Suicidi in carcere: il dossier di Antigone

Il carcere è una realtà che non dà speranza ed è per questo che le morti sono così frequenti. Una persona che entra in carcere non ha la speranza di uscirne “migliore”; ciò significa che la pena non riesce a svolgere quella funzione rieducativa assegnatagli dalla costituzione. Bisogna (ri)dare senso e utilità alla pena (che la nostra Costituzione non lega espressamente e unicamente al carcere). E bisogna restituire piena dignità alle persone private della libertà, investendo in una rete di servizi socio-sanitari e culturali capaci di prendere realmente in carico i detenuti e le detenute, preparando attivamente il loro reingresso nella società.

Nessuno dovrebbe essere lasciato solo con la sua pena, perché una comunità forte è quella che non genera senso di abbandono e disperazione, ma ricostruisce i lacerati legami civici di solidarietà e di rispetto.

Antigone, personaggio dell’omonima tragedia di Sofocle, è rimasta nella nostra storia per aver sfidato il divieto del re Creonte di seppellire il corpo del fratello morto combattendo contro la città. La donna, a seguito della sua disobbedienza, viene arrestata e sostiene con il re un drammatico dialogo, in cui si appella a principi di giustizia superiori alle leggi decise dei sovrani: «Non pensavo–afferma-che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte ed incrollabili degli dei. Infatti, queste non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono, e nessuno sa da quando apparvero». Antigone viene condannata a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. In seguito alle profezie dell’indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide di liberarla, ma è troppo tardi: Antigone si è impiccata.

La figura mitica di questa donna coraggiosa rivive ancora oggi in tutte le lotte contro le ingiustizie del potere e nelle pratiche di disobbedienza civile, nei pianti silenziosi dietro muri alti e sbarre fredde di carceri, in cui troppe volte l’umanità non riesce a entrare. Per questo Antigone dà il nome all’associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale” che, dagli anni ‘80 del Novecento, con il supporto di magistrati, operatori penitenziari, studiosi, parlamentari, insegnanti e cittadini, si interessa di giustizia penale in Italia. L’associazione svolge attività di promozione e tutela dei diritti delle persone private della libertà, nonché di sensibilizzazione culturale e politica in ambito penale e penitenziario.

L’associazione Antigone è impegnata a dare voce ai diritti e alla sofferenza di chi vive nella realtà carceraria. Proprio nel mese del benessere psichico, è importante parlare della condizione dei detenuti, che vivono molti più disagi di quel che normalmente si pensa. Nei primi otto mesi del 2022 sono stati già 59 i suicidi all’interno delle carceri italiane: uno ogni 4 giorni. Un dato molto preoccupante, se consideriamo che negli istituti penitenziari ci si uccide 16 volte in più che fuori.

I detenuti non sono numeri ma persone. Spesso le loro storie sembrano sparire, così come le loro morti. Fuori dal carcere, delle persone suicidate spesso non si conosce neanche l’identità o la ragione della morte, né si hanno notizie relative alla posizione giuridica o al residuo di pena. L’associazione Antigone ha quindi assunto il compito di ridare dignità a coloro che hanno deciso di togliersi la vita in carcere, pubblicando dossier annuali che raccolgono notizie, dati e storie relative ai decessi.

Sulla base dei dati raccolti da Ristretti orizzonti, Antigone ha pubblicato lo scorso 2 settembre un dossier aggiornato sui suicidi in carcere nel 2022. Il rapporto “Suicidi. Persone, vite, storie. Non solo numeri ”ci informa che il tasso di suicidi più elevato è nella fascia tra i 30 e i 39 anni (21 casi); segue quella dei più giovani, con età comprese tra i 20 e i 29 anni (16 casi), poi tra i 40 e i 49 anni (14 casi)e dai 50 anni in su (8 casi).

Sebbene i dati a disposizione siano pochi, sembrerebbe che almeno 18 delle 59 persone decedute soffrissero di patologie psichiatriche, alcune diagnosticate, altre presunte e in fase di accertamento. In generale, in carcere la presenza di persone con disagi psichici è molto alta.

Tra le persone che si sono tolte la vita emergono, poi, molti casi di dipendenze da sostanze stupefacenti o alcol. Secondo i dati raccolti, ogni 100 detenuti 19 sono tossicodipendenti in trattamento, ma molte persone con vissuti di dipendenza non hanno accesso a un vero supporto medico-psicologico.

Nella maggior parte delle visite svolte dagli attivisti di Antigone nelle carceri italiane, emerge la grave inadeguatezza delle norme, delle procedure e delle risorse stanziate per prendere in carico in modo adeguato queste criticità, spesso incompatibili con la permanenza in carcere.

Ovviamente ogni caso di suicidio ha una storia a sé, fatta di personali sofferenze e fragilità, ma quando i numeri iniziano a diventare così alti non si può non riconoscervi un problema di sistema. Dietro questa scelta estrema, vi è l’insoddisfazione della popolazione detenuta per la poco dignitosa qualità della vita penitenziaria, segnata dal sovraffollamento e dalla carenza di servizi, l’angoscia per l’assenza di prospettive concrete di reinserimento sociale, l’estremo divario tra il fuori e il dentro, acuito a causa del Covid con la sospensione dei colloqui in presenza con i familiari.

Il carcere isola i detenuti. Per questo garantire la possibilità di telefonare a una persona vicina, in qualsiasi momento, spesso potrebbe salvare una vita. Una chiamata di questo tipo non può avere un orario e un tempo prestabilito, poiché non è possibile definire il momento in cui l’animo della persona possa essere preda di pensieri di morte.

Anche se la nostra Costituzione prescrive alla pena una funzione rieducativa, e non meramente afflittiva, la vita carceraria è molto dura, genera sofferenza, desocializzazione e malattie e, in troppi casi, spinge nuovamente sulla via dell’illecito. Va fatto tutto il possibile per renderla più “umana”, riducendo la distanza tra il dentro e il fuori, a partire dalla moltiplicazione delle opportunità di svolgere attività di formazione e di lavoro all’esterno, o di scontare la pena in strutture protette fuori dal carcere.

Le statistiche indicano che il numero delle morti non è mai stato così alto negli ultimi decenni. Le criticità riscontrate, guardando alle carceri dove sono avvenuti questi suicidi, vanno dal cronico sovraffollamento alla presenza tossicodipendenti non adeguatamente trattati, da detenuti affetti da patologie psichiatriche alla carenza di personale specializzato per farsi carico di queste criticità.

Il carcere è una realtà che non dà speranza ed è per questo che le morti sono così frequenti. Una persona che entra in carcere non ha la speranza di uscirne “migliore”; ciò significa che la pena non riesce a svolgere quella funzione rieducativa assegnatagli dalla costituzione. Bisogna (ri)dare senso e utilità alla pena (che la nostra Costituzione non lega espressamente e unicamente al carcere). E bisogna restituire piena dignità alle persone private della libertà, investendo in una rete di servizi socio-sanitari e culturali capaci di prendere realmente in carico i detenuti e le detenute, preparando attivamente il loro reingresso nella società.

Nessuno dovrebbe essere lasciato solo con la sua pena, perché una comunità forte è quella che non genera senso di abbandono e disperazione, ma ricostruisce i lacerati legami civici di solidarietà e di rispetto.

Fonte: Scienza&Pace, 17-10-2022

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