite, sulla “strategia” statunitense, sul “coraggio” degli iracheni, sul “tradimento” palestinese e fece molte altre considerazioni geopolitiche sullo stato generale di questa valle di lacrime dove noi tutti sguazziamo… Tuttavia non sembrava affatto quel tipo di militanza pura e dura di cui parlano spesso i media; e ancora meno somigliava a un reale tentativo di inquadramento.
Mentre ci si incamminava verso un’altra riunione, l’amico di Jeff trovò il tempo di spiegarci in che modo tutti questi discorsi sulla situazione generale dei musulmani nel mondo passassero tranquillamente sopra le teste dei sans-papiers, i quali, in Italia, avevano ben altro cui pensare che non alla famiglia regnante in Arabia Saudita o agli accordi di Oslo…
“La gente, qui” ci disse, “non pensa che alle prossime misure amministrative, a regolarizzare la propria posizione prima della svolta prevista, a ottenere i documenti, a trovare un lavoro, un alloggio, qualche soldo… Tutto il resto per loro è solo vago, astratto…”.
I fondamentalisti?
Ne conosceva, certamente, ma non era fra i clandestini che se ne potevano trovare – perché questa specie è per sua natura sempre in movimento, instabile – bensì si trovavano presso coloro che ormai si erano installati. In Italia, ci assicurò, i militanti islamici sono essenzialmente uomini di passaggio che vengono a stabilire contatti con i residenti regolari.
“D’altronde” ci disse, “ai militanti islamici non piacciono molto i clandestini, che sono considerati implicati nei traffici di droga e di prostituzione”.
Dandoci tutte queste informazioni, ebbe modo di raccontarci qualcosa di più della sua vita a Roma, delle peripezie che avevano infarcito il suo viaggio e dei veri pericoli che l’avevamo minacciato al suo arrivo coatto in Italia.
“Più che l’islamismo” ci giurò, “è la roba il vero problema. Sì, la droga. Bisogna viverlo di persona, non solo alla televisione”.
Si infervorò tanto nel parlarci di questo argomento che pareva gli stesse molto a cuore, proprio come se avesse da regolare lui stesso un conto particolare con quella sostanza.

Andavamo verso Termini; non aveva ancora smesso di parlare sul tema droga:
“Per forza di cose, sei immerso costantemente in un ambiente che oscilla senza tregua tra l’illusione e il naufragio. Sei venuto qui per raggranellare un po’ di denaro; bene, ti rendi conto molto velocemente che qui, più ancora che da noi, il denaro accorcia i percorsi. Tu remi, remi. Remi e vedi che quella maledetta grana fa sempre come l’orizzonte: sfugge a mano a mano che ti avvicini. Che fai allora? Ci pensi continuamente. Passi tutto il santo giorno a pensarci. Non fai altro. Come pagarti in fretta la pigione che scade? Come saldare i caffè? Come comperarti la pizza? Chi ti presterà cinquantamila lire? Se hai la fortuna di trovarti un lavoretto, ti andranno due o tre mesi di salario soltanto per rifondere chi te li ha prestati! E allora attorno a te, santo cielo, vedi dei compagni che non sono né più furbi né più svegli di te ma che hanno sistemato molto velocemente i loro problemi di pensione e di pasto. E si abbuffano bene e non certo di pizza. Si vestono impeccabilmente. Corteggiano donne che tu non oseresti neanche guardare. Insomma, sono arrivati qui al tuo stesso tempo, a volte dopo, e se la passano cento volte meglio di te! Allora cominci a rimuginare! Ti dici, non sono più stupido di questi ragazzi! Posso fare altrettanto! Sono loro i primi a ripetertelo. Sanno bene che ti stai rodendo nel tuo angolino. Ti prestano del denaro. Ti invitano a mangiare. E poi finiscono sempre col proporti di entrare nel loro giro d’affari. Ed ecco, ti assicuro che passi notti intere a rifletterci su! Entro? Non entro? Ci vado? Non ci vado? E allora, te lo garantisco, se non hai un briciolo di cervello, se i tuoi genitori non ti hanno regalato la bussola, finisci per entrarci. E addio! Che Dio ti protegga! In quegli affari sai quando ci entri, ma non sai mai quando e in che modo ne esci! Eccolo, il vero pericolo! Ma non mi hanno mai avuto! Mai! Neanche nei momenti peggiori mi sono lasciato coinvolgere in quei loschi traffici. In nome di Dio! È questo l’Islam, o no? Mai fare del male agli altri. Mai diffondere la porcheria attorno a te. Pazientare. Rimanere puliti”.
