L’alfabetizzazione al conflitto. La pace è conflitto

Ci sono dei miti duri a morire. Quello della pace come bontà, come armonia, come volersi bene è uno dei più duri in assoluto. È un mito deleterio, spiega Daniele Novara, perché sostanzialmente autodistruttivo e perché contiene al suo interno un’impossibilità operativa che lo rende inutile sul piano pratico. Eppure negli ultimi quarant’anni tra i movimenti per la pace è emerso un assunto più ambizioso, capace di scavare alla radice della questione violenza e dunque anche della guerra: l’idea che la pace sia prima di tutto conflitto, vale a dire ciò che permette di mantenere la relazione anche nella divergenza, un conflitto non distruttivo che ha bisogno di un addestramento continuo.

Ci sono dei miti duri a morire. Quello della pace come bontà, come armonia, come volersi bene è uno dei più duri in assoluto. È un mito deleterio, perché sostanzialmente autodistruttivo, che contiene al suo interno un’impossibilità operativa che lo rende del tutto inutile sul piano pratico e storico.

L’educazione alla pace è un movimento che parte da lontano. Fin dagli inizi del XX secolo si hanno delle tracce, dei reperti documentari,[1] però sempre con questo fervore filantropico. L’educazione alla pace finiva con l’attenere al rafforzamento delle zone di luce dell’essere umano e quindi a tutto ciò che riguardava il miglioramento dei buoni sentimenti. L’analisi di Franco Fornari[2] forse lo psicanalista che a livello internazionale ha lavorato di più sui temi della pace recuperando la tradizione freudiana e kleiniana, ci ha permesso di evidenziare come questo tipo di posizione fosse fisiologicamente ingestibile, nel senso che conteneva in sé la sua sostanziale negazione. Negazione dettata dal fatto che è proprio sul terreno della bontà e dei buoni sentimenti che la cultura di guerra, o comunque le ragioni della violenza, si raccolgono maggiormente. 

Il guerriero, il mafioso, il terrorista, l’integralista religioso sono assolutamente convinti di aderire a una causa il cui scopo è la permanenza di quei valori che gli antagonisti stanno mettendo in discussione. Questi valori riguardano sostanzialmente il senso di appartenenza affettivo, ma possono anche essere valori subliminali di tipo ideologico, così com’è stato per alcuni terroristi, o in tante guerre di liberazione, e implicano un’adesione incondizionata e fortissima dell’individuo. Questi valori possono riguardare l’ambito della famiglia, della madre patria, del proprio gruppo, del proprio clan, della propria causa (nei gruppi di carattere ideologico). C’è comunque sempre un richiamo primario a una simbiosi e a una fusionalità gruppale di appartenenza che implica la disponibilità dell’individuo al sacrificio supremo, ovviamente anche al sacrificio di sé, pur di far trionfare i valori in cui crede.

Sono gli stessi valori che vengono predicati da chi fa dell’educazione alla pace un territorio di enfatizzazione dei buoni sentimenti. Il caso più eclatante è senz’altro quello della mafia, dove addirittura attività oggettivamente criminali vengono gestite come attività appartenenti al proprio clan e sotto la componente etico-valoriale della famiglia. Tante volte il termine “famiglia” sostituisce addirittura quello di mafia. Perciò combattere la mafia sul terreno dei buoni sentimenti è quantomeno ridicolo e grottesco.

Non si tratta soltanto di un adeguamento passivo e conformistico, così come ci avevano segnalato gli studi di Salomon Asch, di Stanley Milgram, e poi le riflessioni puntuali della filosofa ebraica Hanna Arendt, ma proprio di una motivazione psichica che si legittima sulla base di un fortissimo senso di appartenenza, anche etica e di sangue, che non solo consente, ma addirittura enfatizza nell’individuo la disponibilità a creare, come dice Fornari, una cultura paranoica dell’altro, come se fosse l’altro la causa di ogni male.

È difficile, in interviste a militari o comunque a individui impegnati in azioni non soltanto belliche, ma violente in generale (si pensi ad esempio ai tifosi ultras), non notare come le loro azioni abbiano un richiamo preciso a delle componenti più grandi, a delle finalità ideali, a dei sentimenti che vanno al di là del particolare o a una presunta malvagità personale.

Fu questo il quadro in cui iniziò a delinearsi, ai primi degli anni Ottanta, un’azione di educazione alla pace che doveva per forza fare i conti con questi retaggi e anche costruirsi un nuovo modo di intervenire. Il quadro era piuttosto desolante. Permanevano impostazioni pedagogiche fondate sull’idea dello “star buoni”, dell’implementare la bontà nei bambini cattivi, dell’enfatizzare tutto ciò che richiamasse alla tranquillità, all’armonia, al benessere assoluto, a una dimensione di fraternità totale. Su questo leitmotif si registravano a livello scolastico le programmazioni didattico-educative più incredibili, con delle digressioni che poi ovviamente non potevano che scivolare su toni soporiferi senza alcuna attinenza con la realtà. In Italia ancora oggi succede di trovare mostre sulla pace piene di poesiole e filastrocche ricche di tutti i buoni sentimenti che qualsiasi terrorista o mafioso potrebbe sottoscrivere senza problemi.

