Il buon samaritano (Lc 10,25-37). Una riflessione

 

Ma chi è lui? La parabola non ce lo dice. I Padri, sì. L’icona, sì. Nell’icona lo vedi con il volto di Cristo e con l’aureola di Cristo. Cristo l’eretico. Cristo il bastardo. Cristo il samaritano… Identificazioni tremende, che fanno paura, perché terremotano ogni nostra idea di “religione” che ci lascia tranquilli, poiché risponde soltanto a bisogni “metafisici”, senza impatto con la vita vera di nessuno.


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La grande aspirazione dell’uomo è la VITA. In tutti i tempi della sua storia, e in tutti gli spazi. Una vita, però, che sia degna di questo nome: ETERNA. Non solo che duri per sempre, che mai venga meno perché interrotta dalla morte, ma che abbia anche quella larghezza, lunghezza, altezza e profondità che la distinguono dalla semplice sopravvivenza. Quelle dimensioni, cioè, che essa acquisisce quando la sua sostanza è l’AMORE. «Fa’ questo – dice Gesù all’uomo della Legge che lo sta interrogando nella parabola del “buon samaritano” – e vivrai». Ama Dio con la totalità di te stesso, ama il prossimo tuo come ami la totalità di te stesso, e vivrai. Vita eterna e amore totale sono, in quell’invito di Cristo, inestricabilmente intrecciati. Ne facciamo in qualche modo esperienza – “naturale” – quando ci innamoriamo. Solo allora la vita dilata la nostra esistenza a dimensioni mai conosciute, impensate. Tocchiamo allora con mano, davvero, cosa significhi “vivere”, perché abbiamo toccato con mano cosa significa “amare”.

Tutto bene? Sì. E tuttavia… Cristo ha un’altra pretesa per chi vuole seguirlo. L’amata o l’amato non è soltanto la persona di cui mi sono – “naturalmente” – innamorato (grazia divinissima anche questa, senz’altro, e paradigma di ogni possibile grazia, che ha sempre un colore, un sapore e un canto nuziali). L’amata o l’amato, in lui, è la Persona per eccellenza, unita, indissolubilmente, alle persone che ne portano, viva, l’immagine nella carne e nell’anima: a tutte le persone del mondo…

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…». E qui comincia il problema. Perché, quest’uomo, «cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto». Cosa farò, dato che anch’io, sempre, scendo per quella medesima strada? Non è la persona che – “naturalmente” – amo. Non è un mio familiare. Non è un mio amico. Nemmeno un mio conoscente. È «un uomo»… Può essere tutto, dunque. Anche un nemico della mia gente, e dunque anche mio. Un diverso per razza, per fede, per cultura, per censo…   Passa un prete, passa un levita: uomini del tempio, della religione-istituzione, dell’ortodossia più rigorosa e del culto più sacro. Uomini di Dio. Ma saranno, davvero, “di Dio”? «Vedono» e «passano oltre». Perché? Affari urgenti da cui sono attesi? Paura di contaminarsi, magari? Di infrangere leggi assurde di purità religiosa accostando – toccando! – uno sconosciuto che può essere tutto: anche un pagano, anche un soggetto eretico dottrinalmente e bastardo razzialmente… Un estraneo, comunque. «Vedono», e rimangono ciechi: il loro “Dio” è impotente ad aprire loro gli occhi. E sordi: non sentono il grido che si alza, muto, dall’«uomo». Il loro Dio non soffia loro alle orecchie per aprirle all’ascolto.

Passa un altro. L’eretico. Il bastardo. Il samaritano. «Vede» anche lui, ma non «passa oltre». Vede dunque davvero. Sente davvero. E non si pone il problema di chi sia l’«uomo» derubato di tutto, sanguinante, che già pregusta la morte e che ha per giaciglio una strada. «Vede» e «si commuove». La «commozione» lo afferra, lo fa tremare tutto, fino alle budella, e gli impedisce di «passare oltre». Diventa, la «commozione», una serie fitta di azioni: egli si avvicina, fascia, cura con quello che ha (vino per disinfettare, olio per lenire), carica sulla sua cavalcatura, porta a un «albergo», paga per cure ed alloggio e promette di ritornare e ancora retribuire. E tutto questo per l’«uomo»… L’AMORE si sostanzia in gesti, in atti concreti. E ti fa sperimentare la VITA: il samaritano, dilatando il proprio cuore, ridona vita al «mezzo morto» e la vita riacquistata dal «mezzo morto» si riversa anche su di lui… Gli riempie le vene. Dare vita è sempre ricevere vita.

Ma chi è lui? La parabola non ce lo dice. I Padri, sì. L’icona, sì. Nell’icona lo vedi con il volto di Cristo e con l’aureola di Cristo. Cristo l’eretico. Cristo il bastardo. Cristo il samaritano… Identificazioni tremende, che fanno paura, perché terremotano ogni nostra idea di “religione” che ci lascia tranquilli, poiché risponde soltanto a bisogni “metafisici”, senza impatto con la vita vera di nessuno.

E assistiamo, così, a un paradosso: la prima cosa che cura l’eretico non è il corpo del malcapitato: è l’idea di Dio. In alcune icone si vedono anche i demoni, vestititi di tenebra, attaccare l’«uomo». Il primo demonio è proprio l’immagine falsa di Dio che mi impedisce di vedere Dio nell’«uomo». E così, altro paradosso (ma il Vangelo è maestro del pensiero divergente), il «mezzo morto» più grave non è quello che giace lungo il sentiero, che sa (che sente nel dolorare della propria carne e della propria anima) di essere «mezzo morto», ma il prete e il levita, che non ne hanno coscienza e invece lo sono. «Mezzi morti» sono essi, anche se camminano celeri e nessun demonio, apparentemente, li ha assaliti…

Ma, ecco, il Samaritano è venuto anche, e soprattutto, per loro. Anche e soprattutto per me. Per far gustare anche a loro, anche a me, la VITA ETERNA: basta allargare, con l’AMORE, lo spazio della propria esistenza a ogni «uomo».

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