«I rapporti spaziali sono rapporti di forza»: Yves Lacoste e la geopolitica

La geografia serve, innanzitutto, a fare la guerra

Il nome del geografo Yves Lacoste, scomparso il 20 giugno all’età di 97 anni, è associato alla geopolitica, disciplina che attualmente sta vivendo un momento di grande successo, anche nelle scuole superiori con la recente specializzazione HGGSP. Eppure, questo legame non potrebbe essere più lontano dal progetto iniziale di colui che fu uno dei protagonisti del rinnovamento della geografia. Analisi del titolo della sua famosa opera del 1976: La geografia serve, innanzitutto, a fare la guerra.

“Si sta imponendo una sorta di nuova vulgata geopolitica, proposta da esperti dei programmi televisivi, professori ed élite politiche ed economiche, priva di spirito critico, debole sul piano epistemologico, poco strutturata dal punto di vista teorico e, nel complesso, al servizio degli interessi dominanti del momento. Insomma, una geopolitica che serve, ancora una volta, a fare la guerra: la guerra ai deboli, ai diritti, ai beni comuni, alla Terra stessa.”


Una novità di Asterios!

https://www.asterios.it/catalogo/geopolitica-e-rivoluzione-halford-john-mackinder-e-il-perno-geografico-della-storia

Clicca sul link per leggere la scheda del volume e le prime 30 pagine!


 

Alla morte di Yves Lacoste, lo scorso 20 giugno, numerosi commenti hanno salutato la scomparsa del fondatore di una «scuola francese di geopolitica», presentata come fonte di ispirazione, proprio mentre la geopolitica è tornata in auge.

Numerosi «esperti» ne fanno il proprio campo di competenza in un periodo in cui i conflitti sono numerosi; nel 2019, essa ha avuto il raro onore di apparire come una nuova «disciplina» scolastica insegnata al liceo nell’ambito di un indirizzo molto apprezzato dagli studenti (Storia, Geografia, Geopolitica, Scienze Politiche); un think tank di tendenza, come Le Grand Continent, intende invece promuoverla, in particolare attraverso l’omonima rivista, come un sapere particolarmente adatto alla comprensione del mondo contemporaneo.

Del resto, Le Grand Continent, proprio nel momento della scomparsa di Lacoste – per una coincidenza del calendario – organizzava all’École normale supérieure di rue d’Ulm, in occasione dell’inaugurazione dell’Istituto geopolitico di studi avanzati creato da questo gruppo presso l’ENS, un importante convegno dal titolo: «Esiste una geopolitica francese?», che si apriva con una testimonianza scritta di colui che veniva così indicato come il padre fondatore di un nuovo corpus (per non dire un canone). In questa sequenza si può vedere la messa in scena di una sorta di passaggio di testimone.

Yves Lacoste è stato una figura di spicco della geografia dagli anni ’60 agli anni ’90. Protagonista del rinnovamento di una disciplina a lungo imprigionata in un accademismo e in un corporativismo soffocanti, ha contribuito a cambiare lo sguardo con cui essa veniva percepita. I suoi testi sono stati letti e discussi ben oltre la cerchia di coloro che condividevano le sue idee. La sua grande forza fu innanzitutto quella di essere un autore iconoclastico rispetto alle tradizioni geografiche scolastiche e universitarie dell’epoca, ma – ed è un paradosso – non si può per questo considerarlo un innovatore di primo piano sul piano teorico ed epistemologico.

A partire dagli anni ’80, Yves Lacoste è addirittura diventato una «istituzione», alla quale si sono richiamati personaggi che, al di fuori della cerchia ristretta dei «lacostiani», avevano conservato di lui solo il titolo del suo libro più famoso: La geografia serve, innanzitutto, a fare la guerra, pubblicato nel 1976. Ignorando, tra l’altro, il contenuto del libro, il contesto in cui è stato scritto, ignorando persino che la geopolitica stricto sensu non è l’argomento di quest’opera, né della rivista creata da Lacoste proprio nello stesso anno, il 1976: Hérodote. Come se il suo pensiero iniziale fosse stato dimenticato. Mi sembra quindi opportuno tornare alla fonte stessa del suo lavoro che, negli anni ’60 e ’70, è indissolubilmente legato al suo impegno politico.