Le prescrizioni impossibili

Tale tipo di distorsione della realtà produce, sul piano strettamente educativo, delle difficoltà relazionali e gestionali facili a immaginarsi. Possiamo definire queste difficoltà col termine di prescrizioni impossibili, ossia porsi obiettivi che da un punto di vista della realtà risultano assolutamente incompatibili. Si tratta di strategie di gestione dei problemi basate sulla banalizzazione la cui logica è sostanzialmente la seguente: “il problema verrà risolto quando non ci sarà più il problema”.

Da un punto di vista strettamente logico questo è una sorta di tautologia, ma sotto il profilo di gestione dei problemi nella realtà, purtroppo questa strategia ha ancora un fortissimo impatto[3].

Lo registriamo anche a livello educativo. È diffusa per esempio l’idea che i litigi fra i bambini scompariranno quando i bambini smetteranno di litigare, oppure quando tutti si vorranno bene, o quando anche i più agitati saranno tranquilli, i disturbatori non disturberanno più, i timidi parleranno, e via di seguito, in una lunga serie di autoprescrizioni di tipo formativo che sono, se non in casi eccezionali, di impossibile raggiungimento. Purtroppo spesso queste prescrizioni diventano anche obiettivi didattici. Nell’ambito dei temi che stiamo trattando troviamo programmazioni educative in cui fra gli obiettivi viene incluso quello di evitare litigi fra i bambini.

A partire da questo esempio possiamo fare una serie di considerazioni che ruotano attorno alla inevitabilità di certi fenomeni, comportamenti e situazioni.

Esiste una mitologia percettiva legata alla pace come armonia che non consente di affrontare le situazioni di perturbazione, di conflittualità, di aggressività e di tutto quello che succede nel momento in cui la divergenza entra a far parte della relazione interpersonale.

Le prescrizioni impossibili generano ansia, in quanto irraggiungibili. Producono uno stato di tensione permanente, di insoddisfazione, uno stato talvolta di frustrazione.

Certi fenomeni sono fisiologici: componenti di ordine e di disordine appaiono imprescindibili; il problema è come affrontarli, con che spirito, con che atteggiamento.

È necessaria una decontrazione emotiva, accettando la dimensione di perturbazione come componente essenziale e normale della relazione stessa.

Aggiornare le mappe: la pace è conflitto

Si arriva pertanto alla necessità di affrontare la questione della pace sotto un profilo completamente diverso rispetto a quella che è stata finora la cultura del buon senso.

Se la pace è stata considerata antitetica rispetto al conflitto, e il conflitto visto come guerra, come devastazione, come combattimento armato (sono queste sostanzialmente le definizioni che compaiono su tutti i dizionari) un nuovo modo per affrontare le possibilità di una pace che sa essere qualcosa di concreto e operativo, è sottoporre sotto il profilo epistemologico il termine e la concezione stessa di pace a una ristrutturazione semantica, culturale e psichica.

Recentemente si è sviluppato un filone di ricerca, specialmente in ambito educativo, che considera la pace coerente con il conflitto. La pace è conflitto, in quanto permette di mantenere la relazione anche nella divergenza.

In quest’ottica la guerra spesso assume le sembianze di un tentativo paradossale e ossessivo di ristabilire la pace intesa come un elemento di aconflittualità, di ordine e di assenza di divergenze, contrasti e diversità. Questo lo abbiamo registrato con molta enfasi e anche con molta ripugnanza nell’ambito di quelle che oggi si definiscono “guerre etniche”, che appaiono come un tentativo psicotico di ristabilire un ordine che passa attraverso l’eliminazione totale della perturbazione che l’altro procura con la sua presenza.

L’educazione alla pace tenta di proporre un’idea di pace come conflitto, e quindi una nuova mappa per attraversare questi territori. Una mappa che abbia questo orientamento: assumere il conflitto come un elemento generativo.

In questo tipo di lavoro emerge la difficoltà nel decentrarsi, nel capire le ragioni altrui, nell’accettare la divergenza. Sta in questo la sfida dell’educazione alla pace, nel creare le condizioni affinché il rapporto possa alimentarsi non solo nella simpatia ma anche nella discordanza e nella diversità.

È una sfida enorme ma imprescindibile all’interno di una società che diventa sempre più densa di complessità etniche e sociali, in cui i cambiamenti sono molto rapidi.

L’educazione alla pace non significa altro che un processo di apprendimento di un’arte della convivenza più raffinata della semplice tolleranza, del semplice controllo della diversità.

Un’arte della convivenza che diventa un addestramento continuo, incessante, una vera e propria alfabetizzazione che ci porti ad acquisire la capacità di stare dentro il conflitto e la diversità come un momento di crescita, e non più come un fattore di paura o di minaccia.

Daniele Novara, è un pedagogista e direttore del CPP

 

 

 

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Fonte: comune-info