Sesso e genere

“Genere” è diventata una parola onnipresente, pur essendo relativamente nuovo il suo impiego al di fuori della grammatica. Il suo primo uso e significato è infatti distinguere nomi, aggettivi anche verbi (in altre lingue) di genere maschile, femminile e neutro (come in latino). È solo dagli anni ‘60 che la parola “genere” viene impiegata per denominare anche i ruoli sociali dei due sessi, cioè il fatto che ciò che fanno uomini e donne, il modo in cui si comportano in famiglia, nella sfera economica governata dal denaro, nel tempo libero, e poi i loro gusti, preferenze, abiti, hobby siano profondamente diversi, ma anche disuguali. Tali diversità e disuguaglianze sono normalmente concepite e propagate in tutte le società come un dato di natura: gli uomini sono così, le donne sono diverse, e generalmente il tuo sesso determina il tuo modo di stare al mondo, perché determina i compiti che ti sono assegnati, il tuo lavoro, il tuo ruolo nella famiglia, il tutto ritenuto normale e naturale. Il “genere” in senso sociale è qualcosa che diventa evidente solo quando questi ruoli sono contestati, come hanno fatto le femministe in ogni epoca, esprimendo disaccordo su regole e limitazioni penalizzanti per le donne (dopotutto viviamo nel patriarcato).
Contro la naturalizzazione dei ruoli sociali Simone de Beauvoir affermava: “Donna non si nasce ma si diventa” ne Il secondo sesso (1949), un libro estremamente popolare. Fu attiva nelle lotte delle donne degli anni ’70, in particolare per avere la possibilità di abortire in modo legale. Allora le femministe protestavano contro i doppi standard che rendevano e rendono il ruolo di genere maschile dominante su quello femminile, volendo la scomparsa di questi ruoli: che il lavoro domestico e di riproduzione familiare e sociale sia affidato gratuitamente alle donne, che certe professioni siano riservate agli uomini, che la vita sessuale dei due sessi debba svolgersi con regole opposte: lode al Don Giovanni e biasimo alla puttana!
Oggi invece “genere” è impiegato sempre più frequentemente come sinonimo di “sesso”. Se vivesse oggi Simone de Beauvoir sarebbe costretta a specificare “Donne si diventa, ma la società ti fa diventare tale se nasci femmina”! Se il sociale cancella il substrato biologico su cui è costruito, l’equiparazione di ciò che siamo (maschi, femmine, e anche una piccola minoranza di intersessuati che hanno caratteristiche degli uni e delle altre) con i ruoli sociali che ci sono assegnati origina concetti strani come: “parità di genere”, “identità di genere”, leggi antidiscriminatorie in base al “genere”, l’omosessualità definita nei Principi di Yogyakarta come “attrazione per lo stesso genere”. Sono gli esempi più eclatanti di come utilizzare il concetto di “genere” al posto di “sesso” sia diventato controproducente per le femministe e tutti coloro che credono nell’uguaglianza tra uomini e donne, cioè nel pari valore sociale dei due sessi. Questo Volantino militante mostra in dettaglio l’assurdità e le conseguenze negative di questa confusione, già visibili nel fenomeno degli adolescenti che vogliono cambiare sesso solo perché ribelli al genere.

 

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Sesso e genere sono due parole liberatorie! Le rende tali lo sfondo culturale comune alle tre religioni dette del Libro, cioè la Bibbia, fonte di precetti comuni all’ebraismo, al cristianesimo e all’Islam. Le tribù del deserto discendenti da Abramo esaltavano l’ascesi – per quanto riguarda il sesso – e richiedevano – per quanto riguarda il genere – la sottomissione assoluta agli uomini delle donne, fonte di ogni male e disgrazia secondo la loro mitologia. La colpa di Eva è la giustificazione morale del trattamento diseguale riservato alle femmine, dell’inferiorizzazione sociale che – tra le altre cose – tutt’ora impedisce l’accesso femminile al sacerdozio cattolico. Eva, nata dalla costola di Adamo (Genesi 2:22) con una clamorosa inversione dei fenomeni naturali, lo istiga a disobbedire a Dio, benché lei stessa sia una donna sottomessa, al contrario della prima donna che l’aveva preceduta: infatti Dio li aveva già creati maschio e femmina al sesto giorno (Genesi 1:26-7). Lilith – questo il nome dato alla prima creatura femminile dalla esegesi ebraica che rettificava le incongruenze della Bibbia – poneva un problema simbolico di genere nel suo rifiuto di fare sesso con Adamo stando sotto di lui, e per questa disobbedienza la divinità la tramutò in un demone.
Quando Paolo di Tarso, non ancora san Paolo, portò la religione cristiana a Roma, confermò sia il messaggio di ascesi, condannando l’edonismo che permeava la vita degli antichi Romani maschi nobili o benestanti, sia quello di sottomissione delle donne ai loro mariti (I lettera ai Corinzi 11:3). Sono questi i ruoli di genere con cui tutt’ora abbiamo a che fare: dominio maschile e sottomissione femminile permeano la tradizione e la realtà in cui viviamo, benché la distanza sociale tra maschi e femmine sia diminuita nel tempo.
È stato quindi liberatorio separare il sesso dal genere, termine usato dal femminismo della seconda ondata (anni ’60 e ’70) in lingua inglese per indicare gli obblighi sociali cui le femmine – ma anche i maschi – sono sottoposte. La parola “genere” è stata usata per riuscire a parlare delle imposizioni che limitavano, e limitano, l’esistenza delle donne, che il patriarcato attribuisce alle caratteristiche naturalmente legate al sesso – sono i ruoli sociali di genere – in italiano si usava piuttosto l’espressione “ruoli sessuali”. Nei loro incontri le giovani neofemministe mettevano in discussione la presunta realizzazione personale di tutte le donne con la subordinazione devota al marito e con la maternità. Affermavano che si trattava di un modello, di un ruolo imposto niente affatto corrispondente a ciò che le donne stesse vogliono. L’aspirazione a rapporti sentimentali paritari e all’accesso al mercato del lavoro era ed è infatti assai diffusa ben oltre il movimento femminista. Il genere – dunque il ruolo sociale femminile tradizionale – è una costruzione sociale basata sul sesso: questo il messaggio femminista. È la società patriarcale a insegnare alle femmine che sono per natura servizievoli e portate al sacrificio di sé, mentre addestra i maschi all’aggressività contro le femmine e alla competizione tra loro, sempre ritenendo che si tratti di natura femminile e maschile. Per liberare le donne, per avere relazioni paritarie tra i sessi, il genere deve essere abolito, cioè attivamente contrastato e poi dimenticato, cancellato. L’espressione individuale deve subentrare al ruolo: solo così l’uguaglianza tra uomini e donne potrà essere realizzata.
Parlare oggi di “sesso” e “genere” significa però confrontarsi con un uso diverso che si fa di questi due termini nel dibattito filosofico e politico, un uso solo apparentemente ancora liberatorio, perché in realtà fa ritornare a un unico concetto, che questa volta è chiamato “genere” e non più “sesso”. L’effetto è però il medesimo della naturalizzazione del genere: si chiudono quegli spazi di libertà delle donne che il femminismo della seconda ondata aveva aperto, si irrigidiscono i ruoli sociali di maschi e femmine con il pretesto di aiutare coloro che “non sono conformi al proprio genere” – fatto però coincidere con il proprio sesso.
Questi sono i temi del volantino militante che avete tra le mani a proposito di “sex’n’gender”. La mia prospettiva è ancora quella della liberazione del sesso e della liberazione dai generi, contro l’attuale ritorno in grande stile degli stereotipi.