Membro del PCF nel dopoguerra, pur senza esserne uno dei più attivi, si impose come uno dei primissimi accademici a interessarsi a ciò che all’epoca veniva definito «sottosviluppo», in una prospettiva terzomondista, anti-imperialista e anticolonialista. Lacoste, che ha vissuto in prima persona l’esperienza coloniale e ha denunciato fin da subito la colonizzazione e i coloni[1], si distingue allora dalla maggior parte dei suoi colleghi per essere un acerrimo critico dell’ordine costituito. Dotato di un vero talento polemico, ma anche di una grande capacità di descrivere i casi e gli esempi che utilizza, si scontrava con i suoi pari. Tuttavia, sebbene fosse molto vigoroso nel criticare il modo in cui gli accademici e i professori delle scuole secondarie praticavano la geografia, la sua concezione della disciplina in sé rimase sempre piuttosto classica, un classicismo che del resto gli fu spesso rimproverato.

Il libro che contribuì a rendere Lacoste una figura di spicco in ambito universitario e gli valse una reputazione al di fuori del suo ambito disciplinare di origine, pubblicato nel 1965 dalle Presses universitaires de France: Géographie du sous-développement, ebbe ampia risonanza, poiché in esso Lacoste tentava un approccio globale al fenomeno. Aveva già pubblicato numerosi testi, dalla fine degli anni ’50 [2], su questa questione, e questa nuova opera, il cui successo fu notevole sia in Francia che all’estero, si proponeva come una sintesi che analizzasse il «sottosviluppo nelle diverse forme in cui si presenta nel mondo», seguita da un tentativo di individuare fattori esplicativi generali del fenomeno. La conclusione invocava l’attuazione di una «geografia attiva».

Un evento accelerò l’evoluzione del pensiero di Lacoste: il suo studio dedicato ai bombardamenti del fiume Rosso da parte dell’esercito americano in Vietnam.

Lacoste era da tempo un sostenitore di questo approccio (proposto inizialmente da Pierre Georges, uno dei suoi mentori), ovvero un insieme di conoscenze geografiche in grado di influenzare il percorso dei paesi sottosviluppati. Lacoste non sostiene affatto la costruzione di una «geografia applicata» nel senso di un’ingegneria geografica e di pianificazione territoriale al servizio dei poteri costituiti, ma l’attuazione di un corpus di conoscenze critiche sui meccanismi del sottosviluppo che consenta di garantire «razionalmente», attraverso il lavoro sull’organizzazione dello spazio e le sue logiche, l’emancipazione dal colonialismo e dall’imperialismo.

Logicamente, Lacoste è ben identificabile negli ambienti della sinistra dell’epoca. Non sorprende quindi ritrovarlo già nel dicembre 1968 al centro universitario di Vincennes (seguirà poi il trasferimento del centro a Saint-Denis, dove concluderà la sua carriera di docente) e vicino a tutti i protagonisti di questa effervescente esperienza di pensiero e di formazione. Senza mai affermarsi come il più all’avanguardia nella contestazione, Lacoste fu tra le figure di spicco di Vincennes, dialogando con tutti, vicino al filosofo François Châtelet, con cui condivise l’insegnamento dell’epistemologia della geografia, o a François Maspero, che avrebbe dato un impulso decisivo al suo lavoro diventando il suo editore e quello della sua rivista.

Un evento accelerò l’evoluzione del pensiero di Lacoste: il suo studio, che suscitò grande scalpore poiché fu diffuso dai media attraverso due articoli pubblicati dal quotidiano Le Monde, che ebbero risonanza internazionale, dedicati ai bombardamenti del fiume Rosso da parte dell’esercito americano in Vietnam. Il primo di questi testi, «L’aviazione americana può provocare una catastrofe senza colpire direttamente le dighe nordvietnamite», fu pubblicato l’8 giugno 1972. Si tratta di una denuncia dei bombardamenti americani, decisi dal presidente Nixon, sulle dighe del delta densamente popolato del fiume Rosso.

