VII

La brutta notizia esplose come un tuono nella casa dei Baranzov: la notte precedente, una diligenza, con un colonnello della gendarmeria e due agenti di custodia di rango inferiore, si era addirittura fermata di fronte all’entrata della casa di Vasil’cev. Il colonnello aveva mostrato a Vasil’cev un documento timbrato e dotato di un sigillo ufficiale, nel quale si affermava che il signor Stepan Michajlovič Vasil’cev rappresentava un pericolo per la tranquillità della regione. Il governatore, quindi, forte del potere conferitogli dalle autorità, gli offriva di cambiare la sua attuale residenza per la graziosa, sebbene leggermente più distante, città di Vjatka(1).

Gli aveva concesso settantadue ore per sistemare le sue cose. Ma, al termine del periodo stabilito, lo avrebbe senz’altro fatto scortare alla sua destinazione.

Si può immaginare l’impressione che produsse questa notizia nella famiglia Baranzov. Fu il conte quello a spaventarsi di più. Egli possedeva quella dote, che non si potrebbe dire rara in Russia, di giocare al liberale e di lanciare frecciate al governo fin quando non correva pericoli, ma bastava che apparissero all’orizzonte delle spalline blu(2) affinché si ritirasse di colpo nel suo guscio e si trasformasse in un fedele e umile suddito dello zar.

In questo caso, alla viltà che gli era propria, si aggiunsero dei benemeriti rimorsi di coscienza: come aveva potuto permettere una tale vicinanza tra sua figlia e un libero pensatore? Dove dunque aveva volto lo sguardo? Vasil’cev, ancor ieri un rispettabile proprietario terriero, si era a un tratto trasformato in uno sbandato senza fede né legge, in un uomo la cui frequentazione non era esente da pericoli. Beninteso, di matrimonio fra di lui e Vera non si poteva più neanche parlare; sua figlia sarebbe rimasta per sempre segnata, compromessa.

Come sempre avviene nei momenti difficili della vita, il conte si premurò di attenuare i suoi sensi di responsabilità personale accusando gli altri. E per prima sua moglie:

“Ecco, mia cara, tu non ti preoccupi che dei tuoi nervi, e non hai saputo sorvegliare tua figlia!”

La contessa era ben conscia dell’onta che quell’episodio faceva ricadere sulla sua famiglia, e già si prefigurava il piacere delle domande innocenti e delle condoglianze con cui non avrebbero mancato di sommergerla le signore del centro al primo incontro in città.

Tutta la casa, anche i domestici, fu presa da quel classico e irragionevole panico che la vista di un’uniforme blu ha il dono di provocare in Russia. Ognuno si attendeva un’ineluttabile disgrazia.

“La polizia, la polizia sta venendo qui!” con questo grido accorse un giorno Fenja, una domestica che aveva inteso lo scampanellio della diligenza sulla strada principale.

A questa terribile notizia, sotto l’effetto della paura, tutti persero la testa. La contessa si rifugiò in camera sua, ritenendo che il proprio letto fosse il miglior rifugio. Il conte si precipitò in camera di Vera, afferrò a casaccio un fascio di carte e di libri che gli capitò fra le mani e lo gettò di persona nella stufa, che malauguratamente era accesa. I domestici erano scomparsi, Dio solo sa dove.

Risultò, tuttavia, che si trattava di un falso allarme. Era semplicemente il funzionario addetto alle imposte indirette che transitava da quelle parti. Ma ce ne volle parecchio prima che tutti riprendessero il controllo.

Quanto a Vera, il colpo che l’aveva travolta era stato così inatteso, così pesante, che ne restò tanto sbalordita da non poter realizzare di primo acchito l’entità della sventura.

Che si portasse Vasil’cev lontano da lei, per sempre, era un pensiero così follemente terribile che la sua mente non arrivava a concepirlo. Non riusciva neppure a pensare a cosa sarebbe stato di lei dopo la sua partenza. Quel “dopo” le appariva come un abisso nero senza fondo, dentro al quale era impossibile gettarvi uno sguardo senza essere colti dalle vertigini.

Al momento, la sua principale preoccupazione, il suo timore più immediato, più angoscioso, era che lui partisse senza averla salutata. Vederlo ancora una volta, non fosse che per una sola ora, un minuto – e accada quel che accada! A volte, le sembrava pure che bastasse loro incontrarsi perché ogni cosa andasse di nuovo al meglio, perché tutto si sistemasse, in un modo o nell’altro.

Ogni suo desiderio, ogni suo pensiero, ogni sua speranza si concentravano ormai su un unico punto: rivedersi. Ma organizzare un appuntamento non era certo facile. Ovviamente, Vasil’cev era confinato a casa sua, sotto la stretta sorveglianza della polizia.

La stessa Vera era fatta oggetto di un vigile controllo. In famiglia, tutti sospettavano che si accingesse a commettere qualche follia, ed era così sottoposta a una sorta di arresti domestici. Di giorno, sua madre e le sorelle non la abbandonavano un minuto; di notte, Anis’ja aveva avuto l’ordine di sorvegliarla.

Erano già trascorsi due giorni, e Vera aveva di che scervellarsi: non aveva ancora trovato il modo di uscire di casa di nascosto. Non era riuscita ad avere più alcuna notizia da Vasil’cev, poiché i domestici avevano ricevuto l’ordine rigoroso di non lasciar entrare nel cortile neanche il cane del vicino.

