IL CENTRO DEL RESTO DI NIENTE. SU “MALACQUA” DI NICOLA PUGLIESE

In Malacqua l’evento traumatico di un diluvio che pare inarrestabile (fatalità, punizione divina o catastrofica incuria) fa irruzione nella città di Napoli, in un mondo che ha una superfice di normalità e una sotterranea sostanza vuota. Di questo ordine simbolico in slavina di senso fanno parte o lo rappresentano politici, carabinieri, burocrati, che rivelano nella circostanza la più grottesca inadeguatezza, il vuoto del simbolico e della legge che dovrebbe sostenerli. La coscienza apocalittica che sorge nel protagonista – e in forma almeno intuitiva in alcuni dei personaggi – prende atto di questa mancanza erodente, nell’attesa del colpo che disintegri l’apparenza di stabilità che la copriva e si rivela ipocrisia insostenibile: «per folgorazione si procedeva adesso sulla strada della conoscenza» (71)[1]. C’è attesa del crollo e una confusa speranza che da esso nasca «un aggiustamento, una riconversione strana» (70). Tutto questo non avviene in una coscienza compiutamente desta, è uno “stato d’animo”, un moto profondo dell’inconscio del collettivo, «un interrogativo incompiuto e deforme, una domanda non precisata né formulata ancora», che si rivela piuttosto che nella forma del pensiero in quella di un sintomo corporeo indubitabile, «respirando se ne avvertiva concreta presenza al diaframma», «tra le maglie del petto» (70).