Lacoste, partendo da un’analisi geografica del contesto costituito da quell’area (senza essersi recato personalmente sul posto), dimostra che l’esercito americano espone la popolazione a rischi considerevoli, poiché l’arrivo del monsone e delle piene rischia di provocare la rottura delle dighe indebolite dalle bombe. Questo primo testo gli valse un invito da parte delle autorità del Vietnam del Nord. Lacoste poté così recarsi sul posto[3] e osservare la situazione. Ne trasse un secondo articolo estremamente severo nei confronti degli Stati Uniti: «I bombardamenti sulle dighe sono deliberati», pubblicato il 16 agosto 1972. In esso dimostra la fondatezza delle sue prime intuizioni. Avendo potuto percorrere per dieci giorni in jeep le dighe del fiume Rosso insieme a un’unità dell’esercito nordvietnamita, mette in evidenza una strategia precisa dei militari: «la concentrazione dei bombardamenti sugli argini nella parte orientale del delta, che è anche la regione più popolata e più importante dal punto di vista agricolo, riflette il carattere deliberato di questi attacchi, poiché essi si concentrano proprio dove i loro effetti possono essere più gravi».

I piloti effettuano i bombardamenti a rasoterra, sganciando le bombe sull’argine del fiume, sotto la diga, per indebolirla in modo che crollasse in seguito sotto la pressione delle acque monsoniche – con il rischio di provocare decine di migliaia di morti in queste aree densamente popolate e di rendere molto difficile qualsiasi insediamento umano, compromettendo le condizioni necessarie per l’abitare.

https://www.asterios.it/catalogo/storia-della-geopolitica

 

Si trattava anche di far passare questo crollo come una catastrofe naturale, legata alla cattiva manutenzione delle dighe, e non come il risultato di un’azione distruttiva intenzionale. L’eco di questa inchiesta è stata considerevole sulla stampa internazionale e negli ambienti diplomatici, e ha pesato non poco sulla decisione di interrompere questi bombardamenti [4].

In Vietnam, Lacoste mise in atto un metodo di osservazione geografica molto classico dell’ambiente, lo stesso con cui era stato formato e che praticava sin dai suoi esordi. Il suo approccio non è sovversivo per via del tipo di metodo e del quadro analitico ed esplicativo che sceglie, ma per le conclusioni che ne trae: l’esercito degli Stati Uniti utilizza conoscenze geografiche precise per definire le proprie tattiche d’attacco. Questo studio è fondamentale per comprendere l’evoluzione del pensiero di Lacoste – lo riprenderà nella sua tesi di dottorato[5] – la cui notorietà si accresce notevolmente dopo questi due testi.

Da quel momento in poi, circondato da un gruppo affiatato (una «banda») di giovani geografi e specialisti in scienze sociali (Lacoste, in quel periodo, animava un collettivo eterogeneo), farà convergere i risultati dei suoi studi sulla geografia del sottosviluppo, il suo impegno nella promozione di una geografia attiva e le sue scoperte in Vietnam per elaborare una proposta radicale che sarà formalizzata in La geografia serve, innanzitutto, a fare la guerra, pubblicato nel settembre 1976, pochi mesi dopo il primo numero della rivista Erodoto, da lui diretta nel primo trimestre dello stesso anno (e che anticipa i principali sviluppi del libro).


https://www.asterios.it/catalogo/dizionario-di-geopolitica


Quest’opera suscitò grande scalpore e continua ancora oggi ad essere famosa, come abbiamo appena constatato, anche se ci si può chiedere se, nel 2026, molti ne sappiano qualcosa di più del semplice titolo. Si noti che il «innanzitutto» è racchiuso tra virgole, il che è fondamentale, poiché Lacoste cerca innanzitutto di ricollocare la geografia in una dinamica e di conferirle lo status di sapere «attivo» e democratico, basandosi su una critica virulenta delle forme che essa assume nel mondo accademico, educativo, mediatico e politico. Questo «innanzitutto» è quindi seguito da un «poi», inquadrato dal sottotitolo iniziale di Erodoto: strategie, geografie, ideologie – il plurale è importante. Il progetto consiste proprio nel mostrare come sviluppare geografie in grado di sottrarsi alle strumentalizzazioni politiche e di decifrare le strategie e le ideologie degli attori del potere e della potenza, al fine di consentire la lotta contro gli imperialismi e tutte le forme assunte dalle «alienazioni». Per convincercene, torniamo al testo collettivo intitolato «Attenzione: geografia!», che apre il n. 1 di Erodoto.