Non rimaneva ancora che una notte. Il giorno dopo, allo spuntar dell’alba, l’avrebbero condotto via, e sarebbe stata allora la fine di tutto. Di fronte a un tale pensiero, Vera credeva d’impazzire.

“Anis’ja, tesoro, mia cara! Lasciami andare a vederlo! Solo per un’ora, nient’altro che per un’oretta! Nessuno verrà a saperlo!” implorò la sua cameriera.

“Signorina, cosa state pensando!” si agitò subito Anis’ja, con dei gesti d’orrore.

“Anis’ja, ricordati di quand’eri giovane! Tu stessa mi hai raccontato quanto era difficile la vostra vita, ai tempi del servaggio. Pensaci allora un attimo: è per voi, per i contadini, che Stepan Michajlovič patisce.”

“Oh, signorina, mia povera cara, non ditemi altro! So bene che il vicino è un buon padrone. E noi altri, i domestici, ne abbiamo compassione, credetemi, che disgrazia! E anche voi, signorina, ci fate tanta pena. Che bella coppia che farebbero, pensavamo! Ma cosa vuole che facciamo! È la volontà del Signore!… Signorina, tesoro, che fate? Cara, siete forse impazzita? Vi inginocchiate davanti a me, una povera serva?”

Per la disperazione, Vera si era gettata in ginocchio dinanzi ad Anis’ja e le baciava le mani.

“Anis’ja, se non mi lascerai andare, allora sappi che il mio sangue ricadrà su di te. Giuro su questa croce che mi suiciderò, se non riuscirò a vederlo prima che parta.”

Anis’ja non aveva un cuore di pietra. Nonostante molti sospiri e proteste, alla fine promise di lasciar uscire la signorina dalla porta del retro un po’ più tardi, quando tutti sarebbero stati a letto.

 

Era già notte allorché Vera, camuffata da Anis’ja e con la testa coperta da un vecchio scialle nero, uscì di soppiatto dalla casa. Negli ultimi giorni era tornato a fare freddo, e, benché nelle ore diurne il sole scaldasse, verso sera rigelava un poco; sulla strada principale le pozzanghere si ricoprivano di una crosta di ghiaccio sottile come un guscio d’uovo, che scricchiolava sotto i piedi di Vera. Un leggero brivido le percorreva le membra. Poiché il ruscello che separava le due proprietà era straripato, ingrossato dalle piogge, non poteva imboccare la sua abituale scorciatoia lungo il greto ed era costretta a dover fare una deviazione di circa due verste. Vera non si era ancora mai trovata da sola di notte completamente all’aperto. Il solito percorso le appariva in quel momento totalmente diverso rispetto al giorno. Ogni cosa era d’un tratto mutata e diventata irriconoscibile.

Vera proseguiva senza voltarsi indietro. Non provava né paura né emozione; pure l’angoscia provocata dall’imminente partenza di Vasil’cev si era placata. Una leggera ebbrezza, lontana dal parere sgradevole, avvolgeva i suoi pensieri. Le sue gambe erano improvvisamente diventate leggere; non sentiva affatto il suo corpo. Camminava come in un sogno e non ritorno in sé se non quando arrivò alla porta della casa di Vasil’cev.

Ogni cosa era buia. Si vedeva che tutti erano già andati a dormire. Solo una finestra lasciava trasparire un raggio di luce da sotto la tenda abbassata.

Vera bussò al portone, prima piano, in modo esitante. Nessuno rispose. Allora, si mise a battere sempre più forte. Due cani si gettarono verso il cancello e cominciarono ad abbaiare in modo minaccioso e assordante. Finalmente si udirono dei passi. Con una lanterna in mano, una guardia mezza addormentata, le scarpe infilate sui piedi nudi, l’uniforme gettata disordinatamente sulle spalle, arrivò per aprire il portone.

“Che volete? Chi va in giro così di notte?” grugnì, tutta seccata. “Ehi, ehi, ma è una ragazzina…”

La sua irritazione fece posto allo stupore.

“Ho bisogno di vedere il padrone,” rispose Vera con voce appena udibile.

Tremava tutta, ma la sua timidezza era sparita.

La guardia alzò la lanterna per illuminare meglio il viso di Vera, mettendosi a esaminarla senza troppo riguardo e con la massima calma.

“Una cameriera, direi,” concluse fra sé e sé.

Il suo sguardo si rasserenava sempre di più.

“Allora, ascolta, bella mia, tu hai l’aria di conoscere bene la strada per venire dal padrone di notte!” disse alla fine con voce beffarda. “Ma oggi, vedi, sarà più difficile incontrarlo,” aggiunse, cambiando bruscamente tono e riassumendo un’aria severa.

“Lasciami entrare, per l’amor di Dio, fammi passare!” supplicò Vera.

Dalle parole della guardia, aveva capito che non l’avrebbe fatta entrare, che sarebbe dovuta tornare indietro senza aver visto il suo amico. Ma la sua voce era talmente implorante, talmente disperata, che la guardia, che del resto aveva un debole per il sesso debole, non resistette.

“Va bene, va bene, non piagnucolare!” la rassicurò con fare bonario. “Vediamo cosa possiamo fare per te… Ma devo in ogni caso avvisare il colonnello…” aggiunse dopo un attimo di studio.

