L’utopistica delle alternative
La possibilità di immaginare alternative dipende dalle condizioni che strutturano l’orizzonte del possibile, da qualcosa di precedente e più fondamentale della pluralità delle voci o della circolazione delle informazioni. È a questo livello che si decide, in ultima analisi, la capacità di una società di concepire alternative efficaci al presente. La crisi della sfera pubblica va oltre qualsiasi crisi della comunicazione; riguarda le condizioni in cui le alternative possono essere immaginate. Recuperare l’immaginazione come capacità di de-formazione, di dissolvere le forme consolidate per percepire la transizione del presente, è un compito al tempo stesso teorico, estetico e politico. In un momento in cui gli algoritmi tendono a fissare il futuro come un prolungamento calcolato del presente, l’immaginazione come percezione delle de-formazioni del futuro si afferma, contro tale fissazione, come la facoltà critica di cui abbiamo più urgentemente bisogno.
Commento
C’è una domanda che attraversa l’articolo e che riguarda chiunque scriva o legga un giornale di idee: perché è diventato così difficile immaginare che le cose possano andare diversamente?
La risposta corrente è che manchino le idee, o che il dibattito sia guastato dalla disinformazione. L’articolo sposta la prospettiva: il problema non è un deficit dei soggetti, ma una riduzione del mondo su cui la critica potrebbe esercitarsi. «La nostra capacità critica persiste; ciò che si è ridotto è il mondo disponibile per essere criticato.» Se il guasto è in noi, la cura è l’educazione. Se è nelle condizioni in cui l’esperienza viene organizzata, la cura è politica e riguarda le infrastrutture. Il filo conduttore è una definizione di Benjamin: immaginare non significa produrre immagini nuove, ma dissolvere dall’interno le forme già date. L’immaginazione è «il genio dell’oblio», «la consapevolezza delle deformazioni del futuro»: la capacità di vedere il presente come qualcosa che si sta già disfacendo. Il suo contrario non è l’ignoranza, è la profezia, che fissa il futuro in un’immagine stabile.
Tre meccanismi agiscono insieme: il filtraggio decide che cosa entra nel campo percettivo; la familiarizzazione fa arrivare ciò che entra già pronto per essere riconosciuto, senza attrito; l’anticipazione trasforma il futuro in un prolungamento calcolato del passato registrato. Nessuno dei tre vieta nulla: «La critica non è proibita; diventa strutturalmente improbabile». La novità arriva «già addomesticata», variazione dentro una traiettoria, mai rottura. Non mancano le posizioni alternative: circolano, trovano pubblico. Manca l’intervallo, il tempo morto in cui qualcosa che non capiamo subito resta lì a disturbarci. L’articolo si ferma qui e ha ragione: dalla diagnosi non discende un programma.
Proviamo comunque l’esercizio, sapendo che lo facciamo con l’immaginazione che quelle condizioni ci hanno lasciato. Il Digital Services Act, ad esempio, impone alle piattaforme maggiori di offrire una raccomandazione non fondata sulla profilazione. È un’opzione sepolta in un menu: renderla l’impostazione predefinita costerebbe loro esattamente ciò che vendono, la continuità comportamentale. Un codice tecnico diverso reintrodurrebbe l’attrito: ordinamenti cronologici stabili, fine dello scorrimento senza fondo, interruzioni che segnalano il tempo invece di nasconderlo. Non producono pensiero critico, si limitano a non impedirlo. Separare la distribuzione dal filtro renderebbe contendibile la cura del flusso: biblioteche, università, redazioni, cooperative di lettori. Nascerebbero sicuramente altre bolle, ma una bolla scelta è contestabile, mentre una calcolata è invisibile.
Fuori dal digitale esistono supporti che non si adattano a chi li usa: il libro non misura quanto a lungo lo guardiamo e non si riscrive secondo le nostre reazioni. Non è nostalgia, ma è una proprietà tecnica. Vale per gli archivi tenuti aperti come «deposito di possibilità non realizzate»: le promesse mancate ricordano che il presente è fatto di scelte. Tutto questo dipende da chi paga. Un giornale che vive di coinvolgimento scriverà ciò che trattiene; chi vive degli abbonamenti dei lettori può scrivere ciò che ritiene necessario. Possibilità, non garanzia.
Nessuna di queste è una soluzione e metterle in fila non le trasforma in un programma. Hanno però una caratteristica comune: agiscono sulle condizioni, non sui contenuti. Non aggiungono idee a un dibattito che ne ha in abbondanza; provano a restituire l’intervallo in cui un’idea può ancora mettersi di traverso.
Resta una conseguenza pratica. Pubblicare ogni giorno un’analisi che chiede tempo, in un ambiente costruito per non concederne, non è una scelta di stile. È una scommessa su quell’intervallo: che esista ancora e che qualcuno voglia abitarlo per essere, infondo, ancora liberi.
Matteo Spagnuolo