♦ «Le immagini e le parole della geografia proliferano. Essa contamina il linguaggio: paese, regione, ambiente naturale, “Nord-Sud”, persino arcipelago.

♦ Mappe e paesaggi abbondano.

♦ Questa inflazione banalizza i discorsi sullo spazio e, allo stesso tempo, li drammatizza.

♦ Oggi tutti sanno che lo spazio è finito, che può essere scarso, che può essere costoso, che può essere inquinato. Il riferimento allo spazio diventa familiare: più perde di significato, più acquista peso.

♦ Cosa esprime questo paradosso, se non una consapevolezza diffusa, acuta, moderna, che lo spazio non è ciò che si credeva, un supporto neutro, una cornice passiva, un palcoscenico innocente, ma la memoria, il terreno stesso, la posta in gioco delle pratiche sociali?

♦ I rapporti sociali si inscrivono, si imprimono nel paesaggio come su una superficie di registrazione: memoria.

♦ Gli apparati di potere operano nello spazio: terreno, e vi si materializzano: posizioni.

♦ Le classi, le fazioni del capitale, gli eserciti, gli Stati vi si oppongono: fronti, vi si contendono territori: posta in gioco.

♦ I loro apparati assegnano agli arresti domiciliari, spostano, esiliano, incanalano, rinchiudono: città operaie, ghetti, città nuove, baraccopoli, campi, caserme.

♦ I rapporti spaziali sono rapporti di forza[6]

Sebbene il discorso sia molto politico e impegnato, è innanzitutto orientato da una prospettiva geografica: è importante comprendere le condizioni spaziali, materiali e ideali, attraverso le quali gli effetti del potere si manifestano e si realizzano. Nulla è più lontano dal progetto iniziale di Lacoste che limitarsi a essere un semplice notaio delle ideologie dominanti e uno scriba dei desideri di dominio di questo o quel protagonista – da questo punto di vista non si possono far coincidere i lavori di Lacoste e quelli di E ErodotoE con i discorsi di cancelleria, privi di qualsiasi nesso con un’analisi rigorosa delle scienze sociali, che oggi pullulano sotto le spoglie del discorso geopolitico.

Lo spazio conta, perché la sua forza al servizio dei potenti è mascherata; si tratta quindi di svelarla. Di conseguenza, non è affatto difficile comprendere che l’ospite d’onore del numero inaugurale della rivista sia Michel Foucault in persona, inizialmente un po’ incredulo, nell’intervista che concede, nel scoprire tanto interesse da parte dei geografi per il suo lavoro e che finisce per riconoscere la pertinenza della prospettiva geografica e delle sue riflessioni, con una formula sorprendente: «La geografia deve pur essere al centro di ciò di cui mi occupo[7]


https://www.asterios.it/catalogo/geopolitica-e-geocultura


Se lo spazio è una questione così importante, allora occorre promuovere geografie capaci di abbracciare i risvolti di questa «politicità». Lacoste sostiene che i suoi articoli sul Vietnam dimostrino la pertinenza del suo approccio. Egli non ritiene che la geografia del suo tempo (che rimane fondata su una descrizione dell’organizzazione spaziale delle società e si basa su una lettura precisa degli «ambienti naturali») sia intrinsecamente debole. Ciò che non va non è il sapere geografico in sé, ma il suo stravolgimento, la confisca della sua efficacia da parte delle pratiche dominanti che ne mascherano e nascondono il potenziale. Eccoci al cuore dell’intenzione lacostiana: smascherare con l’acido tre processi di occultamento dell’importanza dello spazio e di «neutralizzazione» della portata della geografia.

La geografia viene confiscata e travisata in una pratica scolastica, universitaria e mediatica che ne occulta la vera natura e la portata.

Innanzitutto, la «geografia dei professori», ovvero la disciplina universitaria e scolastica così come si è costituita nel XIX secolo, dapprima in Germania, poi in Francia. Questo sapere mira a fornire una descrizione «oggettiva» del mondo, escludendo intenzionalmente qualsiasi dimensione politica, poiché si ritiene che tenerne conto danneggerebbe il rigore scientifico e la neutralità scolastica, che secondo Lacoste è diventata un semplice strumento secondario all’interno della cultura generale, privo di interesse: «questo discorso pedagogico, tanto più tedioso in quanto i mass media dispiegano il loro spettacolo del mondo, nasconde agli occhi di tutti il formidabile strumento di potere che è la geografia per chi detiene il potere[8] ».