Lasciò entrare Vera, l’accompagnò attraverso il cortile e le disse di aspettare nell’atrio, mentre lui andava dal colonnello, che dormiva dietro un tramezzo ma era stato comunque svegliato dal fracasso.

La stessa strana apatia, la stessa totale indifferenza, s’impadronì nuovamente di lei. Senza provare alcun turbamento, ascoltò la guardia riportare al suo superiore che l’amante di Vasil’cev era giunta per dirgli addio. Ascoltò il colonnello fare una battuta un po’ spinta al riguardo e chiedere se fosse carina. Tutto arrivava alle sue orecchie senza produrre in lei la minima emozione, come se il tutto non la riguardasse affatto.

“Eh, che diavolo! Falla entrare! Che si diverta un poco prima di partire,” decise finalmente il colonnello.

La guardia aprì la porta degli appartamenti interni e Vera entrò come una saetta.

“Insomma, hai proprio il fuoco che ti corre dietro!” disse ridendo la guardia. “Ascolta, cara, non so il tuo nome, ma non lo dimenticheremo, quando il tuo amato sarà partito!” le urlò alle spalle.

Ma Vera non capiva più nulla. Attraversò in un attimo le due o tre stanze che la separavano da quella porta dalla cui soglia traspariva una flebile luce.

Vasil’cev era seduto nella sua camera da letto, che gli faceva anche da studio. Ancora vestito, era impegnato nella scelta dei suoi libri e delle carte. La stanza spaziosa aveva ormai quell’aria triste e caotica propria della vigilia d’ogni partenza. Sull’angusto letto in ferro battuto, le cui coperte erano state lanciate in un angolo, c’erano pile di biancheria, di cartelle di cuoio, di quaderni. Mucchi di carte, di lettere aperte, di vecchi conti, stavano sparpagliati per terra. Due grandi cassoni in legno erano strapieni di libri; le mensole vuote, lungo i muri, avevano l’aria di scheletri neri. In mezzo alla stanza, in una valigia aperta, si intravedevano della biancheria, un abito e un paio di stivali.

Quando Vera aprì la porta, per la prima volta da quando era uscita di casa fu presa da una tale trepidazione che per un istante le sembrò che il suo cuore avesse cessato di battere. Si fermò sulla soglia, senza aver più la forza di fare un passo in avanti o di pronunciare la minima parola.

Chino alla scrivania, Vasil’cev le volgeva le spalle. Era tanto concentrato che non aveva neppure inteso il cigolio della porta. Quando, però, in capo a un minuto, si voltò casualmente e vide di colpo il profilo alto e pallido di Vera all’entrata, non fu stupore quello che comparì sul suo viso, bensì una gioia immensa: si sarebbe detto che l’attendesse e che fosse sicuro del suo arrivo. Si precipitò verso di lei. Per alcuni secondi stettero l’uno di fronte all’altra, tenendosi per le mani a una certa distanza, in silenzio, con un nodo alla gola per l’emozione. Con dei singhiozzi soffocati, Vera si gettò infine fra le sue braccia.

Si udì un fruscio di passi da dietro la porta, e l’invisibile presenza di un estraneo divenne percepibile nella camera. Un fremito di agitazione, come causato da un imbarazzo fisico, percorse l’intero corpo di Vasil’cev.

“Vera, amica mia, calmatevi, di grazia! Non siamo soli. Ci stanno ascoltando. Non lasciamo che questi furfanti assistano al nostro dolore,” le mormorò tra i denti.

Aveva immediatamente ritrovato tutto il suo sangue freddo. La prese per la mano e la fece sedere nel letto al suo fianco, dopo aver spostato una pila di libri. Era molto pallido; di tanto in tanto un tremito gli agitava la commessura delle labbra, mentre le vene bluastre delle sue tempie erano tese come corde di violino. Ma si mise a parlare del più e del meno con tono calmo e rassicurante.

“In questa cassa, Vera, ho messo i libri che vi lascio. Abbiamo cominciato a leggere Spencer. Vi troverete qualche annotazione a matita che ho fatto per voi…”

Lei stava seduta sul letto senza muoversi, come paralizzata; incrociava così forte le sue dita che le unghie di ogni mano penetravano nell’altra. Percepiva le parole di Vasil’cev come un rumore sordo e confuso, senza alcun significato preciso. Quando lui le faceva una domanda, gli rispondeva in modo meccanico con un cenno della testa o un debole e pietoso sorriso; non osava dire nulla, in quanto sentiva che alla prima parola sarebbe scoppiata in singhiozzi.

Il battito del pendolo dell’orologio era chiaro e regolare. Un grosso calabrone volava nella stanza con un ronzio forte e irregolare; a tratti si calmava, poi ricominciava a sbattere freneticamente contro la lampada o le finestre. Vera provava una sensazione quasi fisica del tempo, che fuoriusciva come un liquido da un vaso fessurato, goccia a goccia, e di quelle preziose gocce ne restavano sempre meno. La loro separazione per anni, forse per sempre, era a ogni istante più vicina.

E non una parola che provenisse dal cuore, non una carezza! Stavano seduti l’uno accanto all’altra come degli estranei, mentre dalla stanza attigua si continuavano a udire dei fruscii.