Poi ci raccontò l’esilarante storia del suo desolante e poco convincente debutto nella carriera cinematografica: una sera, non sapendo dove dormire, bighellonava nel grande atrio della stazione. Un uomo molto elegante, apparentemente ricco e importante, lo trovò e, dopo averlo osservato a lungo, lo avvicinò, lo invitò a bere un bicchiere e gli disse che a Cinecittà cercavano spesso delle comparse e nello stesso tempo dei nuovi attori. Gli spiegò che lui stesso lavorava in uno studio come responsabile del casting, si mise a osservare i tratti del suo volto, ad ammirare le sue spalle, a palpare un po’ i suoi muscoli, finché, a fine serata gli propose di scattargli delle foto a casa sua…
“Non volli andare fino in fondo” ci assicurò la nostra guida “vedendo chiaramente quali erano le intenzioni di quel signore…”.
“Che scemo!” esclamò Jeff morendo dal ridere. “Bisognava accettare, coglione, saresti celebre e ricco adesso! E noi con te! Non lo capisci? Il primo arabo a entrare a Cinecittà, e per giunta un clandestino! Il nuovo Marcello Mastroianni! Ma sei proprio stupido, in nome di Dio!”
Grazie al suo amico, Jeff, almeno, non avrebbe avuto bisogno di bighellonare negli atri delle stazioni né di rischiare di incontrarvi un adescatore vestito da impresario. La pizzeria dove lavorava la nostra guida l’avrebbe assunto entro qualche giorno. Avrebbe rimpiazzato il suo amico che si preparava a cambiare lavoro, a traslocare e a sposarsi.
Rimaneva da trovare un nuovo alloggio per Jeff (da Porta Portese a Termini bisogna attraversare tutta la città) e da risolvere il mio problema (come lasciare Roma e per dove?).
Tutto questo poneva molti dilemmi in una volta sola.
“Ogni cosa a suo tempo!” ci promise saggiamente la nostra guida, che ci offrì quella sera pizza napoletana, pasta ai frutti di mare e del Chianti, che sarebbero stati trattenuti sul suo successivo salario.
Ogni cosa a suo tempo: saggio e biblico adagio. Nobile e ammirevole qualità dei popoli ben strutturati. Quelli che sono sicuri di sé, del loro domani, dei loro orologi e dei loro simili. Quelli che vivono con i calendari, gli orologi e le agende. Quelli che frequentano dentisti, banchieri, esattori, colleghi, i loro simili e le loro amanti. Quelli che hanno un passaporto, una busta paga, un visto, guide turistiche, biglietti del treno e della metropolitana. In una parola, quegli uomini che stanno fra gli uomini, che possono permettersi di alzarsi al mattino e sorridere alla vita perché fin dall’inizio la vita ha sorriso loro e che sanno di non dover affaticare i loro neuroni più del necessario per il buon andamento dei loro affari. Ma i sans-papiers? Questi uomini al margine della vita, senza documenti, senza un vero volto, senza un’identità visibile né abbozzata dal programma, possono permettersi il lusso di mantenere un proprio atteggiamento, un proprio sistema di vita? Ecco qua, ancora un sogno inaccessibile! Perché poi, sono in fondo cose adatte a un clandestino? Bisogna sapere fin dall’inizio che per il clandestino “quelle cose” non saranno mai presenti tutte insieme in un determinato ordine, secondo una cronologia o una qualche coerenza: all’inizio il viaggio, poi le carte, poi il lavoro, poi il denaro, poi l’alloggio, poi… poi… e infine… No. Per un illegale, questo sistema – quello della gente comune – non solo non funziona, ma è semplicemente inconcepibile e, paradossalmente, non è reale! Difatti, se per l’uomo comune la realtà consiste nel sistemare i propri affari l’uno dopo l’altro, per il clandestino la sola via possibile consiste nel cercare di sistemarsi o subito o, al più, in un lasso di tempo disumanamente breve. Egli deve premurarsi di risolvere nel medesimo tempo tutto i problemi che pone la vita moderna: lavoro-alloggio-denaro-documenti, alloggio-denaro-documenti-lavoro, documenti-lavoro-alloggio-denaro. Mettete insieme queste cose nel modo che volete, ma vi scoprirete sempre una quantità di Scilla e Cariddi, una sequela di circoli viziosi e, per finire, una varietà infinita di drammi e sofferenze, di esistenze allo stato di brutte copie… Ora, quello che mi ha più sconcertato in questa traversata del calvario dei sans-papiers non è stata la quantità di problemi che dovevano risolvere; non è stato nemmeno il loro succedersi; è stato bensì il loro ammassarsi.
Ogni cosa a suo tempo?
In tal caso poteva trattarsi solo di una frase a effetto o di un’assurdità: un clandestino non è che un individuo al quale le cose (e gli uomini) non concedono mai del tempo.
Cambiammo di domicilio molto più velocemente di quanto previsto.
In verità fu uno scorpione a decidere del nostro trasloco.