Questa citazione permette di precisare che Lacoste esamina anche ciò che definisce un altro «paravento ideologico» che, più recentemente, allontana dal pubblico la presa di coscienza del carattere strategico delle conoscenze geografiche: la «geografia-spettacolo», quella messa in scena per garantire l’intrattenimento del maggior numero di persone – Lacoste è uno dei primi a mettere in luce tale evoluzione.

Accanto a ciò esiste quella che viene definita la «geografia degli stati maggiori», un insieme di rappresentazioni e conoscenze dello spazio che costituiscono un sapere strategico utilizzato dalle minoranze dirigenti. È la geografia militare e politica, quella che serve realmente il potere (pianificazione militare, controllo del territorio, amministrazione coloniale, guerre). La sua forza impone la «mistificazione» attraverso la geografia dei docenti (di cui Lacoste scrive che sono, del resto, essi stessi ingannati dall’occultamento dell’uso politico della geografia) e attraverso la geografia-spettacolo: «Il risultato di questa mistificazione operata dalle immagini della geografia-spettacolo e dalle lezioni dei professori è che una minoranza, quella che detiene già tanti altri poteri – militare, di polizia, politico, amministrativo, finanziario – è l’unica a detenere quel potere che la geografia conferisce quando è intesa come sapere strategico[9]

La geografia non è di per sé debole, poiché la sua padronanza e quella dei suoi strumenti, in particolare quelli cartografici, consentono ai poteri di agire e di fare la guerra, ma viene confiscata e travisata in una pratica scolastica, universitaria e mediatica che ne occulta la vera natura e la portata. Lacoste non deduce da ciò la necessità di reindirizzare la geografia scientifica su un nuovo percorso (la sua epistemologia rimarrà nel complesso molto convenzionale), ma, poiché le questioni sollevate dalla disciplina riguardano in realtà tutti i cittadini, egli invita a riscoprire e democratizzare tale sapere tattico e strategico, a liberarlo dalla neutralizzazione e dalla confisca di cui soffre, a emancipare la geografia per rivelarne la vera posta in gioco: comprendere lo spazio significa comprendere i rapporti di forza e le ideologie e strategie che sono così inscritte in questi rapporti di forza spazializzati. La geografia è sempre e comunque una «geopolitica», e Lacoste avrà sempre a cuore di difendere questa idea, in particolare contro coloro che lo accuseranno di sconfinare, con questa scelta, nel campo del attivismo e di allontanarsi dal rigore scientifico.

La rivista riscosse subito un ampio pubblico e il libro ebbe una risonanza concreta; i dibattiti tra geografi e con le altre scienze sociali furono numerosi. Nel 1983, Hérodote (ripresa dalla nuova casa editrice La Découverte) cambia il suo sottotitolo iniziale e si presenta d’ora in poi come una «rivista di geografia e geopolitica» – il plurale scompare, purtroppo. Questa modifica è spiegata chiaramente da Yves Lacoste nel suo editoriale[10] e in altre pubblicazioni successive[11].

Lacoste, all’epoca, intendeva continuare a stimolare il dibattito disciplinare, mentre anche numerosi geografi affrontavano la questione del rapporto tra lo spazio e la politica, ma con epistemologie molto diverse, obiettivi scientifici più decisi nella creazione di una scienza dello spazio fortemente influenzata dai contributi di altre scienze sociali. Per lui si trattava di non lasciare campo libero a geografi «concorrenti» che intendevano dimostrare che la sua geografia, pur interessandosi alle questioni di potere, rimaneva tuttavia tradizionale o poco convincente sul piano teorico e concettuale[12].

Lacoste non voleva nemmeno lasciare che, senza reagire, prosperasse una rivisitazione della geopolitica da parte di correnti conservatrici e persino reazionarie che, mentre gli equilibri internazionali derivanti dalla guerra fredda cominciavano a vacillare, intendevano ridare lustro a un approccio a lungo screditato, in particolare per la sua affinità con il nazismo.