La fiamma della candela di sego improvvisamente si ingiallì; la finestra con le tende abbassate, che prima formava una grande chiazza nera, aveva assunto un colore viola scuro. Dall’esterno proveniva il cantar d’un gallo, dei passeri si misero a cinguettare, le vacche a muggire; erano i tradizionali segnali che annunciavano un mattino di primavera, là in campagna.

Una disperazione gelida e sorda invadeva Vera. La prospettiva della separazione le appariva adesso, per la prima volta, in tutta la sua realtà concreta e irrimediabile. Fino ad allora, malgrado tutto, c’era ancora l’attesa della gioia di quell’ultimo incontro; la speranza folle, irrazionale, di qualcosa d’indefinibile, era talmente forte da mascherare lo stesso pensiero di quell’abbandono; ma, ormai, non ne restava niente, proprio più niente. Era la fine di tutto.

Vasil’cev si alzò dal divano, sollevò la tenda e aprì la finestra. I primi raggi di un meraviglioso mattino di primavera entrarono a fiotti nella stanza. Luce, rumori, il profumo dei fiori primaverili, i canti della bella stagione, ogni cosa giungeva all’unisono, gioiosa, trionfante, spietata.

Con un gesto rapido e inesplicabile, Vasil’cev richiuse la finestra e abbassò la tenda. Si gettò sul letto e si mise a piangere amaramente. Il suo corpo alto e vigoroso era tutto scosso dai singhiozzi.

Con un balzo, Vera gli fu al fianco. Si lasciò cadere ai suoi piedi e, stringendolo più che poteva, lo coperse di baci.

“Caro! Amore! Non partire da solo! Sei la mia vita! Portami con te!”

Vasil’cev la prese tra le braccia. Ormai non si preoccupava più di calmarla; rispondeva alle sue ardenti carezze, la premeva a sé sempre più forte. Le loro labbra si strinsero per la prima volta in un lungo bacio appassionato.

Vasil’cev riprese tutto d’un tratto il controllo di sé. Bruscamente, quasi indelicatamente, spinse via Vera, si alzò e si mise a camminare per la camera. Sola, in ginocchio di fronte al letto vuoto, Vera continuò a lungo a singhiozzare tristemente in silenzio.

Quando Vasil’cev si riavvicinò a lei, aveva quel viso stravolto che compare dopo una lunga e grave malattia. “Vera, mia piccola cara, perdonami!” intese lei. “Ti ho procurato troppi dispiaceri, povera cara! Come potrei prenderti con me! Tu che sei così fresca, così giovane, puoi incatenarti all’esistenza di un vecchio, ormai quasi finita? E anche se lo volessi, credi che me lo permetterebbero? E poi, i tuoi genitori non ti farebbero tornare con la forza?”

La sua voce era smorta, spezzata. Vera aveva smesso di piangere; sapeva che quella era effettivamente la fine.

Ormai era giorno. Qualcuno bussò alla porta. Era la guardia venuta a comunicare che la partenza sarebbe avvenuta entro un’ora.

“Vera, non vedi che è meglio se vai via subito?” disse Vasil’cev con voce dolce e calma.

Ma lei scosse la testa in silenzio; voleva restare accanto a lui sino alla fine. Uno strano torpore, la presa di coscienza dell’apparente inesistenza del mondo esteriore, s’impadronì nuovamente di lei. Anche Vasil’cev camminava e parlava come in un sogno.

Tutti gli abitanti della casa, il vecchio cuoco, lo starosta, i contadini suoi amici, vennero a salutarlo.

Entrando nella stanza, si facevano il segno della croce davanti alle icone, poi si avvicinavano al padrone e, dopo essersi puliti i baffi, gli davano un triplo bacio, con aria solenne, seria, come se si trattasse di un rito religioso. Alcune contadine, con dei bambini in braccio, stavano davanti alla scalinata d’entrata ed esprimevano il loro dolore lamentandosi ad alta voce, come delle prefiche dinanzi a un morto.

Con gli occhi asciutti, Vera osservava queste persone entrare, parlare, sospirare, piangere; le sembravano degli automi che stessero eseguendo una strana e complessa rappresentazione.

Il colonnello delle guardie si concedeva uno spuntino nella vicina cucina con abbondanti sorsate di vodka.

“Anche voi, gentile signore, non fareste male a bere un piccolo cordiale prima di partire,” disse con voce bonaria e piena d’incoraggiamento.

Attraverso la porta socchiusa, gettava furtivamente delle occhiate curiose a Vera, ma senza rivolgersi direttamente a lei, poiché aveva senza dubbio intuito che quella non era una semplice cameriera.

La carrozza per il viaggio, trainata da tre cavalli, era avanzata fino all’entrata. Il colonnello vi salì assieme a Vasil’cev, intanto che l’altra guardia montava al fianco del cocchiere, sulla panca davanti. L’altra, invece, sarebbe rimasta lì.

“Arri! Che Dio ci protegga!”

I cavalli tirarono le stanghe; il tarantass(3), incamminandosi ondeggiando, si avviò sulla strada melmosa e, dopo una curva, sparì nel bosco di betulle. Il tintinnio dei sonagli si affievoliva con il passare di ogni istante, fino a cessare del tutto. Non si udiva più nulla, assolutamente più nulla, se non le consuete melodie di un mattino primaverile di campagna.