Lo scoprimmo il martedì sera, che giocava come un bimbo sotto i letti. Peloso e veloce, correva da un materasso all’altro, si arrampicava sulle nostre sacche, si infilava nei calzini, spariva sotto i mobili, faceva finta di sparire, tornava indietro… Volevo eliminarlo; Jeff optò per la sua espulsione; passammo buona parte della sera a osservarlo e a enumerare le sue facezie. Quando fu ormai troppo tardi per svegliare i locatori e renderli partecipi della nostra sgradevole sorpresa, decidemmo che era meglio attendere l’indomani per fare le nostre rimostranze, inscenare un putiferio e, di botto, chiedere il rimborso spese della seconda settimana… A dire il vero, dal lato nostro ci andava bene, visto che Jeff aveva deciso di andare ad abitare a casa del suo amico e io di lasciare l’Italia…
Assaliti dalle nostre lagnanze, i locatori opposero la loro cattiva fede alla nostra e, forti della loro padronanza del terreno, passarono subito, all’attacco. Senza per altro badare alle nostre lamentele, il marito ci sciorinò mille e un rimprovero e ci insultò con tutti i sinonimi di uccello che l’Italia conosce. La moglie ci trattò da delicatini e da figli di papà (sic!) e si permise di dire che degli arabi avevano paura di un semplice ragno (ri-sic!). Si litigò a lungo sull’identità della bestiola, un banale ragno o un vero scorpione. Poiché voleva avere la coscienza pulita, Jeff decise di mostrare di che bestia si trattava. Ma per farlo era necessario ritrovarla! Si mise in ginocchio sui letti. Cominciò a scuoterli. Aprì i bagagli. Niente! Perfida, la cosa era sparita. La lite, invece, andava in crescendo. Noi annunciammo la nostra immediata partenza; il marito fece mostra di esserne felice. Noi esigemmo il rimborso integrale del nostro deposito; la donna sbottò a ridere. Minacciammo di chiamare la polizia; i due alzarono contemporaneamente le braccia al cielo. Jeff minacciò di rompere le suppellettili; la moglie acconsentì a trattare le modalità di restituzione. Noi volevamo tutto il denaro; l’uomo pretese di trattenere i due terzi. Noi accettammo di lasciargliene un quarto; loro miravano alla metà. Alla fine, dopo inutili chiacchiere e fiotti di ingiurie, finirono per averla vinta. Trattennero dunque la metà della somma e, chiaramente, ci buttarono fuori.
Eravamo in strada.
Per fortuna non era un dramma: il giorno precedente, infatti, ci si erano aperte molte porte. Fra queste, quella di una piccola parrocchia cattolica a due passi da Palazzo Farnese. A un tiro di schioppo dalla chiesa del Gesù. Per due giorni quella parrocchia fu per noi un vero faro e i suoi parrocchiani una bella luce. C’erano parecchi uomini, donne e bambini. Una buona cinquantina di stranieri. Per lo più musulmani. Non tutti erano clandestini, ma quasi! I rifugiati regolari frequentavano quella parrocchia per abitudine. Degli altri, quelli che chiedevano asilo, vi cercavano un consiglio per districarsi nei dedali impietosi della burocrazia italiana. I sans-papiers come noi in cerca di un qualche lavoro, vi andavano per una tazza di tè o per qualche indirizzo. Fatti salvi i parrocchiani dell’Urbe che fungevano da tramite, gli altri non si immischiavano: o restavano fra loro, o ripiegavano su un atteggiamento timido e prudente… Come se, da una certa dose in poi, percepire il malessere degli altri rendesse se non egoisti, almeno egocentrici… Eccetto i somali, che parlavano tra di loro quasi gridando, gli altri sussurravano o se ne stavano silenziosi. La sofferenza ha il suo pudore, bisogna decifrare gli sguardi per poter comprendere la sola e ansiosa domanda che tutti si ponevano: quando sarà finito tutto questo?
Approfittando vigliaccamente di quest’atmosfera che sfiorava l’autismo, presi da parte il mio compagno e gli annunciai la decisione di riprendere prima possibile la mia strada verso la Svizzera o la Francia. Poi, cogliendo l’occasione, e con mille precauzioni, gli rivelai anche la mia vera identità (insomma, falso-vero clandestino che stava conducendo un’inchiesta!). Ben lontano dal volermi linciare per il mio tradimento, promise di aiutarmi per quanto possibile a preparare la partenza. Mi trattenni dall’esultare; lungi da me! Ero talmente sicuro che avrebbe continuato la strada con me…
Rimuginando la mia defezione e la mia onta d’avergli mentito per tanti giorni, gli profusi le mie scuse e gli dichiarai il mio pentimento; mi consolò con una semplice frase
“Mentiamo tutti, Fawzi, siamo costretti…”.

Nota

(4) Si sa, sono questi i giovani disoccupati algerini. Ebbene sì! In Algeria si trovano moltissimi diplomati senza alcuna speranza di lavoro. “Hitiste” sta a designare “quelli che passano il loro tempo addossati a un muro” perché sono degli sfaccendati…