Lacoste mirava in particolare a contrastare l’influenza della rivista Géopolitique, fondata nel 1982 da Marie-France Garaud sulla scia della costituzione dell’Istituto internazionale di geopolitica, il cui approccio, poco incentrato sulla geografia, incentrato sullo studio delle questioni di potere o sulla costruzione di grandi schemi planetari, in linea con le prime teorie geopolitiche sviluppate in Germania, in Inghilterra o negli Stati Uniti. Lacoste criticava aspramente tali discorsi nel suo editoriale: «Si definiscono realisti, ma procedono, come altri, da pregiudizi ideologici e, se fanno riferimento a considerazioni geografiche – peraltro molto semplicistiche –, le presentano come argomenti autorevoli e indiscutibili. Non dobbiamo lasciare loro campo libero, né il monopolio del termine “geopolitica”. È più che mai necessario dimostrare che esistono modi molto diversi di affrontare i problemi geografici e geopolitici.»

Questa citazione assume un significato particolarmente incisivo ora che proliferano le «perizie» geopolitiche che possono essere perfettamente definite proprio da ciò che Lacoste criticava aspramente.

Era quindi legittimo per lui porsi in una posizione di anteriorità, ma anche ricordare che la sua geopolitica si fondava su un approccio serio, sostenuto da solidi metodi sul campo e da un’indispensabile competenza geografica — che consentiva in particolare di realizzare approcci «diatopici», cioè multiscalari. Perché, e qui si tocca il punto essenziale, per Yves Lacoste, la geopolitica non esiste di per sé, non è una disciplina a sé stante, non è assolutamente separabile dalla geografia, ma deriva dalla volontà e dalla capacità della geografia di affrontare le questioni relative al potere, alle strategie, alle ideologie e alle forme di dominio nella misura in cui queste si manifestano e si leggono nella complessità delle organizzazioni geografiche.

Lacoste non concepisce una o più geopolitiche senza una o più geografie, e d’altronde impiegò molto tempo a proporne una definizione autonoma: «l’insieme delle rivalità di potere su territori, sia di piccole che di grandi dimensioni, che coinvolgono attori con rappresentazioni contraddittorie[13]». Ci si mantiene in linea con quanto affermato nel 1976: un approccio orientato all’analisi geografica (mentre, nel momento in cui Lacoste scrive queste righe, il concetto di territorio diventa onnipresente nella ricerca) e che si apre alle ideologie (anche la nozione di rappresentazione è molto in voga all’inizio degli anni ’90) degli attori dei poteri in rivalità su e per uno spazio.

Da quarant’anni, numerosi geografi, partendo spesso da questo duplice atto fondatore costituito dalla pubblicazione di Erodoto e di La geografia serve, innanzitutto, a fare la guerra, senza per questo rivendicare l’appartenenza al gruppo dei lacostiani, hanno sviluppato ricerche geopolitiche, tutte fondate sulla volontà di comprendere il legame tra spazi e poteri. Da parte sua, Yves Lacoste ha continuato a lungo a guidare il collettivo di Erodoto, accettando al contempo di ampliare lo spettro delle analisi. Béatrice Giblin, figura chiave della rivista, ha così contribuito in modo decisivo e notevole a far sì che la geopolitica si applicasse a situazioni spaziali subnazionali e quotidiane, al fine di dimostrare quanto fosse verificabile che in ogni rapporto spaziale si celasse un rapporto di forza.


https://www.asterios.it/catalogo/geopolitica-del-caos-verso-una-civilt%C3%A0-del-caos


Ci si può tuttavia chiedere se Lacoste non sia finito per cadere nell’errore di difendere così tanto il proprio progetto da renderlo sempre meno aperto e sensibile alle critiche esterne. Non avrebbe finito per credere lui stesso alla geopolitica fine a se stessa (da cui il passaggio al singolare del 1983), accettando la creazione nel 2002 all’Università di Parigi dell’Istituto francese di geopolitica (che sostituiva un centro di ricerca inaugurato nel 1989), diventato l’organo ufficiale di una corrente di pensiero? Si possono comprendere le motivazioni istituzionali di un tale consolidamento: la lotta tra le strutture universitarie per ottenere studenti, riconoscimenti e risorse non è certo clemente e, in questo senso, il mondo accademico è caratterizzato da logiche geopolitiche. Ma così facendo si è anche creata l’idea che esistesse un «canale storico» più legittimo rispetto alle altre vie per lo sviluppo di tale approccio. E si è aperta la porta alla strumentalizzazione del pensiero di Lacoste da parte dei promotori di una «nuova geopolitica» attualmente molto in voga che, tuttavia, non riprende nulla di quelle che erano le sue concezioni iniziali e si avvicina molto di più a un discorso che Lacoste avrebbe potuto denunciare nel 1976.