A testa bassa, senza guardarsi attorno, Vera riprese silenziosamente il cammino di casa. Un ciliegio selvatico la coperse di petali bianchi, mentre una pioggia di grandi gocce di rugiada profumata cadeva dai rami al suo passaggio. Una giovane lepre balzò fuori dalla radura, si fermò su una zolla di terra e si mise a tambureggiare con le zampe davanti per richiamare la femmina, ma, alla vista di un essere umano, piegò all’indietro le lunghe orecchie e sparì poi nella foresta. Il cielo scintillava e brillava come se il sole si fosse rovesciato nell’etere azzurro e avesse inondato tutta la volta celeste. Molto in alto, sopra la testa di Vera, un piccolo punto nero fremente lanciò un gagliardo canto di felicità e d’amore che riempì tutto lo spazio.

Note

  1. Vjatka (Kirov dal 1934 al 1991) si trova a circa mille chilometri a nord-est di Mosca. Herzen, Saltykov-Ščedrin e molti altri vi furono mandati in esilio.
  2. Era il colore distintivo della polizia politica zarista.
  3. Il tarantass è un tipo di calesse russo su quattro ruote usato per viaggiare [N.d.T].

 

VIII

 

Il tempo trascorreva lentamente, con calma. I giorni si seguivano, monotoni, angoscianti, colmi di una greve e cupa noia.

All’inizio, subito dopo la partenza di Vasil’cev, l’intero organismo di Vera era rimasto talmente scosso dal collasso nervoso patito da non farle provare nemmeno una brutale disperazione; ogni capacità di vivere e di reagire si era in lei dissolta. Il sentimento prevalente era una profonda e tremenda stanchezza. Passava le intere giornate come ibernata, incapace della minima azione di pensiero. Le capitava d’addormentarsi di colpo, senza preavviso, nel pieno di una conversazione. Solamente, a volte, quest’intorpidimento morale veniva per un attimo dissipato dal ricordo quasi fisico degli ultimi istanti trascorsi con Vasil’cev. La sua voce dolce e carezzevole risuonava ancora nelle sue orecchie; sentiva sulle sue labbra il ricordo del bacio ardente. Un fremito di passione percorreva tutto il suo corpo. E, stranamente, dopo di ciò, veniva sempre colta da un’immediata calma, un’invincibile certezza: “Non può finire così. Ci rivedremo ancora.”

Il tempo passava e, a misura di quanto le forze fisiche di Vera si ricostituivano, il bisogno di rivedere Vasil’cev, quel bisogno di compagnia quotidiana nutrito per tre anni, si faceva sempre più forte doloroso. Il minimo dettaglio, una quisquiglia, le riconduceva spietatamente il suo ricordo; era come se egli avesse posto il proprio sigillo su tutti gli oggetti che la circondavano. Qualunque cosa facesse, qualsiasi cosa tentasse, ci sarebbe immancabilmente stato qualcosa che le avrebbe con forza rammentato il passato, un istante felice, un episodio insignificante, che al momento non aveva contato nulla, ma il cui ricordo suscitava ora un’ondata appassionata e bruciante di disperazione.

Il risveglio al mattino era la cosa peggiore. I suoi sogni erano adesso strani, sorprendenti; vi vedeva Vasil’cev come nella realtà, vivo, e sentiva la sua vicinanza con tutto il suo essere; e ciò accadeva in un modo al tempo stesso così credibile, era accompagnato da una tale quantità di minuscoli e verosimili dettagli, proprio come nella realtà, che in segno le accadeva di esclamare: “No, ma ora non sto sognando! Questa è la realtà!” E poi, invece, era come se una tenda si squarciasse, ogni cosa si metteva all’improvviso a roteare, a sfumare, a dissolversi, una forte commozione le prendeva tutto il corpo – e non c’era più niente. Si ritrovava sola nel letto; la sensazione straziante della sua solitudine l’invadeva nuovamente. Nuovamente, i singulti di una passione senza speranza la scuotevano e la torcevano nel suo letto.

E questo peggiorava ogni giorno. Il suo tetro stato d’animo non l’abbandonava. Vera, che già prima evitava i contatti con i suoi, trovava ora insopportabile la compagnia delle sorelle, i loro interessi meschini, le loro basse conversazioni. Tutto le appariva scialbo e spento. Quando le capitava di trovarsi in compagnia di qualcuno, non pensava che al modo di levarsi di torno al più presto; aveva sempre l’impressione di dover restare sola per poter riflettere seriamente. E quando era lasciata in pace, si metteva effettivamente a riflettere, ossia a fantasticare febbrilmente, con passione. La sua immaginazione le presentava le situazioni più insensate, più irrealizzabili. Quante volte le tornò in mente tutta la scena della sua fuga di casa per lanciarsi alla ricerca di Vasil’cev, dovunque egli fosse stato, anche in fondo al mare! Queste illusioni le apportavano un sollievo momentaneo, ma repentinamente spuntava, non si sa da dove, un pensiero gelido e disingannante: “Non ho il becco d’un quattrino, e ci sono mille verste di qui a Vjatka! E in più, senza passaporto, dove si può andare in Russia? Alla prima stazione, mi riporteranno qui scortata da due gendarmi.” Le fantasie allora svanivano, per lasciarle un gusto amaro.

Ragionevolmente, non aveva in mano la minima possibilità. Non le restava che la fede irrazionale in un miracolo. In principio, quando il dolore era troppo opprimente, Vera si ribellava sempre in modo fisico: “È impossibile patire così! Deve finire!” Ma invece non finiva nulla, la sofferenza diventava ordinaria, abituale. Allora, a ogni eccesso di disperazione, il dolore che provava in quell’istante era accresciuto dal ricordo di quello precedente e dalla certezza che il giorno dopo esso sarebbe stato identico.

Ma di colpo, nel momento in cui Vera cominciava a cedere e perdere ogni speranza, quando uno stato d’animo cupo, triste, pesante come il piombo, la possedeva ormai stabilmente, spuntò per lei un raggio di felicità: ricevette una lettera di Vasil’cev. Lui non poteva scriverle con la posta ordinaria: la missiva sarebbe stata intercettata dalla polizia o dai suoi genitori. Ma aveva però trovato il modo di inviarle un messaggio attraverso l’intermediazione di un negoziante di sua conoscenza che aveva in piedi alcune relazioni commerciali con Vjatka.

La lettera era breve, fredda, senza alcun accenno di tenerezza: era chiaro che Vasil’cev temeva che potesse finire in mani estranee. Ma è dubbio che la più lunga e la più appassionata delle lettere avesse mai portato tanta gioia quanto quel piccolo pezzo di carta. Vera praticamente impazzì di felicità! Come sempre accade quando una persona che ha sofferto molto trova un attimo di sollievo, Vera era talmente ansiosa di gioire che tutto le apparve ormai superato: le sue pene non esistevano più. La principale era quella di avere sue notizie. La più terribile era stata la sensazione che lui fosse improvvisamente scomparso, senza lasciar traccia, e che fosse così andato perduto ogni legame con lui. Ora, al contrario, che per Vasil’cev era diventato possibile scrivere, la sua partenza apparve una normale partenza, e non più quell’insopportabile disgrazia senza via d’uscita che era stata fin’allora.

Sebbene Vera avesse immediatamente memorizzato la lettera di Vasil’cev, e persino il suo aspetto esteriore si fosse impresso nella sua mente, non passava giorno senza che leggesse e rileggesse quel prezioso foglio. Visse di questa gioia per tutta la settimana successiva al ricevimento della missiva, poi fu assorbita dall’attesa della lettera successiva.

Come tutte le persone ossessionate da un’idea, da un unico fisso pensiero, per il quale devono, malgrado loro, limitarsi a un ruolo passivo e restare in attesa, Vera divenne terribilmente superstiziosa. Vedeva nella cosa più trascurabile un buono o un cattivo presagio, un segno favorevole o nefasto. Fu presa da un’abitudine infantile, quella d’interrogare la sorte. Al mattino, quando si risvegliava, un pensiero le veniva inopinatamente in testa: “Se Anis’ja, quando entrerà in camera mia, per prima cosa mi dirà buongiorno, questo vorrà dire che tutto va bene e che riceverò presto una lettera; se, invece, andrà dritta alla finestra, senza dire niente, e solleverà la tenda, ecco che questo sarà di cattivo auspicio.” Era sufficiente che un simile assurdo pensiero le venisse in mente perché Vera, contro la sua volontà, si mettesse, col cuore in gola, ad attendere con apprensione l’arrivo della sua cameriera; dopo rimaneva, per tutto il giorno, triste o felice, in base al responso che le aveva dato la pizia.

Nonostante le difficoltà di scrivere, Vasil’cev trovò il sistema di mandare tre lettere a Vera nel corso dell’estate e dell’autunno. In misura di quanto constatava che la sua corrispondenza arrivava puntuale a destinazione, la sua penna si faceva più aperta e affettuosa. L’ultima lettera fu particolarmente tenera e rassicurante. Si lamentava, ma di sfuggita, di una tosse tenace, di cui non riusciva a sbarazzarsi; ma, nell’insieme, sembrava trovarsi in una buona e viva disposizione di spirito; per la prima volta, affrontò anche in maniera precisa i progetti per l’avvenire.

“Mi è concesso di sperare,” scriveva “che il mio confino terminerà. Ma anche se quest’attesa non fosse giustificata, in ogni caso, fra due anni e mezzo, tu sarai maggiorenne e potrai disporre di te stessa e del tuo destino. Piccola mia! Se solamente sapessi a quali pazzi sogni si abbandoni il tuo vecchio amico che ti ama alla follia!”

Vera esultò di gioia alla lettura di questa lettera. Ormai, non dubitava più dell’avvenire. Due anni e mezzo, non erano l’eternità; passeranno, e poi nulla, nulla al mondo l’avrebbe tenuta lontano dal suo diletto.

Ma ahimè! A quella bella lettera non ne seguirono altre. Il negoziante, per disgrazia, partì per un lungo viaggio d’affari. Certamente, aveva promesso che durante la sua assenza i suoi dipendenti avrebbero provveduto alla consegna della corrispondenza. Ma le settimane passavano senza che arrivassero notizie. Vera credeva così fermamente nella sua fortuna che all’inizio quella mancanza di corrieri non l’inquietò più di tanto; s’immaginava ogni possibile motivo per spiegarsela. Ma, a poco a poco, la sua inquietudine crebbe finché non l’invase completamente. Tutti i suoi pensieri erano convogliati su una sola cosa: ricevere una lettera. Di giorno, a ogni istante tendeva l’orecchio nella speranza di udire una carrozza provenire dalla casa del negoziante; di notte, non faceva che sognare che questi le consegnasse una busta sulla quale riconosceva la calligrafia a lei cara.