Si sta imponendo una sorta di nuova vulgata geopolitica, proposta da esperti dei programmi televisivi, professori ed élite politiche ed economiche, priva di spirito critico, debole sul piano epistemologico, poco strutturata dal punto di vista teorico e, nel complesso, al servizio degli interessi dominanti del momento. Insomma, una geopolitica che serve, ancora una volta, a fare la guerra: la guerra ai deboli, ai diritti, ai beni comuni, alla Terra stessa.

Note

[1] Nacque a Fez, in Marocco, il 7 settembre 1927 e visse, come giovane insegnante, in Algeria dal 1952 al 1955, periodo durante il quale, insieme alla moglie, l’etnologa Camille Lacoste-Desjardin, avvertirono con forza l’ingiustizia della situazione. Dovette tornare in Francia a causa della sua vicinanza ai militanti indipendentisti. Lasciò il PCF a causa della sua posizione sulla questione algerina e del sostegno ai pieni poteri a Guy Mollet.

[2] In particolare, I paesi sottosviluppati, collana «Que sais-je», Parigi, PUF, 1959.

[3] Con una delegazione della «Commissione internazionale d’inchiesta sui crimini di guerra americani in Vietnam».

[4] Ciò valse a Lacoste il divieto di soggiorno negli Stati Uniti, che sarebbe durato fino alla fine della sua vita.

[5] Unità e diversità del Terzo Mondo, difesa nel 1979, pubblicata da Maspero.

[6] Erodoto, n. 1, Éditions François Maspero.

[7] Questa intervista è appassionante, cfr. «Domande a Michel Foucault sulla geografia» in Michel Foucault, Dits et écrits, vol. 2, collana Quarto Gallimard, 2001.

[8] Yves Lacoste, «Perché Erodoto? Crisi della geografia, geografia della crisi», Erodoto, n. 1, Parigi, Maspero, 1976. In questo lungo articolo, arricchito dalle osservazioni formulate dai lettori del «gruppo di discussione» della rivista, Lacoste raccoglie le idee chiave e le formule che saranno al centro del libro successivo. Vi si trova in particolare l’affermazione: «La geografia serve innanzitutto a fare la guerra e a organizzare i territori per controllare meglio gli uomini sui quali l’apparato statale esercita la propria autorità».

[9] Yves Lacoste, La geografia serve, innanzitutto, a fare la guerra, riedizione, collana Poche/Essais, La découverte, 2014.

[10] Yves Lacoste, «Editoriale», Hérodote, n. 28, 1983, pp. 3-6

[11] In particolare il suo libro di interviste con Pascal Lorot: Yves Lacoste. La geopolitica e la geografia, Choiseul Éditions, 2010.

[12] È questo il fulcro della critica condotta da Roger Brunet, Jacques Lévy o Claude Raffestin, il cui libro Pour une géographie du pouvoir (Litec, 1981) è senza dubbio uno dei contributi più importanti a questa riflessione, che si basa in particolare su Michel Foucault molto più di quanto non abbia mai fatto Lacoste.

[13] Yves Lacoste, «Preambolo», Dizionario di geopolitica, Flammarion, 1993.

Autore

Michel Lussault. Geografo, professore all’Università di Lione (École Normale Supérieure di Lione) e direttore dell’École urbaine di Lione.

Fonte: AOCMedia


Ogni giorno siete in tanti, tantissimi, a migliaia a leggere acro-polis.it a sbafo! Ma non basta, dovete leggere libri — non solo i nostri — che Vi aiutano a capire e a riflettere. Vi preghiamo di sostenerci acquistando i volumi di www.asterios.it e i volumi Libri su carta di acro-polis.it