Il supplizio di quest’inutile attesa, stancante, continua, diventava talora così insopportabile da far rivoltare tutto il suo essere. A volte, poi, provava amarezza e risentimento nei confronti di Vasil’cev: “Se non dovessi rincontrarlo, vivrei tanto più tranquilla, come le mie sorelle!” pensava in preda ai rimorsi, nei suoi accessi di pusillanime debolezza. Un giorno, un tale turbine di sentimenti dolorosi e incongrui scaturì dal suo animo che, in un attacco di frenesia, stracciò l’ultima lettera. Ma, quando i pezzi di carta spiegazzati cosparsero il pavimento come fiocchi di neve, provò immediatamente una sensazione di rimorso; avvertì una specie di disgusto nei confronti di se stessa, come se avesse oltraggiato la cosa che le stava più cara. Poi s’affacendò per un’ora intera a raccogliere i preziosi pezzettini di carta, a rimetterli in ordine e a incollarli su un foglio di carta bianca.

E arrivò di nuovo primavera, e sempre senza notizie. Con il bel tempo, Vera andò sul ciglione del ruscello, da dove si vedeva la proprietà vicina, e restò per ore seduta sopra una vecchia e logora panchina, immersa in un’apatia triste e inespressiva.

Un giorno, stava così seduta come sua abitudine quando vide all’improvviso una diligenza svoltare dalla strada maestra verso la casa di Vasil’cev.

“Cosa significa? Ma dove sta andando?” si chiese Vera, con il cuore che batteva all’impazzata. “Forse proseguirà fino al villaggio? Ma no, guarda, vuole proprio girare verso il vecchio ponte pericolante, ecco che imbocca il vialone. Va proprio verso la casa… Oh, cielo, ma cosa sta succedendo?”

L’emozione che l’invadeva era così grande che le sue gambe si misero a tremare ed ebbe appena la forza di alzarsi. Il suo cuore era percorso da un doloroso presentimento, mentre allo stesso tempo un fremito di gioia la percorreva: “Almeno saprò la verità! Non c’è niente di peggio dell’incertezza!”

Vera si gettò in fretta lo scialle sulle spalle e corse verso la casa di Vasil’cev, ma, di fronte all’entrata, il suo passo involontariamente rallentò, con il suo cuore che si stringeva più dolorosamente di momento in momento.

La carrozza vuota si era fermata nel cortile invaso dalle erbacce. Il cocchiere si era tolto il berretto, si era asciugato il viso dal sudore e sistemato i capelli. Il portone d’entrata, in cima alla scalinata, era ora spalancato. Vera entrò. Nell’atrio e nel salone non c’era anima viva. Vi era odore di umidità, di abbandono. La luce filtrava debolmente dalle imposte socchiuse.

I mobili, i tavoli, le sedie, il divano: ogni cosa era rimasta nello stesso posto in cui si trovava il giorno della sua partenza. Il ricordo fisico di quella terribile mattina la travolse.

Dallo studio proveniva un brusio di voci. Vera vi si diresse. Il vecchio servo provò ad aprire un’imposta che aveva il chiavistello arrugginito. L’anziana cuoca, con un grande mazzo di chiavi in mano, si asciugava le lacrime con il grembiule. Nella penombra, Vera poteva appena distinguere tre altre persone vicine alla scrivania. In una di esse, finì per riconoscere il commissario di polizia del distretto; le altre due, un uomo e una donna in abito da viaggio, le erano sconosciute.

Quando finalmente fu aperta l’imposta, il commissario, a sua volta, la riconobbe e le si avvicinò: “Mi permetta di presentarle il signor e la signora Golubinski; sono parenti del nostro povero Stepan Michajlovič. Recentemente hanno ricevuto comunicazione della morte del loro cugino, a Vjatka, per una tisi. Sono arrivati ieri in città e mi hanno chiesto di accompagnarli a prendere possesso della casa che hanno legalmente ereditato…”

Stavolta, la natura fu misericordiosa con Vera: all’annuncio di questa spaventosa notizia, perse conoscenza. Contrasse una febbre nervosa; restò a letto per parecchie settimane e non si riprese che lentamente.

Vera ritornò a poco a poco alla vita, e come coloro che resuscitano dopo una grave malattia, provava adesso in sommo grado la gioia fisica di essere viva. Con l’istinto di conservazione tipico dei convalescenti, aveva allontanato da sé qualsiasi pensiero serio o angoscioso; tutti i suoi progetti e i suoi desideri erano ormai raccolti sulle piccole gioie e i piccoli dispiaceri di cui è piena la vita di un malato, e questi dettagli assunsero ai suoi occhi una strana importanza, in alcun modo commisurata alla realtà. Per lei tutto aveva di nuovo il fascino della novità, come in un fanciullo. Si rallegrava di una minestra gustosa e piangeva se il suo guanciale era piegato male. E fu un vero avvenimento quando le si permise per la prima volta di mangiare un’ala di pollo arrosto.

Quando fu vicina alla completa guarigione, e la vita aveva ripreso il suo corso, il passato le apparve molto lontano, come offuscato dalla nebbia.

Un giorno, mentre cominciava a stare seduta sul letto, suo padre le portò delle carte da firmare. Vera vi appose il suo nome con una mano debole e tremante, ma, di fronte al presentimento istintivo di trovarsi davanti a qualcosa di pericoloso, non si chiese perché mai necessitasse la sua firma.

Non fu che qualche settimana più tardi, quando si era completamente ristabilita, che i suoi genitori le comunicarono che Vasil’cev, prima di morire, aveva redatto un testamento con il quale le aveva lasciato una parte della sua fortuna.

In segno di gratitudine, suo padre si vide obbligato a darle la lettera che Vasil’cev le aveva scritto prima di morire.

“Vera, sei stata per me una figlia e un’amante,” scriveva “e adesso, che sto morendo, vedo in te il proseguimento della mia vita. Io non sono riuscito a realizzare me stesso, quaggiù. Per tutta la mia esistenza, sono stato un sognatore inetto, incapace; quando morrò, di me non resterà alcuna traccia; è come l’erba dei campi delle canzoni popolari: la si falcia e la si mette a seccare, e non si saprebbe più ritrovare il posto dov’essa cresceva. Ma tu, mia Vera, sei ancora giovane, e forte. Io dico, sento, che tu sei destinata a qualcosa di grande e di bello. Quello che io mi accontentai di sognare, tu lo tradurrai in realtà; quello che non feci che intuire vagamente, tu lo realizzerai!”

È con una profonda venerazione, che investì tutto il suo essere, che Vera lesse queste righe, scritte da una mano ormai fredda. Le sembrò che a parlarle fosse una voce d’oltretomba. Non provava più, come in precedenza, quella disperazione passionale e offesa, ma aveva l’impressione che un’ombra scura fosse calata sulla sua esistenza e le avesse per sempre tolto l’occasione di una felicità semplice ed egoista.

La malattia di Vera aveva turbato l’ordine della casa dei Baranzov e posto fine a una vita tranquilla, piena di una serena monotonia. Si assistette a una valanga di cambiamenti.

Il primo fra questi ebbe un carattere molto fausto; era quello che tutti speravano e attendevano da tanto tempo: Lena si fidanzò. Un nuovo reggimento si era acquartierato nel capoluogo della provincia; ed era proprio uno dei suoi ufficiali a essere stato la cagione del felice cambiamento. Poco dopo il matrimonio, tuttavia, la giovane coppia dovette partire, poiché il reggimento fu mandato all’altro capo della Russia. Liza, che si ritrovò ancora di più in preda alla noia, partì per raggiungere la sorella, con la segreta speranza di trovare un fidanzato fra i camerati di suo cognato.

Così la famiglia dei Baranzov si trovò d’un tratto sciolta e dispersa. Le immense stanze della vecchia casa signorile sembravano ancora più vuote di prima.

Sopravvenne allora un altro inatteso evento, che però non aveva nulla di gioioso: il conte ebbe un attacco. Per stavolta, la morte non fece che bussare alla finestra e proseguire per la sua strada, non senza lasciare, tuttavia, qualche traccia indelebile: il conte perse l’uso delle gambe, e pure il suo intelletto cedette. Ripiombò nell’infanzia. Adagiato nella sua grande poltrona Voltaire, passava le giornate a fare i capricci, a piangere e a esigere che si giocasse con lui come con un bambino. Ma la cosa più penosa per chi gli stava intorno, era la sua mania di raccontare interminabili storie. Parlava ore intere, esprimendosi male, confondendo le parole, ripetendo cento volte la stessa cosa e offendendosi disperatamente se non lo si ascoltava. Solo Vera aveva la pazienza di occuparsi di quell’anziano malato e riusciva a comprendere le sue parole, che diventavano di giorno in giorno sempre più sconclusionate.

La contessa, che le nozze di Lena avevano un po’ ingagliardito, ebbe pertanto un crollo e invecchiò improvvisamente. Divenne terribilmente devota, si attorniò di ogni sorta di persone pie, frati e pellegrini, disinteressandosi completamente delle cose di questo mondo.

Vera, nel suo ruolo di infermiera paterna, non poteva neanche più sperare di ritagliarsi qualche attività indipendente. Una rassegnata apatia, priva di auspici, s’impadronì a poco a poco di lei. Non riusciva a intravedere la fine di quella situazione, poiché i medici avevano dichiarato che il conte poteva ancora vivere una decina d’anni.

Fortunatamente, del resto, queste previsioni non si sarebbero verificate. Nell’arco di circa tre anni, la morte sopravvenne in maniera del tutto inattesa. Un bel giorno, il conte s’addormentò più profondamente del solito e, quando Vera, sorpresa da quel sonno prolungato, andò a risvegliarlo, lo scoprì già freddo.

La famiglia si riunì un’ultima volta per i funerali; poi si separò definitivamente, per disperdersi una volta per tutte.

La contessa annunciò alle figlie che aveva deciso di ritirarsi in un monastero; la casa di famiglia fu riscattata dal vecchio intendente(1); la vendita lasciò a ciascuna delle sorelle una somma di circa ventimila rubli. Le due maggiori ritornarono alla loro vita di dame di reggimento.

Vera era ormai solo al mondo, completamente indipendente. In fretta, prese la decisione di andare a Pietroburgo per trovarsi un’attività.

Note

  1. Il quale si era arricchito alle spese del suo padrone. È un tema frequente nella letteratura russa (vedi il finale di La dama di picche di Puškin).